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Nel Medioriente è già pulizia etnica. I cristiani sono a rischio di estinzione

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Di Fausto Biloslavo
Il Papa arriverà al Cairo a fine mese e gli attacchi delle bandiere nere contro i cristiani non si fermano.
L'ultimo è avvenuto martedì a un posto di blocco della polizia che difende il monastero di Santa Caterina nel Sud del Sinai. Un agente è stato ucciso e altri quattro feriti, ma gli assalitori hanno dovuto ripiegare.
«L'attacco condotto nel Sud del Sinai è stato eseguito dai combattenti dello Stato islamico» ha rivendicato l'agenzia di stampa Amaq legata al Califfato. La ventina di monaci greco-ortodossi stanno bene e l'antico luogo di culto non è stato colpito. Il monastero sorge alle pendici del monte dove Mosè avrebbe parlato con Dio ricevendo i dieci comandamenti. L'attacco segue la strage con di Pasqua nelle chiese di Tanta e Alessandria, che ha provocato la morte di una cinquantina di fedeli per mano di due terroristi suicidi.
Purtroppo non è l'unico martirio dei cristiani in Medio Oriente. Dalla Siria all'Irak, dalla Libia allo Yemen, chi crede in Gesù è perseguitato.
I cristiani in Egitto sono il 10% di una popolazione di 94 milioni, in gran parte musulmana e vivono assediati da sempre. Dal 2011 sono 77 gli attacchi contro la minoranza copta solo nella provincia di Minya, dove i cristiani registrano la concentrazione più alta con un terzo degli abitanti. Dopo la caduta del presidente dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, gli attacchi sono aumentati. I cristiani vengono bollati come alleati del nuovo capo di stato, il generale Abdel Fattah Al Sisi.
Il Califfato ha cacciato 135mila cristiani da Mosul e dalla piana di Ninive fuggiti come profughi nel nord dell'Irak nel 2014. Adesso sono rimasti in 90mila. Gli altri sono scappati all'estero. E hanno paura di tornare nelle loro case, anche se sono state liberate dall'offensiva contro la «capitale» dello Stato islamico. Per rimettere in piedi i villaggi cristiani ci vorranno oltre 200 milioni di dollari. Ed una nuova minaccia si profila all'orizzonte: le milizie sciite, vittoriose a Mosul, vorrebbero occupare le terre cristiane con l'appoggio finanziario dell'Iran.
Nel 2003, prima dell'invasione alleata che ha abbattuto Saddam Hussein, i cristiani in Irak erano oltre un milione e mezzo. Adesso sono appena 300mila anime.
Il rischio di estinzione dei cristiani in Medio Oriente è concreto e si tocca con mano anche in Siria dove sono fuggiti dalla guerra in mezzo milione. Paolo si convertì sulla strada di Damasco, ma in città come Aleppo gran parte delle chiese sono state distrutte dai combattimenti. E dei 120mila cristiani prima della sanguinosa «Primavera araba» ne sono rimasti 35mila. Molti fedeli di Gesù sono stati rapiti e uccisi, talvolta con la crocifissione. Padre Paolo Dall'Oglio, il religioso italiano dell'antico monastero di Mar Musa è stato sequestrato nel 2013 e probabilmente ammazzato. Gli ostaggi cristiani vengono utilizzati come scudi umani in prima linea o per scavare trincee. Nella maggior parte dei casi servono per fare cassa. Nel 2015 erano stati rapiti in 230 dallo Stato islamico a Qaryatayn. I tagliagole volevano 30 milioni di dollari per lasciarli andare.
Anche in Libia i cristiani sono sotto tiro. Le bandiere nere hanno decapitato sia un gruppo di 21 egiziani copti sia di 31 eritrei cristiani, tutti migranti. Le orribili scene delle esecuzioni di massa sono state riprese sulla spiaggia con il sangue dei martiri che si mescolava alla risacca del Mediterraneo.
Secondo la fondazione pontificia, Aiuto alla chiesa che soffre, nel febbraio dello scorso anno erano detenuti in Iran 90 cristiani a causa della loro fede. In Arabia Saudita non si possono costruire chiese. Nello Yemen nel marzo 2016 quattro religiose di santa Madre Teresa di Calcutta sono state uccise assieme ad altre 12 persone per mano jihadista.

