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È allarme per un nuovo coronavirus dalla Cina: “Si trasmette da uomo a uomo”. Oms convoca riunione d’emergenza


Di Carmelo Leo

Nei primi anni Duemila ci fu la SARS, poi nel 2015 scoppiò l’epidemia di MERS: oggi, nei primi giorni del 2020, lo spauracchio è un nuovo coronavirus, il cui primo focolaio è stato rilevato in Cina, nella città di Wuhan, ma che già ha contagiato persone anche in altri centri. Il nome scientifico del virus è 2019-nCoV.
Secondo le prime stime, a pochi giorni dalla scoperta di questo nuovo virus ci sono già circa 1.700 casi di contagio, con addirittura 3 morti. Un team di esperti della National Health Commission cinese ha anche confermato un’altra grande paura dei cittadini, ovvero che il coronavirus si trasmette da persona a persona.
Tutto è partito a Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei nella Cina centrale che vanta oltre 11 milioni di abitanti. Sembra inoltre che il virus si sia diffuso a partire da un mercato del pesce cittadino, anche se questa ipotesi non è ancora stata confermata. Sempre secondo la National Health Commission cinese, nel sud del Paese (nella provincia del Guangdong) ci sarebbero stati finora due casi di trasmissione uomo-uomo del coronavirus.
Ci sono però notizie anche di contagi al di fuori della Cina, seppur sempre limitati all’Asia: due casi in Tailandia, importati da cittadini cinesi transitati da Wuhan; un caso in Giappone, emerso sempre tramite un cittadino passato per la città e un caso in Corea del Sud.

I sintomi del nuovo coronavirus cinese

sintomi del coronavirus cinese, spiegano i medici, sono molto simili allapolmonite. Ci sono quindi febbre alta, difficoltà respiratoria, raffreddore e debolezza generale.
Si chiama coronavirus proprio perché ha una forma di corona. La trasmissione può avvenire sia per via aerea, sia per contatto. Secondo le prime stime, ha un periodo di incubazione che va da due a dieci giorni. Come si è visto nei tre casi di Wuhan, questa patologia può essere anche letale.

Il rischio di una trasmissione anche in Europa

Ovviamente, c’è il timore che il nuovo coronavirus possa arrivare anche in Europa. Eppure, al momento, gli esperti si dicono tranquilli su un rischio contagio nel nostro continente.
Il rischio di diffusione nei paesi europei viene considerato estremamente limitato. Tuttavia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella figura del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza per il 22 gennaio a Ginevra. L’obiettivo è accertare se il focolaio di casi “rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla”.
La notizia del contagio da persona a persona ha imposto anche alcune misure di prevenzione. Il ministero della Salute, ad esempio, ha appeso alcune locandine nell’aeroporto di Roma Fiumicino, nelle quali consiglia di “rimandare viaggi a Wuhan non necessari”. E anche di consultare il medico e vaccinarsi contro l’influenza “almeno due settimane prima del viaggio”. Nessuna psicosi, dunque. Ma la prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Oppioidi, in Oklahoma la prima sentenza contro Johnson e Johnson


Di Cristina Da Rold

Lunedì scorso Thad Balkman, giudice quarantottenne dell’Oklahoma ha decretato che Johnson & Johnson aveva intenzionalmente minimizzato i pericoli dell’uso di farmaci oppioidi per la salute, ordinando all’azienda di pagare allo stato 572 milioni di dollari di risarcimento. Nella sentenza si legge che Johnson & Johnson aveva promulgato “campagne di marketing false, fuorvianti e pericolose” che avevano causato tassi di dipendenza in modo esponenziale e morti per overdose e bambini nati già esposti a oppioidi. Si tratta del primo processo a un produttore di farmaci per la distruzione provocata dagli antidolorifici prescritti.
L’importo è molto inferiore alla sentenza di 17 miliardi di dollari che l’Oklahoma aveva richiesto per il trattamento della dipendenza, e il giudice ha affermato che ci vorranno 20 anni per riparare al danno causato dall’epidemia di oppioidi. Nel frattempo – dichiara Balkman – 572 milioni di dollari dovrebbero bastare per pagare per un anno i servizi necessari per combattere l’epidemia in Oklahoma.
Si tratta in ogni caso di un momento di svolta enorme, che incoraggia le oltre 2.000 cause legali per oppiacei in corso in tutto il paese di perseguire una strategia legale simile a quella dell’Oklahoma. Nonostante tutto l’azienda produttrice non si abbatte. Come riporta il New York Times, Sabrina Strong, avvocato di Johnson & Johnson ha dichiarato: “Abbiamo molti validi motivi di appello e intendiamo perseguirli con forza”.

