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L’ombra di Francia (e Australia) sul laboratorio di Wuhan: le rivelazioni che imbarazzano Parigi


Di Gianluigi Paragone

Non c’è soltanto la Cina a tremare per le indagini ancora in corso sull’origine del famigerato Covid-19, il patogeno che ha messo in ginocchio il mondo intero e che continua a far paura alle famiglie che pure tentano faticosamente di tornare alla loro solita vita, o comunque qualcosa di molto simile. Perché l’ossessiva ricerca di prove, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per dimostrare come il coronavirus sia stato creato artificialmente in laboratorio, rischia di inchiodare anche altri Paesi alle proprie responsabilità, trascinandoli in un vortice di accuse dalle conseguenze ancora imprevedibili.

L'ombra della Francia sul laboratorio di Wuhan: le rivelazioni che imbarazzano Parigi

In uno scenario che spaventa e che ha sta facendo parlare di guerra biologica e bio-terrorismo, ci sono infatti due Paesi dalla coscienza non pulitissima: l’Australia e, soprattutto, la Francia. Il progetto per la costruzione del laboratorio di livello P4 a Wuhan, come emerso in questi giorni, è infatti comune ai tre Stati. La struttura è nata forte del gemellaggio con l’Istituto Pasteur e il laboratorio P4 di Lione anche se il governo transalpino, quando i primi dettagli della collaborazione hanno fatto capolino, si è affrettato a rimarcare i rapporti burrascosi con Pechino. Versione però successivamente smontata dalla stessa stampa francese, che ha evidenziato come piuttosto la stretta collaborazione sia andata avanti almeno fino al 2019.
Scontato che alla base ci sia stata, per tutto quel lungo lasso temporale, la supervisione dei governi e dei servizi segreti francesi e cinesi. Il 24 gennaio 2019 si era svolta una delle ultime visite ufficiali in pompa magna da parte di autorità provenienti da Parigi alla struttura di Wuhan, con la presenza del direttore del Laboratorio Batteriologico di Lille René Courcol in terra d’Oriente. Dai comunicati ufficiali, in quell’occasione pare si fosse discusso anche delle forniture di tute protettive, prodotte in Francia, ai dipendenti. La Cina, in questo, è stata furba: in tanti passaggi, in tanti documenti si evidenzia la presenza degli amici parigini, come a voler mettere le mani avanti. Della serie: “dovesse succedere qualcosa, sappiate che non siamo noi gli unici responsabili”. Una furbizia che torna oggi particolarmente utile per scaricare almeno un po’ di colpa anche su altri Paesi.
L’Australia, in tutto questo, ha a sua volta condiviso strutture, risorse e informazioni con la Cina e i suoi scienziati. Shi Zhengli, medico cinese tra gli autori della sperimentazione sui pipistrelli all’interno della struttura di Wuhan, aveva svolto ad esempio pratica per mesi nell’Australian animal health laboratory nello stato di Victoria. E i rapporti stretti tra i due Paesi, che si scambiavano anche dati su diverse ricerche, sono stati sottolineati in questi giorni dalla stampa di Melbourne. Con un risultato finale piuttosto bizzarro: la Cina è al centro del palcoscenico, i riflettori puntati contro, accusata di aver mentito al mondo sull’origine e la diffusione del Covid-19. Poco distanti, però, Australia e Francia osservano con notevole imbarazzo, sapendo di aver almeno in piccola parte contribuito alla stesura del copione.

La strana relazione tra i Giochi di Wuhan e il virus


Di Federico Giuliani

Giochi Militari di Wuhan sono improvvisamente diventati un giallo di caratura internazionale. Nessuno, fin qui, aveva dato credito all’ipotesi della diffusione del Covid-19 all’interno delle delegazioni di atleti inviati nella capitale dello Hubei. Negli ultimi giorni sono tuttavia emerse numerose testimonianze che costringono ad accendere i riflettori sulla rassegna iridata svoltasi nella Città Azzurra dal 18 al 27 ottobre 2019.
Sportivi giovani e nel vigore delle loro forze, sia durante il soggiorno a Wuhan che al rientro nei rispettivi Paesi, hanno accusato sintomi riconducibili a quelli provocati dal Covid-19, tra cui tosse, problemi respiratori e febbre alta. Non ci sono ancora evidenze scientifiche capaci di avvalorare o smentire la pista dei Giochi Militari, anche perché l’evento è andato in scena sette mesi fa e gli atleti, anche quelli che hanno raccontato di essere stati male, adesso non hanno più alcun problema fisico.