Le sfide per i cristiani in Iraq

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Di Alessandra Benignetti

“Garanzie per la sicurezza e un’azione immediata per la ricostruzione dei villaggi liberati”, queste sono le principali sfide che, dopo la liberazione dei villaggi cristiani della piana di Ninive e mentre prosegue l’avanzata dei peshmerga curdi e dell’esercito iracheno su Mosul, aspettano la comunità cristiana dell’Iraq. A farsi portavoce degli oltre 100mila cristiani fuggiti dalla piana di Ninive nell’estate del 2014, dopo l’invasione dei miliziani dell’Isis, è l’arcivescovo caldeo di Erbil, che oggi ha parlato ad una conferenza stampa organizzata dalla fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre, nella sede romana della Stampa Estera.

Chiese distrutte e case bruciate dai jihadisti

Mentre continua l’avanzata, quartiere per quartiere, sulla roccaforte del Califfato in Iraq, sono molti, infatti, gli interrogativi sulle sorti della comunità cristiana irachena, una volta che l’Isis sarà sconfitto. I villaggi che un tempo ospitavano le comunità cristiane sono distrutti, alcuni quasi completamente, come Batnaya, dove le famiglie cristiane erano 900.
“Quando abbiamo visitato questi villaggi abbiamo visto l’odio dei jihadisti contro i cristiani, nelle scritte sui muri fatte dentro le chiese, completamente ditrutte o nelle abitazioni bruciate”, spiega monsignor Warda. Ora, dopo la liberazione dei villaggi della piana di Ninive, la sfida principale per i cristiani è quella della sicurezza. Molti di loro, infatti, sono stati traditi e consegnati all’Isis dai vicini di casa musulmani. “Chi garantirà la sicurezza? Il governo, l’esercito iracheno, i peshmerga? Noi incoraggiamo i giovani cristiani ad entrare nell’esercito iracheno per contribuire ad assicurare la sicurezza nei villaggi liberati”, spiega l’arcivescovo caldeo di Erbil, “c’è poi la questione della ricostruzione dei villaggi distrutti e del supporto ai rifugiati cristiani ad Erbil”.
“La scorsa settimana abbiamo formato una nuova commissione della Chiesa irachena per la popolazione e quando abbiamo chiesto alla nostra comunità se volessero tornare nelle loro case, loro hanno risposto di sì, ma che vogliono garanzie sulla ricostruzione delle loro case e sulla loro sicurezza, affinché ciò che è già successo non si ripeta” ha spiegato monsignor Warda. Ricostruire le case sarà prioritario rispetto alla ricostruzione delle chiese, ma, assicura l’arcivescovo, anche queste saranno riedificate. “Ho provato rabbia quando ho visto la distruzione nelle chiese dove abbiamo celebrato Messe e matrimoni, ma abbiamo chiesto alla popolazione di Karemlash e Batnaya di portarci due pietre degli altari delle loro chiese, per metterle nell’altare della nuova cattedrale che stiamo costruendo, per ricordare quello che è successo e per far sì che questo non accada più”, ha detto il presule.

“Anch’io bloccato dal divieto di Trump”

“Il Medio Oriente ha già sofferto molto negli ultimi anni, siamo stanchi e le vittime della violenza settaria nel Paese sono moltissime, per cui se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha il desiderio di contribuire con la sua forza per fermare l’Isis, ben venga un suo intervento, gliene saremo grati”, ha detto, poi, il monsignore commentando le ultime decisioni del presidente degli Stati Uniti. E sul divieto d’ingresso negli Usa, deciso da Trump, per i cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, tra cui l’Iraq, monsignor Warda confessa di essere stato lui stesso vittima del provvedimento. “Avevo progettato di andare negli Stati Uniti questa settimana, ma sono stato costretto a cancellare tutto, sono stato bloccato, bloccano tutti, musulmani e cristiani”, ha detto l’arcivescovo. “Gli Stati Uniti hanno il diritto di stabilire cosa è meglio per il proprio Paese, e il loro modo di pensare è corretto, ma spero che questo diritto non crei ulteriore conflittualità”, ha poi aggiunto, “lui ha detto che farà una revisione di questo provvedimento tra 90 giorni e noi speriamo che possa rivederlo per assumere criteri più precisi per evitare l’ingresso di gente pericolosa, senza ostacolare l’ingresso di innocenti”. “Abbiamo più di 100mila cristiani che aspettano nei campi profughi in Turchia, Libano e Giordania, che non vogliono tornare a casa, e questa decisione dell’amministrazione americana va a loro discapito perché è difficile distinguere dai nomi chi è cristiano e chi è musulmano”, ha continuato l’arcivescovo.

