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La Scienza della Persuasione
Cosa ci rivela il cervello sul nostro potere di cambiare gli altri
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L'effetto Dunning-Kruger, il processo psicologico per cui alcuni individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutarsi come esperti di esso




L'effetto Dunning-Kruger è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti.[1]

Definizione

Questa distorsione viene attribuita all'incapacità metacognitiva, da parte di chi non è esperto in una materia, di riconoscere i propri limiti ed errori.[2] Il possesso di una reale competenza, al contrario, può produrre la distorsione inversa, con un'affievolita percezione della propria competenza e una diminuzione della fiducia in sé stessi, poiché gli individui competenti sarebbero portati a vedere negli altri un grado di comprensione equivalente al proprio. Gli psicologi David Dunning e Justin Kruger, della Cornell University, hanno tratto la conclusione che: «l'errore di valutazione dell'incompetente deriva da un giudizio errato sul proprio conto, mentre quello di chi è altamente competente deriva da un equivoco sul conto degli altri».[3]

Riferimenti storici

Sebbene una descrizione dell'effetto Dunning-Kruger sia stata proposta solo nel 1999, Dunning e Kruger stessi hanno osservato considerazioni simili in Charles Darwin («L'ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza»)[4] e Bertrand Russell («Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni»).[4] Geraint Fuller, commentando l'articolo, nota che Shakespeare si esprime in modo analogo in Come vi piace («Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio»).[5] Risalendo ancora più indietro nel tempo, non si può non ricordare la celebre frase del filosofo greco Socrate, attribuitagli dal discepolo Platone nella sua Apologia di Socrate: «Dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest'uomo ero più sapiente io: [...] costui credeva di sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo di sapere»[6]. Alla base del pensiero socratico è proprio la convinzione di "sapere di non sapere", intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che spinge però al desiderio di conoscere: più ci si addentra nello studio e nella conoscenza, più ci si rende conto delle infinite ramificazioni del sapere. La conoscenza diviene pertanto un processo in divenire e mai del tutto esaurito. Proprio nell'accezione del messaggio di Socrate si può quindi individuare per analogia il germe antico dello studio di Dunning-Kruger [7] [8].

NOTE:
  1. ^ a b c Marco Ferrari, La forza dello stupido, in Focus, nº 268, febbraio 2015, p. 26.
  2. ^ a b (ENErrol MorrisThe Anosognosic's Dilemma: Something's Wrong but You'll Never Know What It Is (Part 1), in New York Times, 20 giugno 2010. URL consultato il 7 marzo 2011.
  3. ^ a b (EN) Justin Kruger, David Dunning, Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One's Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments, in Journal of Personality and Social Psychology, vol. 77, nº 6, 1999, pp. 1121-1134, DOI:10.1037/0022-3514.77.6.1121PMID 10626367.
  4. ^ a b (ENCharles Darwin, L'origine dell'Uomo, su lorenzomagri.it, 1871, p. 4. URL consultato il 27 marzo 2013.
  5. ^ (ENGeraint Fuller, Ignorant of ignorance?, in Practical Neurology, vol. 11, nº 6, 2011, p. 365, DOI:10.1136/practneurol-2011-000117PMID 22100949.

L'effetto Hawthorne, ovvero le variazioni di un comportamento o di un fenomeno per effetto della presenza di osservatori