Come se non bastasse, in autunno nessuno aveva la minima idea di cose fosse il Covid-19. Questo significa che, anche ipotizzando un contagio degli sportivi di Wuhan, in quel periodo e in assenza di minacce ufficiali, i medici non avevano alcun particolare protocollo sanitario da seguire, oltre alla semplice visita. È per questo che molti degli atleti che oggi hanno parlato non possono ufficialmente collegare i problemi che avevano avuto a ottobre al nuovo coronavirus. Per fugare ogni dubbio bisogna attendere l’esito dei test sierologici a cui potrebbero essersi sottoposti alcuni dei protagonisti della vicenda.

Febbri anomale a metà ottobre

Ad esempio, solo un test accurato può dirci con certezza cosa ha avuto Matteo Tagliarol, l’atleta olimpionico di spada che ha preso parte alla spedizione azzurra di Wuhan assieme alla delegazione italiana, formata da quasi 200 persone. Il ragazzo, 37 anni, di Treviso, ha raccontato alcuni dettagli riferiti ai Giochi Militari di Wuhan che lasciano il beneficio del dubbio: ”Quando siamo arrivati a Wuhan, quasi tutti ci siamo ammalati. In tanti hanno avuto febbre. In infermeria non c’erano più nemmeno le aspirine, tutto finito, tanta era stata la richiesta di medicinali”. Chiaramente Tagliarol non sa se le sue condizioni di salute erano dovute a un’influenza più forte del solito oppure al Covid-19. Certo è che una volta che lo sportivo rientra a casa si ammalano anche il figlioletto e la compagna.
L’altra testimonianza arriva dalla Francia. La pentatleta Elodie Clouvel ha raccontato di esser sicura di aver già contratto il coronavirus in occasione dei Giochi Militari di Wuhan. ”Ho avuto problemi mai avuti prima”, ha ricordato Clouvel, originaria di Saint-Priest-en-Jarez, comune situato nel dipartimento della Loira della regione Alvernia-Rodano-Alpi. Nella sua testimonianza la ragazza ha anche parlato del compagno, Valentin Belaud, altro pentatleta ammalatosi nella trasferta cinese e originario di Le Chesnay, regione dell’Île-de-France.

La possibile connessione con i Giochi Militari di Wuhan

Per il momento le autorità militari dei vari Paesi non hanno rilasciato commenti sulle testimonianze degli atleti, tranne la Francia e la Svezia. Parigi, in merito all’intervista rilasciata da Clouvel, ha sottolineato come la delegazione transalpina, durante i Giochi di Wuhan, abbia beneficiato di un monitoraggio medico, sia prima che durante la manifestazione. Il ministero della Difesa francese, scrive Il Corriere della Sera, ha negato eventuali positività tra gli atleti (”non ci risultano”) e imposto alla stessa Clouvel di non esprimersi più pubblicamente sul tema. La Svezia, invece, avrebbe certificato giovedì scorso due casi di coronavirus tra i suoi atleti, anche se non si conoscono ulteriori dettagli.
Certo, in assenza di dettagli decisivi è impossibile avere certezze assolute. Al momento possiamo solo fare un blando collegamento tra la città di origine degli atleti che hanno raccontato la loro storia e la situazione epidemiologica di quei centri urbani dallo scoppio dell’emergenza. Per quanto riguarda Tagliarol, l’atleta è originario di Treviso e in effetti il Veneto è stata una delle regioni più colpite d’Italia; anche le regioni di provenienza dei francesi Clouvel e Belaud, ovvero Alvernia-Rodano-Alpi e Île-de-France, sono diventate zone rosse fin da subito.
Il punto è che ai Giochi Militari di Wuhan hanno partecipato oltre 10mila atleti provenienti da 140 Paesi. Dunque, nel caso in cui si appurasse che il virus fosse in circolazione in quei giorni, l’evento sportivo citato potrebbe davvero aver svolto il ruolo di moltiplicatore dell’epidemia su scala globale. Ma, ripetiamo, al momento si possono soltanto fare ipotesi sulle informazioni disponibili.

Coronavirus, Giochi militari a Wuhan fino al 28 ottobre. Alcuni atleti raccontano: “Febbre e problemi respiratori al ritorno”


