Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post

Il coronavirus e la caccia alle streghe


Di Marina Montesano

Mi occupo professionalmente di ricerche sulla stregoneria in Europa fra medioevo e prima età moderna. Generalmente, quando propongo il tema in ambiti extra-accademici, in tanti mi chiedono come sia stata possibile la caccia alle streghe con tutte le sue vittime: era il frutto dell’arretratezza e dell’ignoranza dei “secoli bui”? Alla risposta che no, è un fenomeno perfettamente comprensibile razionalmente e che ha avuto luogo in tempi che chiamiamo “Rinascimento” per la scienza, le arti, la letteratura, dunque quanto di più lontano si possa immaginare da un’età di cupa ignoranza, il mio argomento viene accolto con sorpresa e persino scetticismo, perché non sembra proprio possibile che un’età illuminata possa aver prodotto tale scempio.


Eppure, basta vedere cosa sta succedendo con l’isteria da coronavirus per rendersi conto che, per quanto ci si ritenga oggi informati e razionali, di fatto siamo labili e manipolabili senza alcuna difficoltà. Proprio oggi mentre scrivo (10 febbraio) ho letto su Facebook un titolo di “Repubblica” nel quale si riporta la protesta del governo cinese presentata a quello italiano per il blocco di tutti i voli aerei dalla Cina, ritenuta misura eccessiva. Le centinaia di commenti che lo accompagnano sono, al di là di rarissime eccezioni, pervasi da bieco furore: i cinesi dovrebbero vergognarsi, hanno tenuto nascosto il virus, vivono nella sporcizia, sono crudeli con gli animali---, mangiano qualsiasi cosa (il che è vero solo che non c’entra molto, ma lo si ripete di continuo), vivono sotto una dittatura.


Questo livore anticinese va avanti dall’inizio della faccenda ed è un fenomeno europeo, che si manifesta non solo con l’odio sui social networks, ma anche con comportamenti più concreti, come la diserzione di negozi e ristoranti cinesi, quasi a immaginare cuochi e camerieri che tornano in Cina ogni sera e ci portano il virus a tavola l’indomani. A provocare il fenomeno è stata la stampa: in Italia c’è stata una breve pausa per parlare dei meriti o demeriti di Achille Lauro, di Morgan e Bugo, di Amadeus e… insomma di Sanremo, il che in qualsiasi altro momento avrebbe infastidito, ma che nello specifico ha fatto tirare un sospiro di sollievo, distraendo giornali e televisioni dai bollettini tragici del coronavirus.
E allora vediamo cos’è questo virus. Ormai è stato ripetuto a iosa: appartiene alla famiglia dei virus ‘corona’, imparentato dunque con altre epidemie quali SARS (acronimo di Severe acute respiratory syndrome) e MERS (Middle East Respiratory Syndrome), per distinguerlo dalle quali è detto 2019-nCoV o “polmonite di Wuhan”. La SARS si manifestò nel 2003 in Cina e in due anni produsse circa 9000 casi con 774 morti, con un tasso di letalità del 9,6%; la MERS in Medio Oriente ha fatto circa 2500 casi con 858 morti, con un tasso di letalità del 34,4%. In Africa, Ebola ha un tasso di letalità stimato intorno al 50%. 


Per contro, il nuovo coronavirus ha una diffusione maggiore, ma una letalità assai minore: oltre 40mila contagiati con 910 morti (al momento in cui scrivo); i contagiati potrebbero essere di più perché in alcune persone, fortunatamente, i sintomi sono molto lievi e non si trasformano in polmonite, al punto da poter essere confusi con una normale influenza. La percentuale di mortalità è dunque del 2,5%. Tanto per fare un paragone, l’influenza stagionale ha un tasso di mortalità sotto l’1%, ma ha una maggiore diffusione.
Facciamo però un altro paragone, che stranamente nei media circola assai poco. Nel 2009-2010 Messico e Stati Uniti sono stati investiti da un virus influenzale di ceppo differente: noto volgarmente come “swine flu”, febbre dei maiali, è un sottotipo del virus H1N1. 


Anche se si sviluppava nei suini, il virus della pandemia del 2009 non era completamente derivato dai suini. Il virus contiene una combinazione di geni influenzali di uccelli, suini e tipi di influenza umana. Per fortuna oggi esiste un vaccino, anche se il virus muta con grande facilità. Ma guardiamo ai danni che ha provocato prima della scoperta: secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di decessi si aggira su un minimo di 18.449; tuttavia il Centers for Disease Control and Prevention (http://www.cidrap.umn.edu/news-perspective/2012/06/cdc-estimate-global-h1n1-pandemic-deaths-284000), statunitense, in base alle proprie ricerche ha stimato nel 2012 che la pandemia avrebbe causato 284.000 vittime. Non deve stupire: il virus H1N1 è lo stesso dell’influenza spagnola, la terrificante pandemia che globalmente, fra ottobre 1918 e dicembre 1920 si diffuse a ondate in tutto il globo con conseguenze devastanti. Il tasso di mortalità globale della spagnola non è noto con precisione, ma si stima che tra il 10 e il 20% delle persone infette sia morto. 