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Con effetto Hawthorne si indica l'insieme delle variazioni di un fenomeno, o di un comportamento, che si verificano per effetto della presenza di osservatori, ma che non durano nel tempo[1].
Il fenomeno fu spiegato per la prima volta nel 1927 dai sociologi Elton Mayo e Fritz J. Roethlisberger durante una ricerca su una possibile relazione tra ambiente di lavoro e produttività dei lavoratori. I due sociologi avevano condotto una serie di esperimenti per quantificare la produzione in relazione all'efficienza presso lo stabilimento della Western Electric di Hawthorne, Chicago.
Da questi esperimenti Mayo evinse che la produttività è strettamente legata all'atteggiamento nei confronti del lavoro e che la possibilità di comunicare all'altro i propri sentimenti e la possibilità di essere ascoltati e compresi erano fondamentali ai fini della produttività e della crescita della motivazione nel lavoro[2].
In seguito a una ricerca compiuta a Hawthorne Works, stabilimento della Western Eletric presso Chicago, i ricercatori si resero conto che, dopo alcuni anni trascorsi in fabbrica, le dattilografe e le operaie producevano di più non per le variazioni apportate alle condizioni di lavoro (illuminazione, durata delle pause e delle giornate lavorative, retribuzione ecc..) ma perché si rendevano conto di essere oggetto di attenzione: a far cambiare i livelli di produttività erano fattori di ordine psicologico e non sociologico. Secondo Roethlisberger e Dickson, l'interesse scientifico dimostrato dai ricercatori aveva effetti molto positivi sul morale e sul livello di autostima delle lavoratrici partecipanti agli esperimenti: gli osservatori avevano il compito di creare e mantenere un clima amichevole, che le stesse lavoratrici consideravano migliore di quello che instauravano i loro supervisori; le lavoratrici erano compiaciute di essere state scelte fra le altre, oltre ad essere "contente di godere di una maggiore libertà, del fatto che venisse chiesto il loro parere, di non doversi limitare a eseguire gli ordini ricevuti, e del fatto che l'osservatore le sorvegliasse molto meno di quanto faceva il loro capo, tanto che avrebbero preferito continuare a lavorare nella condizione sperimentale". Sembra plausibile, però, che le lavoratrici producessero di più, indipendentemente dalle condizioni del reparto, per paura che il loro comportamento venisse riportato dagli osservatori al datore di lavoro.[3]
Questi risultati sono importanti per gli psicologi sperimentali, in quanto è possibile che il comportamento dei soggetti cambi per il solo fatto di partecipare a una ricerca. L'unico modo per evitarlo sarebbe non informare gli individui della loro partecipazione all'esperimento, cosa espressamente vietata dai codici etici sulla sperimentazione umana.[4]

NOTE:
  1. ^ Henry A. Landsberger, Hawthorne Revisited, Ithaca, 1958.
  2. ^ Elton MayoHawthorne and the Western Electric CompanyThe Social Problems of an Industrial Civilisation
  3. ^ E. Cellini, L'osservazione nelle scienze umane[manca pagina]
  4. ^ Paolo Cherubini, Psicologia generale, Raffello Cortina Editore, p. 29.

L'Effetto Aspettativa

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L'effetto aspettativa, noto anche come effetto Rosenthal, è l'effetto di distorsione dei risultati di un esperimento dovuto all'aspettativa che il ricercatore o i soggetti sperimentali hanno in merito ai risultati stessi. È conosciuto soprattutto nel campo della ricerca medica e nelle scienze sociali, ma può verificarsi in tutte le situazioni sperimentali in cui il fattore umano gioca un ruolo determinante.

L'effetto aspettativa è stato descritto dallo psicologo sociale Robert Rosenthal[1][2], che ha ampiamente studiato come le convinzioni degli sperimentatori e dei soggetti sperimentali possano influenzare la realtà e dare origine a una "profezia che si autoavvera". Un fenomeno equivalente, descritto dallo stesso Rosenthal e applicato al campo dell'educazione, è l'effetto Pigmalione.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:

https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_aspettativa

NOTE:

  1. ^ Robert Rosenthal, Experimenter effects in behavioral research, New York, Appleton, 1966.
  2. ^ Rosenthal R & Rabin D B., Interpersonal expectancy effects: the first 345 studies, Behavioral and Brain Sciences, 1978, 1, 377-86.

L'effetto Pigmalioneo 'Effetto Rosenthal', il fenomeno per cui le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri hanno di loro

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L'effetto Pigmalione, noto anche come effetto Rosenthal, deriva dagli studi classici sulla “profezia che si autorealizza” il cui assunto di base può essere così sintetizzato: se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l'insegnante lo aveva immaginato.

Va specificato che questo comportamento può essere attribuito al fatto che il bambino, in maniera inconscia, creda che il giudizio negativo del proprio insegnante svaluterà i suoi eventuali risultati; quindi appartenendo ad un contesto sociale dove viene valutato in base al suo rendimento, il fatto che ad un uguale risultato per lui corrisponda una valutazione differente, lo può portare a giudicare il suo lavoro dispersivo. Inoltre il fatto che l'insegnante stesso dia più credito ad un alunno in particolare facilita il lavoro di quello specifico alunno, in quanto giustifica verso le altre persone (sia compagni che genitori) il suo impegno allo studio. Una discriminazione da parte dell'insegnante, quindi, potrebbe potenzialmente diffondersi a tutte le persone che ne sono a conoscenza.


