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A Philadelphia ci sono delle misteriose piastrelle apocalittiche che da trent'anni appaiono nell'asfalto



Di Noemi Penna

A metà degli Anni 80 i residenti di Philadelphia e di altre città degli Stati Uniti cominciarono a notare delle strane piastrelle incastonate nell'asfalto delle principali strade cittadine, con variazioni diverse dello stesso insensato messaggio, «idea» di tal «Toynbee».
Oggi sono centinaia e sono tutte apparse misteriosamente in venticinque città americane, da Boston a Chicago, da New York a Washington e pure in Sud America. Lo stile non è mai cambiato. E negli ultimi mesi è di nuovo Philadelphia al centro di questa inconsueta invasione.  

C'è chi pensa siano bizzarre opere di street art di uno sconosciuto artista. Chi i messaggi di una setta o di un guru apocalittico, visto il ripetersi delle frasi «resurrect dead on planet Jupiter», la resurrezione dei morti sul pianeta Giove, nonché «in Kubrick's 2001», in riferimento al film «2001: Odissea nello spazio» del 1968. 
Dopo trent'anni il mistero si infittisce, anche perché nonostante le piastrelle si trovino in mezzo alla strada, in zone anche piuttosto frequentante delle città, come all'incrocio fra la 13th e Market Street a Philadelphia e tra la 2nd Street e la 2nd Avenue di New York City, nessuno ha mai assistito ad alcuna «posa». 

Pare infatti che le piastrelle siano presenti da anni sotto l'asfalto e che emergano in superficie solo grazie al calore e alle auto che, passando, consumano il bitume. E' come se «Toynbee» facesse visita ai cantieri, posando le piastrelle durante la posa del catrame, permettendo così alle sue piastrelle di emergere quando meno te lo aspetti. 

Tuttavia la loro «scoperta» è responsabile anche della loro distruzione. Molte piastrelle sono andate infatti scorticate proprio dalle migliaia di automobili che ogni giorno ci passano sopra, così come dalla manutenzione stradale. 

“Il sindaco a Filadelfia? Non l’ho invitato io”. Diventa un caso la frase del Papa su Marino



Non bastava l’accusa ricorrente a Ignazio Marino di trascurare Roma per andare all’estero. Ora ci si mette pure il Papa a proposito dell’ultima trasferta americana del sindaco di Roma in occasione del viaggio del pontefice . «Io non ho invitato il sindaco Marino, chiaro? - ha risposto Bergoglio a una domanda dei giornalisti sull’aereo di ritorno dagli States - Ho chiesto agli organizzatori e neanche loro lo hanno invitato». «È venuto - ha aggiunto Francesco - Lui si professa cattolico: è venuto spontaneamente».  





Il Campidoglio precisa che «il sindaco non ha mai detto di essere stato invitato da Papa Francesco». E parla di «una domanda sbagliata forse fatta per creare polemica». In serata Marino stesso, in un video su Facebook, attacca: «Sono stufo di queste polemiche che vengono create ad arte per danneggiare l’immagine di Roma. Sono anche dispiaciuto che qualcuno abbia addirittura disturbato il Santo Padre per questi motivi. Io sono stato invitato dal sindaco di Filadelfia e dal vescovo a giugno. Vennero a chiederci la nostra esperienza nell’organizzazione dei grandi eventi».  

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.lastampa.it/2015/09/28/italia/politica/le-replica-del-capidoglio-marino-non-ha-mai-detto-di-essere-stato-invitato-a-filadelfia-dal-papa-R71Q4iMw8kqVqx4PvgfrrI/pagina.html