Un piano Marshall per far tornare a casa i cristiani iracheni

“I cristiani e gli yazidi non hanno mai partecipato alle violenze settarie ma sono sempre stati vittime di queste violenze, sin dal 2003”, ha detto, infine, monsignor Warda, “e speriamo che la violenza finisca e che lasci spazio al dialogo e alla convivenza che, in Iraq, dura da 1400 anni”. “Il dialogo tra i vari gruppi è stato molto danneggiato ma speriamo che si possa tornare all’epoca d’oro della convivenza”, ha concluso l’arcivescovo, “quando verrà sconfitto l’Isis, avremo una grande opportunità per ricostruire l’Iraq, perché l’Isis ha distrutto la vita di moltissime persone, senza fare distinzioni: ora è tempo di ricostruire l’Iraq imparando dalla storia”. “Serve un nuovo piano Marshall che permetta il rientro dei cristiani nelle zone da cui sono stati cacciati a colpi di bombe e di violenze”, ha detto il direttore di Acs-Italia, Alessandro Monteduro, “le organizzazioni umanitarie, non solo cattoliche, il governo iracheno e la comunità internazionale devono sedersi attorno ad un tavolo per elaborare una strategia che consenta a cristiani e yazidi di tornare nelle loro case”. I cristiani che vogliono tornare nei villaggi devastati dalla furia del Califfato, secondo Acs-Italia, sono il 60% dei circa 100mila che hanno dovuto lasciare la piana di Ninive. E per 5mila famiglie cristiane, Acs sta pagando l’affitto ad Erbil, per garantire loro condizioni di vita dignitose. Ma oltre alla casa, spiega Monteduro, “va dato loro un lavoro e soprattutto vanno garantite condizioni di sicurezza per poter rientrare nelle loro case”. Dove li aspetta la sfida più grande: quella di ricostruire la convivenza pacifica con i vicini musulmani.

L’inferno dei cristiani di Siria

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Di Alessandra Benignetti
Le forze governative continuano ad avanzare sui quartieri orientali di Aleppo, che ormai, per metà, sono tornati sotto il controllo dell’esercito siriano. Migliaia di civili, più di 50mila, hanno lasciato le zone assediate per consegnarsi all’esercito regolare e ai curdi delle Forze democratiche siriane. La battaglia per la riconquista della seconda città siriana per importanza, sembra essere ormai ad una svolta. Una svolta favorevole al governo di Damasco che, secondo il viceministro degli Esteri di Mosca, Mikhail Bogdanov, potrebbe riconquistare Aleppo già entro la fine dell’anno.
“Forse siamo davvero all’inizio della fine”, ha detto a Gli Occhi della Guerra suor Maria Guadalupe, missionaria argentina della famiglia religiosa del Verbo Incarnato (Ive) che dal 2009 è missionaria ad Aleppo. L’abbiamo incontrata a Roma, a margine di un incontro che si è svolto nell’ateneo pontificio Regina Apostolorum, in cui la suora ha raccontato come i cristiani della Siria vivono l’inferno di una guerra, che da cinque anni non accenna a concludersi. Una guerra che “non è una guerra civile e non è cominciata nelle strade, in mezzo al popolo, ma che è stata pianificata da persone in giacca e cravatta”, spiega suor Maria Guadalupe. Quarantatré anni, buona parte dei quali trascorsi come missionaria in Medio Oriente e Nord Africa. Dalla Betlemme in piena Intifada, ad Alessandria d’Egitto, fino ad arrivare nel 2009 ad Aleppo. Dove decide di rimanere anche quando iniziano i primi bombardamenti. La “pioggia” di razzi che da cinque anni sconvolge la vita del popolo siriano. In arabo spiega, infatti, suor Guadalupe, la stessa parola con cui si indicano i temporali viene usata per indicare i bombardamenti.
Non è una guerra civile, quella siriana, insiste suor Maria Guadalupe. Ma, piuttosto, “un’invasione”. “Alcune delle ragazze del nostro studentato venivano da Daraa, dove sono scoppiate le prime rivolte nel 2011, e ci raccontavano che ad entrare in città erano stati gruppi armati stranieri, che non parlavano con accento siriano”, ha raccontato la suora, “ma secondo i media, si trattava di proteste pacifiche”.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.occhidellaguerra.it/18703-2/