Cenni mitologici e artistici


Filostefano di Cirene, un mitografo greco del III secolo a.C. aveva narrato, in un ciclo di storie cipriote per noi perdute, la vicenda di Pigmalione, re di Cipro, che si era innamorato della statua di Afrodite al punto di crederla vera e immaginare di potersi ricongiungere a essa.

In Ovidio (Metamorfosi, X, 243), la vicenda fu trasformata. Pigmalione non è più un re ma un artista, in particolare uno scultore, che si innamorò di una sua statua, raffigurante una figura di donna, fino al punto di implorare Afrodite affinché la trasformasse in un essere umano, per poi poterla sposare.

La definizione di "Pigmalione" attribuita da Rosenthal a questo effetto psicologico è stata influenzata dall'omonima opera teatrale di George Bernard Shaw, derivante dal mito greco di Pigmalione, nella quale un insegnante cerca di addestrare una ragazza, di umili origini e priva di cultura e di educazione, ai modi garbati ed elevati della classe abbiente.

Maria Montessori aveva stabilito una regola deontologica per la quale un professore doveva astenersi dal pensare male di uno studente, in quanto temeva che anche il semplice pensiero trasmettesse all'allievo una spinta negativa.

Esperimento psicosociale

Grafico rappresentativo il Quoziente di intelligenza
L'équipe guidata dal ricercatore americano Robert Rosenthal ideò negli anni sessanta un esperimento nell'ambito della psicologia sociale, sottoponendo un gruppo di alunni di una scuola elementare californiana a un test di intelligenza. Successivamente selezionò, in modo casuale e senza rispettare l'esito e la graduatoria del test, un numero ristretto di bambini e informò gli insegnanti che si trattava di alunni molto intelligenti.

Rosenthal, dopo un anno, ripassò nella scuola, e verificò che i suoi selezionati, seppur scelti casualmente, avevano confermato in pieno le sue previsioni migliorando notevolmente il proprio rendimento scolastico fino a divenire i migliori della classe.[1] Questo effetto, in questo caso benefico, si avverò grazie all'influenza positiva degli insegnanti che riuscirono a stimolare negli alunni segnalati da Rosenthal una viva passione e un forte interesse per gli studi.

"L'effetto Pigmalione" può manifestarsi non solamente nell'ambito scolastico, ma anche in altri contesti, come in quello lavorativo nel rapporto fra capi e dipendenti oppure in quello familiare nelle relazioni fra genitori e figli e in tutti quei contesti dove si sviluppino rapporti sociali.[2] Quindi le aspettative possono condizionare la qualità delle relazioni interpersonali e il rendimento dei soggetti.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Pigmalione

NOTE:

  1. ^ Robert Rosenthal & Lenore Jacobson, Pygmalion in the classroom, Expanded edition, New York, Irvington, 1992.
  2. ^ Anna Zanon, Come le nostre aspettative influenzano le relazioni con gli altri: l'effetto pigmalionehttp://www.ilmiopsicologo.it/URL consultato il 31 marzo 2009 (archiviato dall'url originale il 12 settembre 2009).

L'effetto Alone, il 'bias cognitivo' per cui si giudica una persona solo da alcuni suoi tratti

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L'effetto alone è un bias cognitivo per il quale la percezione di un tratto è influenzata dalla percezione di uno o più altri tratti dell'individuo o dell'oggetto. Un esempio è giudicare intelligente, a prima vista, un individuo di bell'aspetto.

Storia
Edward Lee Thorndike, noto per i suoi contributi alla psicologia dell'educazione, coniò il termine "effetto alone" (Halo effect) e fu il primo a sostenerlo con una ricerca empirica.[1] Egli attribuì questo nome al fenomeno nel suo articolo del 1920 The Constant Error in Psychological Ratings (L'errore costante in valutazioni psicologiche). In un precedente studio realizzato nel 1915 egli scoprì un'alta correlazione tra tutti i tratti positivi e tutti i tratti negativi dei soldati. Nello studio del 1920 Thorndike fu deciso a replicare il precedente nella speranza di stabilire la tendenza che credette di aver trovato in queste valutazioni.

Elementi di prova

Il primo studio di Thorndike sull'effetto alone fu pubblicato nel 1920. Lo studio coinvolse due ufficiali comandanti a cui fu chiesto di valutare i loro soldati in termini di qualità fisiche (pulizia, voce, fisico, condotta e energia), intelletto, capacità di leadership e qualità personali (tra cui affidabilità, lealtà, responsabilità, altruismo, e cooperazione). L'obiettivo di Thorndike era di vedere come le valutazioni di una caratteristica influenzasse le altre.

