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IL SIMBOLO DEL SERPENTE NELL'ANTICA GRECIA



Nell'antica Grecia la figura del serpente fu contraddistinta da un aspetto di ambivalenza. 

Questo animale era tenuto dagli antichi in grande considerazione per la sua vita misteriosa e sotterranea, per la sua grande velocità pur senza organi motori e per la sua capacità di ipnotizzare le sue prede. 

Era temuto per il suo veleno ma gli vennero conferite capacità positive, rendendolo simbolo propiziatore e donatore di fertilità.

Questo suo dualismo antitetico è senza dubbio il suo principale aspetto: veleno/medicina, maschile/femminile, immobile/fulmineo erano solo alcune delle caratteristiche che gli antichi vedevano rappresentate nel serpente.

Il video con le rappresentazioni simboliche del serpente su Ars Europa Channel.


10 ANTICHI MITI E LE LORO POSSIBILI SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE

Risultati immagini per ATLANTIS

Le foto di 10 personaggi e luoghi leggendari, la cui storia è forse ispirata a reali cataclismi geologici.

< 1/10 > Oracolo di Delfi. Una panoramica di ciò che resta del santuario di Atena Pronaia a Delfi (Grecia) accanto al tempio di Apollo, quello del celebre oracolo della Pizia. Narra il mito che la Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome del dio Apollo nel santuario di Delfi, lo facesse in uno stato di euforia mistica indotto dai vapori che fuoriuscivano da una fessura nella roccia.




Possibile spiegazione. Il tempio, i cui resti sono visibili ancora oggi, si trova in una zona particolarmente attiva dal punto di vista sismico e sotto di esso sono state individuate due faglie, dalle quali è possibile venisse emanato gas. Sulla natura del gas e sulle sue proprietà allucinogene, tuttavia, ancora si dibatte. C’è chi ipotizza si trattasse di etilene, chi di benzene o di un mix tra metano e anidride carbonica.
< 2/10 > Atlantide. Tutte le possibili collocazioni fino ad oggi ipotizzate per l’isola di Atlantide citata nei Dialoghi di Platone. Questo regno utopico e potentissimo (che avrebbe avuto per millenni il dominio del Mediterraneo) sarebbe stato distrutto in un solo giorno da un grande cataclisma, in seguito al tentativo fallito dei suoi abitanti di invadere Atene.
Possibile spiegazione. Il mito di Atlantide sembrerebbe un espediente letterario che Platone utilizzava per illustrare le proprie idee politiche. Ma molti hanno provato a ipotizzare la collocazione dell’isola scomparsa. La sua storia potrebbe essere stata ispirata dalla catastrofica eruzione del vulcano Thera, situato nell’Egeo dove oggi si trova l’isola di Santorini. Il suo risveglio 3500 anni fa provocò il collasso di una parte dell’isola, imponenti tsunami e una nube di anidride solforosa che contribuirono probabilmente anche al declino della civiltà minoica sulla vicina Creta.
< 3/10 > L’Arca di Noè. Si arenò sulla cima del Monte Ararat dopo lunghi giorni di navigazione nelle acqua che Dio mandò per distruggere la Terra.
Possibile spiegazione. All’origine del mito ripreso in molte diverse civiltà potrebbero esserci alluvioni localizzate in particolari regioni del mondo (e non, come nel mito, su scala globale) che per alcune settimane ricoprirono ogni fazzoletto di terra disponibile. Una delle ipotesi più accreditate è che l’episodio biblico si ispiri a una catastrofica alluvione che interessò l’area dell’attuale Mar Nero intorno al 5000 a.C. La leggenda potrebbe anche essere servita a spiegare il ritrovamento di fossili di pesci in cima a rilievi montuosi, un fatto che oggi sappiamo dipendere dalla tettonica delle placche terrestri.
< 4/10 > Una dea nel Kilauea. Il turbolento vulcano hawaiano sarebbe la dimora, secondo il mito, della dea del fuoco Pele. Per vendicarsi della sorella, rivale in amore, la divinità avrebbe incendiato un’intera foresta, e scaraventato l’amato “conteso” all’interno del cratere. La sorella, disperata, prese a scavare nel vulcano, lanciando in aria lapilli, finché non ritrovò l’uomo e si ricongiunse a lui.
Possibile spiegazione. La “soap opera” famigliare servirebbe a spiegare la colossale eruzione di lava, durata 60 anni, che nel 15esimo secolo interessò 430 chilometri quadrati di foresta nell’isola grande di Hawaii. L’ossessivo scavare della sorella di Pele rappresenterebbe invece la successiva formazione della caldera del Kilauea, nelle Hawaii.
< 5/10 > Il ponte di Rama. Nel poema epico induista Ramayana, la moglie del dio Rama, Sita, viene rapita e portata sull’isola di Lanka, nel Regno dei Demoni. Con l’aiuto dei Vanara, un potente popolo di uomini scimmie, Rama e il fratello costruiranno un ponte che colleghi l’estremità meridionale dell’India con Lanka e grazie ad esso riusciranno a liberare Sita.
Possibile spiegazione. mmagini satellitari hanno rivelato una striscia di pietre calcaree lunga 29 chilometri che un tempo collegava India e Sri Lanka, una specie di “ponte” naturale che sarebbe stato sommerso dall’innalzamento del livello dei mari durante l’ultima era glaciale. È possibile che fino 4500 anni fa fosse attraversabile a piedi.
< 6/10 > Il lago esplosivo. Narra una leggenda del Camerun che per un breve periodo la popolazione dei Kom visse nella terra dei Bamessi. Ma il re ospite ordì un complotto per uccidere i maschi dei Kom e per vendicarsi, il leader dei Kom disse alla sorella che si sarebbe impiccato e il suo sangue avrebbe formato un lago pieno di pesci, da cui il suo popolo avrebbe dovuto tenersi alla larga. I Kom abbandonarono la terra e il lago rimase ai Bamessi. Nel giorno dedicato alla pesca, il lago esplose uccidendo chiunque si trovasse nei paraggi.
Possibile spiegazione. Che sia venuto prima il mito o la realtà, qualcosa di simile è accaduto davvero. Il 21 agosto 1986 dal lago vulcanico Nyos si levò una nube di anidride carbonica che uccise oltre 1700 persone e 3500 capi di bestiame. Il Nyos giace nel cono di un vulcano dormiente ed è probabile che la CO2 normalmente tenuta a bada dalla pressione dell’acqua, abbia innescato la risalita di una mega bolla di gas.
< 7/10 > Namazu, il pesce dei terremoti. Sotto alla superficie del Giappone si nasconderebbe, secondo una popolare leggenda, un gigantesco pescegatto di nome Namazu, tenuto a bada da un dio, Kashima, che ha posto una gigantesca pietra sopra alla sua testa. Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, il pesce si agita e scuote le pinne, provocando i violenti terremoti che caratterizzano il paese.
Possibile spiegazione. Non occorre lo “zampino” di un pescegatto: il Giappone giace sulla linea di giunzione di diverse placche tettoniche, è attraversato da faglie sismiche e costellato di vulcani. E il pescegatto, secondo la tradizione, sarebbe in grado di prevedere i terremoti (benché non esistano prove scientifiche a riguardo). I due fatti sono quindi stati fusi in un’unica leggenda.
< 8/10 > La Chimera. Il mitologico mostro sputafuoco descritto nell’Iliade, con la testa di leone e la coda di serpente, avrebbe a lungo terrorizzato, spargendo fiamme e distruzione, le coste dell’attuale Turchia (finché il greco Bellerofronte non riuscì a sconfiggerlo ritorcendo la sua stessa forza contro di esso).
Possibile spiegazione. Basi scientifiche. Nel sudovest della Turchia i turisti possono ancora oggi ammirare il sito di Yanartas, caratterizzato da decine di fuochi perpetui alimentati dal metano che fuoriesce dalle rocce. Queste fiamme servivano probabilmente da punto di riferimento ai naviganti, che le intravedevano dalle coste, e potrebbero aver contribuito alla nascita del mito.
< 9/10 > La nascita del Crater Lake. Quando i primi europei arrivarono nel nordovest degli Stati Uniti, sulla costa pacifica, scoprirpono che i nativi americani non si avvicinavano al Crater Lake, un lago vulcanico situato nella caldera del Monte Mazama, perché credevano che qui si fosse tenuta una sanguinosa lotta tra Llao, il dio degli inferi e il rivale Skell, dio del cielo. I due si sarebbero lanciati rocce e fiamme finché il vulcano non collassò trascinando Llao sottoterra. La pioggia che cadde in seguito formò l’attuale lago.
Possibile spiegazione. Il mito descrive piuttosto fedelmente – lotte divine a parte – ciò che accadde nella realtà 7700 anni fa: un’imponente eruzione vulcanica, il collasso della caldera, e la pioggia che riempì il bacino di acqua. Il mito sopravvisse, per tradizione orale, per migliaia di anni, un fatto piuttosto incredibile (di solito secondo gli esperti, simili storie si tramandano al massimo per 600-700 anni.
< 10/10 > L’isola scomparsa. Narrano gli abitanti delle Isole Salomone, nel Sud del Pacifico, che un giovane, Rapuanate, si fosse innamorato di una donna dell’Isola di Teonimanu, ma che questa gli fu sottratta dal fratello. Per vendicarsi Rapuanate ricorse a un sortilegio e fece sprofondare la terra dell’amata in mare.Nell’arcipelago delle isole Salomone, nel Sud Pacifico, doveva sorgere un tempo anche l’isola di Teonimanu, inabissatasi per un terremoto (o, secondo la leggenda, per un sortilegio d’amore).
Possibile spiegazione. L’isola di Teonimanu è esistita davvero, ma è stata sommersa dall’acqua durante un evento sismico che ne avrebbe causato lo scivolamento nella Fossa delle Filippine, una fossa oceanica situata nel Nord del Pacifico. Ciò che rimane dell’isola è un bassofondo oggi noto come Lark Shoal, situato nella parte orientale dell’arcipelago. Mappe sottomarine hanno rivelato la presenza di diverse isole sommerse sotto centinaia di metri.