L’emergenza oppiodi negli Stati Uniti

I dati – per esempio quelli contenuti nel World Drug Report delle Nazioni Unite – autorizzano a parlare di una vera e propria epidemia di morti da overdose in corso negli Stati Uniti. Nel 2016 si era registrato un picco di quasi 60mila morti per overdose, quattro volte quelle del 2000. Una delle ragioni principali di questa diffusione incontrollata è la dipendenza dai molti farmaci usati per controllare il dolore che sono appunto a base di oppiacei, come fentanile, ossicodone e idrocodone.
Con il nome di analgesici oppioidi si intendono gli alcaloidi naturali dell’oppio (morfina, codeina e tebaina), o i loro derivati di sintesi, come fentanil o metadone. Usate sotto stretta prescrizione, queste sostanze sono importantissime per contenere la percezione del dolore. Pensiamo per esempio alla morfina per i malati di cancro. Qui però stiamo parlando di farmaci molto più potenti. Il fentanyl per esempio, che è in commercio come analgesico, è fino a 100 volte più potente della morfina e fino a 40 volte più forte dell’eroina.
È evidente che questi farmaci, se assunti ad alti dosaggi e con un uso continuato e fuori controllo, provocano problemi rilevanti per la salute, per esempio respiratoria, specie se vengono assunti in combinazione con gli alcolici o altri farmaci e droghe. Senza contare le conseguenze della dipendenza psichica, caratterizzata da un comportamento compulsivo del paziente che necessita di assumere il farmaco con regolarità.
Sempre il New York Times calcolava che l’epidemia di oppioidi avrebbe superato il tasso di crescita dell’epidemia di AIDS degli anni novanta. Non solo: nel 2016 – annus horribilis – i morti per overdose erano più di quelli da arma da fuoco e da incidente stradale. Secondo i dati raccolti da una studiosa del fenomeno, Shannon Monnat, nel 2016 sarebbero stati 95 milioni gli americani che avrebbero consumato antidolorifici e due milioni sarebbero i cittadini dipendenti da oppioidi da prescrizione. L’Oklahoma ha sofferto potentemente di questa epidemia. Sempre secondo quanto riporta il NYT, l’ufficio di Mike Hunter, il procuratore generale dell’Oklahoma, avrebbe registrato fra il 2015 e il 2018 ben 18 milioni di prescrizioni di oppiacei in uno stato con una popolazione di soli 3,9 milioni di abitanti. Dal 2000, sempre secondo Hunter, circa 6.000 persone sarebbero morte in Oklahoma per overdose da oppiacei, mentre altre migliaia lottano per uscire dalla dipendenza.
Un recente report del National Safety Council americano mostra che l’overdose accidentale da oppioidi è al quinto posto nella classifica delle morti prevenibili, prima della probabilità di morire per incidente d’auto.

Le accuse a J&J

Durante il processo, Johnson & Johnson ha affermato che la colpa dell’epidemia non può essere attribuita a un’azienda con vendite così modeste, i cui farmaci sono stati approvati e rigorosamente regolati dalle agenzie statali e federali. Tuttavia, il giudice Balkman ha affermato che Johnson & Johnson avrebbe avuto un impatto fuori misura sull’epidemia dello stato, sebbene la sua quota di vendite di oppioidi fosse appena l’1% del mercato. L’azienda aveva infatti stipulato un contratto con i coltivatori di papavero in Tasmania, fornendo il 60% degli ingredienti di oppiacei che le compagnie farmaceutiche usavano per produrre oppioidi come l’ossicodone, e commercializzava aggressivamente oppioidi per medici e pazienti come sicuri ed efficaci. Una sussidiaria di Johnson & Johnson, Janssen Pharmaceuticals, produceva inoltre i propri oppioidi. “Johnson & Johnson – si legge sempre sul NYT – si è impegnata in un marketing falso, ingannevole e fuorviante, ha dichiarato Abbe R. Gluck, che insegna politica sanitaria e diritto alla Yale Law School”. Dal 2000 al 2011, i membri del personale di vendita di Johnson & Johnson avrebbero effettuato circa 150.000 visite ai medici dell’Oklahoma, concentrandosi in particolare su prescrittori di alto volume.

E in Europa?