L'esperimento di Thorndike rivelò come fosse evidente un'eccessiva similitudine nelle risposte dei comandanti. Nella revisione di Thorndike egli dichiarò: "Le correlazioni erano troppo alte e troppo uguali. Ad esempio, per i tre valutatori in seguito hanno studiato che la correlazione media tra fisico e intelligenza è 0,31; tra fisico e leadership, 0,39; e tra carattere e fisico è 0,28". I valori di una delle qualità speciali di un ufficiale tendono a influenzare i risultati. Se un ufficiale ha avuto un particolare attributo "negativo" dato al comandante, sarebbe da correlare al resto dei risultati dati dagli altri soldati. La correlazione dell'effetto alone nell'esperimento è stato definito come un errore alone. L'errore alone ha dimostrato che la valutazione degli ufficiali è basata principalmente sulla percezione generale di alcune caratteristiche che hanno determinato i risultati delle loro risposte.

Il ruolo dell'attrattività

L'effetto alone non è limitato esclusivamente ai tratti individuali o all'aspetto generale di un individuo. Anche l'attrattività di una persona è stata giudicata come molto influente nell'effetto alone. L'effetto alone è compreso nella teoria implicita della personalità di Harold Kelley, per la quale i primi tratti percepiti in altri individui influenzano la nostra percezione ed interpretazione degli altri tratti a causa delle nostre aspettative. Spesso si ritiene che individui di bell'aspetto siano dotati di più competenze e di una personalità migliore di individui non dotati di un aspetto ugualmente attraente.
Uno studio di Solomon Asch suggerisce che la bellezza è un tratto centrale, dal quale deduciamo tutti gli altri tratti di una persona. Di conseguenza inconsciamente reputiamo positivi tutti i tratti di una persona in possesso di un tratto centrale positivo (e viceversa). Negli anni settanta lo psicologo sociale Richard Nisbett dimostrò che, anche se ci fosse detto che i nostri giudizi sono stati influenzati dall'effetto alone, potremmo non avere alcuna coscienza del momento in cui l'effetto alone ci abbia influenzati.[2]

Personalità

Dion e Berscheid (1972) condussero uno studio sul rapporto tra attrazione e effetto alone dal nome di What is beautiful is good (Ciò che è bello è buono). Presero parte all'esperimento sessanta studenti della University of Minnesota, metà maschi e metà femmine. A ciascun soggetto furono date tre foto diverse da esaminare: uno di un individuo attraente, uno di un individuo di attrattività media, e uno di un individuo poco attraente. Ai partecipanti fu chiesto di giudicare i soggetti di ogni foto, scegliendo tra 27 tratti di personalità diverse (tra cui l'altruismo, la convenzionalità, l'affermazione di sé, la stabilità, l'emotività, l'affidabilità, l'estroversione, la gentilezza, e la promiscuità sessuale). Ai partecipanti fu poi chiesto di prevedere la felicità generale dei soggetti di ogni foto e come si sentirebbero per il resto della loro vita, compresa la felicità coniugale (meno probabilità di divorziare), la felicità dei genitori (più probabilità di essere un buon genitore), la felicità sociale e professionale (auto-realizzazione nella vita), e la felicità generale. Infine, ai partecipanti fu chiesto se i soggetti sarebbero in possesso di uno status di lavoro elevato, o uno status medio o basso.
I risultati mostrarono che la stragrande maggioranza dei partecipanti credeva che i soggetti più attraenti avessero caratteristiche di personalità socialmente più desiderabili rispetto ai soggetti mediamente attraenti o poco attraenti. I partecipanti inoltre credevano che le persone attraenti conducessero una vita generalmente più felice, con matrimoni più felici, che fossero migliori genitori, e che avessero una carriera di successo più brillante rispetto agli individui poco o meno attraenti. Inoltre i risultati mostrarono che le persone attraenti si credeva fossero più propense a mantenere posti di lavoro sicuri e prestigiosi rispetto ai soggetti poco attraenti.[3]