ARTICOLO VISTO ANCHE SU http://portalemisteri.altervista.org/blog/10-antichi-miti-e-le-possibili-spiegazioni-scientifiche/

Natale di Roma: la leggenda della fondazione

colosseo a Roma


Di Chiara Foti

Il 21 aprile dell’anno 753 a.C. venne fondata da Romolo la città di Roma e, da allora, il Natale di Romacontinua ad essere celebrato come una data simbolo della città eterna. Ma com’è stata fondata Roma? La leggenda della fondazione ha radici antichissime ed è legata imprescindibilmente alle vicende dell’eroe greco Enea. Scopriamo cosa viene raccontato da millenni.



Enea, dopo essere fuggito da Troia con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio e dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, giunge alle coste del Lazio, dove si imbatte nel re Latino. Non è chiaro se, secondo la leggenda, Enea sia stato accolto benevolmente o sia stato costretto a battersi con il re, ma ciò che è certo è che si innamorò perdutamente della figlia di Latino, Lavinia. Il re fu costretto ad assecondare il volere dei due giovani: Enea sposò la sua amata e fondò la città di Lavinio in suo onore. Trent’anni dopo, il figlio di Enea, Ascanio, fondò la città di Alba Longa, nella quale regnarono i suoi discendenti per numerose generazioni. Quando però re legittimo di Alba Longa diventa Numitore, il fratello Amulio non ci sta: spodesta il fratello e costringe sua nipote, Rea Silvia, alla castità, in modo tale da non permetterle di generare figli che potessero usurpargli il trono.
Tuttavia, il dio Marte s’invaghisce della ragazza e la rende così madre di due gemelli, Romolo e Remo. Il re illegittimo Amulio, venuto a conoscenza della nascita, ordina l’immediato assassinio per annegamento dei due bambini. Il servo incaricato di ucciderli non riesce però a compiere un gesto così infausto, decide allora di affidare il destino dei gemelli al fiume Tevere, facendoli portare dalla corrente custoditi in una cesta. A trovarli fu una lupa che, scesa al fiume per abbeverarsi, li portò a riva e li allattò per sfamarli. A questo punto entra in scena il pastore Faustolo, che trova i bambini mentre vengono allattati dalla lupa e decide di portarli a casa con sé, per allevarli insieme alla moglie Laurenzia. Una volta adulti, Romolo e Remo vengono a conoscenza delle proprie origini e decidono di tornare ad Alba Longaper riprendersi quello che gli spetta: uccidono quindi Amulio e rimettono sul trono Numitore, ottenendo il permesso di poter fondare un’altra città da amministrare fin quando non  avessero potuto regnare su Alba Longa. 
I due però non riescono ad accordarsi: Romolo vuole chiamarla Roma e fondarla sul colle Palatino, Remo preferirebbe chiamarla Remora e fondarla sull’Aventino; decisero così che ad avere la meglio sarebbe stato colui che, osservando il cielo, avesse contato il maggior numero di uccelli. Vinse Romolo, che tracciò il solco che avrebbe delimitato la città sul colle Palatino. Era il 21 aprile del 753 a.C.data simbolo del Natale di Roma e della fondazione ufficiale. Remo però si adirò per la vittoria del fratello, sostenendo che fosse frutto dell’inganno e iniziando ad infastidirlo, nacque tra i due una disputa che si concluse tristemente con l’omicidio di Remo da parte di Romolo, che divenne così il primo re di Roma.
Questa, la storia affascinante e leggendaria della fondazione della città eterna, sulla base della qualeancora oggi si celebra il famoso Natale di Roma.