È una ipotesi tutta da verificare, più probabilmente al momento una suggestione. Ma il dato di cronaca va registrato ovvero che l’anno scorso a Wuhan, città cinese focolaio dell’epidemia di Sars Cov 2, si sono tenuti i Giochi Mondiali Militari, con 10mila atleti di 110 nazioni che si sono. Dal 17 al 28 ottobre. Come riporta il Corriere della Sera “l’enorme concentrazione di atleti e personale di supporto nella città, l’assoluta mancanza di misure di prevenzione del contagio e il ritorno senza quarantena degli atleti” potrebbe aver innescato una diffusione.
L’ipotesi che il virus abbia iniziato a circolare in Europa da metà ottobre è stata già oggetto di uno studio dell’Università Statale di Milano. E oggi Il capo dipartimento radiologia dell’ospedale di Colmar, nell’est della Francia, sostiene che da uno studio retrospettivo per cui sono stati passati in rassegna 2.456 scanner toracici realizzati nell’ospedale tra il primo novembre e il 30 aprile per diverse patologie (cardiache, polmonari, traumatiche, tumorali), i primi casi di Covid 19 sono stati registrati il 16 novembre.
In questi giorni alcuni atleti che erano Cina ricordano di aver avuto disturbi, febbre alta e problemi respiratori. hanno avuto febbri alte e grossi problemi respiratori. Il Corriere cita il caso di Maatje Benassi, ciclista, “accusata” in patria, gli usa, di essere la paziente 0. Ci sarebbero poi i casi francesi per cui il quotidiano L’Équipe riporta di campioni del pentathlon Elodie Clouvel e Valentin Belaud con seri problemi respiratori. Ma in questo caso il ministero della Difesa ha negato la positività. Ci sono poi state le dichiarazioni del campione olimpico di spada 2008 Matteo Tagliarol (nella foto), che alla Gazzetta dello Sport, ha raccontato di essere stato male lui e altri tre compagni e che successivamente si sono ammalati figlio e compagna. In assenza di tamponi effettuati, ma in quel periodo di epidemia non si parlava, e di test sierologici che possano rivelare se questi e altri sportivi sono entrati in contatto con il virus non si può che parlare di ipotesi da verificare. Tranne che per la Svezia che avrebbe certificato due casi tra i suoi atleti. La Cina ha comunicato all’Oms la scoperta del coronavirus e delle sue conseguenze a fine dicembre 2019.

Il Coronavirus non fermerà le esercitazioni militari Usa


Di Matteo Acciaccarelli

La pandemia da Coronavirus non fermerà la più grande esercitazione navale organizzata dagli Stati Uniti. La Marina statunitense (Us Navy), infatti, ha annunciato che la ventisettesima edizione della Rimpac (Rim of the Pacific Exercise) si svolgerà interamente a largo delle isole Hawaii, simulando un attacco navale e la successiva difesa dell’arcipelago. Manovre, ovviamente, di risposta alla politica estera aggressiva della Cina che, negli ultimi anni, ha aumentato la sua presenza militare in gran parte del Pacifico, soprattutto nell’area che va dal mar Cinese Orientale a quello Meridionale. L’aumento sia delle violazioni degli spazi aerei da parte dei velivoli dell’aeronautica e sia della presenza di navi -militari e civili- nella zona, ha fatto sì che i principali alleati degli Stati Uniti e non solo sentissero la loro sovranità minacciata. Non solo il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, ma negli ultimi anni anche i Paesi del sud-est asiatico hanno iniziato a chiedere una maggiore presenza statunitense nell’area per difendersi dalla presenza “ingombrante” di Pechino.

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La pandemia da Coronavirus non fermerà la più grande esercitazione navale organizzata dagli Stati Uniti. La Marina statunitense (Us Navy), infatti, ha annunciato che la ventisettesima edizione della Rimpac (Rim of the Pacific Exercise) si svolgerà interamente a largo delle isole Hawaii, simulando un attacco navale e la successiva difesa dell’arcipelago. Manovre, ovviamente, di risposta alla politica estera aggressiva della Cina che, negli ultimi anni, ha aumentato la sua presenza militare in gran parte del Pacifico, soprattutto nell’area che va dal mar Cinese Orientale a quello Meridionale. L’aumento sia delle violazioni degli spazi aerei da parte dei velivoli dell’aeronautica e sia della presenza di navi -militari e civili- nella zona, ha fatto sì che i principali alleati degli Stati Uniti e non solo sentissero la loro sovranità minacciata. Non solo il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, ma negli ultimi anni anche i Paesi del sud-est asiatico hanno iniziato a chiedere una maggiore presenza statunitense nell’area per difendersi dalla presenza “ingombrante” di Pechino.