Circa un terzo della popolazione mondiale fu infettata, e l’influenza può aver ucciso fino a 25 milioni di persone nelle prime 25 settimane. Secondo le stime più vecchie, avrebbe ucciso 40-50 milioni di persone, mentre secondo le stime attuali il numero di morti è probabilmente di almeno 50 milioni (meno del 3% della popolazione mondiale), e forse anche di 100 milioni (più del 5%). Rispetto a questa, la febbre del 2009-2010 è poca cosa, ma si tratta di un ceppo virale che allo stesso tempo contagia di più e uccide di più rispetto ai coronavirus. In particolare, mentre gli effetti della “polmonite di Wuhan” sono fatali soprattutto per le persone con un fisico debilitato (per età o condizioni mediche), i virus H1N1 hanno la peculiarità di uccidere i giovani: è una delle ragioni della loro maggiore letalità.
Tuttavia, qualcuno ricorda per l’influenza 2009-2010 lo stesso genere di isteria collettiva? Io ho un ricordo personale a riguardo: nel 2009 avevo programmato un viaggio estivo in Messico; pensai brevemente alla possibilità di annullarlo, ma mi sembrò una reazione eccessiva, e infatti partii e rientrai senza aver contratto alcuna influenza. In quegli anni nessuno si sognò di bloccare voli aerei fra le Americhe e l’Europa, nessuno invocò provvedimenti simili a quelli di questi giorni. 


I giornali ne parlarono di meno, e soprattutto non si scatenò l’odio contro i messicani e gli statunitensi, che pure arrivano a frotte da noi per le vacanze, non ci furono le reazioni volgari, sovraeccitate, isteriche che oggi si leggono sul web contro i cinesi. Aggiungo: per fortuna, ché né messicani né statunitensi l’avrebbero meritato, così come non lo meritano oggi i cinesi.
Però domandiamoci quali sono le ragioni: da una parte l’assillo mediatico di questo inizio 2020 mi sembra molto sospetto e guidato, con le conseguenze disastrose che sta avendo sull’economia cinese, dalla volontà di nuocere alla Cina; dall’altra, ed è ciò che personalmente mi preoccupa di più, c’è la prontezza con la quale una parte ampia dell’opinione pubblica risponde a queste sollecitazioni sospette, senza un barlume di lucidità, senza freni inibitori, cascando in una trappola e divenendone complice, individuando un capro espiatorio sul quale sfogare paure e rabbie incontrollate, in un meccanismo di transfert attraverso il quale la ricerca di un nemico pare essere divenuta per molti una ragione di vita.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-coronavirus-e-la-caccia-alle-streghe

Cina-Usa: la battaglia dei giganti


Di Andrea Muratore

Oltre i dazi, la sfida Cina-Usa è a tutto campo. E fondamentalmente la contesa geopolitica, economica e strategica passa per il controllo delle grandi rotte di comunicazione digitali, commerciali e infrastrutturali che determinerà gli equilibri di potenza del XXI secolo.
“Peace”, in inglese, significa “pace”, questo è noto. Ma non solo: Peace è anche l’acronico di “Pakistan and East Africa Connecting Europe”, uno dei più strategici progetti di Huawei Marine Network & Co., la branca della società di Shenzen dedita alla costruzione delle reti di cavi sottomarini deputate alla gestione del traffico dati intercontinentale. Un settore strategico e cruciale ora che il mondo si prepara a un’accelerazione nella trasformazione tecnologica delle comunicazioni, all’ascesa del 5G e alla diffusione massiccia dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. E anche uno dei nervi tesi della rivalità globale tra Cina e Stati Uniti.
“La connettività” – ha scritto l’analista indiano Pharag Khanna nel suo saggio Connectography – ha sostituito la divisione come nuovo paradigma dell’organizzazione globale. La raffigurazione delle nostre infrastrutture ci dice molto di più del funzionamento del mondo che non le cartine politiche con i loro confini. La vera mappa del mondo non dovrebbe rappresentare soltanto gli Stati, ma anche le metropoli, le autostrade, le ferrovie, le pipeline, i cablaggi per Internet”. La globalizzazione, smaltita l’utopia di fine XX secolo, ha rafforzato il conflitto tra potenze e le logiche della strategia, della geopolitica, della geoeconomia. I gangli vitali del mondo sono, sempre di più, infrastrutturali. E nella sfida tra Cina e Stati Uniti, che potrebbe segnare in profondità il XXI secolo.
Graham Allison, esperto statunitense di relazioni internazionali, ha affrontato il tema della rivalità sino-americana in Destinati alla guerra,ponendo al centro, con una serie di opportuni paragoni storici, il tema della “trappola di Tucidide”, ovvero del rischio di scontro diretto, armato e risolutore tra la potenza egemone desiderosa di conservare la sua posizione di forza (nel caso gli Stati Uniti) e lo sfidante in rapida ascesa, come negli anni è stata l’arrembante Cina di Xi Jinping. Allison non esclude che il rischio di uno scontro aperto possa risolversi in una situazione di equilibrio competitivo: tuttavia è bene ricordare che l’era presente è caratterizzata da un’amplificazione a trecentosessanta gradi delle potenziali fonti di scontro e conflittualità. Ovvero la “trappola di Tucidide” potrebbe scattare anche prima che le forze di Cina e Stati Uniti siano venute a diretto contatto. Attivandosi, ad esempio, asimmetricamente laddove la rivalità tra le due superpotenze si fa più intensa, celata sotto forma di guerra economica. Economia che nel gioco delle grandi potenze si dimostra essere ancillare, e non dominante, alla politica e utilizzata come strumento d’offesa.
Non a caso, numerosi analisti e commentatori non centrano al completo il punto laddove parlano della guerra dei dazi scatenata da Donald Trump, ora depotenziata da una temporanea tregua,come il fronte principale della crisi bilaterale. Il braccio di ferro commerciale architettato dai due pretoriani di Trump, Bob Lighthizer e Peter Navarro, è sì importante, ma non è il terreno decisivo su cui Cina e Stati Uniti si concentrano. I due Paesi duellano per ridisegnare la mappa degli equilibri di potere su scala mondiale: e qui torniamo al campo della connettività, delle reti di cui l’infrastruttura Peace è una parte, così come lo sono i progetti infrastrutturali della “Nuova Via della Seta” a trazione cinese, le rotte commerciali marittime garantite dalla pax americana e dal controllo statunitense degli oceani e i traffici dati scambiati attraverso cavo, trasmissione wireless o scambio satellitare. Ovvero al terreno di confronto geopolitico e geoeconomico su cui va in scena una vera e propria battaglia tra giganti.
Da un lato gli Stati Uniti, superpotenza tra terra e mare presi nel dilemma della gestione della globalizzazione da essi plasmata, tra il timore della sovraestensione (overstretch) e i contraccolpi interni dei cambiamenti dell’economia globale. Impossibilitati a rinnegare il rango imperiale e divisi al loro interno su una serie di faglie politiche, economiche e sociali che attraversano il Paese sino ad arrivare sulle rive del Potomac, negli apparati di potere di Washington. Divisi su tutto fuorché sul nome del rivale numero uno: la Cina. Stato-civiltà che vive la sua ascesa come un ritorno al legittimo rango di prima potenza al mondo e di protagonista della storia che ha conosciuto un’eclisse nel “secolo delle umiliazioni” compreso tra le guerre dell’oppio del XIX secolo e la vittoria di Mao Zedong e dei comunisti nella guerra civile nel 1949 e nella successiva fase di consolidamento della Repubblica Popolare. Intenta a plasmare una strategia globale che ha anche importanti risvolti di politica interna.
Facendosi artefice delle vie della seta e della connettività Pechino mira a raggiungere e consolidare, per la prima volta nella storia, l’obiettivo strategico a lungo anelato dagli imperatori: la coesione completa del suo territorio, partendo dai vasti territori ai confini occidentali e meridionali storicamente abitati da popoli estranei alla maggioranza Han (Xinjiang e Tibet) e arrivando sulle rive del Mar Cinese Meridionale per sciogliere i nodi di Hong Kong e Taiwan. “Tutto sotto il cielo”. Non a caso gli scenari interni o periferici su cui, a più riprese, Washington ha tentato di intervenire per frustrare le ambizioni unitarie cinesi.
Una sfida globale tra due potenze che amano pensarsi universali. L’eccezionalismo americano contro la riscoperta da parte di Xi Jinping del “mandato celeste” degli imperatori di quello che si autodefiniva, e si autodefinisce tuttora, il “Paese di Mezzo”. Una sfida che avvolge e coinvolge l’intero pianeta, come le reti e le rotte su cui si gioca il braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti.