LE ORIGINI STORICHE E MITOLOGICHE DEL CARNEVALE




Il Carnevale è una festa che si celebra nei Paesi di tradizione cristiana (soprattutto di quelli di tradizione cattolica). I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi: in particolare, l’elemento distintivo e caratterizzante il Carnevale è l’uso del mascheramento. Benché facente parte della tradizione cristiana, i caratteri della celebrazione carnevalesca hanno origini in festività ben più antiche, come, ad esempio, le Dionisiache greche, le Antesterie o i Saturnali romani, che erano espressione del bisogno di un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, per lasciar posto al rovesciamento dell’ordine, allo scherzo ed anche alla dissolutezza.









Da un punto di vista storico e religioso, il Carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa, ma, soprattutto, di rinnovamento, seppure per lo più simbolico, durante il quale, il Caos sostituiva l’ordine costituito, che, però, una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all’inizio del Carnevale seguente. Il ciclo preso in considerazione è, in pratica, quello dell’anno solare. Nel mondo antico, anche le feste in onore della dea egizia Iside comportavano la presenza di gruppi mascherati come attesta lo scrittore Lucio Apuleio nelle “Metamorfosi” (Libro XI). Presso i Romani, la fine del vecchio anno era rappresentata da un uomo coperto di pelli di capra, portato in processione, colpito con bacchette e chiamato Mamurio Veturio. Durante le Astanterie, passava il carro di colui che doveva restaurare il cosmo dopo il ritorno del Caos primordiale. In Babilonia, poco dopo l’equinozio primaverile, era ritualizzato il processo originario di fondazione del Cosmo, descritto miticamente dalla lotta del dio salvatore Marduk con il drago Tiamat. Durante queste cerimonie, si svolgeva una processione nella quale erano allegoricamente rappresentate le forze del Caos, che contrastavano la ricreazione dell’universo. Si trattava di un periodo di passaggio di cui il transito degli astri era considerato la manifestazione. Nella processione vi era anche un carro a ruote sul quale stavano le Allegorie del dio Luna e del dio Sole. Il noto storico delle religioni, Mircea Eliade, scrive nel saggio Il Mito dell’Eterno Ritorno: “Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio, cioè una ripetizione della Cosmogonia”. I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i Saturnali e le Orge, sono elementi che denotano che, alla fine dell’anno e nell’attesa del Nuovo Anno, si ripetono i momenti del passaggio dal Caos alla Cosmogonia. Più oltre, Eliade afferma che “allora i morti potranno ritornare, poiché tutte le barriere tra morti e vivi sono rotte (il Caos primordiale è ritualizzato) e ritorneranno, giacché in questo momento paradossale, il tempo sarà annullato ed essi potranno di nuovo essere contemporaneamente dei vivi. Le Cerimonie carnevalesche, diffuse presso i popoli Indoeuropei, Mesopotamici, nonché di altre civiltà, hanno, perciò, anche valenza purificatoria e dimostrano il “bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente, abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la Cosmogonia”. Eliade rileva, pure, che “la restaurazione del Caos primordiale, in quanto tale, precede ogni Creazione, ogni Manifestazione di forme organizzate” e che “sul livello cosmologico, l’Orgia corrisponde al Caos o alla pienezza finale; nella prospettiva temporale, l’Orgia corrisponde al Grande Tempo, all’”istante eterno”, alla non – durata. La presenza dell’Orgia nei Cerimoniali che segnano una visione personale del tempo, tradisce una volontà di abolizione integrale del passato mediante l’abolizione della Creazione. La “confusione delle forme” è illustrata dallo sconvolgimento delle condizioni sociali (nei Saturnali, lo schiavo è promosso padrone, il padrone serve gli schiavi; in Mesopotamia, si deponeva e umiliava il re, ecc.), dalla sospensione di tutte le Norme, ecc. Lo scatenarsi della licenza, la violazione di tutti i divieti, la coincidenza di tutti i contrari, ad altro non mirano che alla dissoluzione del Mondo – la Comunità è l’immagine del Mondo – e alla restaurazione dell’illud tempus primordiale (“quel Tempo”, “Il Grande Tempo mitico”), che è evidentemente il momento mitico del Principio (Caos) e della fine (Diluvio Universale o ekpyrosis, Apocalisse). Il significato cosmologico dell’Orgia carnevalesca di fine anno è confermata dal fatto che al Caos segue sempre una nuova Creazione del Cosmo. Il Carnevale si inquadra, quindi, in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli Spiriti tra Cielo, Terra e Inferi. Il Carnevale riconduce ad una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo Destino, la Primavera, quando la terra inizia a manifestare la propria energia, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli Inferi e la Terra abitata dai vivi (anche Arlecchino ha una chiara origine infera). Le Anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le Maschere che hanno, quindi, spesso un significato apotropaico, in quanto chi le indossa assume le caratteristiche dell’essere “soprannaturale”. Queste forze soprannaturali creano un nuovo regno della fecondità della Terra e giungono a fraternizzare allegramente fra i viventi. Alla fine, il tempo e l’ordine del Cosmo, sconvolti nella tradizione carnevalesca, sono ricostituiti (nuova Creazione) con un rituale che comprende la lettura di un “testamento” e il “funerale” del Carnevale, il quale spesso comporta il bruciamento del “Re del Carnevale”, rappresentato da un fantoccio (a volte l’immagine simbolo del Carnevale è annegato o decapitata). Tale cerimonia avviene in molte località italiane, europee ed extraeuropee. E’ interessante notare che vari significati cosmologici del Carnevale sono presenti anche nel Samhain celtico. (Trionfo di Bacco e Arianna – Anonimo Fiorentino) Nel XV e XVI secolo, a Firenze, i Medici organizzavano grandi mascherate su carri chiamati “trionfi” e accompagnate da canti carnascialeschi, cioè canzoni a ballo di cui anche Lorenzo il Magnifico fu autore. Celebre è il Trionfo di Bacco e Arianna, scritto proprio da Lorenzo il Magnifico. Nella Roma del governo papalino, si svolgevano invece la “corsa dei barberi (cavalli da corsa)” e la “gara dei zoccoletti” accesi che i partecipanti cercavano di spegnersi a vicenda. La parola Carnevale deriva dal latino “carnem levare” (“eliminare la carne”), poiché, anticamente, indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale (martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. Quanto all’etimologia, il termine deriva da carne – (le) vare, con dissimilazione della seconda – r – in – l -, riferito alla vigilia della Quaresima, in cui era interdetto l’uso della carne. Le prima testimonianze dell’uso del vocabolo “Carnevale” (detto anche “carnevalo”) sono presenti nei testi del giullare Matazone da Calignano, alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.foianoinpiazza.it/images/OriginiStoricheDelCarnevale.pdf

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Amazzoni e Valchirie: le donne guerriere della mitologia greca e nordica


AMAZZONI


In nome in greco significa "coloro che non hanno seno", ma nel regno d’Abomey, sono esiste realmente.