Il problema dell’abuso di oppioidi non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, anche se le dimensioni sono molto più contenute, e al momento l’Italia non sembra essere particolarmente interessata dal problema. Ma potrebbe diventarlo. Nell’ultimo rapporto disponibile dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed), si registra per l’Italia un incremento nelle prescrizioni degli oppioidi in termini di variazione del rapporto della defined daily dose (DDD) per gli alcaloidi oppiacei, per gli oppioidi derivati dalla fenilpiperidina, come il fentanyl), e per gli altri oppioidi. La stessa crescita si registra anche per i farmaci usati nella terapia del disordine da uso di sostanze oppioidi, come metadone e buprenorfina.
Secondo quanto riporta un position paper della Società Italiana di Farmacologia, in Europa un adulto su cinque è affetto da dolore cronico di intensità da moderata a severa, ma la maggior parte dei pazienti non sarebbe seguito da specialisti della Terapia del Dolore e il 40% di essi non ha un’adeguata gestione del dolore. L’Italia in questa triste classifica è al terzo posto in Europa, con il 26% della popolazione adulta che soffrirebbe di dolore cronico.

Cervello, “ringiovanite cellule progenitrici” in un esperimento su topi


Di Giovanna Trinchella
La maturazione delle cellule cerebrali potrebbe non essere un processo irreversibile. Lo dimostra un esperimento in cui le cellule progenitrici del cervello sono “ringiovanite”. Prelevate dalla corteccia di un embrione di topo e trasferite in quella di un embrione più giovane, sono riuscite a ‘ricordare’ e rimettere in pratica le loro abilità più primitive.
L’esperimento, pubblicato su Nature dai ricercatori dell’Università di Ginevra, rappresenta una prova di principio della possibilità (ancora remota) di rigenerare la corteccia cerebrale danneggiata da incidenti o malattie.
Questo obiettivo viene inseguito da decenni, tanto che già negli anni Novanta alcuni ricercatori avevano tentato un simile trasferimento di cellule progenitrici nel cervello dei topi: quei primi esperimenti però, meno raffinati dell’attuale, avevano portato a conclusioni diametralmente opposte.

“Grazie a tecniche di isolamento cellulare più precise, noi invece siamo stati in grado di identificare cellule progenitrici che si comportano come vere staminali“, rivendica il neuroscienziato Denis Jabaudon. “Una volta trapiantate nel loro nuovo ambiente, sono ringiovanite diventando praticamente identiche agli altri progenitori non trapiantati. L’ambiente agisce dunque come una vera e propria cura ringiovanente”. Il segreto per riportare indietro le lancette dell’orologio è la proteina Wnt. “Sapevamo che fosse importante per mantenere le staminali in una condizione indifferenziata, ma da questo studio – aggiunge Jabaudon – emerge che può fare anche di più, rendendo reversibile il processo di maturazione cellulare”. In un secondo esperimento, il suo team ha provato anche ad accelerare la maturazione dei progenitori, trasferendoli da un embrione più giovane a uno più grande, ma contro ogni previsione non ci sono riusciti.