I CRISTIANI DIMENTICATI DI CIPRO: VIDEO


Di Salvatore Santoru

Sempre più spesso i cristiani subiscono persecuzioni e discriminazioni di natura religiosa nel mondo, dal Medio Oriente all'Africa e non solo.
Difatti, anche nella vicina Cipro le comunità cristiane non se la passano bene e in questo interessante documentario originarimente realizzato dai reporters di "Occhi Della Guerra" racconta la loro situazione.

Buona Visione.

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Cristiani maroniti a Cipro, http://www.racocatala.cat

L’ultimo villaggio cristiano a Cipro

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Di Giovanni Masini
Da Kormakitis – “Repubblica turca di Cipro nord”.  “Apri, Signore, le porte della tua misericordia – sillaba suor Piera seguendo con il dito l’iscrizione nel legno – Questa è la porta più antica dell’isola: è del 1300, sai caro?”. Poi si ferma sulla soglia e lascia correre lo sguardo sulla chiesa di San Giorgio: l’unica campana che in tutta Cipro nord non ha mai smesso di suonare, in tutti e quarantadue gli anni dell’occupazione turca.
Questa primazia è l’orgoglio delle tre suore francescane missionarie del Sacro Cuore che, alle soglie degli ottant’anni, ancora presidiano il piccolo convento di Kormakitis: il villaggio sopravvissuto.
Popolato dai discendenti dei cristiani maroniti che secoli fa attraversarono il mare ed arrivarono fin qui dal Libano,  per centinaia di anni rappresentò un’enclave araba e cattolica che ha sempre resistito alle invasioni di veneziani, ottomani e britannici .
Quando nel 1974 le truppe turche sbarcarono nella parte nord dell’isola – dove Ankara mantiene ancor oggi decine di migliaia di soldati – gli abitanti di Kormakitis furono fra i pochissimi che non fuggirono ma scelsero di restare in paese, aggrappati al campanile e “alla protezione di San Giorgio”, spiega suor Paola, sempre sorridente nonostante i 78 anni e una gamba malandata.
All’epoca le suore di Kormakitis si trovavano nella parte meridionale di Cipro per gli esercizi spirituali, ma appena possibile tornarono indietro, attraversando le linee dei turchi grazie alle Nazioni Unite. Decisero di restare con il gregge e  da allora non l’hanno mai abbandonato.
“Non potevamo lasciare i nostri bambini – ricorda suor Bernadette, che nata settantasei anni fa in provincia di Treviso e sull’isola ormai da cinquant’anni – Quando sono arrivata qui ero ancora una novizia, in paese non c’era nemmeno la luce elettrica. Con le mie sorelle insegnavo ai bimbi dell’asilo e quando è arrivata la guerra non potevamo mica abbandonare il paese al suo destino”.
La vita nei territori occupati non fu facile: molti villaggi maroniti vennero evacuati, le chiese trasformate in stalle, le case convertite in caserme. Alle cinque di sera scattava il coprifuoco, i soldati pretendevano che venisse oscurato perfino il lumino del Santissimo.
Kormakitis, grazie a una sapiente  combinazione di fede e diplomazia, seppe resistere: “Il parroco di allora ottenne dai turchi il permesso di far suonare la campana – racconta suor Bernadette – Che in tutti questi anni non ha mai mancato una messa. Certo, era dura: una volta finita le elementari i ragazzi del paese andavano a studiare oltre il confine e dicevano addio ai genitori senza sapere quando li avrebbero rivisti.”
Col tempo, la popolazione del villaggio è precipitata da duemila residenti ad appena settanta. Nel 2004 i confini sono stati riaperti e da allora molto è cambiato: diversi abitanti che erano scappati fanno ritorno per il fine settimana, qualcuno restaura le antiche case e si trasferisce qui per l’estate.
Alla Messa della domenica la partecipazione è imponente: centinaia di voci intonano i cori in greco alla Vergine e a San Giorgio. Al termine della funzione il parroco padre Selim e le tre suore sono ospiti per colazione in una delle case del villaggio: il cibo viene condiviso fra tutti, così come le piccole preoccupazioni quotidiane.
Il senso della comunità, dell’ekklesìa, è molto forte. Anche se ormai non insegnano più a scuola da tempo – l’ultimo bambino ha finito le elementari nel 1985 – le suore dividono la propria giornata fra la preghiera e il servizio al villaggio. Lavorano come infermiere, coltivano l’orto, assistono gli abitanti più anziani. Di tanto in tanto curano anche i soldati turchi, perché “siamo tutti figli di Dio, a prescindere dal passaporto”, chiosa suor Bernadette.
Iniziano a preoccuparsi per il futuro, si domandano se il loro ordine si deciderà a mandare almeno una consorella ad aiutarle. Anche perché il numero dei fedeli, lentamente, torna a crescere. Negli ultimi anni alcuni anziani sono tornati a vivere in paese e il villaggio torna a rianimarsi. Le suore sono ancora un punto di riferimento imprescindibile, la porta del convento resta aperta per chiunque. La sera, quando ci congediamo, la superiora rifiuta di chiudere il chiavistello: “E se qualcuno ha bisogno di noi, stanotte?”
Si ringrazia per la collaborazione l’ambasciatore d’Italia a Cipro Guido Cerboni e sua moglie donna Caterina, insieme al dottor Petros Katsioloudes.