Le donne guerriere venivano tradizionalmente governate da due regine, una della pace (politica interna) e una della guerra (politica "estera"). Tra le regine più conosciute si ricordano Mirina e Pentesilea.
In Geografia XI.5.4-5, Strabonedescrive il costume delle Amazzoni di compiere, ogni primavera, un visita nel territorio del popolo vicino deiGargareni i quali si offrono ritualmente per accoppiarsi con le donne guerriere affinché possano generare dei figli. L'incontro avviene in segreto, nell'oscurità, perché nessuno dei due amanti possa conoscere l'identità dell'altro.
La sorte della prole muta a seconda del sesso del nascituro. I maschi, secondo Strabone, vengono rimandati nel luogo d'origine e ogni gargareno adulto adotta un bambino senza sapere se sia o meno suo figlio; le femmine, invece, rimangono con le madri e vengono allevate ed educate secondo i loro costumi e istruite, in particolare, nell'arte della caccia e della guerra.
Le armi principali delle Amazzoni sono l'arco, l'ascia bipenne ed uno scudo particolare, piccolo ed a forma di mezzaluna, chiamato pelta.
Prima di ogni battaglia suonano il sistro, uno strumento che producendo un suono limpido e cristallino, non può avere lo scopo di intimorire il nemico, ma solo quello di ingraziarsi gli dèi.
Il combattimento a cavallo è la loro specialità. Selezionano i loro animali e mantengono con loro un rapporto di affiatamento totale che le rende delle perfette centaure; cavalcano stalloni, nel periodo in cui i Greci si accontentano di pony.
Sono famosi i loro giochi Targarèi, dei quali narra Eumolpo: cinquanta imbarcazioni, chiamate titalnès, si affrontano sulTermodonte: scagliate una verso l'altra a velocità folle, vincono quelle i cui campioni - detti targaira, amazzoni in piedi sulle barche che impugnano delle aste - riuscono a sostenere l'impatto senza cadere in acqua. Si procede così a eliminazione finché non c'è un'unica vincitrice, che viene proclamata la prediletta di Afrodite(anche questo è insolito: normalmente le Amazzoni veneravano la Dea Madre, che può essere identificata con Cerere, ed Artemide.

Sulla base delle fonti classiche, le Amazzoni vivono nella Scizia, presso la palude Meote[5] o in un'area imprecisata delle montagne del Caucaso da cui sarebbero migrate, successivamente, sulla costa centro-settentrionale dell'Anatolia (o viceversa da questa in Scizia).
Eschilo, nella sua tragedia Prometeo incatenato[6], sposa l'origine caucasica e accenna alla migrazione quando fa profetizzare, da Prometeo, la sorte di Io. Alla fanciulla - trasformata in giovenca, secondo il mito, e che sta disperatamente fuggendo dal castigo diEra - viene rivelato il lungo viaggio che ancora l'attende e alla fine del quale raggiungerà l'Egitto, dove sarà liberata, non prima, però, di aver visitato vari luoghi dell'Asia occidentale tra cui i monti del Caucaso e la palude Meote dove vivono le Amazzoni.
Le donne guerriere, secondo il titano, migreranno successivamente nell'Anatolia fondando la città di Temiscira presso il fiumeTermodonte[7] nella regione del Ponto.
Erodoto le colloca[8], invece, in Scizia presso il fiume Tanai[9]cercando di coniugare, così come già accennava Esiodo, i vari racconti mitologici degli scontri fra gli eroi greci e le Amazzoni di Temiscira[10] con i resoconti etnografici dell'epoca sui Sarmati, una popolazione nomade di etnia iranica, le cui donne combattevano con gli uomini a cavallo[11], vestivano come loro e non si sposavano prima di aver ucciso un nemico in battaglia[12].
Erodoto, contrariamente a Eschilo, fornisce un elaborato racconto della migrazione delle Amazzoni, sconfitte dai Greci, dall'originale sede di Temiscira fino alla palude Meote ove si sarebbero unite ad un gruppo di giovani maschi Sciti migrando, successivamente, assieme a costoro in una zona imprecisata lungo il corso del fiume Tanai. In quel luogo, i loro figli avrebbero dato origine ad un unico popolo: i Sauromati (Sarmati).
La fusione fra le due popolazioni avrebbe originato, tra i Sarmati[13], una ginecocrazia ovvero una società matriarcale secondo alcuni autori classici fra cui Plinio il Vecchio [14].
Strabone, qualche secolo dopo, nella sua Geografia[15], colloca ancora il popolo delle Amazzoni in quell'oriente favoloso per l'uomo greco che comprende SciziaPersia e India, parimenti abitato da popoli reali e fantastici, specificando, però, che le sue fonti sono in disaccordo indicando due regioni distinte.
Secondo Teofane di Mitilene che avrebbe compiuto, come riferisce Strabone, una spedizione in quei luoghi, le Amazzoni vivrebbero ai confini settentrionali dell'Albania caucasica[16] in quanto separate dal fiume Mermadalis[17] dalle terre degli Sciti e di altre popolazioni nomadi del Caucaso[18].
Secondo altre due fonti di Strabone, gli storici Ipsicrate e Metrodoro di Scepsi, le Amazzoni abiterebbero una valle fra i Monti Cerauni, nell'Armenia, e confinerebbero con i Gargareni, un popolo costituito esclusivamente da individui maschi con cui le Amazzoni si accoppierebbero per assicurarsi la sopravvivenza.