Il cancro non è dovuto al caso o alla sfortuna: dipende dall'ambiente


Di Francesca Bernasconi
"Non ci si ammala di cancro per caso o sfortuna". A confermarlo è uno studio scientifico, opera di un team di ricercatori italiani pubblicato su Nature Genetics, che mostra come sia possibile rintracciare le cause della malattia nell'ambiente e nelle traslocazioni cromosomiche.
Queste, spiegano gli scienziati, sono alterazioni geniche che portano allo sviluppo dei tumori.
Ma le alterazioni non avvengono casualmente, per predestinazione o sfortuna, come sostenevano studi precedenti, come quello del 2015, opera di un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine. Secondo gli studiosi italiani, guidati da Piergiuseppe Pelicci, direttore della Ricerca Ieo e professore di Patologia generale all'università degli Studi di Milano, e Gaetano Ivan Dellino, ricercatore Ieo e di Patologia generale della Statale, in collaborazione col gruppo diretto da Mario Nicodemi, docente dell'ateneo di Napoli Federico II, le traslocazioni cromosomiche sono prevedibili e causate dall'ambiente esterno alla cellula.
"Un tumore si sviluppa quando una cellula accumula 6 o 7 alterazioni del Dna a carico di particolari geni: i geni del cancro", spiegano gli scienziati. Le alterazioni possono consistere piccoli cambiamenti strutturali o arrivare anche alla fusione di due geni. Uno studio dello scienziato Bert Vogelstein ha dimostrato che le alterazioni si formano, quando le cellule duplicano il proprio Dna e, dato che queste mutazioni sono inevitabili, lo studioso ha concluso che avverrebbero a prescindere dagli stili di vita. Il lavoro dei ricercatori italiani, invece "mette in discussione la casualità delle traslocazioni cromosomiche", causate dalla rottura della doppia elica. "Pensavamo che questo tipo di danno avvenisse casualmente nel genoma, ad esempio durante la divisione cellulare come ipotizzato da Vogelstein- spiegano gli autori dello studio- Al contrario, però, studiando le cellule normali e tumorali del seno, abbiamo scoperto che né il danno al Dna né le traslocazioni avvengono casualmente nel genoma". Il danno, infatti, "avviene all'interno di geni con particolari caratteristiche e in momenti precisi della loro attività", che permettono di "prevedere quali geni si romperanno e quali no".
Quindi, conclude il team tricolore, "l'attività di quei geni è controllata da segnali specifici che provengono dall'ambiente nel quale si trovano le cellule, che a sua volta è influenzato dall'ambiente in cui viviamo e dai nostri comportamenti". Viene così ribadita l'importanza della prevenzione dei tumori, adottando uno stile di vita sano, evitando i fattori ambientali che favoriscono la formazione del cancro: fumo, alcol, obesità, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, una dieta ad alto contenuto in zuccheri e carni rosse o processate, e a basso contenuto di frutta, legumi e vegetali. Inoltre, è bene effettuare i vaccini contro i virus e i batteri che causano i tumori.
Con i nuovi risultati è stata aperta "una finestra sul meccanismo molecolare alla base delle traslocazioni, che forse potremo usare in futuro come marcatore per identificare il rischio di sviluppare la malattia, o come bersaglio per disegnare farmaci che aiutino a prevenire il cancro". Per il momento, non è ancora chiaro quale sia il segnale che porta alle traslocazioni, ma la cosa importante è aver capito che "proviene dall'ambiente".

La denuncia degli scienziati: Coca-Cola potrebbe sospendere le ricerche che finanzia


Di Marta Musso

Attraverso specifici meccanismi contrattuali, il colosso della Coca-Cola potrebbe nascondere i risultati di alcune ricerche che finanzia. È questa l’accusa di un team di ricercatori internazionale, guidato dall’Università di Cambridge, che analizzando oltre 87mila pagine di documenti ottenuti grazie alla statunitense Freedom of Information Act, o Foia, (legge che tutela la libertà d’informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi), ha scoperto come specifiche clausole nei contratti di finanziamento darebbero al colosso delle bollicine la possibilità di visionare in anteprima eventuali risultati di studi di alcune università statunitensi e canadesi. Ma non solo: la società godrebbe anche del diritto di far sospendere uno studio “senza alcuna ragione” (o meglio, qualora fosse sfavorevole per l’azienda) e di entrare in possesso di quei dati.
Tuttavia, specifichiamo fin da subito che, come riferiscono i ricercatori nel loro studio appena pubblicato sul Journal of Public Health Policy, non sono state finora trovate le prove concrete che la Coca-Cola abbia mai sospeso alcuna ricerca che ha finanziato. “Tuttavia, il dato importante è che l’azienda ha il diritto di farlo”, raccontano i ricercatori.
Gran parte dei finanziamenti della Coca-Cola riguardano il mondo della ricerca sulla nutrizione e sull’attività fisica. Ricordiamo, infatti, che il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico e a basso contenuto di nutrienti è considerato un importante fattore nell’epidemia di obesità infantile. Tanto che l’anno scorso, come vi avevamo raccontato, il Regno Unito aveva introdotto una tassa sullo zucchero su molte bevande analcoliche, inclusa la Coca-Cola.
Come raccontano i ricercatori, queste clausole potrebbero nascondere “informazioni fondamentali sulla salute”, e ipotizzano sia già stato fatto. Infatti, gli autori dello studio, tra cui anche i ricercatori della London School of Hygiene e Tropical Medicine, dell’università Bocconi e dello statunitense Right to Know (gruppo di ricerca no profit), sostengono che le clausole appena scoperte violano gli impegni presi dalla società di sostenere lascienza in modo trasparente e senza restrizioni.
Per capirlo, tra il 2015 e il 2018 il Right to Know ha presentato 129 richieste al Foia relative alle università nordamericane che avevano ricevuto finanziamenti dalla Coca-Cola. Dalle analisi di oltre 87mila pagine di documenti, i ricercatori hanno scoperto cinque contratti di ricerca stipulati con quattro università: Louisiana State University, University of South Carolina, University of Toronto e University of Washington.
Sul suo sito web la Coca-Cola dichiara che gli scienziati mantengono il controllo totale sulle loro ricerche e che la società non ha il diritto di impedire la pubblicazione dei risultati. Un portavoce dell’azienda, in particolare, ha riferito a Inverse“Concordiamo che la trasparenza e l’integrità della ricerca siano fondamentali. Ecco perché, dal 2016, The Coca-Cola Company non ha finanziato in modo indipendente la ricerca su questioni relative alla salute e al benessere in linea con i principi guida pubblicati sul nostro sito web da quel momento”.
Dall’altra parte, tuttavia, gli accordi mostrano mostrano che Coca-Cola avrebbe potuto far valere alcuni diritti durante tutto il processo della ricerca, tra cui il diritto di ricevere aggiornamenti e commenti sui risultati prima della pubblicazione e il potere di terminare gli studi in anticipo anche “senza motivo”.
“Abbiamo scoperto che alcuni contratti consentono di annullare risultati o scoperte sfavorevoli prima della loro pubblicazione”, ha precisato l’autrice della ricerca, Sarah Steele, dell’Università di Cambridge. “La Coca-Cola si è dichiarata all’avanguardia nel sostenere con trasparenza gli studi sulla salute che finanzia, ma i nostri risultati suggeriscono che una ricerca importante potrebbe non essere stata mai pubblicata e noi non lo sapremo mai”.

