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Inside Job, il docufilm sulla crisi e sulla corruzione di Wall Street



Di Salvatore Santoru

Ieri, venerdì 15 maggio 2020, nel pomeridiano di LA7 è andato in onda un film-documentario chiamato Inside Job.
Inside Job, prodotto e diretto da Charles Ferguson nel 2010, ha vinto l'Oscar al miglior documentario nel 2011.

Più specificatamente, nel documentario si parla in maniera approfondita della crisi economica e finanziaria che sta interessando l'Occidente e, sopratutto, della grande recessione che ha colpito gli USA nel 2008(1).



Nel film si parla delle responsabilità avute da determinate personalità legate all'alta finanza e, più in generale, a certi potenti interessi di Wall Street.
Inoltre, con la voce narrante di Matt Damon, si ripercorre la stagione della deregolamentazione iniziata sotto l'era Reagan e arrivata al culmine negli anni 90, sotto quella Clinton.

Oltre a ciò, si parla delle cartolarizzazioni, dei derivati e di altre questioni fondamentali legate al contesto della crisi finanziaria.

In linea di massima, c'è da dire che vale la pena dare uno sguardo a questo docufilm incentrato sulle origini della crisi economico/finanziaria e su certa 'corruzione sistemica' che regna a Wall Street.

NOTA:

(1) https://www.mymovies.it/film/2010/insidejob/

Crisi post-Covid, Gaiani (Analisi Difesa) : 'Rischio scalate straniere, in Italia troppo pochi filo-italiani'


Di Salvatore Santoru

La crisi finanziaria post-Covid 19 potrebbe essere interessata dall'aumento delle scalate straniere alle aziende italiane, com'è stato ricordato pochi giorni fa anche dal Copasir

Lo ha riportato, nel corso di un'intervista pubblicata anche su questo sito, il noto analista geopolitico e militare Gianandrea Gaiani(1).

Più specificatamente, il direttore di "Analisi Difesa" ha ricordato l'avvertimento del Copasir sulle scalate straniere alle aziende e agli asset strategici italiani e, inoltre, ha precisato che "per straniere intendo i tanti paesi interessati a mettere le mani nella nostra industria, che il nostro governo sta lasciando colpevolmente da sola".

Oltre a ciò, l'analista geopolitico ha sostenuto che "in Italia ci sono molti filo-tedeschi, filo-francesi, filo-cinesi, filo-americani e filo-russi ma mi pare ci siano troppo pochi filo-italiani."

NOTA:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2020/05/la-libia-e-il-ruolo-di-italia-e-ue.html