Intelligenza e competenza

Uno studio di Landy e Sigall (1974) dimostrò che l'effetto alone influiva sui giudizi sull'intelligenza e competenza nelle attività accademiche. Sessanta studenti universitari di sesso maschile valutarono la qualità di alcuni saggi scritti, che comprendevano sia testi ben scritti che mal scritti. Ad un terzo dei partecipanti fu presentata come autrice la foto di una donna attraente, ad un altro terzo fu presentata con una foto di una donna poco attraente, e all'ultimo terzo non fu mostrata alcuna foto. I partecipanti espressero delle valutazioni significativamente più positive per l'autrice più attraente. Su una scala di 1-9 dove 1 è il punteggio più basso, il saggio ben scritto dall'autrice attraente ricevette una media di 6,7, mentre l'autrice poco attraente ricevette un 5.9 (con un 6,6 come controllo). Il divario era più grande per il saggio mal scritto: l'autrice attraente ricevette una media di 5,2, il controllo di un 4.7, e la poco attraente da 2,7. Questi risultati suggeriscono che le persone sono generalmente più disposte a dare alle persone fisicamente attraenti il beneficio del dubbio quando le prestazioni sono al di sotto di standard, considerando che le persone attraenti hanno meno probabilità di ricevere questo trattamento di favore.[4]
Mack e Rainey (1990) effettuarono una ricerca in cui venivano simulati dei corsi di assunzione di nuovo personale. Essi dimostrarono che per ottenere un esito favorevole il bell'aspetto dei candidati contava più dei titoli di studio o dell'esperienza lavorativa, sebbene i responsabili della selezione avessero dichiarato di non lasciarsi molto influenzare da quel fattore.[5]

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_alone

NOTE:
  1. ^ Thorndike, E.L. A constant error in psychological ratings. Journal of Applied Psychology 4 (1): 25–29.
  2. ^ Nisbett, R.E. and Wilson, T.D. (1977). Telling more than we can know: Verbal reports on mental processes. Psychological review, 84(3), 231-259.
  3. ^ Dion et al. What is beautiful is good. J Pers Soc Psychol. 1972 Dec;24(3):285-90.
  4. ^ Landy, Sigall. Beauty is talent: Task evaluation as a function of the performer's physical attractiveness. Journal of Personality and Social Psychology, Vol 29(3), Mar 1974, 299-304.
  5. ^ Mack D, Rainey D. Female applicants' grooming and personnel selection. Journal of Social Behavior & Personality, Vol 5(5), 1990, 399-407.

LA FINESTRA DI OVERTON

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Da Polisemantica

Una cosa fondamentale da tenere a mente è che la comunicazione è un flusso che per esistere ha bisogno di due attantil'emittente, cioè chi dà origine al flusso comunicativo, il responsabile del senso trasmesso, e il destinatario, che non è unicamente un sacco vuoto da riempire, ma bensì collabora nella creazione del messaggio che l'emittente intende inviargli ma la cui funzione lo porta a gestire le informazioni ricevute solo secondo le modalità di invio scelte dall'emittente.

In pratica, pur in un rapporto virtualmente paritetico, l'Emittente ha dalla sua parte la possibilità di gestire la comunicazione adottando strategie che possono influenzare l'opinione sino a fuorviare la capacità del Destinatario di interpretare la realtà facendo uso delle proprie capacità cognitive.

Come l'Emittente può alterare le opinioni del destinatario sino al punto da provocare un distorsione percettiva della realtà? Esistono innumerevoli tecniche comunicative (che spesso divengono addirittura tecniche di manipolazione culturale e sociale) adottate dal marketing, dalla pubblicità o dalla politica, spesso dal potere costituito (che è formato da regimi di governo e dai media principali, talvolta fiancheggiatori per il mantenimento dello "status quo")

Quali sono state le tecniche di persuasione adottate per far cambiare idea all’opinione pubblica?

Una di queste è la cosiddetta "finestra di Overton"

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton, secondo la quale ogni idea può essere categorizzata in una delle seguenti fasi o livelli, in base all'atteggiamento dell'opinione pubblica:

1) impensabile (unthinkable)
2) radicale (radical)
3) accettabile (acceptable)
4) razionale (sensible)
5) diffusa (popular)
6) legalizzata (policy)

Questi sei step devono essere "percorsi" metaforicamente, in un certo lasso di tempo, per far percepire all'ultima fase, la sei, come legale, un certo argomento che alla fase 1, qualche tempo prima, era considerato impensabile.

Qualsiasi idea, anche la più incredibile, può, attraverso questo sistema, in un certo arco di tempo, svilupparsi nella società ed essere accettata pacificamente.