Coca-Cola e l’inchiesta shock: “pagati i ricercatori per smentire legami con obesità e diabete”


Di Monia Sangermano

Un’inchiesta pubblicata sul Journal of Public Health Policy ha rivelato che Coca-Cola avrebbe speso milioni di dollari per finanziare ricerche scientifiche universitarie, bloccando o condizionando quelle che sono giunte a conclusioni sfavorevoli alla compagnia. Nell’articolo si spiega come Coca-cola usi i contratti e gli accordi per influenzare le ricerche sanitarie che finanzia. In base a quanto emerso la multinazionale utilizzerebbe contratti redatti minuziosamente per garantire che la società abbia un accesso privilegiato e anticipato ai risultati delle ricerche e possa chiudere gli studi per qualsiasi ragione. I ricercatori intervistati hanno dichiarato di aver dato alla Coca-cola la possibilità di far passare sotto silenzio i risultati sfavorevoli alla società, come ad esempio gli studi che collegano il consumo di bevande dolcificate all’obesità.

Gli autori dello studio sono collegati all‘Università di Cambridge, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, alla Bocconi, e alla ong americana Right to Know. Il report su Coca-cola si basa sui contratti di ricerca ottenuti attraverso diverse richieste fatte con il Freedom of Information, e sono state prese in esame 87.000 pagine di documenti. Tra questi vi sono cinque accordi di ricerca firmati da Coca-cola e dalle università della Louisiana, del South Carolina, di Toronto e di Washington. La maggior parte delle ricerche finanziate dalla compagnia sono legate alla nutrizione e all’attività fisica. I ricercatori hanno rivelato, però, che questo tipo di contratti non sono firmati soltanto dalla Coca-cola. Monsanto e PepsiCo hanno sponsorizzato studi sanitari legati ai loro prodotti.


FONTE: http://www.meteoweb.eu/2019/05/coca-cola-inchiesta-shock-pagati-ricercatori-obesita-diabete/1260086/#oGXWfgYOCSfPOtZr.99

Antibiotico-resistenza, grave infezione curata con tre virus killer di batteri



Un cocktail di tre virus killer di batteri e innocui per gli uomini – i cosiddetti ‘batteriofagi’ – è stato usato con successo su una paziente per curare un’infezione antibiotico-resistente potenzialmente fatale, causata da un micobatterio (parente del patogeno della tubercolosi). Il successo si deve al team di Graham Hatfull, del Howard Hughes Medical Institute (HHMI) e docente della University of Pittsburgh e ha permesso la guarigione di una 15enne con fibrosi cistica, reduce da un doppio trapianto di polmoni al London’s Great Ormond Street Hospital e con una grave e diffusa infezione da ceppi antibiotico-resistenti di micobatterio. Il caso di studio è stato riportato sulla rivista Nature Medicine, e promette di lanciare nuove terapie personalizzate per aggirare le resistenze antibiotiche, una minaccia globale, sfruttando l’azione di virus già presenti in natura, specifici per attaccare batteri.