L’era del capitalismo paziente


Di Verdiana Garau

Il regno dell’urgenza nel quale siamo precipitati, all’indomani dell’abbattimento del CoVid-19 che ha messo in lista d’attesa molti degli aspetti legati all’intero pianeta, per come siamo abituati a conoscerlo, ci chiama infatti ad aderire, e piuttosto velocemente, ad un ordine di idee che sia del tutto nuovo, idee che possano ridisegnare un qualcosa che non sarà certamente più come prima, ma con delle variabili costanti che sono l’economia e il suo capitalismo.    
Difficile mettere bene a fuoco adesso, e la sensazione che più si avverte, è quella del disorientamento totale e l’incapacità di prendere una decisione per muoversi ed andare avanti proattivamente.
Perché avanti si andrà, sarà inevitabile, ma soprattutto, a partire dall’anno prossimo, tutto sarà irreversibile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al dilagare di nuove tendenze, come ad esempio nuovi partiti o movimenti ambientalisti ed ecologisti, o antiteticamente – poiché non presuppongono l’esistenza di un pianeta comune di riferimento – il riaffiorare di sentimenti nazionalisti e suoi ripiegamenti sovranisti. Il tutto a macchia.
Sì, a macchia, poiché là dove i centri nevralgici della finanza o delle grandi multinazionali, siano esse grandi compagnie assicurative o aziende tecnologiche, continuano a pulsare e a occupare le aree maggiormente cosmopolite, là dove c’è un pianeta che richiama l’attenzione di ogni cittadino del mondo, a prescindere dalla nazionalità, all’inverso, e in modo sparso e non sincronizzato, le nazioni, che al cospetto appaiono microstrutture, rivendicano la territorialità e il diritto ad esistere.
Non che i due aspetti non si possano conciliare, ma analizziamo meglio.
Il determinismo non è affatto superato, il virus ci ha posto davanti al fatto che alla causa corrisponde un effetto e l’effetto a questa causa è di portata epocale e globale, come lo stesso virus.
Ma come fa anche notare il professor Giuseppe Sacco, certamente il determinismo geografico appare oggi – ormai da quaranta anni – naïf.
I confini ci sono, ma sono decaduti. Al loro posto si sono sostituiti confini sociali, che potrebbero diventare, parafrasando invece il prof. Salvatore Santangelo, le vene corrosive del sistema.
Ci sono dei centri pulsanti, che non rispondono ai confini del passato e ci sono delle periferie che non si perimetrano facilmente su una carta geografica, ma che si avvertono nel loro abbandono e che fortemente stanno soffrendo di questa stasi economica.   
Quindi determinismo ed economia capitalista, restano le variabili costanti, all’interno delle quali una nuova storia prende forma.  
Certo che per come siamo stati abituati noi delle generazioni X, Z o millennials, è stato difficile interiorizzare i concetti come quello di “futuro”, molto attivi, ma ben poco inclini alla proattività.  
Forse il futuro non ci ha mai riguardato, abbiamo avuto tutto apparentemente alla nostra portata, tutto il presente possibile, siamo stati facilitati e allo stesso tempo fagocitati dall’estrema voracità del sistema, ma in realtà tutto ciò che abbiamo imparato è stato vivere alla giornata, noncuranti del passato e senza mai troppo pensare al domani. Nonostante le nostre eventuali adesioni ai movimenti ecologisti per un pianeta di domani, non siamo stati dotati degli strumenti per costruire questo pianeta del domani: la gran parte dei patrimoni sono erosi, la società che abbiamo conosciuto è quella del consumo e del solo consumo, quindi dell’uso spregiudicato del pianeta, prima che della sua conservazione, rimandando il problema altrove e più in là, ma che oggi si ripropone, prepotentemente.   
E consumo significa debito, solo debito.
Oggi il debito non è solo sovrano, è umanitario, sociale e ambientale. Tutte qualità che appartengono alla grande macro-categoria globale.
Chi paga? Chi produce? Chi consuma?
La funzione della Finanza, strumento dell’Economia e non certo il suo contrario -anche se sappiamo come è stato inteso e sfruttato dagli anni ’80 in poi- proprio fino a quegli anni ’80, aveva regalato alla società dell’uomo del pianeta, un mondo moderno, con il suo acciaio e il suo carbone, le sue autostrade e i suoi aeroporti, i grattacieli, le grandi metropoli internazionali, con una visione: era attiva e proattiva, votata all’investimento a lungo termine e all’investimento intelligente, ovvero quell’investimento che torna indietro, non quello del debito procrastinato, non il desiderio appagato, ma il suo dovere compiuto.
Il Fondo Monetario Internazionale ha promosso durante questi ultimi vertici che si sono tenuti a fine marzo, la sospensione dei pagamenti dei 29 Paesi più poveri, perché possano far fronte alle emergenze dovute al CoVid-19, spese che verranno sostenute dai Paesi più ricchi.
Gli strumenti sono il RCF (Rapid Credity Facility) e il RFI (Rapid Financing Instrument), che verranno messi sul piatto e sforeranno necessariamente gli oltre  100 miliardi di dollari.
Come tutti i fondi, così come quello europeo del Recovery Fund o altri strumenti come il MES, ciò che caratterizza questo genere di prestiti sono le condizionalità. Se un fondo presta del denaro, questo deve essere restituito, pena l’affondo degli stessi creditori. Si chiede dunque, solitamente, di stabilizzare il debito pubblico dello Stato, e di limitare il fabbisogno di moneta estera.
Ma come fare con questa pandemia? Come si può pretendere che un prestito di questa portata e di questa natura risponda ad una stretta del debito interno del Paese, quando quello stesso Paese ha bisogno di quei soldi proprio per fare debito e riparare i danni dovuti al disastro sanitario?
Le aporie emergono proprio in merito alla qualità che questa economia e questo capitalismo dovrebbe cercare ed adottare, per quella che auspicabilmente possa essere una visione di largo respiro e che si proietti a lungo termine, perché sia solida, efficace e duratura.
Di fatto il capitalismo ha bisogno di sé stesso per uscire fuori da questo vortice in cui è precipitato. I ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri?
Non è detto.
Quello che mi viene in mente a questo punto, per fare un po’ di ironia, è una vecchia battuta di un magistrale film come La Notte di Michelangelo Antonioni:
“L’operazione è riuscita. Il paziente è morto”.
Paziente da pazienza, ma paziente anche come affetto da una malattia.
In entrambi i casi è un aggettivo che ben si addice al capitalismo di oggi, di questi tempi affetti da pandemia: un paziente che ha bisogno di far appello alla sua pazienza.