L’impatto della Rimpac

La Rimpac, infatti, ha anche una funzione “rassicuratrice” dei Paesi alleati e amici degli Stati Uniti, anche se la prossima si svolgerà in maniera ridotta nei tempi, nei partecipanti e nella tipologia di attività messe in atto. L’esercitazione durerà solamente due settimane (dal 17 al 31 agosto) e difficilmente avrà numeri comparabili a quella di due anni fa, quando 46 unità navali e 25.000 uomini inviati da 26 Paesi (tra cui l’Italia) parteciparono alle attività addestrative. La Us Navy non ha reso noto quante nazioni e quante unità saranno impegnate nella Rimpac, ma quasi sicuramente i numeri saranno decisamente minori. A far immaginare ciò è il fatto che le attività saranno solamente in mare aperto, mentre quelle previste a terra -tra cui quelle effettuate per far “fraternizzare” i partecipanti e gli sbarchi delle forze anfibie- verranno cancellate per “rispettare” le misure cautelative contro la diffusione del Coronavirus. Le restrizioni coinvolgeranno anche l’aspetto marittimo dell’esercitazione, perché anche nelle navi dovranno essere osservate misure di sicurezza al fine di ridurre la possibilità di eventuali contagi.
La collaborazione tra forze navali per la protezione delle rotte marittime e per garantire la libertà di navigazione in acque internazionali saranno i due punti cardine dell’esercitazione, che sarà guidata dall’ammiraglio John C. Aquilino, comandante della flotta del Pacifico (United States Pacific Fleet). La maggior parte delle navi di superficie e dei sottomarini arriveranno dalla Terza Flotta, incaricata di pianificare ed eseguire le operazioni nel Pacifico Orientale e di difesa della costa statunitense. Nonostante l’impatto del Coronavirus che limiterà lo svolgimento della Rimpac non mancheranno manovre navali ad ampio spettro. La Marina ha previsto infatti diverse operazioni di guerra antisommergibile, di intercettazione di aerei sospetti e di combattimenti navali veri e propri.

Addestramento anti-Cina?

Una simulazione di un conflitto convenzionale con la Cina che vedrebbe gli Stati Uniti -e non solo- impegnati principalmente in mare, trovandosi di fronte una Marina -quella della Repubblica Popolare- rinnovata e con capacità aumentate rispetto ad alcuni anni fa. Basti pensare ai nuovi sommergibili da attacco, alla messa in servizio attivo di una seconda portaerei (altre due sono in fase di realizzazione), cos’ come al varo di una nave da sbarco anfibio. A preoccupare sono anche le capacità raggiunte nel campo della missilistica antinave, terrestre, antiaerea e antisatellite.
Che gli Stati Uniti siano maggiormente preoccupati dalla Cina che dalla Russia è evidente dal fatto che tutte le esercitazioni su larga scala previste per il 2020 siano state cancellate e rimandate al prossimo anno. Tutte tranne una. La Rimpac si farà in versione “limitata” così da rimarcare che, nonostante il Coronavirus, la priorità degli Stati Uniti è difendere dall’espansionismo cinese gli interessi nel Pacifico e la sovranità di tutti i Paesi alleati dell’area.

Li Wenliang e la strumentalizzazione del suo caso in Occidente


Di Andrea Virga

È una banalità affermare che la pandemia da Covid-19 abbia portato sotto i riflettori mediatici gli sforzi e i sacrifici compiuti in primo luogo dalle professioni sanitarie – medici e infermieri in primis –, che in tutto il mondo hanno pagato e stanno pagando un prezzo elevato in termini di fatica e vite umane. Questo vale, al netto delle critiche e delle problematiche riguardanti il ruolo dei tecnici nell’influenzare e determinare le decisioni politiche, allo stesso modo in cui in un conflitto bellico l’operato, spesso discutibile, dei generali non deve far dimenticare le sofferenze e gli sforzi dei soldati al fronte. Tra i tanti medici caduti in questa dura lotta, uno dei più famosi è il cinese Li Wenliang.
Il suo caso è diventato particolarmente famoso per la sua presunta azione di “whistleblowing” rispetto alla censura imposta dal governo cinese. Tuttavia, i fatti accertati mostrano una realtà ben diversa rispetto alle narrazioni interessate che hanno prevalso in Occidente, e che contribuisce a spiegare la realtà cinese, che è ben diversa dalle democrazie liberali, ma anche dai classici totalitarismi novecenteschi. Questo dipende anche dalla pervasività dei moderni mezzi di comunicazione che consentono una circolazione delle informazioni e dei dati, fino a pochi decenni fa impensabile. Le informazioni che seguono sono ampiamente circolate non solo sulle reti sociali, ma anche sia sui media cinesi.
Li Wenliang (李文亮) era nato il 12 ottobre 1986, a Beizheng, nella provincia di Liaoning, nel sud della Manciuria. Apparteneva al popolo manciù, terzo per popolazione tra le 55 comunità etniche riconosciute in Cina, e noto per aver espresso l’ultima dinastia imperiale, i Qing. Dopo aver superato il temibile gaokao con ottimi voti, aveva ottenuto l’ammissione alla Scuola di Medicina dell’Università di Wuhan, una delle prime 10-15 università in Cina. Al secondo anno di università, aveva ottenuto l’ammissione al Partito Comunista Cinese, a riprova della sua preparazione e della sua determinazione, oltre che della sua coscienza politica. Basti pensare che, nel 2014, su 22 milioni di candidati, ne erano stati accettati solo 2 milioni.
Dopo la laurea, si era specializzato in oftalmologia a Xiamen, e poi aveva iniziato a lavorare come oftalmologo all’Ospedale Centrale di Wuhan. Non era quindi uno specialista virologo, ma il 30 dicembre 2019 (il giorno successivo, la Cina avrebbe comunicato all’OMS la presenza di un focolaio di polmonite (per cause ancora ignote) a Wuhan aveva letto un rapporto, proveniente da Ai Fen, direttrice del dipartimento d’emergenza, che attestava la presenza di casi di SARS. Quindi aveva diffuso la voce sul gruppo WeChat dei suoi compagni d’università: «Ci sono 7 casi confermati di SARS al Mercato del Pesce di Huanan», allegando la foto e il video del rapporto, ma precisando: «Non fate circolare l’informazione fuori da questo gruppo. Dite alla vostra famiglia e ai vostri cari di prendere precauzioni». Come sempre accade in questi casi, la sua richiesta era stata ben presto disattesa e la schermata aveva iniziato a circolare in Internet.