Le vie della seta sfidano l’egemonia Usa?

In un’analisi pubblicata su queste colonne Amedeo Maddaluno ha fatto giustamente notare che le radici della supremazia globale degli Stati Uniti vanno ricercate nella svolta marittima di Washington che, a partire dal ragionamento di Alfred Mahan, si è concretizzata nel corso del XX secolo. Su scala globale, Washington ha diviso il pianeta in regioni di pertinenza delle flotte stanziate in punti strategici in maniera analoga a quanto fatto dalla Roma imperiale con il Mediterraneo all’epoca della pax romana.
La globalizzazione è, in grande misura, manifestata concretamente dall’estensione dei commerci garantiti, su scala planetaria, dalla volontà a stelle e strisce di mantenere aperte le rotte marittime, di presidiare i choke points, i “colli di bottiglia” affinchè mai venga meno tale prospettiva. Ragionamento in larga misura antieconomico, se si pensa ad esempio che Washington presidia lo stretto di Hormuz da cui proviene una quota consistente delle esportazioni di greggio mondiali destinata, in larga misura, all’Asia orientale e alla Cina sua prima rivale. Ma per Washington l’assicurazione sulla vita del commercio mondiale è garanzia di mantenimento dello status di superiorità geopolitica. Ovvero manifestazione plastica di una primazia in cui l’economia è mezzo, e non fine.
In questo contesto non è dunque del tutto corretto dire che la Belt and Road Initiative sia una sfida aperta e conclamata all’egemonia statunitense. Da un lato, infatti, le vie della seta si appoggiano su un braccio marittimo la cui disponibilità permanente Pechino non è ancora in grado di garantire, mancando della necessaria proiezione militare. Dall’altro, gli investimenti massicci nella connettività euroasiatica rappresentano sicuramente un tentativo di cambiare le regole del gioco. Di permettere a una quota sempre crescente dei commerci destinati e provenienti dalla Cina di fluire su terra, attraverso autostrade e rotte ferroviarie che evochino le carovaniere solcate dagli antichi mercanti ai tempi dei Giovanni da Pian del Carmine, dei Marco Polo, dello splendore dei palazzi turchesi di Samarcanda. Ma gli hub delle vie della seta, inevitabilmente, restano i porti: è sul mare che si gioca il destino della connettività geoeconomica, come la Cina ha capito visti i cospicui investimenti portuali e come ha fatto notare anche Lucio Caracciolo nell’editoriale di apertura al numero di Limes di luglio 2019:
“Oggi Pechino impernia la sua prospettiva strategica sul mare, non sulla terra. Si attrezza a smarcarsi con prepotenza nei Mari Cinesi, specie il Meridionale, epicentro delle contestazioni territoriali sulla proprietà di scogli e arcipelaghi di fondamentale valore in mari tanto stretti. Retrovia da assicurare in vista dell’espansione negli oceani, eretti in dottrina a “principali direttrice strategica difensiva”.
Del resto, gli oceani sono strategici anche per la presenza nei loro fondali delle rotte delle grandi infrastrutture di cavi sottomarini su cui si regge il traffico dati planetario. E che apre alla grande sfida della connettività tecnologica, la partita più aperta tra quelle che vede coinvolte Cina e Stati Uniti.