I cristiani dimenticati di Cipro

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Di Giovanni Masini
Da Larnaca Lapithou, “Repubblica turca di Cipro Nord”, Yannakis scuote la testa, si passa una mano sul viso e poi tace. Osserva i muri coperti di scritte, le finestre sfondate, il pavimento coperto da tre centimetri di guano. Un piccione entra svolazzando dalla porta, si posa su un capitello diroccato.
“Questo è un luogo sacro”, mormora la nostra guida, la voce spenta dall’orrore. Lo era. La chiesa di San Giorgio a Diorios è irriconoscibile. La guerra e l’occupazione turca l’hanno violentata, come quasi tutti gli altri edifici di culto cristiani nella parte settentrionale dell’isola di Cipro.
Abbandonate dai greci in fuga davanti ai soldati turchi trionfanti, le chiese degli ortodossi e dei cattolici maroniti sono state dissacrate e ridotte a magazzini. Alcune vennero convertite in luoghi sacri a Maometto, come a Larnaca Lapithou e Yilmazkoy, per poi essere dimenticate dopo la costruzione delle nuove fiammanti moschee in stile ottomano.
Altre vennero saccheggiate e poi lasciate a seccare al sole come un cadavere imputridito. Nel monastero del profeta Elia le pecore si abbeverano al battistero. In quello di Larnaca i pastori turchi macellano le capre nelle celle dei monaci .
Alcuni villaggi maroniti abbandonati dalla popolazione sono stati completamente circondati dallecaserme e ancor oggi sono inaccessibili ai loro antichi abitanti. È la sorte di Assomatos ed Aghia Marina, dove un colpo di spugna della storia ha cancellato la vita civile.
Qui e lì qualche cappella isolata viene restaurata con i contributi dell’Unione Europea, anche se la riapertura al culto è soggetta al beneplacito delle autorità militari.
          