Di conseguenza, era stato rimproverato dalle autorità ospedaliere, e poi, il 3 gennaio, convocato dalla Polizia municipale. Li (come altri medici) aveva ricevuto un’ammonizione scritta per aver «diffuso affermazioni false su internet» e «disturbato gravemente l’ordine sociale». Il documento proseguiva, con paternalismo confuciano: «L’autorità di polizia spera che tu possa cooperare con il nostro lavoro, ascoltare l’ammonimento degli agenti di polizia e smettere di condurre attività illegali. Sei in grado di farlo? […] Ti consigliamo di calmarti e riflettere attentamente. Ti avvisiamo severamente: se sarai testardo, non mostrerai pentimento e continuerai a condurre attività illegali, sarai punito dalla legge. Comprendi?». Dopo aver risposto affermativamente e firmato l’ammonimento, Li aveva potuto tornare al lavoro, senza alcuna sanzione ulteriore. L’8 gennaio, visitando un paziente afflitto da glaucoma, aveva contratto il Covid-19 e dopo quattro giorni era stato ricoverato e messo in quarantena. [
Nel frattempo, anche a causa dell’esplosione della pandemia, il caso di Li e di altri medici, ammoniti per lo stesso motivo, era stato riesaminato. Il 4 febbraio, la Corte Suprema del Popolo, massima autorità giudiziaria, si era espressa a loro favore, sostenendo che le loro affermazioni non erano del tutto false e che, anzi, col senno di poi, sarebbero state di pubblico beneficio. Il medico cinese aveva commentato positivamente questo responso, ma già il giorno dopo la sua situazione si era aggravata. Il giorno successivo era stato trasferito in rianimazione, ma senza successo, morendo poche ore dopo, la mattina del 7 febbraio. Ha lasciato una vedova (incinta) e un figlio piccolo.
Al momento della sua morte, che ha avuto ampia copertura mediatica, Li Wenliang, era già diventato una figura popolare presso il pubblico cinese. Nei mesi successivi, la polizia locale si è scusata con la famiglia, e gli agenti responsabili sono stati a loro volta puniti.Insieme agli altri medici morti durante l’epidemia, è stato celebrato come un martire dalle autorità cinesi.
Da questa storia, emergono numerose riflessioni, a partire da come la figura di Li sia stata completamente travisata: non era un “whistleblower”, né tanto meno un oppositore anti-regime. La sua leggerezza nel rivelare, sia pure a pochi amici, informazioni riservate era stata inizialmente rimproverata, ma poi pienamente e rapidamente riabilitata al seguito del mutare degli eventi. La pressione popolare ha sicuramente giocato a suo favore, confermando l’esattezza della locuzione «leninismo responsivo» o «autoritarismo responsivo», usata per descrivere la sensibilità del governo cinese verso gli input provenienti dalla popolazione.