Una sfida in cinque dimensioni

Il digitale è fisico, l’immateriale è concreto. La base della filosofia confuciana che ha posto le radici della cultura dell’Impero di Mezzo potrebbe sintetizzare in un detto di questo tipo la profonda contraddizione tra la vulgata tipica riguardante l’innovazione e il mondo dei dati (azzeramento delle distanze, iperconnessione, creazione di un universo sempre più virtuale) e la realtà della battaglia quotidiana per la supremazia nell’infosfera. Battaglia che ha solide basi concrete nella corsa all’edificazione delle infrastrutture materiali e dei centri di controllo che gestiranno i traffici dati e, con essi, il controllo sulle informazioni più sensibili ad essi associate: transazioni finanziarie, comunicazioni riservate, ordini di dispiegamento per reparti militari, conversazioni quotidiane che disegnano minuto dopo minuto i trend globali fondamentali per l’intelligence.
La sfida si combatte su cinque dimensioni: a terra, aria e mare si devono aggiungere lo spazio e l’infosfera. E a primeggiare sarà l’attore capace di mettere in campo il maggior potenziale strategico e di coordinare al meglio progettualità, priorità tecnologiche, intuito e capacità di controllo politico e materiale sulle nuove infrastrutture che detteranno le linee guida del futuro. Le reti 5G sono sicuramente l’esempio più celebre di questo cambio di paradigma e il terreno di scontro in cui la sfida Cina-Usa si rivela essere partita per la supremazia. Nella guerra ai colossi cinesi, Huawei e Zte, Washington è pronta ad arruolare il big tech a stelle e strisce, ricordando la funzionalità della rete alla strategia globale statunitense, a difendere la sua egemonia sui flussi dati.
Progetti come Peace fanno paura a Washington perché ne minano le certezze, mettono a repentaglio un’architettura di potere ben congegnata e coordinata che riesce a mantenersi celata. Sanno ad esempio forse i cittadini della Sicilia di vivere in un’isola chiave per le telecomunicazioni globali e per la strategia Usa, sede dello strategico “Sicily Hub”? Pechino reagisce con la grammatica strategica spiegata nel Vangelo del conflitto asimmetrico, Guerra senza limiti, opera di due ufficiali cinesi, in cui si teorizza la necessità di colmare i gap di potenza tradizionali colmando i divari con l’avversario nei suoi punti di massima vulnerabilità o, alternativamente, nei settori di più recente emersione.
Su spionaggio, analisi dati e innovazione di frontiera, ovvero sulla connettività materiale ed immateriale del futuro e sulla sua capacità di penetrare al suo interno Pechino scommette per i prossimi decenni. Alcuni hanno definito sharp power questa strategia ibrida, che spinge Pechino a gareggiare per vincere nella corsa alla realizzazione della rete globale del 5G, a dominare le frontiere dell’intelligenza artificiale per garantirsi un dividendo politico-economico e a duellare con Washington anche in terreni di scontro “di frontiera” come quello dei supercomputer quantistici.
Come ha scritto su Atlante l’analista Alessandro Aresupartendo proprio da un’analisi sul tema dei computer quantistici, “Nessuna tecnologia è neutra. È sempre posseduta da qualcuno, con diversi gradi di accesso degli altri, con diverse possibilità di influenza, e pertanto con implicazioni sui rapporti di potere. La corsa alle capacità quantistiche” da parte della Cina “si interseca con processi che segnano la nostra epoca: gli investimenti cinesi sui conglomerati tecnologici, sull’ecosistema dell’innovazione e sulle infrastrutture spaziali; la reazione degli Stati Uniti attraverso gli strumenti di geodiritto, l’allargamento del dominio della sicurezza, il rapporto con i giganti digitali americani”.

Due giganti e un nano

La partita Usa-Cina per dettare le regole della connettività del futuro è una battaglia tra giganti, in cui sia Pechino che Washington impiegano un capitale considerevole in termine di risorse e programmazione politica. E pensare che trent’anni fa c’era chi profetizzava la fine di una storia che sembra accelerare anno dopo anno.
L’ambizione di supremazia di Cina e Stati Uniti fa sentire questa nostra Italia e in generale l’Europa intera fuori dal mondo, su un altro pianeta, rendendo gli analisti più attenti esterrefatti per la conclamata incapacità di capire la realtà circostante. Lo ha scritto bene Pierluigi Fagan di recente: “L’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute. […] Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni. In Europa si leggono questi lunghi elenchi di conflitti e problemi crescenti come se si stesse leggendo la gazzetta di un altro pianeta”. Guardando al duello Cina-Usa, come non concordare?

Virus Cina, a Wuhan inizia la costruzione di un nuovo ospedale a tempo record: “Pronto in 6 giorni”


Di Anna Ditta

Le autorità cinesi stanno costruendo in fretta e furia a Wuhan, città epicentro del coronavirus, una struttura per il ricovero dei pazienti colpiti dal virus. L’ospedale sarà pronto in tempi record: 10 giorni secondo i media statali cinesi che indicano nel 3 febbraio la probabile data di apertura del nosocomio. Ma secondo gli ingegneri a capo del progetto, citati dal South China Morning Post, i tempi potrebbero accorciarsi fino a sei giorni. La visita di ispezione della struttura è prevista già settimana prossima.
La televisione statale Cctv mostra le immagini di decine di camion e bulldozer al lavoro sul sito dove sorgerà l’ospedale, che avrà una capacità di mille posti letto su 25mila metri quadrati, riferisce l’agenzia Xinhua. Le autorità cittadine hanno spiegato che prenderanno esempio dall’ospedale costruito a Pechino nel 2003 per fare fronte all’epidemia di Sars.
Sono 25 le vittime da coronavirus confermate in Cina dal governo, mentre il numero dei casi accertati sale a 830. Un vaccino contro il coronavirus potrebbe essere invece testato sull’uomo in tempi record, meno di tre mesi, rispetto ai 20 mesi del vaccino sperimentale per la Sars, come afferma uno dei massimi esperti nel mondo di immunologia, Anthony S. Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) del National Institutes of Health (l’agenzia di controllo del governo degli Stati Uniti responsabile della ricerca e della salute pubblica). Intanto, le autorità cinesi hanno disposto la chiusura di alcune sezioni della Grande Muraglia per fronteggiare l’emergenza.