Un capitalismo malato e che deve pazientare, perché si riprenda, ammesso anche che ritorni ad essere come prima, ma che non solo, dopo questa morte apparente, dovrà allentare i ritmi e quindi munirsi di una costante pazienza, non solo per la sua convalescenza, ma per non riammalarsi più.
La pandemia ha letteralmente sospeso ogni possibile diagnosi e la prognosi pare riservatissima. Ma un’anamnesi si può pure provare a farla.
Da quando il CoVid-19 è arrivato, abbiamo sùbito compreso che l’economia e in particolare l’economia capitalista, nostro motore, non è un algoritmo, ma è fatta di persone, è organica, come del resto tutto ciò che ci circonda, pensieri compresi, forse.
La vita di ogni singolo Stato è legata alla disinvoltura con la quale l’economia si riprenderà e ricomincerà a camminare su quelle che avremmo fino a due mesi fa definito “le sue gambe”. In realtà “le sue gambe”, sono le “nostre gambe”.
Paralizzati, costretti, volenti e nolenti, all’arresto fisico di persone e attività, è solo lo Stop! L’ Alt!, il  Fermi tutti!, ciò che vediamo più da vicino.
Ma proviamo ad allontanarci un attimo, per mettere meglio a fuoco e definire i contorni in modo più chiaro di questa situazione.  
Gli aerei sono per lo più a terra, quando in volo praticamente vuoti. Le stazioni dei treni sono deserte. I centri storici spettrali, bar e negozi chiusi. Poche le persone in giro e con il volto coperto dalla mascherina. Parrebbe un’economia imbavagliata.
Ma il cuore continua a battere, anche se il resto del corpo resta immobile.
Le filiere produttive strategiche, come quelle dell’agroalimentare e dei trasporti funzionano. La flebo è correttamente inserita dunque, la circolazione è buona. Le aziende produttrici di automobili si sono riconvertite e provvedono alla fornitura dei respiratori e anche altro. Quindi, anche lo stato della funzione polmonare è in attivo.
La secrezione dei liquidi ed escrementi in eccesso è funzionale, anche se lento, il paziente reagisce e pare si stia anche disintossicando.
La finanza, cervello e macchina nervosa, reagisce, anche bene per certi aspetti.
Gli altri organi, cuore a parte, sono un po’ in sofferenza, ma vivi, e non vedono l’ora di ripartire a pieno regime e si avvalgono anche di una tecnologia strategica.
Si è chiuso un sipario e se ne è aperto un altro sul vuoto, ma anche sulla speranza.
Restaurare o reinventare? 
Ci sembra di non avere più idee al momento, ma conserviamo molta memoria, utile per le nostre aspirazioni che paiono essere d’improvviso cancellate, con le politiche che perseguono solo l’ombra di sé stesse e una gioventù che ha paura di essere ridotta ad uno straccio: ma perché abbattersi? Serve a qualcosa?
La paura va governata e come avrebbe detto Walter Baghot, “di panico, non si muore di fame”. 
Edward Luttwak ci dice che questo è il “virus della verità” e mai tanta verità era stata sbattuta in faccia ad ognuno dei pazienti, siano essi persone, cittadini, Stati, organizzazioni, business, consapevoli e meno consapevoli, ecco ognuno ha la sua verità, la propria verità che è anche una verità collettiva.
Per tornare a citare Flaiano “la sublime vetta del mondo”, ovvero l’imbecillità, è visibile più che mai.
Oltre alla paura, perché la verità fa male e fa anche paura, si è perso la fiducia, nelle istituzioni, nei media, infine anche nella scienza.
La politica è quella degli eccessi, eccessi di democrazia o di protagonismo, di populismo o di sovranismo, in ogni caso eccesso, eccesso estremo.
Le risposte sembrano poggiare sui soli due concetti:  isolamento o globalismo.  Il disagio economico conduce all’incertezza e l’incertezza conduce ad una perdita di sicurezza e la perdita di sicurezza conduce alla confusione sociale.
Ma se già stritolati dal recente passato consumista e adesso stritolati dall’eccesso degli eccessi di pensiero, perché non tentare di fare un esercizio di riflessione?
Pazienza. Il capitalismo pare essere perenne, non si può pensare una società con una economia senza capitali e il flusso di questi, che comporta anche il flusso di persone necessariamente.
Di fronte abbiamo un pianeta che mai come prima si è reso conto di quanto sia interconnesso e che non può non fare finta di quanto siano vitali gli aspetti nevralgici del suo sistema: uno di questi è la finanza, il secondo, l’ambiente.
Ci sono quindi delle necessità imprescindibili, e per ripartire si ha bisogno improrogabilmente di grosse iniezioni di liquidità.
Questa liquidità, come dicevamo, dovrebbe riguardare al futuro, perché dipenderà dalla gestione di oggi, il futuro di domani. La finanza deve tornare a fare la finanza, ovvero essere lo strumento dell’economia e l’economia, mai come oggi, mostra tutto il suo aspetto reale. E quando l’economia è reale serve la politica a gestirla.
L’ “economia sociale di mercato”, sarà perseguibile se aderirà a dei parametri sociali. Primo l’ambiente e il suo rispetto, secondo l’efficienza e l’ottimizzazione, terzo l’educazione delle masse al rispetto dell’ambiente, la dimestichezza con la tecnologia, che a sua volta, aiuta ad ottimizzare e a rendere efficienti e puliti tutte le articolazioni del sistema economico, aiuta a non disperdere e portare linfa in modo capillare a tutti gli organi e i tessuti.
L’economia è “machine à habiter”, come avrebbero detto nell’Ottocento alcuni architetti, in riferimento all’ambiente in cui si inserisce l’uomo, deve perciò adattarsi ai bisogni dell’uomo stesso. L’economia è l’architettura per l’uomo e non certo il suo strumento decorativo. 
La consapevolezza, se arriverà, rispetto ai valori da perseguire e perseguibilissimi, poggerà sui singoli viaggi introspettivi di ognuno dei singoli cittadini del mondo, che dovranno cominciare a domandarsi se sono utili alla società i loro contributi, se il loro lavoro ha un senso per sé stessi e quindi anche per gli altri, se questo lavoro partecipa alla costruzione del domani e non alla sua distruzione.
Come il capitalismo sarà paziente e medico di sé stesso, anche ogni singolo partecipante potrà certamente arricchirsi da questa temporanea malattia.
E i giovani lo sanno, sono i meno colpiti.
L’atto più completo è quello del costruire – dice Socrate a Fedro- Un’opera richiede amore, meditazione, obbedienza al tuo più bel pensiero, invenzioni di leggi pel tramite della tua anima, e molte altre cose che da te, ignaro di possederle, essa meravigliosamente trae”. (Eupalino, Paul Valery)