Le Amazzoni sono citate frequentemente nella letteratura classica greca. Oltre alle descrizioni etnografiche di autori come Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo che cercano di coniugare mito e storiografia, ma senza operare una netta distinzione l'uno dall'altra, vi sono naturalmente quelle più nettamente poetiche e mitologiche. Uno dei riferimenti epici più antichi è sicuramente quello nell'Iliade in cui sono menzionate due volte.
In Iliade III.188-190, Priamo ricorda di aver combattuto le Amazzoni come alleato di Otreo e Migdone, due sovrani della Frigia(Turchia nord-occidentale). Le Amazzoni, ricorda Priamo, erano «ὰντιάνεραι» (eguali ai maschi, forti come i maschi), ma non erano numerose come gli Achei.
Priamo cita anche il luogo della battaglia che appare concorde con i riferimenti mitografici alle Amazzoni del Ponto: le rive del fiume Sangario (Σαγγάριος in greco, Sangarius in latino) che è il nome antico del fiume Sakarya nella regione storica della Frigia.
In Iliade IV.186[19], la lotta contro le Amazzoni è una delle imprese compiute da Bellerofonte che fa da perfetto contraltare, essendo le Amazzoni le più forti fra le donne, ad un'altra impresa dell'eroe, menzionata nel verso precedente: lo scontro con i Solimi[20] contro i quali Bellerofonte avrebbe combattuto la più dura battaglia con uomini[21].
Nell'Etiopide, un poema epico di Arctino di Mileto risalente alVII secolo a.C. e molto noto nell'età classica, ma di cui ci è pervenuto solo un breve frammento originale e un riassunto del V secolo a.C., veniva narrata la partecipazione delle Amazzoni, guidate dalla loro regina Pentesilea, alla guerra di Troia come alleate, questa volta, di Priamo. Il fulcro del poema era lo scontro fra Achille e Pentesilea che si concludeva con la morte di quest'ultima per mano dell'eroe greco e la restituzione del suo corpo ai Troiani da parte di un Achille commosso e pieno di ammirazione verso l'amazzone tanto da venir accusato di tradimento da un suo compagno d'arme.
I sentimenti di Achille nell'Etiopide, così prossimi all'amore verso la fiera nemica, e la tragicità intrinseca della vicenda, erano ideali per essere trasformati, durante il Romanticismo, in un intenso dramma psicologico d'amore e morte. E così, proprio, lo svilupperà ildrammaturgo tedesco Heinrich von Kleist nella sua tragediaPenthesilea (1808) in cui una regina delle Amazzoni resa folle dal contrasto insanabile fra l'amore e l'orgoglio sbrana, assieme ai suoi cani, il corpo di Achille.











Tralasciando la mitologia e passando alla storia, troviamo un corpo militare delle Amazzoni veramente esistito.Il re Houégbadja aveva gia organizzato un distaccamento di “cacciatrici di elefanti” facente funzione anche di guardia del corpo.Il figlio del re Agadia, ne fece delle vere e proprie guerriere.E. Chaudoin, in "Tre mesi in cattività nel Dahomey", nel 1891 le descrisse nel modo seguente:”Vecchie o giovani, brutte o belle, sono meravigliose da contemplare. Solidamente muscolose come i guerrieri neri, la loro attitudine è disciplinata e corretta allo stesso tempo, allineate come alla corda”.Alcune donne si arruolavano volontariamente, altre, insofferenti della vita matrimoniale e di cui mariti si lamentavano col re, erano arruolate d'ufficio. Il servizio militare le disciplinava e quella forza di carattere che mostravano nella vita matrimoniale e poteva così esprimersi nell'azione militare.Sul campo di battaglia, le Amazzoni proteggevano il re e prendevano parte attivamente ai combattimenti, sacrificando la loro stessa vita, non potevano sposarsi e avere figli, finchè rimanevano nell’esercito.Forgiate per la guerra per principio a questa dovevano consacrare lo loro vita."Noi siano degli uomini, non delle donne. Chi ritorna dalla guerra senza aver conquistato deve morire. Qualora ci ritirassimo in battaglia, la nostra vita sarebbe alla mercé del re. Quale che sia la città da attaccare, noi dobbiamo conquistarla o sotterrarci nelle sue rovine. Guézo è il re dei re. Finché sarà in vita noi non temeremo nulla". "Guézo ci ha donato nuova vita. Noi siamo le sue donne, le sue figlie, i suoi guerrieri. La guerra è il nostro passatempo, essa ci veste, essa ci nutre" Spesso ubriache di gin, abituate alle sofferenze e pronte ad uccidere senza preoccuparsi della propria vita, combattevano valorosamente e precedevano sempre le truppe incitandole al combattimento. Nel 1894, all'inizio della guerra fra le truppe del generale Dodds e quelle del regno di Abomey, l'armata contava circa 4000 amazzoni, suddivise in tre brigate. "Esse sono armate di daga a doppio taglio e di carabine Winchester. Queste amazzoni operano prodigi di valore; vengono a farsi uccidere a trenta metri dai nostri schieramenti..." (Capitano Jouvelet, 1894). Il corpo delle amazzoni fu dissolto dopo la sconfitta del regno d'Abomey, dal successore di Gbêhanzin, Agoli Agbo.
















VALCHIRIE

Nella mitologia nordica erano donne guerriere che avevano il compito di percorrere i campi di battaglia per raccogliere gli eroi caduti e condurli al cospetto di Odino. Dalla pelle bianchissima, indossavano armature lucenti e maneggiavano la spada con maestrìa. Si credeva che potessero determinare gli esiti delle battaglie.Molto abili nel cavalcare, dopo aver attraversato i campi di battaglia ed aver raccolto gli eroi caduti, li conducevano nel Valhalla dove li ricevevano offrendo loro dell'idromele. Gli eroi caduti venivano accolti nel Valhalla, un luogo mitico adornato da scudi ed armi, e quivi impegnavano il tempo nella pratica delle armi ed in interminabili banchetti in compagnia delle Valchirie.Il loro capo è Brunilde.
Brunilde (il cui nome significa “guerriera con la corazza”) è la figlia di Budli, alla quale Odino affida il compito di dirimere una contesa tra due sovrani, Hjalgunnar e Agnar; contro la volontà del dio, Budli decide a favore del secondo e viene pertanto condannata a cadere in un sonno eterno, dal quale viene liberata da Sigurdh (Sigfrido, nella mitologia germanica). Brunilde e Sigfrido si innamorano, ma questi beve una pozione magica che lo induce a sposare Gudrun; Brunilde si vendica uccidendolo, ma, presa da disperazione, si uccide a sua volta.

Nel Nibelungenlied Brunilde è la bellicosa regina d’Islanda che sottopone i suoi pretendenti a una serie terribile di prove di forza, decisa a sposare chi saprà combattere meglio di lei. Il re dei burgundi, Gunther, è innamorato di lei e, per riuscire a conquistarla, chiede aiuto a Sigfrido; questi, resosi invisibile grazie al cappuccio dell’invisibilità sottratto ai nibelunghi, si sostituisce a lui nell’ultima prova e sconfigge Brunilde. Scoperto l’inganno di cui è stata vittima, Brunilde, ormai sposa di Gunther, si vendica di Sigfrido, che farà uccidere da Hagen.