È allarme per un nuovo coronavirus dalla Cina: “Si trasmette da uomo a uomo”. Oms convoca riunione d’emergenza


Di Carmelo Leo

Nei primi anni Duemila ci fu la SARS, poi nel 2015 scoppiò l’epidemia di MERS: oggi, nei primi giorni del 2020, lo spauracchio è un nuovo coronavirus, il cui primo focolaio è stato rilevato in Cina, nella città di Wuhan, ma che già ha contagiato persone anche in altri centri. Il nome scientifico del virus è 2019-nCoV.
Secondo le prime stime, a pochi giorni dalla scoperta di questo nuovo virus ci sono già circa 1.700 casi di contagio, con addirittura 3 morti. Un team di esperti della National Health Commission cinese ha anche confermato un’altra grande paura dei cittadini, ovvero che il coronavirus si trasmette da persona a persona.
Tutto è partito a Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei nella Cina centrale che vanta oltre 11 milioni di abitanti. Sembra inoltre che il virus si sia diffuso a partire da un mercato del pesce cittadino, anche se questa ipotesi non è ancora stata confermata. Sempre secondo la National Health Commission cinese, nel sud del Paese (nella provincia del Guangdong) ci sarebbero stati finora due casi di trasmissione uomo-uomo del coronavirus.
Ci sono però notizie anche di contagi al di fuori della Cina, seppur sempre limitati all’Asia: due casi in Tailandia, importati da cittadini cinesi transitati da Wuhan; un caso in Giappone, emerso sempre tramite un cittadino passato per la città e un caso in Corea del Sud.

I sintomi del nuovo coronavirus cinese

sintomi del coronavirus cinese, spiegano i medici, sono molto simili allapolmonite. Ci sono quindi febbre alta, difficoltà respiratoria, raffreddore e debolezza generale.
Si chiama coronavirus proprio perché ha una forma di corona. La trasmissione può avvenire sia per via aerea, sia per contatto. Secondo le prime stime, ha un periodo di incubazione che va da due a dieci giorni. Come si è visto nei tre casi di Wuhan, questa patologia può essere anche letale.

Il rischio di una trasmissione anche in Europa

Ovviamente, c’è il timore che il nuovo coronavirus possa arrivare anche in Europa. Eppure, al momento, gli esperti si dicono tranquilli su un rischio contagio nel nostro continente.
Il rischio di diffusione nei paesi europei viene considerato estremamente limitato. Tuttavia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella figura del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza per il 22 gennaio a Ginevra. L’obiettivo è accertare se il focolaio di casi “rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla”.
La notizia del contagio da persona a persona ha imposto anche alcune misure di prevenzione. Il ministero della Salute, ad esempio, ha appeso alcune locandine nell’aeroporto di Roma Fiumicino, nelle quali consiglia di “rimandare viaggi a Wuhan non necessari”. E anche di consultare il medico e vaccinarsi contro l’influenza “almeno due settimane prima del viaggio”. Nessuna psicosi, dunque. Ma la prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Il grande romanzo sino-americano da Nixon a Trump


Di Verdiana Garau

È di pochi giorni fa la notizia dell’apertura della Fase Prima sugli accordi commerciali tra Cina e Stati Uniti d’America che pongono “una tregua” tra le due potenze, come è stata definita dagli esperti, e che sanciscono l’inizio della fine di una guerra commerciale in atto da un paio di anni.
Trump aveva già fatto sapere al mondo intero con un tweet a metà dicembre scorso, come avrebbe desiderato procedere. Il risultato è stato ottenuto, la Cina ha condisceso ai cambiamenti strutturali richiesti e ad un massiccio acquisto di prodotti agricoli, energetici, manifatturieri dagli Stati Uniti importanti per il suo MidWest. I dazi non sono stati imposti e le negoziazioni della Fase Seconda potrebbero iniziare a breve entro l’anno. Non ci resta che attendere.
Molti restano comunque i dossier ancora aperti sul tavolo, da Taiwan ad Hong Kong, al Giappone e la Corea del Nord, ma anche gli equilibri in Medio Oriente soprattutto in relazione alle recenti destabilizzazioni in Iran, paese che trova il primo alleato proprio nella Cina e dove si incastra l’ingerenza e il termometro russo, tutti come fattori potenzialmente destabilizzatori di una politica internazionale che potrebbe alla lunga isolare la governance cinese.

Only Nixon could go to China

Di nuovo nella storia, per la seconda volta, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di contenimento nei confronti del gigante cinese di una portata paragonabile agli anni ’70 del secolo scorso, quando durante la reggenza Nixon si cominciavano ad intravedere i segnali della fine della guerra fredda tra Stati Uniti e URSS.
In quegli anni gli incontri tra il governo americano e quello cinese si tenevano a Varsavia e molteplici erano stati i tentativi per trovare soluzioni che ponessero al centro dell’attenzione non solo il commercio, i dazi, gli spazi di attività che erano stati congelati all’indomani del 1949 o la fine dei conflitti indocinesi che erano in corso come quello del Vietnam, o Taiwan che veniva definito ormai “argomento classico da Comma 22”, ma il dialogo.
Gli incontri avvenivano di routine, ormai da quindici anni, ad intervalli regolari, senza mai giungere a conclusione alcuna e con un raffreddamento diplomatico dovuto alla scarsa capacità degli incaricati di cogliere quelle occasioni per poter portare a Varsavia un messaggio che fosse diverso.
Gli ambasciatori americani a Varsavia non venivano scelti in base alle loro competenze in materia cinese, ritrovandosi così a svolgere il ruolo di sterili rappresentanti, senza potere diplomatico alcuno, portatori di voci filtrate varie volte attraverso la burocrazia interna e attraverso le posizioni di paesi amici, consegnando lettere e ricevendo lettere e niente di più.
Dagli anni cinquanta i politici americani avevano una considerazione della Cina molto ponente-centrica, per loro era il regno della prolificità, del caos, del fanatismo, delle diversità, difficile da comprendere e impossibile da influenzare.