Eurointelligence (Wolfgang Munchau) – Doccia fredda della Lagarde sul programma MES / OMT



Wolfgang Munchau, direttore di Eurointelligence ed editorialista del Financial Times, sottolinea  le importanti prese di posizione di Christine Lagarde nella sua ultima conferenza stampa. La nuova Presidente della BCE mostra la sua volontà di sostenere in questa emergenza l’economia reale con un ampio programma di acquisto dei titoli del debito pubblico. In particolare per quanto riguarda Spagna e Italia, la Lagarde precisa che il programma di sostegno più adatto a questo tipo di emergenza non è né il MES né l’OMT, sottoposti alle condizionalità dei memorandum, bensì l’ampio programma di acquisto titoli messo in campo dalla BCE.  Con la speranza che i nostri governanti ne prendano atto. 

Eurointelligence, 1 Maggio 2010  

Doccia fredda della Lagarde sul programma MES / OMT: in questo momento lo strumento più appropriato sono gli acquisti di titoli per l’emergenza pandemica.

Consideriamo le previsioni economiche in tempi come questi un puro esercizio di autocompiacimento. Ma Christine Lagarde è chiaramente passata nel campo di coloro che non si auto-compiacciono. Le diamo il benvenuto. La BCE sta lavorando sulla base di una previsione ad ampio raggio di un calo del 5-12% del PIL nel 2020. Sia la misura che l’ampiezza della banda ci sembrano ragionevoli.

In linea con la sua posizione più lucida, la BCE sta sostanzialmente espandendo il proprio sostegno di liquidità al sistema bancario perché possa sostenere l’economia reale e offrire il suo sostegno ali mercato dei titoli obbligazionari e garantire che la trasmissione della politica monetaria non sia compromessa dalla frammentazione lungo i confini nazionali. Discutiamo di queste misure di politica monetaria più avanti, ma per ora non lasciamoci ingannare dal fatto che i tassi di interesse principali rimangono invariati. Lagarde ha dichiarato che il totale degli acquisti di asset quest’anno supererà il trilione di €, in quanto il programma di acquisto titoli per l’emergenza pandemica va ad aggiungersi a un programma di acquisto titoli già allargato. Dato che il ritmo degli acquisti del PEPP è stato piuttosto rapido, in particolare per quanto riguarda le obbligazioni italiane, alcuni economisti prevedono che la BCE amplierà le dimensioni del programma oltre i suoi attuali 750 miliardi di euro. Lagarde ha evitato questo argomento, ma ha ribadito che il PEPP durerà fino alla crisi del coronavirus e almeno fino alla fine di quest’anno. Spetterà al consiglio direttivo decidere se le condizioni di crisi persistono una volta spesi i 750 miliardi di euro.

Durante la conferenza stampa si è discusso se l’OMT sia uno strumento adeguato per questa crisi. Una domanda particolarmente incisiva è stata la richiesta di chiarire se una linea di credito a condizioni rafforzate costituisca una condizione preliminare. Lagarde ha schivato la domanda. Ha detto che l’OMT implicava un programma MES sottoposto a condizionalità, ma ha affermato che non esiste nessun meccanismo automatico. Il Consiglio direttivo deciderà sulla base dell’esistenza o meno di una giustificazione di politica monetaria per l’OMT. Durante la conferenza stampa, Lagarde ha affermato ripetutamente che l’OMT era un programma per un singolo paese adatto alle condizioni prevalenti nel 2012. Benché sia ancora uno degli strumenti esistenti, nelle condizioni attuali il PEPP è uno strumento più appropriato. Questo è importante. Gran parte del dibattito sull’opportunità o meno per l’Italia o la Spagna di fare appello al sostegno del MES per la pandemia dipende dal presupposto di un innesco automatico dell’OMT. Lagarde ha sottolineato che ciò dipende da se l’OMT serve a portare avanti gli obiettivi della politica monetaria, e che il PEPP è lo strumento più adeguato per prevenire la frammentazione dell’unione monetaria nella fase di crisi.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.eurointelligence.com/

Traduzione di Carmenthesister PER VOCI DALL'ESTERO.

Chi specula sul calo del petrolio. Analisi

                                                                                                                                                                                                                 START MAG
Cosa succede ai prezzi del petrolio?  Il commento a cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm
Di Roberto Rossignoli
La notizia finanziaria della settimana è senza alcun dubbio la volatilità che ha riguardato il prezzo del petrolio. In particolare, ha fatto scalpore la notizia che il valore dei contratti future sui barili di petrolio WTI in consegna a maggio sia andato in negativo.
Le ragioni, su cui si è discusso, al nocciolo, riguardano la dinamica della domanda e dell’offerta. La prima è andata a picco a causa della recessione globale. Quando i produttori di alcune regioni non hanno compratori per stoccare le merci di solito mettono le scorte da parte aspettando momenti più propizi. Il problema per quanto riguarda il petrolio e che non è esattamente semplice da stoccare.
Per capire quanto sta succedendo bisogna appunto considerare che non tutto i produttori sono affetti dallo stesso tipo di problematiche. Una dinamica di prezzo particolare può derivare da difficoltà logistiche incontrate da un certo tipo di produttori rispetto ad altri.
Se andiamo a valutare la valutazione del Brent, che offre una panoramica migliore sul valore globale del petrolio, vediamo che ha mantenuto prezzi più elevati. Il prezzo del WTI si riferisce soprattutto al petrolio estratto onshore negli Stati Uniti di cui una quantità rilevante transita per l’hub di Cushing in Oklahoma. Il petrolio che transita in questo hub ha difficoltà di stoccaggio maggiori, non avendo, per esempio, un rapido accesso allo stoccaggio in mare.  Come si può notare dal grafico, la maggior parte della crescita delle scorte mondiali è da attribuirsi all’hub di Cushing.
La seconda cosa da capire è che l’inversione del prezzo, oltre che nei fondamentali, trova la sua giustificazione anche nella dinamica tecnica. Per quanto riguarda il mercato del petrolio, il commercio di coloro che effettivamente desiderano comprare la materia prima per utilizzarla è semplicemente una frazione di coloro che scelgono di acquistarla per motivi di trading o semplicemente per esprimere un posizionamento sull’andamento del prezzo.
Non è un caso che il crollo sia arrivato proprio nel giorno di scadenza del future, quando molti strumenti di risparmio collettivo, tra cui gli ETF operativi sulla commodity, hanno operato il “rollaggio” dei contratti rispetto a quelli del mese successivo, facendo effettivamente saltare l’equilibrio da domanda e offerta. Al di là di queste considerazioni, la dinamica sottostante è piuttosto chiara, con le capacità di stoccaggio che in certe regioni sta andando verso l’esaurimento.