Quello che Trump non dice del laboratorio di Wuhan


Di Alberto Negri

Virus Connection. Americani e francesi per anni hanno finanziato a Wuhan gli esperimenti sui virus, anche quelli che forse a casa loro non potevano fare
Le prove della Virus Connection di Wuhan ci sono, eccome, non quelle però che «non» ci hanno fatto ancora vedere Trump e il suo scudiero Mike Pompeo quando accusano Pechino di avere «fabbricato» il Covid-19.
Sono le prove della collaborazione, a colpi di milioni di dollari, tra Stati Uniti, Francia e Cina proprio nei laboratori di massima sicurezza di Wuhan per lo studio dei virus animali. Su alcune queste ricerche Obama aveva messo una moratoria di quattro anni, riprese poi qualche tempo dopo con il convinto sostegno di Anthony Fauci, il boss da oltre 40 anni dell’epidemiologia americana. Americani e francesi per anni hanno finanziato a Wuhan gli esperimenti sui virus, anche quelli che forse a casa loro non potevano fare.
Questa è la Virus Connection che si nasconde nel rimbalzo tra le accuse di Trump e le repliche di Pechino sulle origini del Covid-19, ritenuto di origine naturale dalla maggior parte degli scienziati e non un esperimento da laboratorio.
Tira aria da guerra fredda tra Usa e Cina. In un discorso all’Onu nel 1974 Deng Xiapoing, allora inviato di Mao, affermò: «Mai la Cina ambirà a diventare una superpotenza». Oggi tutti pensano il contrario: Pechino nella crisi del coronavirus ha sbalzato gli Usa come nazione-guida.
L’ambiguità di fondo è come la Cina sia diventata una superpotenza: con la nostra complicità. Il Covid-19 è una vicenda emblematica. Tutto comincia quando i francesi nel 2004 avviano la costruzione a Wuhan un laboratorio di massima sicurezza per la ricerca dei virus animali. Gli scienziati cinesi per anni vengono addestrati all’Istituto Jean-Merieux di Lione sostenuto da Sanofi Pasteur, la più grande società di vaccini mondiale.
Nel 2017 il laboratorio di Wuhan viene inaugurato ma i cinesi tengono fuori i 50 ricercatori francesi che dovevano accedervi secondo gli accordi stipulati da Parigi. I francesi subiscono uno scacco imprevisto ma nella vicenda si inseriscono da protagonisti gli americani: a guidare l’operazione-Wuhan è proprio Anthony Fauci, l’uomo che Trump qualche settimana fa voleva licenziare, capo da 40 anni della sanità americana, consigliere di tutti i presidenti a partire da Reagan. Un esperto di virus ma anche di potere.
Ed ecco la Wuhan Connection. Nel 2019 Anthony Fauci, come capo del National Institutes of Allergy and Infectious Disease (Niaid), finanzia con 3,7 milioni di dollari un progetto sui virus proprio a Wuhan. E non erano certo i primi finanziamenti Usa: negli anni precedenti erano già arrivati altri 7,4 milioni. La ricerca è diretta dalla capa del laboratorio P4 Shi Zheng Li, la «signora dei pipistrelli», specializzata a Montpellier e a Lione. Decorata con la Legione d’Onore insieme al capo di tutti i laboratori cinesi, Yuan Zhiming. Insomma gli americani avevano fregato ai francesi la «loro» migliore scienziata in materia di virus da pipistrelli.
La collaborazione Usa-Cina doveva continuare quest’anno con una ricerca su come mutano i coronavirus quando attaccano l’uomo. Il progetto a Wuhan della EcoHetalth Alliance è stato cancellato soltanto il 24 aprile scorso, quando Trump, Macron e Merkel hanno cominciato ad accusare Pechino, ma anche l’Oms, di scarsa trasparenza sui dati della pandemia.
Ma qui di trasparenza se n’è vista poca anche in Occidente. Diversi scienziati americani avevano criticato la collaborazione con i cinesi perché in alcuni casi implicava la manipolazione genetica dei virus e rischi di «fuga» dai laboratori.
Un’eventualità che l’epidemiologa americana Jonna Mazet esclude decisamente su Business Insider: «Non c’è stata nessuna falla nel laboratorio: io stessa ho collaborato con i cinesi sui protocolli di sicurezza». E aggiunge un’informazione preziosa: «Ho parlato con Shi Zheng Li (la signora dei pipistrelli n.d.r.) e mi ha assicurato che nessuno aveva identificato il Covid-19 prima dell’esplosione di questa epidemia».
Ma la stessa scienziata americana ammette che non ha mai visitato personalmente il laboratorio P4 di Wuhan. Come i francesi anche gli americani che finanziavano Wuhan, pur conoscendo personalmente gli scienziati cinesi, ci avevano messo il piede dentro una volta sola.

Il problema è che la Wuhan Connection è una bomba politica. E ci racconta una storia un po’ diversa da quella ufficiale: i francesi e successivamente gli americani volevano fare in Cina esperimenti ad alto rischio vietati o sui quali erano stati espressi seri dubbi per motivi di sicurezza.
Nel 2014 sotto pressione dell’amministrazione del presidente Barack Obama il NIH aveva sospeso alcuni tipi gli esperimenti in corso sui virus. Al termine della moratoria, nel dicembre del 2017, Fauci fa riprendere gli esperimenti di ingegneria genetica. Ma in segreto. Viene infatti convocato un comitato a porte chiuse per esaminare i rischi dell’operazione che incontra l’opposizione di diversi scienziati. E per aggirarla Fauci finanzia i cinesi.
Non possiamo sapere, al momento, cosa sia accaduto a Wuhan. Ma una cosa è certa: soltanto adesso, con la pandemia del Covid-19, è affiorata la storia inquietante della Wuhan Connection.