Geopolitica del maoismo

Anche le posizioni sulla guerra del Vietnam, tra i protagonisti politici precedenti a Nixon, convergevano sulla convinzione che il conflitto fosse un’opera volta a contenere l’espansionismo cinese e che la rivoluzione culturale di Mao fosse stata solo un’ossessione ideologica.
Niente di più sbagliato. Innanzitutto, intentare paragoni tra storie e civiltà differenti non può mai essere troppo costruttivo soprattutto se i paragoni intendono porre una storia o una civiltà superiore all’altra nelle diversità. Secondo, “l’ossessione ideologica” di Mao, se letta dal punto di vista fenomenologico, avrebbe dovuto essere contestualizzata in un quadro geopolitico mondiale che dallo scoppio delle due guerre mondiale è andato mutando profondamente per il pianeta intero, risultando infine un “adattamento”, piuttosto che una ottusità ideologica. Inoltre, il protrarsi del conflitto in Indocina mise la Cina in una maggiore posizione di difesa, poiché i cinesi erano convinti che l’operazione potesse essere il trampolino di lancio per un attacco americano al paese di mezzo che loro in realtà volevano assolutamente evitare.
Infine i rapporti tra Stati Uniti e Cina faticavano a trovare conclusive soluzioni per mancanza di comprensione da entrambe le parti.
La parsimonia verbale e la laconicità cinese, la loro arte dell’elusione, male interagiva con l’insistenza americana, caratterialmente sempre all’assalto.
Fu così che dopo ben 134 incontri avvenuti in venti anni tra gli Stati Uniti e la Cina senza il minimo accenno di accordo, Nixon si decise a intentare la strada per una nuova proposta, sottolineando più volte che nessuna intenzione di condominio con l’Unione Sovietica riguardava il loro approccio e che il loro invito al dialogo offriva di prendere in considerazione l’invio di una rappresentanza a Pechino per avere colloqui diretti con i loro funzionari o viceversa, accogliere a Washington una rappresentanza del loro governo per intentare più ampie esplorazioni che avrebbero potuto aiutare un potenziale accordo fra le parti.
Era il 1970, le condizioni di salute di Mao si facevano precarie e Zhou En Lai, primo ministro e ministro degli affari esteri poi per la Repubblica Popolare Cinese, era il maggior esponente del Partito Comunista Cinese dedito alle relazioni diplomatiche interne ed esterne. I cinesi mostravano di essere soprattutto preoccupati dell’Unione Sovietica e del possibile risveglio del militarismo giapponese, meno dei rapporti con gli Stati Uniti e Zhou En Lai comprese che la guerra in Vietnam stava per cessare.
Gli Stati Uniti dalla loro parte non avevano idea di come approcciare i cinesi, data la loro chiusura e il loro isolamento durato venti anni fino a quel momento.
Così l’approccio americano prese l’aspetto di un gesto politico e la manovra fu eseguita con il timone economico.
La strada si sarebbe aperta se gli americani avessero usato le loro armi diplomatiche, delicatezza ed abilità.