L’idea di usare i batteriofagi al posto degli antibiotici non è nuova, è già nota e veniva usata sin dai tempi della guerra fredda in Unione Sovietica per aggirare la carenza di antibiotici. In questo studio si è cercata la soluzione al caso clinico, gravissimo, in una ‘biblioteca’ di ben 15 mila batteriofagi (o fagi) raccolti in tutto il mondo e conservati da Hatfull.
Gli esperti hanno selezionato tra tutti i fagi, tre virus specifici per i ceppi del micobatterio che aggredivano il corpo della giovane, i fagi Muddy, ZoeJ e BPs. Gli ultimi due sono stati modificati geneticamente per renderli ancora più aggressivi contro i batteri e il cocktail di fagi è stato somministrato alla giovane due volte al giorno (ogni dose conteneva un miliardo di virus). La terapia si è rivelata sicura ed efficace: i segni dell’infezione diffusi su tutto il corpo sono scomparsi e la funzione epatica della giovane è migliorata. Per di più i batteri non hanno mostrato alcun segno di sviluppare resistenze, segno che i fagi sono una potenziale alternativa agli antibiotici nella lotta ai batteri multiresistenti. La ricerca continua: uno dei prossimi obiettivi è sviluppare un cocktail di fagi efficace ad ampio spettro, che sia cioè in grado di annientare i più disparati ceppi batterici multi-resistenti.

In Cina sono nate 5 scimmie clonate, geneticamente modificate per essere insonni


In Cina sono nate 5 scimmie clonate, geneticamente modificate per essere insonni


È la prima clonazione di un primate con dna modificato in laboratorio, e per gli esperti potrebbe diminuire l’uso dei primati nelle sperimentazioni e aiutare a studiare malattie dall’insonnia al cancro

Di Mara Magistroni
In Cina sono nate cinque scimmiette identiche. E no, non sono frutto di uno straordinario evento naturale, ma di un esperimento condotto da due team dell’Institute of Neuroscience della China Academy of Sciences (Ion-Cas) di Shanghai. Per la prima volta i ricercatori cinesi sono riusciti a ottenere con la stessa tecnica della pecora Dolly ben cinque cloni di un macaco, a sua volta geneticamente modificato in laboratorio con la tecnica di editing del dna Crispr-Cas9 per sviluppare disturbi del sonno.
Un’impresa davvero eccezionale dal punto di vista scientifico, che – sostengono i suoi autori – permetterà di studiare più a fondo l’insonnia, la depressione e le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer in animali più simili a noi. Ma che, tuttavia, porta con sé tutti i dilemmi etici sulla sperimentazione sui primati non umani.
La ricerca è riportata in due articoli (qui e qui) pubblicati sulla rivista National Science Review.

Macachi insonniIl primo esperimento condotto dai ricercatori cinesi aveva lo scopo di creare un macaco geneticamente modificato che mostrasse alterazioni del ritmo circadiano, come la riduzione del tempo di sonno e l’anomala attività notturna accompagnati da ansia e depressione.
Per questo gli scienziati hanno applicato la tecnica del taglia-e-cuci genetico Crispr-Cas9 per modificare il gene Bmal1, coinvolto appunto nella regolazione del ritmo circadiano, in embrioni di macaco fecondati in vitro. Una volta nati, gli animali sono stati analizzati e monitorati per selezionare l’esemplare in cui l’editing del dna fosse stato efficace.
“I disturbi del ritmo circadiano potrebbero essere coinvolti in molte malattie umane, tra cui disturbi del sonno, diabete mellito, cancro e malattie neurodegenerative”
, ha spiegato Hung-Chun Chang, tra gli autori della ricerca. “Le nostre scimmie geneticamente modificate nel gene Bmal1 potrebbero quindi essere utilizzate per studiare la patogenesi della malattia così come i trattamenti terapeutici”.