Gli intrecci tra il direttore dell'OMS e la Cina: ecco cosa c'è da sapere


Di Rossana Spadini

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha spesso lodato la Cina per aver saputo contenere e controllare il Covid19.
Però l’OMS è ora perseguitata da un tweet del 14 gennaio, che  sosteneva le dichiarazioni dei funzionari della sanità cinese, e cioè che non vi era alcuna possibilità di trasmissione del nuovo Coronavirus da uomo a uomo.
Il tweet incriminato è arrivato meno di due mesi prima che l’OMS dichiarasse  Covid-19 una pandemia globale.
“Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione da uomo a uomo del nuovo #coronavirus (2019-nCoV) identificato in #Wuhan , #Cina “.
Preliminary investigations conducted by the Chinese authorities have found no clear evidence of human-to-human transmission of the novel (2019-nCoV) identified in , 🇨🇳.

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Così il contagio continuò a diffondersi su tutto il globo terracqueo, mentre i giornalisti americani venivano espulsi dal Paese.
Il giornalista di Axios Jonathan Swan ha attirato l’attenzione sulla storia di Quin sui social media e ha continuato a criticare il governo cinese per aver praticato uno sporco insabbiamento, trascurando volutamente di fornire obiettive informazioni salvavita.
“Terribile. Abbiamo disperatamente bisogno di ricevere rapporti veritieri dalla Cina”, ha twittato. “La pandemia ha avuto origine a Wuhan e inizialmente è stata coperta dalle autorità cinesi. Uno studio dell’Università di Southampton ha scoperto che ci sarebbe stata una RIDUZIONE del 95% nei casi e una diffusione minore se Pechino fosse intervenuta 3 settimane prima”, aveva detto Jonathan Swan il 18 marzo.
“Il mondo è direttamente influenzato dal governo cinese”, ha aggiunto. “L’intimidazione dei medici che suonavano l’allarme, la censura sulle informazioni online riguardo la salute pubblica e ora l’espulsione dei giornalisti che stanno lavorando per rivelare ciò che è accaduto nei primi giorni cruciali di questa pandemia “.
In un tweet del 20 marzo Tedros Adhanom Ghebreyesus applaudiva Pechino per come aveva gestito la pandemia globale “Per la prima volta ieri, la #Cina non ha riportato casi di #Covid19. Questo è un risultato straordinario, che ci dà tutta la certezza che il #coronavirus potrà essere vinto”.
L’11 marzo, l’OMS ha finalmente dichiarato il coronavirus una pandemia globale. Mentre alcuni hanno elogiato la mossa, altri come Bradley Thayer, professore di scienze politiche presso l’Università del Texas, San Antonio e Lianchao Han, vicepresidente di Citizen Power Initiatives per la Cina, si sono chiesti perché l’OMS e il suo direttore generale abbiano atteso così a lungo quando i funzionari sanitari di vari governi li avevano avvertiti in anticipo delle devastanti cifre sui morti per contagio.
Thayer e Han hanno accusato Tedros di “aver chiuso entrambi gli occhi su ciò che era accaduto a Wuhan e nel resto della Cina” e di aver aiutato il presidente Xi Jinping a coprire la “gravità dell’epidemia di Covid-19”, dopo averlo incontrato a gennaio.
said to Fox News "China has allowed hundreds of thousands of people to leave Wuhan to go to places like Italy that's now suffering so badly" . Stop lying through your teeth! As WHO experts said, China's efforts averted hundreds of thousands of infection cases.

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In tutta questa tragica vicenda Tedros ha sempre difeso la Cina, quando al contrario avrebbe dovuto concentrarsi sugli sforzi globali contro la pandemia, invece stava politicizzando la crisi e aiutando Xi Jinping a sottrarsi alla sua responsabilità per una serie di illeciti nell’affrontare l’epidemia. Tedros ha voluto utilizzare la piattaforma dell’OMS per “difendere la grave violazione dei diritti umani da parte del governo cinese”.
Gli scagnozzi di Xi Jinping hanno tacitato le persone che cercavano di raccontare la realtà, spesso sono stati arrestati, alcuni sono scomparsi senza lasciare traccia.
Chinese vlogger Chen Qiushi who detailed life — and death — amid coronavirus outbreak in Wuhan disappears, allegedly "forcibly quarantined" https://ti.me/2Slz9RC 