Microsoft: un brevetto per il mining corporeo di criptovalute


Di Marco Cavicchioli 

A fine marzo è stato pubblicato un estratto di un brevetto di Microsoft che si riferisce ad un sistema per minare criptovalute grazie alle attività corporee. 
Il brevetto, registrato con il codice WO 2020060606, è stato richiesto dalla Microsoft Technology Licensing LLC (MTL) di Redmond, ovvero la società del gruppo Microsoft che possiede la stragrande maggioranza dei brevetti precedentemente di proprietà di Microsoft Corporation e si riferisce ad un “sistema di criptovaluta che utilizza dati di attività del corpo”. 
La descrizione sintetica del brevetto descrive un sistema grazie al quale le attività del corpo umano possono essere utilizzate per processi di mining di criptovalute. 
Il sistema prevede un server che fornisce ai dispositivi degli utenti delle attività da svolgere, e dei sensori all’interno dei dispositivi che rilevano l’attività corporea dell’utente per verificare se i dati rilevati soddisfano le condizioni richieste. 
In questo modo se l’utente esegue le attività richieste dal server può ricevere in cambio criptovalute. 
Qualcosa di simile avviene già oggi ad esempio con app installate sugli smartphone che rilevano le attività motorie assegnando token ad esempio a chi cammina o corre, ma il brevetto di Microsoft va oltre, arrivando ad immaginare specifici dispositivi in grado di rilevare molti più dati provenienti dalle attività corporee. 
Nella descrizione del brevetto, ad esempio, si legge che questi dispositivi potrebbero mappare attività del corpo umano come onde cerebrali, o calore corporeo emesso dall’utente quando questo esegue attività fisica, da utilizzare come prova di lavoro per verificare che l’utente abbia svolto determinati compiti, come ad esempio la visualizzazione di annunci pubblicitari o l’utilizzo di determinati servizi Internet ed essere utilizzata nel processo di mining. 
In questo modo si potrebbe ridurre l’energia computazionale per il processo di estrazione, rendendolo anche più rapido.
A dire il vero per ora si tratta solo di un brevetto, che potrebbe anche non essere mai utilizzato in concreto per prodotti da mettere sul mercato, ma la cosa interessante è che un colosso tecnologico come Microsoft si sia interessato a tal punto a questa tecnologia da aver addirittura registrato un brevetto per poterla sfruttare. 
La richiesta di Microsoft cita anche esplicitamente le criptovalute decentralizzate, ed in particolare Bitcoin, dicendo che sono valute virtuali non legati a valute fiat, in genere progettate per consentire transazioni istantanee e trasferimento di proprietà senza confini e senza un punto centrale di controllo. 
Tuttavia, queste possono anche essere implementate all’interno di sistemi centralizzati, come per l’appunto quelli immaginati nella richiesta di brevetto.