LA COSTELLAZIONE DI ORIONE : TRA MITO E SCIENZA


Di Annalisa Ronchi

La tendenza insita nell'uomo di razionalizzare e dare un senso a tutto ciò che lo circonda, spinse i nostri antenati a "collegare" in costellazioni le migliaia di luci che rischiarano il paesaggio celeste notturno. Spesso non c'è nessuna rassomiglianza tra le costellazioni e le figure di cui portano il nome ma queste sagome sono simboliche allegorie, sono le personificazioni di dei, di animali sacri, di racconti ed in ultima analisi, dei sogni degli uomini.
Una delle più grandi e splendenti costellazioni del cielo è la costellazione di Orione, la cui parte ben visibile è costituita da un grande quadrilatero che comprende due stelle di prima grandezza, Betelgeuse (una supergigante rossa con un diametro che varia tra le 300 e le 400 volte il diametro del Sole ed una distanza da noi di 310 anni luce) e Rigel (una supergigante bianco-azzurra distante da noi 910 anni luce e con una luminosità pari a 57.000 volte quella del Sole), e da tre stelle allineate, da sinistra, Alnitak, Alnilam e Mintaka, rispettivamente z(zeta), e (epsilon), d (delta) Orionis.
È utile ricordare che l'unità di misura astronomica "anno luce" è la distanza percorsa da un raggio di luce in un anno. La luce si muove con un velocità di 299.792, 458 chilometri al secondo, per cui un anno luce equivale a 9, 461 milioni di milioni di chilometri.
Tutte le figure che rappresentano la costellazione di Orione, presentano un uomo che ha sul braccio sinistro un vello di copertura, o uno scudo, formato dall'arco delle stelle contrassegnate con la lettera p (pi greco), poste tra il quadrilatero e la stella Aldebaran del Toro, mentre con la mano destra brandisce una clava, formata dal gruppo di stelle che si inserisce a nord, tra i Gemelli e il Toro e che termina con le c (chi) 1 e 2.
Anche altri popoli videro la forma di un gigante, gli arabi lo chiamarono infatti AL-GIAUZA e da loro provengono, dopo un lungo percorso, i nomi di diverse stelle.
BETELGEUSE, a (alfa) Orionis per esempio, era (tradotto dall'Almagesto) Menkib-al-giauza, cioè la spalla del guerriero, poiché essa era posta su una spalla. Nei trattati latini invece fu introdotta con il nome di Mancamalganze o Malgeuze. Però gli arabi la chiamarono anche Yadal-giauza, cioè la mano del gigante, ed una traduzione del 1200 sbagliò l'iniziale interpretando la "Y" come "B", così divenne Bedalgeuze. Scaligero la cambiò in Betelgeuse. In India questa stella marcava la 6ª stazione lunare, Andra, l'umido, in relazione al fatto che il suo sorgere era l'inizio della stagione delle piogge.
La d (delta) Orionis è MINTAKA, la cintura, z (zeta) Orionis è ALNITAK, che avrebbe lo stesso significato; b (beta) Orionis è RIGEL, da Rijil al jauzeh, la gamba o il piede. In Norvegia rappresentava l'alluce del gigante Orwandil, mentre l'altro, che si era congelato, fu staccato dal dio Thor e gettato fra le stelle a nord, dove divenne la stellina Alcor, compagna di Mizar nella coda dell'Orsa maggiore. La i (iota) Orionis è chiamata Nair-al Saif, la brillante della spada. Di tutt'altra origine è BELLATRIX, g (gamma) Orionis, che significa la guerriera o forse l'amazzone, mentre ALNILAM, e (epsilon) Orionis, dovrebbe significare la cintura di perle.
Lo splendido gruppo di stelle che costituisce la Costellazione di Orione è situata accanto alla Via Lattea, si estende da tutti e due i lati dell'equatore celeste e per questo è visibile in ogni parte del globo ed è così simile ad una figura umana che in ogni tempo e da ogni popolo è stato sempre identificato con una divinità, un eroe o un guerriero.
Dal 425 avanti Cristo (a.C.), i Greci hanno scelto di identificarvici Orione, l'uomo più grande e bello del mondo, figlio di Euriale, la figlia di Minosse, re di Creta e di Poseidone, il dio del mare, dal quale ottenne il dono di poter camminare sulle acque, e raffigurato in cielo mentre, armato con una clava e rivestito con una pelle di leone, affronta un toro, rappresentato nella confinante costellazione, sebbene di questo combattimento non si fa parola nella loro mitologia.
La nascita di questo asterismo è infatti molto più antica, risale ai Sumeri che l'associavano al grande eroe Gilgamesh, e chiamavano la costellazione URU.AN.NA (luce del cielo) e quella del toro GUD. AN.NA (toro del cielo).
Sappiamo con certezza che Gilgamesh fu un giovane re di Uruk, appartenente alla prima dinastia (circa 2600 a.C.). La sua opera più famosa fu la costruzione delle mura di Uruk, come è menzionato nel poema "l'Epopea di Gilgamesh" e confermato da un successivo re della città, Anam, il quale, parlando della ricostruzione delle mura, le definisce "un'antica opera di Gilgamesh".
Il poema, formato da 12 tavolette di argilla trovate durante il secolo scorso a Ninive, tra le rovine del tempio di Nabu e della biblioteca di Assurbanipal, si apre con una breve dichiarazione sulle imprese e sulle fortune dell'eroe, un prologo che presenta Gilgamesh come un grande saggio e sapiente, come colui che fece un lungo viaggio alla ricerca dell'immortalità e che, esausto e rassegnato, tornò a casa e scrisse su una tavoletta tutto ciò che aveva fatto e sofferto. A questa presentazione fa seguito la storia vera e propria.
Nella Tavoletta V, Gilgamesh ed il suo amico Enkidu uccidono un terribile gigante, Humbaba, quindi tornati a Uruk si lavano e indossano abiti puliti e una fusciacca. La bellezza di Gilgamesh colpisce la dea Ishtar, l'impetuosa e aggressiva dea babilonese della fecondità e dell'amore, nonché protettrice delle meretrici e dei luoghi dove si beveva birra:
"... E la principessa Ishtar sollevò gli occhi alla bellezza di Gilgamesh
Vieni da me, Gilgamesh, e sii il mio amante!
Concedimi il dono del tuo seme!
Sarai mio marito, ed io sarò tua moglie
Preparerò per te un cocchio di lapislazzuli e oro
Con ruote d'oro e corna di pietra "elmesu"
Avrai come muli da tiro demoni "umu"!
Entra nella nostra casa dal profumo di pino!
Quando entrerai nella nostra casa
La soglia meravigliosamente lavorata ti bacerà i piedi!..."
Ma Gilgamesh non è tentato dalla dea ed elenca, con disarmante franchezza, le sventure che hanno colpito i suoi precedenti amanti, trattati dalla dea con estrema crudeltà, uccisi o torturati oppure trasformati in rane o in lupi.