La rottura del ghiaccio tra Nixon e Mao

Un altro scoglio che Nixon e il suo emissario Kissinger avrebbero dovuto superare erano le controversie interne al Dipartimento di Stato che sempre si mostrava recalcitrante ad ogni iniziativa più intraprendente.
Si inserirono infatti proprio in quel momento, nella loro manovra diplomatica, le problematiche scatenate dagli eventi della Cambogia. Gli Stati Uniti furono accusati di incursione nei santuari cambogiani dai cinesi e la Cina offrì così a Sihanouk (governatore della Cambogia) di dare asilo politico al suo governo e al suo esercito di liberazione e rinviò il 136esimo incontro previsto con gli Stati Uniti, a cui Kissinger e Nixon stavano lavorando, a data da decidere.
Diplomaticamente per gli Stati Uniti questo significò molto: i cinesi innanzitutto non si sottraevano al dialogo nonostante l’arresto, ma volevano essere più che sicuri che la minaccia di un potenziale condominio russo-americano contro i loro interessi fosse del tutto vanificato.
Fu in quel contesto che Mao definì gli Stati Uniti “una tigre di carta” e pose l’accento sulla qualità della sua politica, dicendo che l’espansionismo cinese era dato dall’affidabilità dell’area che avevano alle spalle.
In quel contesto di relazione triangolare USA, USSR e Cina, in cui l’Unione Sovietica ammonì la Cina per essersi sottratta ad una azione comune in Cambogia e i cinesi assunsero posizione difensiva nei confronti di entrambe, era chiaro che sia Cina che URSS avevano paura che gli Stati Uniti potessero appoggiare o l’una o l’altra potenza secondo bisogno e fu anche chiaro che né l’Unione Sovietica né la Cina avessero in mente di costituire alcun blocco comune sotto la bandiera comunista, ma si trovavano altresì coabitatori di un enorme spazio come l’Asia con in comune quasi 7000km di confine.
Inoltre, Mao incitò pubblicamente a quel punto l’Indocina esortandola ad unirsi contro la potenza americana, suscitando ancora di più l’astio da parte di Mosca, ma soprattutto non trovando appoggio da Hanoi che ringraziò e declinò l’invito.  
Gli americani inviarono comunque una flotta nello stretto di Taiwan per apparire in stato di belligeranza, anche se di fatto non accadde nulla, facendosi forti del potere deterrente.
La Cina entrò probabilmente in crisi internamente e da quel momento venne palesata al mondo intero la natura degli intenti di Nixon: “Forse non sarà possibile definire questo ruolo in cinque anni, forse neppure in dieci. Me entro venti anni sarà bene che ciò avvenga, altrimenti il mondo si troverà in mortale pericolo. Se c’è qualcosa che voglio fare prima di morire, è andare in Cina. Se non lo faccio io, voglio che lo facciano i miei figli”. (Time, intervista a Nixon 1970)
Dopo vari rimpalli diplomatici, la Cina ammise che le questioni vietnamite avevano reso impossibile i colloqui di Varsavia, ma che desideravano presto tornare al dialogo con gli Stati Uniti e per la prima volta nella storia i documenti ufficiali americani riferivano alla Repubblica Popolare Cinese con la sua denominazione ufficiale. Fu posto fine alle restrizioni sulla utilizzazione dei passaporti americani per i viaggi nella PRC e ufficialmente si opposero alla politica sovietica dando a Breznev del “rinnegato”, poiché, facevano sapere, la vittoria della rivoluzione esigeva “il potere delle masse rivoluzionarie”. Le maglie si allargarono, la Cina cominciò ad allacciare rapporti anche con altri paesi oltre che con gli Stati Uniti, con i quali non aveva mai intrattenuto alcun rapporto diplomatico, Austria, Libano, Perù, Camerun e l’Unione Sovietica fu messa in posizione di debolezza tentando così di indire un vertice fra le potenze nucleari (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e ovviamente Unione Sovietica e Cina) che però venne rifiutato completamente dalla Cina e il tentativo russo decadde.

Stratagemmi e strategie

La Cina dalle “menti sottili”, come la definiva Kissinger con tono anche autoironico, è sempre stato un paese estremamente orgoglioso di sé stesso e delle sue filosofie. Come fa poi notare il prof. Edward Luttwak nel suo The Rise of China, i cinesi mostrano sempre abili stratagemmi, ma non mostrano mai grande strategia.
Riporto una curiosità secondo cui nella CTM (Chinese Traditional Medicine) e secondo la concezione taoista e olistica dell’universo, il corpo umano viene definito come una complessa società, in cui al cuore sta l’imperatore, insostituibile e vitale,  regolato da un ritmo universale, il granaio e le riserve nello stomaco e nel sistema milza-pancreas, le milizie di difesa nei polmoni, la tesoreria nelle reni e il generale dell’esercito viene identificato nel fegato.
Così come il fegato è filtro biologico sempre in prima linea nel trattare ogni sorta di informazioni del corpo, da quelle alimentari a quelle emozionali, controllando il volume del sangue nei vasi, senza ordini precisi e quindi senza strategia quotidiana, equivalente alla coscienza di far parte di un sistema più grande nella totale funzionalità e funzionamento dell’organismo, è e resta sempre il responsabile di ogni azione che viene espressa all’esterno.
Un generale, o un fegato, autoreferenziale, non può essere un buon generale.
Il generale che non è uno stratega è un fegato che vuole porsi al di sopra del suo sistema-organismo, decidendo senza pensare e dimenticando la natura degli altri organi che lo circondano, siano essi collaboratori o nemici.
Tra le forze che concorrono tra loro, l’obiettivo è sempre lo stesso: potere e sicurezza.
E per ottenere potere e sicurezza è necessaria la forza certamente, ma anche e soprattutto la diplomazia e la conoscenza necessaria a comprendere la natura e la logica dei propri avversari.
Paradossale che queste due culture, quella cinese e quella americana si siano incontrate sul terreno della strategia e che i cinesi non abbiano tenuto in considerazione che il nemico non pensi come loro e che il generale non avanza e non va lontano se non tiene conto degli altri organi del regno, in questo caso il globo intero.
C’è inoltre un dato umano da tenere sempre a mente, ovvero la sete di potere e l’onore che sarà sempre più accentuata di quella per la lotta alla sola ricchezza.
In questo la Cina ha sempre costituito in qualche modo un’assenza nel protagonismo mondiale, convinti del fatto che esistessero soltanto per sé stessi, al sicuro all’interno della loro muraglia, senza considerare dunque né la mentalità dell’avversario, né che ci potessero essere altre potenze come la loro nel contesto universale, vivendo al limite dell’autismo e rifiutando che ci fosse qualcosa anche al loro pari.

La Cina comprende il mondo esterno?