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Nell’antico villaggio di Karpasha è la signora Yannoula ad aprirci le porte della chiesa della Santa Croce. Lavora come sindaco del borgo, perché a settant’anni è la più giovane dei sei abitanti: dal 1974 custodisce gelosamente le chiavi della piccola cappella.
La struttura, ci spiega, è stata restaurata con i fondi comunitari, ma i soldi inviati da Bruxelles non bastano a salvare gli arredi. E così un incantevole crocifisso ligneo bizantino del XIII secolo languisce dimenticato dietro un cancello d’acciaio. Il valore delle icone antiche è inestimabile e i trafficanti di opere d’arte lo sanno bene.
Ogni tanto Yannoula viene a rispolverare la croce e le altre tavole, sperando che un giorno arrivi anche il denaro necessario a farle splendere di nuovo.
Anche a Mirthou il monastero di San Pantaleone è chiuso per restauri, dopo decenni di oblio. Sul campanile ancora svetta una croce di pietra distrutta per metà. La voce popolare vuole che per due volte il santo abbia scaraventato giù dalla torre i soldati turchi inviati ad abbatterla. Da quella volta, effettivamente, metà croce è rimasta intatta.
L’agiografia ha prodotto un buon numero di storie sui miracoli ottenuti da chi s’impegna a ricostruire le chiese in rovina. La cappella di Santa Maria, ad esempio, è stata riaperta su ordine del sindaco turco dopo che a una donna musulmana apparve in sogno la Vergine. Da cieca che era, la donna riacquistò la vista per intercessione della Madonna, che per contro riebbe la sua cappella restaurata e funzionante.

SIRIA, LA DENUNCIA DELL'ARCIVESCOVO HINDO: 'LE MILIZIE CURDE STANNO COMMETENDO VIOLENZE CONTRO I CRISTIANI'

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Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da alcune testate, tra cui "Sponda News"(1), le milizie curde si starebbero rendendo responsabili di violenze contro i cristiani nelle zone di Hassakè e nella circostante regione di Jazira, dove, come si legge su "Sponda Sud", "le milizie curde che si contendono il controllo del territorio con l’esercito governativo stanno moltiplicando gli atti di violenza e intimidazione nei confronti dei cristiani".
Stando ccosì le cose, si tratterebbe di una vera e propria "altra faccia" e/o "lato oscuro" della guerra di liberazione delle milizie curde, milizie curde che sinora hanno avuto un grande ruolo nel frenare l'avanzata dell'ISIS e di altre formazioni islamiste estremiste.
 La denuncia delle violenze contro i cristiani è arrivata dall’Arcivescovo siro cattolico Jacques Behnan Hindo in un'intervista all’Agenzia Fides, intervista in cui ha raccontato, sempre come si legge su "Sponda Sud", che vi sono stati "una lunga lista di incidenti e soprusi che, a suo giudizio, configurano una vera e propria strategia mirante ad espellere dal centro abitato la residua popolazione di fede cristiana" e che “Ogni volta che i miliziani curdi entrano in azione per riaffermare la propria egemonia militare sulla città” spiega l’Arcivescovo, alla guida dell’Arcieparchia siro-cattolica di Hassakè Nisibi, “l’epicentro delle loro scorribande e azioni di forza è sempre il quartiere delle sei chiese, dove vivono la gran parte dei cristiani. In molti casi hanno cacciato i cristiani dalle proprie case sotto la minaccia dei kalashnikov. E dove entrano, saccheggiano tutto”.

LA PERSECUZIONE CRISTIANOFOBA DELL'ISIS E NEL MONDO




Di Salvatore Santoru

L'attacco alla chiesa di Rouen è solo uno degli ultimi atti di violenza cristianofoba messa in atto da parte dell'ISIS, più specificatamente è il primo che avviene in Europa.
In Medio Oriente,Africa e Asia l'ISIS ed altre formazioni estremiste islamiste(o di altro tipo) si stanno adoperando in una feroce persecuzione verso le minoranze cristiane, e recentemente avevano fatto relativamente parlare le condizioni di schiavismo imposte(1) ai membri della minoranza cristiana in Punjab(Bangladesh).
Il fatto è che nel mondo le minoranze cristiane sono fortemente perseguitate ma ciò,almeno sinora, in Occidente fa ben poca notizia o viene strumentalizzato da certa destra islamofoba, e la minimizzazione della cristianofobia dilagante è senz'altro dovuta anche per via dell'egemonia culturale e politico di una certa sinistra "pseudoterzomondista" e "antioccidentale" che ha etichettato il cristianesimo come la religione "oppressiva" per natura, voltando il più possibile la faccia quando tra gli oppressi vi sono gli stessi membri delle minoranze cristiane.