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L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo.

Il metodo utilizza specialmente la ridondanza temporale (ma anche spazialetestualecontestuale e la iperidondanza), ovvero la ripetizione del medesimo concetto nel tempo, nello spazio, nel linguaggio (visivo, plastico o verbale), nei vari contesti o contemporaneamente nello spazio e nel tempo.


Secondo la teoria di comunicazione di massa nota come la "griglia percettiva" ogni essere umano si difende dalle incursione quotidiane dei mass media e dal loro bombardamento, attraverso una sorta di rete di protezione, di setaccio psichico, composto dalle nostre esperienze, la nostra cultura, le relazioni che abbiamo intessuto e così via, che filtra le informazioni, ma non in modo critico, quanto in modo istintivo, basandosi sulla quantità più che sulla qualità.

Innanzitutto la griglia accetta solo una piccola percentuale di informazioni, quotidianamente, permettendo al cervello di considerarle, prima e assimilarle, poi.

Il cervello tende a ricordare e quindi a elaborare informazioni che coincidono con le informazioni che ha precedentemente accumulato.

Usando quindi la ridondanza, si inviano quotidianamente, per anni, sempre e solo i medesimi messaggi (questa bibita è fresca; il nostro pane è il migliore; Parigi è romantica, e così via) sino a bombardare la griglia percettiva e "obbligarla" al passaggio solo di una piccola percentuale per volta del messaggio che si intende veicolare e far introiettare.

Con il passare del tempo, senza rendersene conto, la nostra griglia psichica "immagazzinerà" per migliaia di volte il medesimo messaggio.

Alla mille e ulteriore volta, il messaggio sarà recepito come "buono", "accettabile" e quindi degno di essere considerato a livello logico, semplicemente perché l'informazione sarà trovata conforme alle idee che ci sono passate attraverso le maglie della griglia percettiva di nascosto e un po' alla volta, negli anni precedenti.

Non solo questo, ma anche l'uso del linguaggio verbale, plastico e cromatico adoperato gioca un ruolo fondamentale.

La finestra di Overton si avvale della percezione differente che si ha quanto si usano elementi denotativi connotativi.

E' cosa ben diversa dire che un minore è stato ucciso o che un bimbo è stato trucidato. Per questo la finestra di Overton adopera intensamente i sinonimi, chiamando le cose in modo tale da provocare sdegno o ammirazione o solidarietà o limitarsi a descrivere in modo neutrale, a seconda dei propri scopi.

Usa inoltre la creazione di false inferenze.

Le inferenze sono conoscenze generate da altre conoscenze: se dico "Antananarivo è una bella città. In Madacascar le città sono molto belle" faccio sapere a chi legge che Antananarivo è in Madacascar. Da due concetti messi accanto, ne genero un terzo.

Se però dico "Il mio è un gatto senza coda. L'ho adottato quando vivevo a Bali" si genera l'inferenza o almeno il dubbio che a Bali i gatti siano senza coda, e questo non è vero.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://polisemantica.blogspot.com/2018/07/la-finestra-di-overton.html

I lati positivi e negativi del populismo

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Di Salvatore Santoru

Negli ultimi anni i mass media hanno utilizzato in modo assai continuativo la parola 'populismo', allo scopo di descrivere l'ascesa dei movimenti euroscettici o la vittoria di Donald Trump.
Senza addentrarsi nella definizione e nell'analisi delle diverse varianti del populismo, c'è da dire che effettivamente negli ultimi tempi c'è stato un proliferare di movimenti e iniziative populistiche(spesso legate al populismo di destra, ma non solo). 

Andando maggiormente nello specifico, c'è da dire che il 'l'ondata populista' presenta sia pregi che limiti e più chiaramente lati positivi e negativi.
Difatti, la stessa ondata populista è riuscita a far emergere il disagio e l'insoddisfazione dei cittadini verso le politiche dell'attuale establishment, aprendo la strada ad un'ipotetica creazione di un progetto politico che miri alla trasformazione dell'attuale sistema dominante e ad una maggiore partecipazione popolare e anche democratica.

Dall'altro canto, c'è da dire che la stessa ondata presenta delle insidie ed esse sono legate al fatto che lo stesso 'cavalcare l'indignazione popolare' e la delegittimazione delle élite in quanto tali non è certamente costruttivo e c'è anche da aggiungere il fatto che possa risultare in qualche modo pericolosa per il perpetuarsi delle istituzioni democratiche e liberali.

