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La Cina prepara campi profughi al confine con la Corea del Nord

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Di Lorenzo Vita
La Cina sta preparando campi profughi per i rifugiati nordcoreani in caso di esodo della popolazione in fuga dalla guerra. La notizia è stata data per la prima volta dal Financial Times, che ha avuto accesso a quello che appare essere un documento interno della compagnia telefonica cinese China Mobile, apparso la scorsa settimana sulla piattaforma Weibo. Secondo il New York Times, i campi profughi sarebbero cinque: tre di questi nella contea di Changbai, a ridosso del confine sino-coreano, e altri due, sempre nella provincia di Jilin, situati però più verso est, in particolare a Hunchun e Tumen. La notizia non è stata smentita ma neanche confermata dal Partito comunista cinese, nonostante il documento circolato in rete contenesse la frase che faceva riferimento proprio all’ordine dei funzionari locali del Partito nel dare seguito al progetto di costruzione di questi campi per i rifugiati. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lu Kang, interrogato su questo punto, non ha smentito né confermato le voci riguardanti i campi, dichiarando semplicemente di non essere a conoscenza dell’esistenza di queste strutture nella regione. Una frase che, nel gergo politico cinese, equivale sostanzialmente all’ammissione del fatto che si stia effettivamente implementando il programma di sviluppo di questi campi profughi che servirebbero qualora dovesse scoppiare una guerra.
La Cina ha da sempre considerato la questione dei rifugiati nordcoreani come uno dei problemi principali in caso di conflitto fra le due Coree o tra Corea del Nord e Stati Uniti. In caso di un conflitto armato, le possibilità che questo si tramuti in un conflitto nucleare sono molto alte. E a Pechino temono che i profughi provenienti dalla Corea del Nord possano essere centinaia di migliaia, se non addirittura superare il milione. Anche per un Paese immenso e dalle potenzialità enormi come la Cina, milioni di profughi sarebbero un peso enorme per la macchina dei soccorsi ma anche per l’economia del Paese, specialmente di quelle regioni. Proprio per questo motivo, il governo di Pechino ha sempre inserito il tema dei possibili rifugiati come uno dei principali ostacoli per evitare un conflitto.  
L’avvio della costruzione di questi campi si unisce alle altre notizie riguardanti le istruzioni inviate ai cittadini delle province di confine con la Corea del Nord su come comportarsi in caso di attacco nucleare nella penisola, che avrebbe evidentemente ripercussioni anche sul territorio cinese esposto alle radiazioni. Addestrare la popolazione civile a questa eventualità, costruire campi profughi, bloccare i traffici verso la Corea del Nord ed esercitarsi con le truppe che stazionano al confine con la Corea, sono tutti segnali di una presa di coscienza, da parte di Pechino, che i rischi di una guerra nella penisola sono elevati. E la Cina non può essere impreparata di fronte a una tale evenienza. Soprattutto qualora l’attacco dovesse provenire dagli Stati Uniti e dei partner asiatici, che, per forza di cose, dovrebbero informare preventivamente Pechino e Mosca di ogni tipo di azione in tal senso.
Segnali di guerra certamente, ma anche messaggi in codice rivolti a Pyongyang. La politica cinese verso il governo nordcoreano viaggia inevitabilmente anche attraverso questi canali. Far circolare un determinato tipo di informazioni, avviare esercitazioni militari specifiche o la costruzione di determinate infrastrutture, sono anche dei metodi con cui Pechino e Pyongyang dialogano. Xi Jinping ha da tempo deciso che il vicino Kim Jong-un debba instradarsi verso una via di dialogo e di denuclearizzazione. Proprio per questo, la Cina si è impegnata a rispettare tutte le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, pur condannando apertamente sia le esercitazioni Usa sia le ulteriori sanzioni economiche imposte e desiderate da Washington.
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