NOTE:
(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/07/in-pakistan-discriminazioni-continue.html

FOTO:http://donsurber.blogspot.it

PAKISTAN: NEL PUNJAB DISCRIMINAZIONI CONTRO LA MINORANZA CRISTIANA, VITTIMA ANCHE DI "SCHIAVISMO LEGALIZZATO"




Di Daniele Bellocchio

È l’ora del tramonto, il verde dei campi e l’ocra della terra sono illuminati da una luce abbagliante, il paesaggio si sussegue infinito e immutabile nelle campagne pachistane del Punjab, a pochi chilometri dalla frontiera indiana. La lingua d’argento della strada che conduce sino ad Amritsar, in India, fugge allo sguardo e il cielo è puntellato da nuvole bianche, macchiate di rosa.
Improvvisa, però, una legione di fumo nero assalta l’orizzonte della campagna di Lahore. Colonne di nube escono da decine di camini. Sono alti, invadono il cielo e sono tedofori di una memoria che li eleva a iconografie del male. Furono loro i simboli forieri del grande Orrore del ‘900 e sono sempre loro, ancor oggi, ad annunciare odio religioso e discriminazione nel Pakistan contemporaneo.
Dove c’è una ciminiera, c’è un fabbrica di laterizi e ci sono decine di famiglie cristiane che vi vivono e lavorano. La discriminazione nei confronti della minoranza religiosa e la legge sulla blasfemia, che in modo arbitrario dal 1986 punisce chi nomina Maometto e il Corano, ha relegato gran parte della minoranza cristiana, il 2% della popolazione, a una situazione di miseria e subordinazione. E così parte dei fedeli cattolici sono costretti a dover accettare, per sopravvivere, le mansioni più umili e annichilenti. Sono oltre 6mila le fabbriche di mattoni nel Punjab e quasi 24mila bambini vi lavorano, stando a quanto dichiarato dal Punjab’s Labour Department. E in una fabbrica di mattoni erano impegnati anche Shahzad Masih e Shama Bibi, coniugi cristiani, che a novembre 2014, a Kasur, vicino a Lahore, vennero sequestrati per due giorni da una folla trepidante d’odio e poi arsi vivi nella fornace dell’impresa, perchè accusati di aver bruciato alcune pagine del Corano.
Una deviazione a destra dalla strada principale che conduce ad Amritsar, alcune case di terra anticipano l’ingresso nell’industria di Manaawalla e, ancor prima di arrivare nello stabilimento, si scorgono ombre accovacciate le une accanto alle altre. Sono indistinte e si incominciano a intravedere da lontano. Ma più ci si avvicina, più quelle ombre si metamorfizzano: in sagome di uomini e donne che prosciugano istante dopo istante la vita, radicate nella terra del loro dolore. Come in un quadro di Millet, un paesaggio di assoluto realismo dalle tinte apocalittiche annuncia l’ingresso nella fabbrica. Tutto è color della creta: la ciminiera che si staglia sovrana, i mattoni che con geometrica precisione puntellano il suolo come fondamenta di un fortilizio della vessazione e pure i volti delle centinaia di operai.
Donne e uomini avvolti in salwar kamiz da ore calpestano il fango, trasportano chili di mattoni e li caricano sui camion; altri ancora accovacciati assistono all’incedere del tempo, continuando a girare i parallelepipedi; poi c’è chi li cuoce, provvedendo a inserirli nella fornace e c’è chi, con i volti coperti da sciarpe per salvare naso e bocca da fuliggine e terra, continua a buttare carbone nel fuoco. Nessuno smette un istante di lavorare. Fronti madide di sudore, mani di pietra, schiene piegate e rughe, che disegnano mappe di supplizio sui volti, sono l’istantanea di vite consumate in sacrificio alla fatica. Cinquantacinque famiglie cristiane vivono nelle piccole case costruite nel perimetro della fabbrica di Manaawala. Da quando il sole sorge, a quando il buio avvolge completamente lo stabilimento, gli operai non cessano nemmeno un istante di produrre.

