“Abbiamo il disperato bisogno di un altro milione di russi.” Con questa frase, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak descriveva la sua insistenza presso Vladimir Putin affinché la Russia favorisse una nuova, massiccia immigrazione verso Israele. L’obiettivo dichiarato: modificare l’equilibrio demografico del Paese e, nelle sue parole, “diluire la presenza palestinese”. Le affermazioni emergono dai nuovi documenti legati a Jeffrey Epstein, rilasciati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e riportati da Middle East Eye.
Le registrazioni mostrano Barak — all’epoca ancora figura di spicco del Partito Laburista — parlare apertamente dell’impatto strategico di un afflusso di immigrati dall’ex URSS, ricordando come l’ondata degli anni Novanta “abbia cambiato Israele in modo decisivo”. Tra i passaggi più controversi compaiono persino allusioni alla possibilità di far arrivare “giovani donne attraenti”, un commento che Queste rivelazioni — già esplosive — acquistano ulteriore peso se inserite nel quadro dei rapporti personali tra Barak ed Epstein, che emergono nei file con una nettezza ben maggiore rispetto a quanto raccontato pubblicamente dall’ex premier.
Un rapporto molto più stretto di quanto ammesso
I contatti tra Barak ed Epstein erano infatti molto più intensi e personali di quanto Barak abbia sempre dichiarato. Le email e le comunicazioni citate in diversi report descrivono “un legame di amicizia intima”, ben lontano dall’immagine di una conoscenza occasionale (Roberto Vivaldelli ne ha scritto qui). Epstein discuteva con Barak questioni di politica estera, arrivando a suggerire pressioni e persino interventi militari contro Siria e Iran “nell’interesse della sicurezza israeliana”.
A corroborare la profondità del rapporto ci sono decine di visite di Barak nella townhouse di Epstein a Manhattan — documentate tra il 2013 e il 2017 — anni successivi alla condanna del 2008 per prostituzione minorile. Come ricordato dal Jerusalem Post, Barak fu fotografato all’ingresso della residenza. In alcuni report si cita anche la sua presenza sull’isola privata di Epstein nei Caraibi – presenza sempre negata dall’ex premier.
Negli ultimi anni Barak ha sostenuto che i contatti fossero legati a investimenti o progetti tecnologici. Ma la frequenza degli incontri e il tono delle comunicazioni emerse dai file delineano un quadro molto più stretto e informale di quello ammesso pubblicamente.
Il piano demografico e la logica della selezione
“Molti russi potrebbero stabilirsi in Israele senza che la conversione sia una precondizione”, afferma Barak nelle conversazioni rilanciate dai media statunitensi. Aggiunge poi che, “sotto la pressione sociale”, la seconda generazione si sarebbe comunque adattata. “Succederà — dice — e possiamo controllare la qualità.”
È un linguaggio che rimanda direttamente a criteri di selezione etnica e culturale, e che Barak collega alla storia migratoria del Paese. Dopo la nascita di Israele nel 1948 arrivarono centinaia di migliaia di ebrei dal Nord Africa e dal mondo arabo e musulmano: un flusso che l’ex premier descrive come una “necessità inevitabile”. Oggi, sostiene, Israele potrebbe “essere selettivo” e scegliere chi far entrare: “Possiamo facilmente assorbirne un altro milione”.
L’idea di convincere Putin a facilitare l’arrivo di un milione di immigrati russi si inserisce in questa visione: una politica demografica pensata per rafforzare numericamente la maggioranza ebraica e ridurre il peso politico e demografico della popolazione palestinese, tanto all’interno di Israele quanto in Cisgiordania.
L’ingegneria demografica, insomma, “come strumento complementare alla sicurezza nazionale”.
Queste parole riportano alla luce un tratto storico raramente discusso: la leadership ashkenazita israeliana ha spesso mostrato atteggiamenti di superiorità verso gli ebrei provenienti dai Paesi arabi e musulmani (mizrahì e sefarditi), trattati come culturalmente “inferiori” o “meno occidentali”. Dichiarazioni come quelle di Barak rendono questo retaggio visibile senza filtri, mostrando quanto la dimensione demografica resti un pilastro della strategia politica israeliana risuona in modo ancora più disturbante alla luce delle attività criminali di Epstein.
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