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Mentre la Cina ha consapevolmente ingannato il mondo, Tedros ha continuato ad elogiare pubblicamente il Paese per la sua “trasparenza”. Perché lo ha fatto? Probabilmente perché la ricchezza della Cina ha portato enormi vantaggi non solo per l’OMS ma anche per l’Etiopia, il Paese di origine di Tedros.
Negli ultimi quattro anni la Cina ha costruito un nuovo stadio sportivo nel cuore della capitale etiope, una struttura che  avrà una capacità di 62.000 persone, situata nel pieno centro commerciale di Addis Abeba.
“La Cina sta costruendo questa città da zero”, ha detto Welibuw, un rivenditore di prodotti alimentari locali nella zona intorno allo stadio. “Senza la Cina, non succederebbe molto da queste parti.”
Il progetto di costruzione di circa 160 milioni di dollari è uno dei tanti mega-progetti di alto impatto architettonico e infrastrutturale sostenuti da Pechino – dalle dighe idroelettriche ai grattacieli – che hanno contribuito a rendere l’Etiopia il più grande partner commerciale della Cina.
Nel corso dell’ultimo decennio, l’Etiopia infatti è diventata sempre più dipendente dagli investimenti cinesi. La Export-Import Bank of China ha stanziato 2,9 miliardi di dollari del progetto ferroviario da 3,4 miliardi di dollari che collega l’Etiopia a Gibuti, fornendo al Paese senza sbocco sul mare l’accesso ai porti.
La linea ferroviaria lunga ben 756 chilometri è entrata in servizio regolare nel febbraio 2018, e rafforza notevolmente i legami tra i due Paesi. Trasporta passeggeri, ma fornisce anche un servizio merci fino al Mar Rosso.
Il progetto è stato realizzato da due società cinesi, laChina Rail Engineering Corporation (Crec) e la China Civil Engineering Construction Corporation (Ccecc). Il primo contractor ha realizzato il tratto di 320 km da Sebeta a Mieso, mentre il secondo i restanti 436 km da Mieso al porto di Gibuti. Investimento totale di 4 miliardi di dollari.
Certamente anche la Cina ci guadagna, perché la realizzazione a basso costo di questa infrastruttura in Africa, fa parte della strategia di Pechino per lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie di tanti Paesi africani. Basti sapere che lo sfruttamento della più grande riserva di sale al mondo, il lago Assal a Gibuti, è stato dato ai cinesi.
Il completamento di questa infrastruttura, che segna una nuova pietra miliare nella cooperazione Cina-Africa, è in linea quindi con l’iniziativa One Belt-One Road, lanciata nel 2013 da Pechino. volta a migliorare la connettività ferroviaria, stradale e marittima, per rafforzare e sviluppare rotte commerciali su scala globale. Un progetto gigantesco che porterà tra l’altro alla creazione di una linea trans-africana da Gibuti a est fino al Golfo di Guinea, sulla costa occidentale dell’Africa, attraverso il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana.
I fondi cinesi sono stati fondamentali anche per costruire la prima autostrada a sei corsie dell’Etiopia – un progetto da 800 milioni di dollari – il sistema metropolitano e diversi grattacieli che punteggiano lo skyline di Addis Abeba.
Se la Cina si ritirasse dall’Etiopia, l’economia del paese africano crollerebbe, ecco perché Tedros ha cercato di evitarlo con ogni mezzo, anche al costo di sacrificare qualche migliaio di vite umane. Però il conflitto di interessi mette sotto accusa lui e le sue scellerate omissioni come capo dell’OMS.
Tedros Adhanom Ghebreyesus è un conflitto d’interessi vivente, non è un medico interessato a salvare la vita degli abitanti del pianeta, ma un politico interessato a fare affari, per sé e per la sua patria etiope.
Nel tentativo poi di giustificarsi da numerose accuse di razzismo, sessismo e corruzione profonda in seno all’OMS, che erano state rese pubbliche attraverso una serie di e-mail anonime inviate a The Associated Press, l’anno scorso Tedros ha ordinato un’indagine interna.
Le e-mail sostenevano che il personale aveva abusato del denaro destinato a combattere le epidemie di Ebola nell’Africa occidentale iniziate nel 2013, nonché un focolaio nella Repubblica democratica del Congo, inoltre che vi era stata una sistematica discriminazione nei confronti del personale africano.  Gli informatori anonimi hanno anche affermato che i processi di assunzione per il personale erano ingiusti e rischiavano di danneggiare la reputazione dell’organizzazione.
In conclusione stiamo assistendo alla manipolazione orchestrata della realtà, che vuol impedire di comprendere come un virus che poteva restare dentro la grande muraglia cinese, si è diffuso su tutto il globo terracqueo, dato che la trasparenza tipica del PCC ha impedito la chiusura dei voli a tempo opportuno, permettendo a milioni di persone di girovagare su rotte internazionali… naturalmente con la copertura del compagno di merende Tedros Adhanom, che prende i miliardi della Cina per rimpinzare i forzieri del Pil etiope, punta di diamante della Belt and Road Initiative in Africa.

Intanto quelli che denunciavano la catastrofe della sanità cinese e le migliaia di morti (altroché soli 3200!!) sono letteralmente spariti.

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