Detto questo, c'è da dire che sarebbe indubbiamente auspicabile che l'ondata populista non venga "snobbata" ma analizzata e, se necessario, guidata verso finalità costruttive e positive.

I 200 anni di Karl Marx, un pensatore che ha cambiato l'interpretazione della società

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Di Salvatore Santoru
Il 5 maggio 1818 nasceva a Treviri il pensatore Karl Marx.
A distanza di ben 200 anni, bisogna dire che tale pensatore tedesco di origine ebraica risulta essere ancora influente e fondamentale per chi voglia analizzare la società contemporanea.
Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulle sue tesi, risulta indubbio che lo studio delle teorie marxiane sia imprescindibile per chi voglia interessarsi e/o occuparsi non solo di filosofia, ma anche di altre discipline legate alle scienze sociali, così come all'economia(specialmente l'economia politica e a politica econmica).
Il fatto è che l'influenza marxiana è stata alquanto fondamentale in diversi settori culturali e, d'altro canto, sono state altrettanto fondamentali le critiche ai concetti marxiani espresse negli stessi settori o nelle già citate discipline legate alle scienze sociali e all'economia.
Detto questo, bisogna dire che le teorie marxiane sono risultate essere alquanto interessanti e ricche di spunti utili per comprendere il funzionamento dei processi economici regolanti determinate società e, allo stesso modo, sono state anche considerate controverse in alcuni punti.
Su ciò, bisogna dire che vi sono state diverse critiche dello stesso pensiero marxiano e, d'altronde, bisogna sostenere che le teorie di Marx vanno considerate sia fondamentali nei loro 'aspetti verificati' e da 'rivedere' e superare negli stessi aspetti critici.
Comunque sia, è indubbio che Karl Marx sia stato un pensatore che ha contribuito a cambiare la società umana e le sue interpretazioni.

ECCO PERCHE' DILAGANO SEMPRE DI PIU' SETTE RELIGIOSE,PSICOSETTE E I SEDICENTI SANTONI

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Di Salvatore Santoru

Negli ultimi anni in Occidente dilagano le sette religiose e le psicosette nonché altri 'culti' spesso basati su una forte manipolazione psicologica degli adepti.
Come spesso vien detto, tali sette e psicosette riescono facilmente a reclutare persone che si trovano in difficoltà psicologica o economica e in parte l'aumento del fenomeno può essere spiegato così, ma non totalmente visto che gli adepti delle sette non è che detto che siano sempre persone in 'estremo stato di bisogno'.

Difatti, un'altro aspetto fondamentale per capire l'aumento del fenomeno è di stampo culturale e sociologico ed ha a che fare con il 'relativismo dogmatico' moderno e le mode pseudospirituali.
Difatti, la società contemporanea occidentale si fonda sul dogma del relativismo radicale che sostiene l'indifferenza e una sorta di completo egualitarismo(livellante verso il basso) delle credenze e sulla nascita,diffusione e cessazione di svariate mode pseudospirituali o presunte tali.
Tutto ciò ovviamente non fa altro che accrescere il potere di persuasione di sette e sedicenti santoni che giocano sull'ingenuità e sull'analfabetismo spirituale delle persone.

L’eredità di Bauman

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Di Raffaella De Santis
http://www.eddyburg.it


Con Bauman l’intellettuale è sceso dalla torre d’avorio e si è mischiato alla gente. All’indomani della morte del grande sociologo polacco i social network sono tutti per lui, quasi si trattasse di una popstar. Nella Rete navigano frasi estrapolate da interviste, citazioni dai libri, video di conferenze. I temi sono la solitudine, l’amore, l’esclusione, la paura, la felicità, il futuro. Temi che appartengono a tutti e che Bauman ha saputo intercettare e approfondire.

La “liquidità” c’è ma scorre, si dissolve tra gli altri, come è naturale che sia. «Non è mai stato un contabile delle idee. Era pieno di curiosità. Gli interessavano tutti i fenomeni nuovi, non era il maestro che si mette su un piedistallo, amava mescolarsi. Ma non esistono grandi intellettuali che non dialoghino con la società». Giuseppe Laterza ha pubblicato con la sua casa editrice più di trenta titoli di Zygmunt Bauman e venduto oltre 500 mila copie.