"... E da me cosa vuoi? Mi amerai e poi mi tratterai come loro!..."
Ishtar, non abituata a sentir parlare con tanta sincerità, salì nell'alto dei cieli e chiese al padre Anu (il dio del cielo) il Toro del Cielo per distruggere Gilgamesh. Anu tentò di placarla, ma Ishtar si infuriò tanto da minacciare di rompere i cancelli dell'oltretomba e di lasciare liberi i morti.
"Mi dirigerò nelle regioni infernali,
solleverò i morti che divoreranno i vivi,
e i morti supereranno in numero i vivi!"
Le sue terribili minacce ebbero effetto sul padre, ed essa rientrò a Uruk tenendo in mano le redini del Toro del Cielo. Questo Toro era, per i popoli mesopotamici, il Toro del Paradiso.
Davanti al fiume, il Toro sbuffò e nella terra si aprì un crepaccio in cui precipitarono centinaia di giovani guerrieri di Uruk. Sbuffò di nuovo e si aprì un altro crepaccio in cui caddero altri guerrieri. Quando sbuffò per la terza volta, un ulteriore crepaccio si aprì ed anche Enkidu vi cadde dentro. Prontamente balzò fuori, afferrò la coda del Toro per distrarlo, permettendo a Gilgamesh di affondare la sua spada nell'enorme collo del Toro. Quindi Enkidu squartò il toro e ne gettò i pezzi in cielo, contro Ishtar. Tale smembramento forse spiega come tutte le mappe stellari, anche le più antiche, rappresentano la costellazione del Toro solo con la parte anteriore dell'animale.
Taurus è una delle più antiche costellazioni il cui muso è formato dall'ammasso stellare a forma di V noto come le Iadi, le quali segnavano, con il loro sorgere, l'inizio della stagione piovosa, da cui il nome che significa le piovose. Sono un brillante ammasso formato da circa 200 stelle vecchie ed evolute e distanti 150 anni luce.
L'occhio del Toro è indicato dalla gigante rossa Aldebaran, distante da noi 68 anni luce e con un diametro 46 volte maggiore di quello del Sole. Aldebaran deriva dall'arabo Al Dabaran, che significa l'inseguitrice, infatti la stella "segue" il gruppo delle Iadi.
Le punte delle lunghe corna sono rappresentate da b (beta) e z (zeta) Tauri.
Vicino a z (zeta) nel 1054 si è verificata l'esplosione di una supernova la cui luminosità, secondo gli annali cinesi, fu visibile per alcune settimane anche di giorno, contrastando quindi anche la luminosità del Sole. Da quella esplosione ha avuto origine la nebulosa del granchio, M 1.
Da un punto vicino ad e (epsilon) irradiano ogni anno le meteore Tauridi, raggiungendo un massimo di 12 meteore all'ora il 3 novembre.
Inizialmente collegata con l'antica leggenda di Ares o Marte, la costellazione fu denominata, come già detto, Orione dai Greci, le cui radici del nome sono spiegate da Pindaro con Oarion, che significa guerriero.
Il semidio è citato da Omero come un bellissimo cacciatore che osò offendere Artemide, la dea della caccia, affermando di esserle di molto superiore e di essere in grado di uccidere con facilità ogni genere di animale della terra. La dea, indignata, generò uno scorpione che lo punse a morte.
In un'altra storia, che ci perviene da Arato, Orione avrebbe tentato di rapire Artemide, la quale causò una spaccatura del terreno dalla quale uscì lo scorpione. Ovidio invece ci dice che Orione venne ucciso nel tentativo di salvare Latona dallo scorpione... Comunque sia, il risultato è sempre stato lo stesso!
La costellazione dello Scorpione è situata in una zona molto ricca della Via Lattea ed è una delle poche che effettivamente assomiglia alla figura che si suppone rappresenti. Il cuore è costituito da Antares, una supergigante rossa 300 volte più grande del Sole e distante 330 anni luce. Il nome significa rivale di Marte per il suo colore rosso vivo.
Sia Orione che lo Scorpione furono poi portati in cielo ma collocati in zone opposte affinché il pungiglione dell'animale non potesse più insidiare il grande cacciatore. Infatti, quando le stelle dello Scorpione sorgono a est, Orione, sconfitto, tramonta ad ovest.
La morte di Orione lasciò soli e disperati i suoi fedeli cani, Sirio e Procione, che ulularono per giorni e giorni fino a che Zeus non li trasformò in due costellazioni, rispettivamente il Cane maggiore e il Cane minore.
Canis major contiene molte stelle brillanti che lo rendono una delle costellazioni più facilmente visibili: la sua stella più brillante, Sirio, dal greco sfavillante, una stella bianca distante 8, 7 anni luce è la più luminosa dell'intero cielo. Gli antichi Egizi basavano il loro calendario sul suo moto annuale intorno al cielo. Nel Cane maggiore si trova anche M 41 (NGC 2287), un grande ammasso stellare di circa 50 stelle distanti 2500 anni luce e che, in condizioni favorevoli, è visibile anche ad occhio nudo, tanto che era già noto ai greci.
Canis minor, a parte Procione, una stella bianco-gialla distante 11, 3 anni luce, contiene pochi oggetti interessanti.
In cielo Orione è rappresentato come inseguitore e persecutore delle Pleiadi, le sette ninfe figlie di Atlante e di Pleione, e per questo viene associato ad un altro mito: una notte, ubriaco, sull'isola di Chio, cercò di usare violenza a Merope, una di loro. Le sette sorelle furono mutate in colombe per poi volare in cielo, formando l'ammasso che porta il loro nome.
Le leggende degli aborigeni australiani sono sorprendentemente simili. La maggior parte identifica le Pleiadi con un gruppo di giovani donne che fuggivano dagli indesiderati approcci di un cacciatore, il quale, in alcune versioni, fu castrato come punizione e avvertimento.
Curiosamente, in Grecia, con il nome di Pleiadi erano chiamate anche le profetesse presenti a Dodona, dove esisteva una quercia consacrata a Zeus, della quale interpretavano il fruscio prodotto dal movimento del fogliame.
M 45, meglio noto come Pleiades (le Pleiadi), è l'ammasso stellare più brillante e famoso di tutto il cielo, citato in ogni tempo, da Omero a D'Annunzio. Il nome è di origine greca e deriva da plein, cioè navigare, oppure da pleios cioè molti. Ad occhio nudo si possono vedere circa sette stelle, le quali sono Alcyone, e (eta), la più brillante, quindi troviamo Celaeno, Electra, Taygeta, Maia, Asterope, Merope, Atlas, Pleione, una stella con inviluppo esteso che emette anelli di gas a intervalli regolari, la cui luminosità fluttua imprevedibilmente. In realtà, dell'ammasso distante da noi 415 anni luce, fanno parte circa 250 stelle, comprese molte giganti blu, immerse in una debole luminosità, residuo della nube da cui si sono formate "soltanto" 50 milioni di anni fa.