Il mondo ha fame di dollari


Di Jacopo Magurno

In questi giorni, a seguito delle travagliate trattative e degli accordi raggiunti in sede di Eurogruppo per tentare di dare una comune e coordinata risposta europea all’emergenza sanitaria del Covid-19, si è sentito molto parlare del cosiddetto Fondo Salva-Stati (abbreviato come MES, “Meccanismo europeo di stabilità”). Si è parlato, invece, molto meno di un fenomeno che ci riguarda tutti, ma che per molti versi è impalpabile: la fame di dollari del sistema finanziario internazionale e le conseguenti risposte degli attori leader nella gerarchia del sistema. Su tutti, la banca centrale degli Stati Uniti d’America, la Federal Reserve (Fed). 
Per come è attualmente disegnato, il sistema finanziario internazionale ha bisogno di una certa quantità di moneta di una specifica nazione, il dollaro USA, per funzionare senza attriti. Dati del Fondo monetario internazionale (Fmi) ci dicono che, alla fine del quarto trimestre del 2019, il 61% delle riserve in valuta estera a livello mondiale era denominata in dollari (per un valore di circa 12mila miliardi di dollari USA). Secondo l’ultima survey disponibile della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), in un mercato valutario (FX Market) che ad Aprile 2019 aveva raggiunto il volume di 6,6 triliardi di scambi al giorno, il dollaro USA è risultato essere una delle due divise scambiate nell’88% dei casi.
In altre parole, il dollaro è la valuta del commercio e della finanza internazionale. Di conseguenza, la Fed non è solo la banca centrale degli USA, ma è anche la banca centrale che “stampa” l’unica vera valuta di riserva globale e bene rifugio per eccellenza. Non ci soffermeremo qui sulle ragioni di questa egemonia valutaria, ma cercheremo esclusivamente di illustrare un meccanismo fondamentale tramite il quale questa si riafferma oggi: le Foreign exchange swap lines
In momenti di non-crisi, banche, fondi ed operatori specializzati, finanziano le proprie esigenze di liquidità quotidiane sui mercati monetari. Questi ultimi sono dei mercati che hanno ad oggetto prestiti con scadenze brevi, di solito inferiori ai 12 mesi. Gli strumenti privilegiati sono i cosiddetti REPO (repurchase agreements) o “pronti contro termine”. In breve, attraverso questi contratti, i venditori cedono agli acquirenti dei titoli impegnandosi a riacquistarli a prezzo maggiorato in una data successiva. Le operazioni funzionano di norma overnight, aprendosi e chiudendosi nello spazio di un giorno: chi ha liquidità in eccesso la impiega presso chi ne è carente.
A questo punto, entrano in gioco i dollari. Come su riportato, una quantità enorme di attività denominate in dollari è concentrata nei bilanci di banche non americane. Di conseguenza, queste banche hanno bisogno di finanziamenti in dollari per i loro asset (prestiti, titoli e posizioni su derivati). Secondo Adam Tooze, storico delle crisi finanziarie ed autore di “Crashed”, si tratta di una somma che è equivalente a quasi la metà dei bilanci delle banche statunitensi.
In tempi tranquilli, questi fondi vengono raccolti sui mercati monetari americani (attraverso REPO) oppure attraverso degli swap su valute utilizzando come collaterale un’altra valuta (FX swap markets). Tuttavia, in momenti di crisi come quelli che stiamo attraversando in questi giorni, i mercati sono caratterizzati da sell-off indiscriminati e la disponibilità di dollari evapora.
Tutti gli investitori sono alla disperata ricerca di liquidità ed il dollaro USA è l’asset liquido per eccellenza. È qui che interviene la Fed nel suo ruolo di prestatrice di ultima istanza dell’intero sistema finanziario e dei pagamenti globale. Da circa vent’anni, infatti, come afferma Marcello Minenna sul Sole 24 Ore, la Fed garantisce dollari al sistema attraverso le cosiddette linee di liquidità in valuta estera (Foreign exchange swap lines) concordate con altre banche centrali. Seguendo la cronologia di Minenna, la prima linea di credito swap presso la Fed (o perlomeno, aggiungiamo noi, la prima in tempi recenti) risale al 2001, con la stipula di un accordo di scambio di valute tra Fed e Bce fino a un massimo di 50 miliardi di dollari, in seguito all’attacco terroristico alle Torri Gemelle.
Tuttavia, è con la grande crisi del 2008 che la Fed ha iniziato ad utilizzare stabilmente le linee swap in valuta con altre banche centrali. Nel 2010 viene istituito il “network C6”, una rete di linee swap in valuta tra la Fed, la Bce, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Canada, la Banca del Giappone e la Banca Nazionale Svizzera che sarebbe divenuto permanente il 31 ottobre 2013. Assistiamo quindi alla nascita di un vero e proprio cartello stabile di (alcune) delle principali banche centrali del pianeta per garantire l’approvvigionamento di dollari al di fuori del mercato Usa. 
Il funzionamento delle linee swap fra banche centrali si articola in due fasiIn una prima fase, le due banche centrali che prendono parte al contratto swap “prestano” l’una a l’altra la propria valuta. Prendendo come esempio la linea fra la Bce e la Fed, alla prima, che avrà un conto depositi in dollari aperto presso la seconda, verrà accreditata una certa somma in dollari, ad un certo tasso di cambio e per un certo periodo di tempo. A fronte di questa posizione, la Fed riceverà come collaterale una somma prestabilita in euro attraverso un conto aperto presso la BCE. La remunerazione per la Fed sarà pari al tasso privo di rischio in dollari (OIS) maggiorato di uno spread prefissato.
Nella seconda fase, la banca centrale che ha preso a prestito i dollari li offre alle banche private della propria area valutaria, nell’ambito di operazioni REPO, in cambio di collaterali ammissibili e di un tasso di interesse. Sembra importante sottolineare come l’apertura di una swap line sia mutualmente conveniente. Nel nostro esempio, la Fed preserva un sistema che è basato sulla sua valuta domestica come moneta internazionale, mentre la Bce è in grado di proteggere meglio la stabilità del suo sistema finanziario. 
Senza entrare nel merito della effettiva efficacia del sistema delle FX swap lines per i fortunati Paesi che hanno la possibilità di averne accesso, le sue contraddizioni appaiono almeno tanto evidenti quanto la loro origine: la Fed è innanzitutto la banca centrale degli USA e risponde innanzitutto agli interessi strategici degli USA. In altre parole, benché sia chiamata ad essere il prestatore di ultima istanza del mondo intero (international lender of last resort), la Fed non è una banca centrale mondiale super partes.