Il primo saggio tradotto è stato Dentro la globalizzazione,l’ultimo è atteso per settembre ed ha per titolo un neologismo, Retrotopia, cioè l’altra faccia dell’utopia, quella che guarda al passato e non al futuro, che rischia di tornare indietro invece di andare avanti, che si illude di fuggire il presente trovando riparo in un’indistinta età dell’oro.

Il testo, che uscirà a fine gennaio in inglese per la Polity Press, parla dei problemi di oggi, della tentazione a far rinascere le frontiere degli stati nazionali o della tendenza ad affidarsi alla leadership dell’uomo forte. È articolato in più tempi (il ritorno a Hobbes, il ritorno alle tribù, il ritorno all’ineguaglianza e quello al ventre materno) ed è un ulteriore modo per rileggere la tensione tra individualismo e cultura comunitaria: «Proprio questa tensione – spiega Laterza – è alla base del successo di Bauman in Italia, un Paese dove la società, la comunità, ha ancora un peso».

Poi i ricordi si mescolano ai libri, la vita vera a quella indagata con le categorie della sociologia. Non c’è nessuno, tra amici o compagni di lavoro, che non abbia aneddoti da raccontare. Laterza ricorda il giorno che Bauman volle partecipare a un’asta su Internet per l’acquisto di un iPhone o la volta che a Trento preferì salutare tutti dopo una conferenza per finire a mangiare una pizza con un suo lettore sconosciuto. Così le due eredità si confondono, intellettuale e umana, riuscendo nel miracolo raro di incarnare un intellettuale che non tradisce nella vita ciò che afferma nella scrittura.

«Non è un caso – aggiunge Laterza – che tutti i suoi libri inizino raccontando una storia. Bauman non è un pensatore sistematico, parte sempre da frammenti, spunti concreti, dalla vita. Anche papa Francesco ha parlato di vite di scarto, mutuando l’espressione da un suo libro».

A chiedere in giro nessuno sa indicare un intellettuale che possa prenderne il posto. Bauman non ha avuto una scuola, è stato il sociologo europeo per eccellenza, sicuramente quello più di successo. Citato, rimaneggiato, saccheggiato, amato e anche odiato. Da Modernità liquida in poi – era il 2000 – ha fornito una categoria impareggiabile con cui leggere le dinamiche dei nostri tempi e un po’ ne è rimasto prigioniero, come sempre accade quando un concetto si trasforma in brand.

Chiara Saraceno, sociologa che con Bauman ha in comune molti temi, dalla povertà alla famiglia, non ama ricordare Bauman come sociologo della liquidità: «Il concetto di società liquida è stato abusato, diventando una specie di passepartout. Credo invece che a rimanere sarà la sua capacità di sollevare domande importanti, di vivere la tensione del presente, l’attrito tra l’emergere dell’individualità e la perdita delle appartenenze collettive, dalla famiglia al partito alle identità professionali».

Senza dubbio Bauman aveva le antenne vigili sul mondo, sulle diseguaglianze, le derive della globalizzazione. Vanni Codeluppi, professore di sociologia dei media allo Iulm di Milano, individua nella capacità di indagare il presente la sua eredità: «Si è occupato di lavoro, migrazioni, crisi sociali, olocausto, lavoro, libertà. Una marea di temi, perfino dei reality show, della moda e dei social network. Il suo lascito non è in un concetto, né nella riduttiva categoria della liquidità, ma in questa moltiplicazione di interessi, nello sguardo critico attento ai mutamenti della società, senza paura di metterne in luce gli aspetti negativi».

E senza temere di sconfinare in altri territori. Sempre a settembre uscirà per Einaudi Elogio della letteratura, scritto con Riccardo Mazzeo, in cui convivono psicoanalisi, narrativa e sociologia. Spiega Mazzeo: «Per Bauman la sociologia si era ossificata, i sociologi non andavano più a vedere cosa c’era fuori, avevano perso interesse nell’uomo». Bauman ha saputo parlarci della paura quando stavamo avendo paura, dell’amore quando faticavamo a crederci, degli esclusi quando non volevamo vederli. Dice Codeluppi: «Poteva sembrare un po’ moralistico, ma non vedo eredi in giro. Era rimasto il solo a saper individuare quali sono i problemi delle persone comuni». Per questo amava frequentare i festival, almeno quanto le aule universitarie.

FONTE:http://www.eddyburg.it/2017/01/leredita-di-bauman.html