Cinque gocce d’acquaNella fase successiva della ricerca, la scimmia insonne ha fatto da donatrice di cellule (fibroblasti), il cui materiale genetico è stato trasferito in oociti di macaco precedentemente svuotati del proprio nucleo. La tecnica utilizzata è quella del trasferimento nucleare da cellule somatiche, la stessa impiegata l’anno scorso per generare Zhong Zhong e Hua Hua, le prime due scimmie clonate della storia. La stessa (con qualche aggiustamento) della pecora Dolly. Gli embrioni cloni così ottenuti – tutti uguali tra loro perché proprietari dello stesso patrimonio genetico – sono stati impiantati in mamme-scimmie surrogate.
Un’impresa eccezionaleAl di là degli interrogativi etici che inevitabilmente emergono, la ricerca ha davvero dell’eccezionale. A differenza del processo che ha portato alla nascita di Zhong Zhong e Hua Hua, infatti, stavolta i ricercatori hanno utilizzato con successo cellule di una scimmia donatrice completamente sviluppata (e non di un feto abortito). Un animale che oltretutto era stato modificato geneticamente.
Riteniamo che questo approccio alla clonazione di scimmie modificate geneticamente possa essere utilizzato per generare una varietà di modelli di primati utili per studiare malattie a base genetica, tra cui molte malattie del cervello, i disordini immunitari e metabolici e il cancro“, sostengono gli autori. “Questo approccio aiuterà a ridurre il numero di macachiattualmente utilizzati nella ricerca biomedica in tutto il mondo: senza l’interferenza del background genetico, infatti, basterà un numero molto inferiore di scimmie clonate che mostrano fenotipi malattia da utilizzare per i test pre-clinici sull’efficacia delle terapie”.

Allarme per un “varicella party”. L’assessore alla Sanità lombardo Gallera: “Iniziativa irresponsabile”

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Di Chiara Baldi

«Domani “varicella party” per chi lo desidera. Vi aspettiamo alla casa di Milano». L’agghiacciante invito è apparso lunedì 30 aprile sul profilo Facebook di una educatrice genovese che vive a Milano e che a quanto pare ha simpatie novax. Per questo ha invitato i suoi contatti Facebook a portare i propri bimbi non vaccinati a casa sua così da far contrarre loro la varicella. Ma il post ha subito scatenato una marea di polemiche sui social, con tanto di segnalazioni alla Polizia Postale al fine di rimuovere il post. Che però non è stato rimosso. Il medico Roberto Burioni ha scritto su Twitter: «Qualcuno difenda questi poveri bambini». E anche l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera è intervenuto sulla vicenda: «Giudico assolutamente da irresponsabili iniziative come la “varicella o morbillo party” e mi auguro che le autorità preposte pongano in essere tutte le misure necessarie per punire chi li organizza», ha scritto in una nota. 

«La varicella, così come il morbillo, è una malattia esantematica che può avere delle gravissime conseguenze, per questo è stata inserita tra quelle per le quali il vaccino è obbligatorio a partire dai nati 2017 e per questo chiunque diffonda la possibilità di epidemia è perseguibile penalmente», ha aggiunto augurandosi che «nessuno sia stato così incosciente da portare il proprio figlio. Questi antichi metodi sono anacronistici perché fortunatamente ora esistono i vaccini che i nostri Centri offrono a tutti gratuitamente. Nel 2017 per tutta la Lombardia per la prima coorte di chiamata attiva (nati 2016) abbiamo vaccinato 41.101 su 83.013 pari al 49,51». 
Intanto dall’Ats di Milano specificano che al momento non risultano essersi verificate altre iniziative simili e che il post dell’educatrice risulta ad ora l’unico invito ai “varicella party”.  

Integratori, l'Italia è prima in Europa per il loro uso. Gli scienziati: 'Spesso non servono a niente'


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Di Salvatore Santoru

Negli ultimi tempi c'è stato un vero e proprio boom degli integratori alimentari nei paesi occidentali e specialmente in Italia.
La stessa Italia risulta essere la nazione europea dove gli integratori sono maggiormente utilizzati.

Detto questo, c'è da dire che la comunità scientifica e medica è sempre più scettica nel riguardo degli stessi integratori alimentari e, secondo quanto riportato da una recente inchiesta pubblicata sul sito web dell'Espresso(1), anche la Federazione Italiana Scienza Della Vita (rappresentante diverse associazioni scientifiche e mediche italiane) ha recentemente reso nota una ricerca effettuata sulla presunta validità degli integratori che dimostra che nella maggior parte dei casi gli stessi causano effetti collaterali.

NOTA:

(1) http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/04/16/news/italiani-primi-in-europa-per-uso-di-integratori-peccato-che-non-servano-a-niente-1.320586

PER APPROFONDIRE:
https://it.blastingnews.com/salute/2018/04/integratori-italia-prima-in-europa-per-uso-ma-non-esistono-prove-di-efficacia-002511383.html .