Le nomine escono dalla quarantena


Di Enrico Matteioli *

Mentre il governo italiano e le autorità locali continuano la battaglia contro il coronavirus e le sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali, nei palazzi del potere di Roma è in rotta di conclusione (le liste dovranno essere depositate il 20 aprile e non più il 18) una delle partite più strategiche della Legislatura: quella per le nomine dei vertici delle partecipate pubbliche in scadenza, attorno a cui la battaglia politica è da tempo infuocata.
L’emergenza sanitaria ha ammortizzato, ma non sopito completamente, una contesa che vede coinvolti attori di primo piano: i partiti di maggioranza (Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali), i loro strateghi coinvolti nella selezione e valutazione dei nomi in ballo, gli apparati della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il mondo dell’intelligence e della sicurezza e last but not the least il Quirinale.
Sono oltre 500 le caselle da riempire in consigli d’amministrazione e collegi sindacali. 55 delle 76 società partecipate dal MEF (19 controllate direttamente e 57 partecipate attraverso enti come Cassa Depositi e Prestiti, Invitalia, Gse) dovranno rinnovare i consigli di amministrazione, 50 i collegi sindacali. Si parla di nomi di assoluto prestigio: Eni, Enel, Leonardo e Poste Italiane, i quattro player più importanti; a questi si aggiungono il gruppo Terna, gestore di reti per i servizi elettrici, Enav, fornitrice di servizi di assistenza alla navigazione civile, il gestore di gare pubbliche Consip, le strategiche Cdp Reti e Fintecna, che assieme a Monte dei Paschi di Siena attendono la scelta sui loro vertici.
Ora più che mai la partita è cruciale. Le decisioni, da assumere in un momento critico, contribuiranno a costruire l’architettura esecutiva dell’apparato a controllo pubblico che dovrà guidare la ripresa da una fase recessiva che ci si aspetta essere senza precedenti per il nostro Paese. Al tempo stesso, il giro di valzer delle nomine aiuta a mappare come cambia la distribuzione degli assetti di potere  – politico e non solo – nel Paese.

Le poltrone più calde

I destini di Eni e Leonardo sembra si incrocino. Se 3 anni fa Alessandro Profumo da membro del Cda del Cane a Sei Zampe si trasferì a Piazza Montegrappa per assumere il timone di comando in tandem con il Prefetto Gianni De Gennaro (nel ruolo già dal 2013, nominato dall’allora Governo Letta), tra qualche giorno potrebbe essere quest’ultimo, come rivelato dal giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi, ad andare al ventesimo piano del grattacielo dell’Eur e sostituire Emma Marcegaglia. Il civil servant di origini calabresi lascerebbe il posto di Presidente di Leonardo al Direttore dell’AISE, Luciano Carta, il quale, secondo quanto riferiscono fonti interne a Forte Braschi, é pronto per accettare l’onere dell’incarico.
Per gli AD, come riportato oggi dall’ agenzia Reuters, sia a Claudio Descalzi che a Alessandro Profumo il Governo in carica – ed il Quirinale – concederebbero la possibilità di fare un altro mandato, sia per assicurare continuità operativa in un momento in cui i mercati di riferimento affrontano criticità strutturali, sia per mancanza di candidati con il giusto pedigree (uno dei più papabili, Vittorio Colao, è stato appena nominato a capo della task force per la ripresa). Su entrambi però ci sono ancora delle rappresaglie, lato M5S per l’Eni e di una parte del PD per Leonardo. 
Ai grillini viene accusata l’inadeguatezza dei candidati indicati per le aziende in questione: si fanno i nomi per la presidenza di avvocati come Lucia Calvosa e Michele Crisostomo, entrambi in passato nel radar di Telecom. La Calvosa in particolare, il cui nome è sempre più frequente nelle negoziazioni degli ultimi giorni, può vantare un’esperienza in svariati CdA: TIM, Monte Paschi (in quota Comune di Siena, quindi PD), Carige, Società Editoriale del Fatto (in cui siede attualmente) e Invitalia Ventures (designata a fine novembre 2019). A questo limite i pentastellati potrebbero sopperire ricorrendo a manager dai nomi meno freschi ma con un’esperienza navigata, come appunto De Gennaro oppure Franco Bernabé, garanzia di assoluta qualità manageriale e dalle solide e strutturate relazioni a livello internazionale.
Lotta a tre per Terna tra l’attuale AD Luigi Ferraris, considerato l’outsider della tornata del 2017, Valerio Camerano dato in uscita da A2A, e Stefano Donnarumma, amministratore della utility romana ACEA, nominato 3 anni fa in coppia con l’Avvocato Luca Lanzalone, già regista delle nomine del mondo pentastellato. Donnarumma, forte soprattutto del rapporto con Fraccaro, e artefice di un lavoro certosino sul mondo zingarettiano, potrebbe trasferirsi tra qualche settimana da Piazzale Ostiense a Via Galbani.
Per Enel e Poste la partita riguarda le presidenze, mentre per gli AD Starace e Del Fante – visti anche gli ottimi risultati di bilancio e le performance dei rispettivi titoli – la conferma (come il dividendo) è in cassaforte.
Mancano però ancora 10 giorni, infatti la consegna delle liste inizialmente prevista per il 18 aprile ha subito 48 ore di ritardo slittando così al lunedì 20 aprile, e qualche Papa che entra, inciampando in qualche sampietrino, potrebbe uscire Cardinale.
I bigliettini da bruciare nell’urna del conclave passano per le mani di decisori politici, registi tecnici e deus ex machina di questi argomenti. Alessandro Rivera, direttore generale al Tesoro è il “punto di sintesi” con il Ministro Gualtieri, e agisce da garante degli interessi del suo ministero. Riccardo Fraccaro, anche per conto di Casaleggio e Di Maio, è in posizione di snodo principale a Palazzo Chigi, dove comunque il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte esercita i suoi spazi di autonomia. Sul fronte opposto della maggioranza Dario Franceschini è il collegamento diretto con il Quirinale (tramite la sponda con Simone Guerrini ma non solo), mentre internamente al partito il confronto serrato è con Nicola Zingaretti e Andrea Orlando, su cui pesano le aspettative di Goffredo Bettini e Massimo D’Alema che è abbastanza ringalluzzito negli ultimi mesi. In un momento di unità nazionale da ritrovare, non è da sottovalutare un potenziale coinvolgimento della minoranza, tenuto conto che al Senato i voti non bastano mai. Per tale motivo il telefono di Gianni Letta, a lungo dominus delle nomine di matrice berlusconiana, in questi giorni è piuttosto caldo. Da non dimenticare l’incognita di Renzi.