Iqbal Bashir è il proprietario musulmano dell’azienda, sorveglia la manodopera e senza esitazioni e con l’alterigia di unpotere incondizionato e indotto dal privilegio racconta senza mezzi termini la vita nella sua fabbrica: ”Gli operai mediamente lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno. A volte anche di più. Vengono pagati a cottimo e ogni mille mattoni ricevono 890 rupie ( 9€ circa ndr)”. Iqbal cammina a passo lento e scruta ogni volto che incontra e poi, interrogato se non ritiene vergognoso che nel 2016 le persone vivono in una condizione di sfruttamento, sorridendo risponde: ”Vergognoso? Dar da mangiare e di che vivere alle persone tu lo definisci vergognoso? Loro non hanno alternative se non fare questo: è molto semplice!”. Prosegue raccontando che i dipendenti sono contenti, che sono felici di lavorare per lui e che non vogliono andare via; ma le parole del titolare, poco a poco, sembrano divenire sempre più prive di suono: un balbettio senza forza e potere, vacuo di ogni significato difronte all’assordante rumore del dramma circostante.
Un’immagine di Gesù al collo di un ragazzino, un uomo che fa un segno della croce prima di stringere la mano, una foto della Madonna. Gli operai vivono aggrappati a una fede non accettata dai più, ma intimo e solo appiglio per sopravvivere a una pena che non conosce misericordia. E così è anche per Nargas Munawar, 35 anni e un figlio di 7 che lavora già al suo fianco. ”Io ho sempre fatto questo mestiere. Lo facevo da bambina e lo faccio ancor oggi. Ho lavorato in diverse fabbriche e ora sono qua. Non conosco il mondo, non sono mai stata in città, so che questa è la mia vita e che devo lavorare. Ma so che non voglio che mio figlio abbia la mia stessa sorte e prego perchè un giorno lui possa andarsene”.
Ma il destino non sembra per ora incontrare vie di fuga e il presente anche dei bambini e degli adolescenti marcia su binari prestabiliti. Lavorano e faticano senza sosta: c’è chi porta gerle cariche di erba, chi scava nel fango e c’è Safina, che ha poco più di 12 anni e trascorre le sue giornate spostando file sempre uguali di mattoni. Li gira su un lato e sull’altro, in modo tale che prendano la forma migliore e trascorre le ora chinata e con lo sguardo sempre rivolto ai laterizi e alle mani rapide e insensibili che li continuano a spostare. È sola e il sole ormai è basso, solo una piccola fascia di luce è rimasta a illuminare la giovane e il suo sforzo senza sosta. Poi, improvvisa, Safina si interrompe, alza il volto e la mano plasmata da una dolcezza ossimorica rispetto ad ogni dettaglio che la circonda, sposta il velo che le copre i capelli e lascia vedere gli occhi. Sono occhi di Gorgone, di un verde che sembra azzurro, che impietriscono e fanno paura. È un’iride caravaggesca che spaventa, perchè quegli occhi sono assoluti, rapitori e allo stesso tempo privi di qualsiasi sguardo: pura luce, senza vita. Sono occhi che non portano con sé una fuga, neanche come unico e solo sogno. Sono occhi senza passato, senza futuro, senza conoscenza, sono occhi consumati dai mattoni che hanno osservato per un’intera, seppur breve, esistenza: ne portano il peso nelle pupille e non conoscono altro. Non c’è mondo al di fuori di parallelepipedi identici e ossessivi in quegli occhi figli del sublime, che spaventano: ecco lo sguardo della schiavitù nel Pakistan di oggi.

Foto di Marco Gualazzini www.marcogualazzini.com

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