Filadelfia e il fascino del suo esoterismo


Di Vincenzo Pitaro

Filadelfia in Pennsylvania e Filadelfia in Calabria. Tutt’e due accomunati dallo stesso toponimo. Una semplice casualità o un vero e proprio nesso tra la metropoli degli Usa e la cittadina vibonese?
Fino a poco tempo fa, non solo in Calabria ma anche in altre parti d’Italia, erano in molti a chiedersi il perché di questo nome che in greco significa «amore fraterno», richiamando peraltro alla memoria una storica società affiliata alla Carboneria. Quella dei Filadelfi, per l’appunto.
Orbene, si è sempre saputo che a proporre ai regnanti dell’epoca la variazione del nome (da Castelmonardo in Filadelfia) fu un’illustre personalità del luogo, il vescovo Giovanni Andrea Serrao, all’indomani del  forte sisma che nel 1783 distrusse completamente l’antico centro abitato.
La motivazione che il Vescovo allegò alla richiesta fu piuttosto densa di significato. Stando a quanto riporta lo storico Forges Davanzati - in un libro dedicato al Serrao, edito da Laterza nel 1937 - il prelato pensò di suggerire il nome Filadelfia «affinché gli abitanti si ricordassero della loro origine greca, rammentassero e imitassero le virtù dei loro antenati e, soprattutto, si amassero come fratelli ed amici, non solo fra di loro, nutrendo sempre lo stesso sentimento verso l’intera umanità». 
Basterebbero solo queste poche note, intrise di valori massonici, a fugare, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, ogni dubbio residuo sull’appartenza di mons. Giovanni Andrea Serrao alla Massoneria. Ma ormai si sa bene che il cinquantaduenne vescovo di Potenza (nato a Castelmonardo nel 1731) era massone insignito del 33° grado e che fra l’altro ebbe modo nella circostanza di tenere molte relazioni epistolari (proficue per l’edificazione della sua Filadelfia) anche con vari autorevoli massoni americani residenti nella Philadelphia fondata verso la fine del Seicento da William Penn.
Memorabili, e forse decisivi, furono a quanto pare i rapporti intrapresi in particolare con lo scienziato e politico statunitense Benjamin Franklin, anche lui massone di alto rango.
Il ruolo che la Massoneria americana, ebbe dunque nella ricostruzione della cittadina vibonese, per merito del suo ideatore Serrao, sarebbe stato di primissimo piano. Non è per niente un caso, infatti, se oggi Filadelfia si presenta con una certa affinità di struttura, uniformità geometrica, omogeneità di elementi e altro, rispetto alla sua più grande «consorella» d’oltreoceano.
Ancora oggi - a sentire gli storici della Libera Muratoria - ci sarebbe molta materia di studio, molto di misterioso, d’incomprensibile agli occhi del «profano». L’odierna Filadelfia insomma è piena di esoterismo, come dire?, di insegnamenti nascosti, di verità svelate in parte e decifrabili solo dagli iniziati. 
Intanto, come giustamente fa notare la dottoressa Marianna Barone, che in occasione della sua tesi di laurea ha condotto appassionate ed accurate ricerche, «è la pianta stessa di Filadelfia a confermare lo stretto legame con la città americana. Le due principali arterie che si incrociano per formare lo scheletro del paese, ognuno largo 17 metri, sono orientate secondo i punti del compasso. Una pianta perfettamente rispondente a canoni razionalistici d’indubbia ispirazione massonica, praticamente identica a quella della Filadelfia americana». Nessuno però finora sembra aver tenuto conto di una delle cose più importanti: l'impianto dell'abitato che ricerca la «forma perfetta». Tutt'intorno, ben celato, ruota poi un insieme organico di simboli massonici. Sia nell'architettura che nelle cose più impensabili. Finanche nello stemma araldico del Comune.  La stretta di mano - in esso riportata - esprime, sì, concordia, conformità di sentimenti e di idee, ma per Filadelfia rappresenta soprattutto il sostegno dato dalla Massoneria americana nella ricostruzione post-terremoto; un forte aiuto, un segno di vicinanza esteso anche al mondo profano. Non a caso delle due mani che appaiono sullo stemma, una è guantata e l’altra no.
E non è tutto. Un incartamento massonico - composto da verbali e manoscritti autografi - venuto alla luce qualche anno addietro in seguito all’abbattimento di una parete in una casa in campagna di proprietà del medico Raffaele Apostoliti (ultimo dei maestri venerabili di una loggia attiva fino al 1920 ed intitolata proprio a Serrao) viene ora considerato, sotto l’aspetto storico, di notevole importanza.


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