L’ultimo potere della politica

È fuori da ogni dubbio che il potere di nomina è forse l’ultima vera arma della politica italiana. Tra svuotamento delle competenze e aumento dei vincoli d’azione e di spesa per i ministeri di maggior peso, la facoltà di armare il braccio operativo delle partecipate è la più incisiva tra le possibilità che la politica ha di condizionare l’evoluzione del sistema-Paese. Inclusa la sua dimensione economica e la sua proiezione internazionale.
Lo dimostra la taglia dei soggetti in campo: nella galassia delle imprese partecipate, secondo i dati dei bilanci depositati il 31 dicembre 2018, le prime 15 società operanti nel ramo dell’industria e dei servizi fatturavano 221,7 miliardi di euro, con un margine operativo netto di oltre 25,1 miliardi di euro e più di 380mila dipendenti. A questi dati d’ordine economico si aggiunge l’inserimento di queste aziende in un’architettura di relazioni internazionali e capacità di proiezione che sarà in seguito discussa e che si può ragionevolmente considerare superiore al raggio d’azione di interi ministeri.
Nei decenni della “Seconda Repubblica”, anche dopo la fine del sistema dei partiti che governava il mondo dell’economia mista imperniata sull’Iriè stata gradualmente sfatata la profezia dei fautori delle privatizzazioni massicce degli Anni Novanta, che miravano a sottrarre gradualmente il controllo della politica sulle società del Tesoro trasformate in partecipate o imprese quotate. 
Come ha lucidamente notato Alessandro Aresu su Pandora l’importanza delle nomine delle società pubbliche e para-pubbliche nella vita del Paese non è diminuita. È aumentata. Anche perché le società controllate dal Ministero dell’Economia e dalla Cassa Depositi e Prestiti dominano Piazza Affari, una borsa rimasta piccola rispetto alle omologhe europee per via dello scarso numero di grandi e medie imprese quotate. Ecco dunque il paradosso delle privatizzazioni: il sistema dei partiti non esiste più ma le nomine continuano ad esistere. Non solo: sono diventate molto più importanti”.

La punta di lancia del capitalismo italiano

Le società a partecipazione pubblica assumono, in questa fase, il ruolo di solida barriera per il sistema-Paese: garanzia di occupazione, fonte di sicuri dividendi per il Ministero del Tesoro e potenziali punte di lancia dell’espansione degli interessi dell’Italia.
Negli ultimi anni, ad esempio, Eni è stata in grado di anticipare o sostenere la diplomazia italiana in teatri come Libia, Egitto, Medio Oriente; Enel si è internazionalizzata in settori strategici riguardanti la transizione energetica; Leonardo, assieme a Fincantieri, è invece ponte per l’industria della Difesa italiana tra le cordate di matrice “atlantica” (Usa e Regno Unito), di cui è partner e importante membro della filiera e quelle afferenti al mondo della Difesa europea.Strettamente collegata alla questione nomine è la discussione sulla tutela degli asset strategici dell’Italia: la decretazione sul “golden power” nasce proprio a partire dall’esigenza di fornire ai campioni nazionali dei settori strategici, in larga misura a partecipazione pubblica, lo scudo necessario a ovviare ai rischi di ingerenze finanziarie straniere. Lo scudo sistemico richiesto dalle grandi aziende italiane è, per certi punti di vista, un’ammissione di debolezza del mondo finanziario nazionale ma, al tempo stesso, si può aprire il dibattito sulla sua reale necessità per grandi imprese che, in un certo senso, incarnano lo Stato e le sue prerogative sovrane, di cui svolgono un grande ruolo di supplenza, meglio di molti suoi apparati. Tanto da rendere la stagione delle nomine, anche nel pieno di una crisi senza precedenti, uno snodo cruciale. Il “conclave” per la decisione manager delle partecipate prosegue, sotto traccia, e non mancherà di far sentire i suoi effetti sulla politica e l’economia nazionale. Su queste pagine ne seguiremo con attenzione gli sviluppi.
* Enrico Matteioli è uno pseudonimo nato dalla fusione di due grandi personaggi della storia italiana: Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, e Raffaele Mattioli, il banchiere umanista della Comit. Due artefici della rinascita economica ed industriale al cui spirito, idee e soprattutto coraggio, mai come ora, bisognerebbe rifarsi. È su questa linea d’onda che con questo nom de plume scriveremo e racconteremo vicende ed insight che intrecciano politica ed economia. Seguitelo anche sul profilo Twitter @EnricoMatteioli

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