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Richiesta respinta: Vallanzasca resta in carcere

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Risultati immagini per Vallanzasca CARCERE

Di Manuela Messina

Resta in carcere Renato Vallanzasca, protagonista della criminalità milanese degli anni settanta e ottanta. Il tribunale di sorveglianza di Milano ha respinto le richieste di liberazione condizionale e di semilibertà presentate dall’avvocato Davide Steccanella, difensore del 68enne che sta scontando quattro ergastoli e 296 anni totali di carcere. Secondo i giudici, non è possibile «ravvisare il sicuro ravvedimento» del boss della Comasina, il cui percorso da condannato «è stato connotato da involuzioni trasgressive imputabili anche alla personalità del medesimo». 

Inoltre, per il Tribunale, Vallanzasca non ha mai mostrato di essere davvero pentito: «Non ha chiesto perdono o posto in essere condotte comunque indicative di una sua effettiva e totale presa di distanza dal vissuto criminale». Infine, scrivono, non ha mai «risarcito le vittime dei suoi gravissimi reati, né attraverso un almeno parziale ristoro economico (anche quando, lavorando, ne aveva avuta la possibilità) né attraverso forme di riparazione obiettivamente dimostrative della seria e univoca volontà di alleviare le sofferenze delle predette».  

Di tutt’altro avviso l’opinione di un’equipe di esperti della direzione della casa di reclusione di Bollate. Nella loro relazione indirizzata ai giudici della Sorveglianza, in cui danno parere positivo alla libertà vigilata, scrivono che il «bel Renè» in questi anni ha avuto un «cambiamento profondo», sia «intellettuale che emotivo». Inoltre fanno notare che Vallanzasca «non potrebbe progredire» continuando a stare in cella. Vallanzasca è entrato in cella nel 1972, scontando – tolte due evasioni – 45 anni di carcere. Quarant’anni dopo, nell’ottobre 2013, gli venne concessa la semilibertà condizionata, ma nel 2014 gliela revocano dopo un arresto e la condanna a 10 mesi per una rapina impropria in un supermarket di oggetti di poco valore, tra cui un paio di mutande. A Bollate Renè stava seguendo un percorso di «giustizia riparativa». Qualche mese fa ha incontrato Giovanni Ricci, figlio di Domenico, uno degli uomini della scorta di Aldo Moro uccisi in via Fani. Un colloquio «valutato in senso positivo» dagli operatori.  

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