L’Alzheimer è contagioso? Studio ipotizza che possa trasmettersi con il sangue

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/06/lalzheimer-e-contagioso-studio-ipotizza-che-possa-trasmettersi-con-il-sangue/3961181/

Anche l’Alzheimer si può trasmettere attraverso il sangue di una persona affetta dalla malattia? È questo il dubbio sollevato da una ricerca pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry (Nature) e che potrebbe aprire nuovi scenari in merito alla malattia neurodegenerativa in grado di portare alla demenza e alla perdita della memoria e delle funzioni cognitive. Lo studio condotto dalla University of British Columbia di Vancouver, è il primo al mondo a dimostrare che la beta-amiloide, proteina cardine nella patogenesi dell’Alzheimer, può trasmettersi attraverso il sangue da un animale all’altro, inducendo nell’arco di pochi mesi delle alterazioni patologiche nel cervello degli animali sani. È stato proprio lo studio di questa proteina, che viene prodotta direttamente nel cervello così come in tessuti periferici da dove poi passa nella circolazione generale, a far scaturire negli scienziati il sospetto che anche una trasfusione di sangue possa portare ad ammalarsi di Alzheimer.

La ricerca è partita da una similitudine di patogenesi tra Alzheimer e malattie da prioni, come il morbo della cosiddetta mucca pazza, già riscontrata in passato e ha rilevato che quando un topo sano entra in contatto con il sangue di con un topo malato (geneticamente indotto), inizia lui stesso a sviluppare placche amiloidi nel cervello. I ricercatori canadesi sono arrivati ad osservare come la proteina in oggetto poteva trasmettersi attraverso il sangue da un animale all’altro, portando nel giro di pochi mesi ad alterazioni patologiche tipo Alzheimer nel cervello degli animali sani e successivamente ad una alterata attività cerebrale in determinate regioni legate all’apprendimento ed alla memoria, come ad esempio nell’ippocampo.
“È la prima volta – annuncia Weihong Song, alla guida dell’esperimento – che si dimostra che la proteina beta-amiloide penetra nel sangue e nel cervello da un altro topo e causa segni di Alzheimer”. Un risultato questo che supporta l’idea di sviluppare trattamenti per l’Alzheimer che abbiano come target il metabolismo della proteina beta-amiloide sia nel cervello che in periferia.
Tuttavia, questa scoperta non aveva trovato conferma lo scorso anno in un precedente studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, nel quale era stato dimostrato come su un campione di oltre due milioni di riceventi trasfusioni in Svezia e Danimarca non fosse stato evidenziato un aumentato rischio di Alzheimer nelle persone che avevano ricevuto sangue da donatori affetti dal morbo. Ciò non esclude che possano emergere in futuro casi di malattia correlati alle trasfusioni infette dalla proteina beta-amiloide. L’aspetto positivo dell’allarme appena lanciato consiste proprio nel fatto che se ciò dovesse trovare conferma, potrebbe al tempo stesso aprire a nuove prospettive terapeutiche.
“Il team ha mostrato che è possibile indurre le placche nei topi connettendo la circolazione – commenta al New Scientist’ Gustaf Edgren del Karolinska Institutet di Stoccolma – rafforzando l’ipotesi che la proteina beta-amiloide è in qualche modo ‘infettiva’, e che potrebbe comportarsi esattamente come un prione”. I risultati contraddicono però quanto rilevato dallo stesso Edgren sempre quest’anno, monitorando e studiando 2,1 milioni di pazienti che avevano ricevuto una trasfusione in Svezia e Danimarca. I dati avevano evidenziato che le persone che avevano ricevuto sangue da un malato di Alzheimer non avevano un maggior rischio di sviluppare la malattia. E secondo lo stesso Edgren, nonostante il suo studio sia stato di grandi dimensioni, c’è la possibilità che il lasso di tempo analizzato sia troppo breve per captare eventuali legami fra trasfusione e demenza. “Abbiamo eseguito un follow-up di 25 anni – dice – forse potrebbe volerci un tempo più lungo perché la malattia si sviluppi. Molti ricercatori temono che si tratti di una proteina davvero infettiva”. Gli autori dell’ultimo studio però avvertono: è presto per trarre conclusioni, perché il collegamento del sistema circolatorio nei topi è una situazione che non si applica alla persone.

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