Il gesto di Orione suscitò l'ira di Enopione, o Oenopion, re di Chio, che lo fece accecare e bandire dall'isola. Costretto così ad allontanarsi, si diresse verso l'isola di Lemno, dove Efesto, impietosito dalla sua cecità, lo affidò alla guida di Cedalione, il quale lo condusse verso est e dove, arrampicatosi su un monte dell'isola di Lemno, si volse verso il sole nascente: la dea dell'alba Eos gli restituì la vista.
Per gli indigeni Hawaiani, le Pleiadi erano collegate con il dio Lono, il dio dell'agricoltura, della fertilità e della pace. Il periodo dell'anno a lui dedicato era il mahahiki, che durava circa quattro mesi ed era annunciato dal sorgere annuale delle Pleiadi al tramonto. In questo periodo Lono ritornava e portava con sé le piogge fertilizzanti dell'inverno, mentre tutte le normali attività umane erano sospese per potersi dedicare a sport, giochi, canti e danze hula. Alcune di queste ultime, simbolizzando una copulazione cosmica, avevano lo scopo di eccitare il dio affinché fertilizzasse la terra.
Anche se in modo diverso, anche per gli indiani Pawnee questi gruppi di stelle sono collegate tra loro: la costellazione di Orione rappresenta il grande capo Lunga Fascia, il quale dopo aver consultato il proprio popolo presso le due stelle più brillanti dei Gemelli (Castore e Polluce), lo condusse di vittoria in vittoria lungo la Via Lattea. Ora il suo corpo riposa nelle Pleiadi ed il suo cuore nel Presepe, M 44, il grande ammasso aperto formato da circa 75 stelle distanti da noi 520 anni luce, che si trova nella costellazione del Cancro.
Il Cancro è la meno luminosa delle 12 costellazioni dello zodiaco, ma contiene molti oggetti interessanti, primo fra tutti il già citato ammasso del Presepe o Alveare, M 44, ma anche M 67, un'altro ammasso stellare più piccolo ma più denso del precedente formato da circa 60 stelle distanti da noi 2700 anni luce.
Sia Orione che le Pleiadi sono due delle configurazioni più antiche, forse create insieme, anche perché furono utili agli agricoltori e ai naviganti.
Orione venne chiamato da Virgilio, Plinio e Orazio il tempestoso ovvero l'annunciatore di pericoli in mare, forse perché appare durante l'inverno.
La costellazione di Orione fu oggetto di molte attenzioni anche da parte degli Egizi, per i quali questo gruppo di stelle rappresentava Osiride, la principale divinità maschile che aveva dato origine alla civiltà nella terra del Nilo, mentre Iside era ritratta dalla brillante Sirio. Anche il dio solare Horus è immortalato in Orione, posto sulla barca sacra (la costellazione della Lepre), circondato da stelle e seguito da Sirio in forma di vacca, anch'essa su una barca. Secondo recenti studi, le piramidi della IV dinastia della piana di Giza, hanno, rispetto al fiume Nilo, la medesima posizione delle stelle della costellazione rispetto alla Via Lattea. Inoltre un condotto d'aria della Grande Piramide sembra essere allineato con le stelle della cintura di Orione.
Alcune popolazioni hanno considerato una costellazione a sé, ciò che noi definiamo "la cintura di Orione", come gli indiani Chinook che vedevano nelle tre stelle allineate una canoa o i popoli precolombiani che vi scorgevano una coppia di Mamalhuaztli, i bastoncini utilizzati per accendere il fuoco, o come la più antica popolazione del Nordeuropa, il popolo dei Lapponi, per i quali le tre stelle sono tre cacciatori (i figli di Galla) che inseguono una grande renna, rappresentata dall'insieme di molte costellazioni: Cassiopea, Perseo e Auriga. Sempre a cacciatori pensavano gli Inuit (gli eschimesi) che vedevano in queste tre stelle tre Siktut, i cacciatori di foche, che, dispersi durante una caccia furono trasferiti insieme nel cielo. Mentre alcune tribù aborigene dell'Australia chiamano la cintura "i giovanotti danzanti", intenti a ballare la danza Corroboree per attirare l'attenzione delle ragazze, rappresentate dalle Pleiadi. In India è narrata una storia più completa: la costellazione di Orione è il Signore delle Creature, il dio Praiapati, nella sua metamorfosi come cervo Mriga che insegue, insanamente innamorato, la propria figlia, la bellissima Roe Rohini (la stella Aldebaran) salvata dal cacciatore celeste Lubdhka (la stella Sirio) che scaglia con il suo arco, una freccia che uccide Mriga. La freccia è ancora piantata nel corpo del cervo ed è rappresentata dalle tre stelle della cintura.
La costellazione di Orione è uno scrigno colmo di oggetti interessanti, tra questi la famosissima M 42, la grande Nebulosa di Orione che costituisce la parte centrale della spada del gigante, la quale si snoda verticalmente a partire dalla cintura. Si tratta di una gigantesca nebulosa ad emissione, costituito di gas e polveri visibile ad occhio nudo per la sua estensione ed è illuminata dal sistema di stelle denominato il Trapezio e la sua luce è dovuta principalmente proprio alla fluorescenza prodotta dalla radiazione ultravioletta emessa da queste stelle. Le sue dimensioni reali appaiono essere più di ventimila volte le dimensioni del Sistema Solare.
Vicino è presente la nebulosa Fiamma (NGC 2024), un'area splendente di gas che circonda la stella z (zeta) Orionis. A sud c'è una striscia di nebulosità su cui si staglia la famosa nebulosa Testa di Cavallo (B33), una nube oscura di polveri dalla caratteristica forma di "cavallo degli scacchi".
Osservando il cielo, riapriamo ogni volta un libro di figure scritto dalla fantasia di uomini vissuti migliaia di anni fa, libro completato dagli astronomi moderni che all'elenco di dei e di eroi, hanno aggiunto soggetti ugualmente affascinanti, cui hanno dato i nomi di: giganti rosse, nane bianche, pulsar, quasar, buchi neri. Ora sta in noi uscire all'aperto per osservare con i nostri occhi le meraviglie che vi sono descritte.



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