Anche all’epoca di Nixon i cinesi stessi tardarono a comprendere il loro potenziale e gli americani che lo intuirono prima, optarono per rapporti diplomatici chiarificatori, esplorativi, per una gestione politica che traghettasse verso lo sviluppo economico e innanzitutto alla penetrazione.
Ad oggi i cinesi, ancora estremamente autoreferenziali, dovrebbero essere capaci dati i frutti raccolti dal boom economico che li ha coinvolti negli ultimi due decenni, a convertire questa ricchezza in diplomazia per continuare a sostenere la loro influenza nel mondo.
Non servono le armi se non si esercita influenza. Non serve disporre della più grande navalmeccanica del mondo senza potere. Non serve la tecnologia se non la puoi vendere.
Anche gli Stati Uniti non hanno certamente brillato in diplomazia considerando la politica portata avanti nei dieci anni, e non solo, precedenti a Trump.
La continua politica di aggressione, l’ostinazione ad inseguire un programma come quello “dell’esportazione della democrazia” ha fatto degli Stati Uniti un paese con enormi lacerazioni e conflitti interni. Più grande è il potere, più grande è la forza, più vasto è il paese e la sua leadership, più le preoccupazioni interne salgono e più difficile rimediare ai conflitti interni e comprenderne le realtà per risolverli.
Una lezione che vale sia per gli Stati Uniti d’America, sia per la Cina.
Nel caso della Cina sicuramente la sua espansione economica non è stata accompagnata da una consapevolezza del mondo esterno. Faticosamente si è affacciata al suo diverso contesto, basti pensare le limitazioni alla libertà di espressione, e faticosamente ha approcciato un mondo che cambia rapidamente e dai tratti culturali comuni però da lei profondamente diversi.
Non si sono mai evoluti lungo il XX secolo come ha fatto l’Occidente, penetrando economicamente verso l’esterno ed eventualmente cercando sempre di mantenere buoni rapporti con i paesi confinanti (gli Stati Uniti non hanno mai mosso guerra al Canada o al Messico, l’Europa dopo la seconda guerra mondiale ha subito compreso il suo punto debole), ma continuando a ricacciarsi dentro i propri confini eventualmente allontanando soltanto il nemico.
La loro diplomazia è debole, se si pensa che nessuno al mondo ha problemi con il Dalai Lama, fatta eccezione proprio della Repubblica Popolare Cinese.
Inoltre questo strano elemento di tolleranza di cui si ritengono fautori, in realtà cela una insostenibile difficoltà di relazioni interne, una debolezza, dove la burocrazia del paese risulta essere un pesante fardello che esercita forti pressioni che nuocciono in definitiva a qualsiasi buon proposito e alla snellezza dell’azione in tutte le direzioni sul pianeta, azioni interne ed esterne, generando così una società altamente corrotta dedita al contrabbando, alla creazione della dipendenza, alla cooptazione continua, tutti pericoli che nelle nostre realtà occidentali sono state in larga parte ridimensionati grazie al sistema democratico e al libero mercato e alle libertà di espressione e azione e alla conoscenza e la cultura funzionale.
In Cina l’economia vuole essere controllata dallo stato in ogni suo passaggio, l’industria ha un suo ministero, ma alla luce dei recenti avvenimenti, come gli scontri di Hong Kong che hanno rimarcato le debolezze di quello che viene definito “un paese due sistemi”, possiamo dire che la teoria secondo la quale la Cina non fa i conti con la realtà in cui è dentro, viene ampiamente confermata e che Xi Jinping non aveva fatto i conti con la finanza, sottostimando clamorosamente il potere di questa.

Stay behind to look forward

Ancora una volta però le due potenze così come nei lontani anni ’70 di Nixon devono entrambe fare i conti con debolezze interne. Dove la burocrazia e il sistema giurassico cinese porta la Cina a fatica a tener testa ad un contesto globale, così il Dipartimento di Stato americano dovrebbe intendere la Cina (e ancora fa fatica), come un alleato, una potenza amica.
La politica di Obama e il suo “pivot to Asia” era volto a contenere la Cina, non a dialogare.  Era una sorta di guerra fredda che non avrebbe portato lontano, senza alcun buon senso, come quello di abbandonare il Medio Oriente e il Nord Africa. Ancora una volta la Cina con il suo autismo si è chiusa in sé stessa insistendo sui dossier indiani, filippini, coreani, indonesiani, invece di trovare una strategia di penetrazione economica utile per mantenere la sua influenza. I prodotti cinesi sono di più scarsa qualità rispetto agli altri di media e possono essere facilmente sostituiti, come dimostrano alcuni paesi vicini che li rifiutano e come dimostrerà l’ingresso di merce americana all’interno dei loro confini ben presto.
Ad oggi la Russia di Putin aiuta un certo contenimento, non ha ancora oggi come ieri una economia o un’industria per competere con i due giganti su piazza, si dimostra goffa nelle sue azioni e si limita così ad essere il braccio di nuovo come ai tempi della fine della guerra del Vietnam, la leva per così dire, sulla quale fare forza nelle questioni collaterali a quelle economiche per gli Stati Uniti, come Medio Oriente e Europa-Mediterraneo.
Tra le più recenti notizie ne spiccano due: la prima è del governo Medvedev dimissionario, che preannuncia il tempo che si avvicina per una nuova strategia di politica interna russa in cui Putin vorrebbe affidare più poteri alla Duma. Vladimir Putin potrebbe ritagliarsi così un altro mandato di controllo (con un’altra carica ad esempio, o a capo di un riformato Consiglio di Stato o di nuovo da premier come già successo nel 2008, ma con più ampi poteri) in vista di nuove elezioni, poiché impossibilitato al momento dalla legge a ricandidarsi nel 2024.
La seconda notizia pervenutaci negli stessi giorni è che è stata varata la riforma delle cosiddette State-Owned Enterprises (SOE) in Cina, cioè le aziende di Stato controllate dall’apparato statale cinese.
Xi Jinping vorrebbe sostituire i dirigenti di azienda con dei funzionari politici che rispondano direttamente al partito.
Gli Stati Uniti, come al tempo di Nixon, cercano un dialogo e degli accordi, proponendosi come “fedeli alleati” di Cina e Russia e ergendosi a “garantita assicurazione di fedeltà” per tutto il mondo.
La Cina e la Russia, comprenderanno che per sopravvivere dovranno mutare il loro interno all’interno di un contesto mutato?
O perseguiranno le loro politiche di chiusura?
Lo stay behind americano aiuterà to look forward?

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *