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BCE : Christine Lagaffe, l’anti Draghi


Di Les Arvernes *, 14 marzo 2020

La Banca centrale europea, in occasione del Consiglio direttivo del 12 marzo, ha annunciato un piano massiccio per sostenere l’economia dell’eurozona. In particolare le banche, attraverso un’apertura illimitata di fatto da parte della BCE delle sue “operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine” (TLTRO), saranno remunerate di 75 punti base dalla banca centrale per tutti i loro prestiti all’economia. Attraverso le varie sospensioni delle norme prudenziali annunciate simultaneamente dall’unico supervisore della BCE (SSM), quasi 800 miliardi di euro di capitale saranno erogati nei bilanci bancari, anche al fine di facilitare i prestiti alle imprese e ai privati. Infine, è stato aperto un fondo di 120 miliardi di euro, al fine di continuare a monetizzare i debiti pubblici, e anche per poter acquisire qualsiasi titolo pubblico o privato che la BCE ritenga opportuno acquisire per sostenere la liquidità sui mercati.

Questa iniezione di liquidità è certamente la più grande da parte della BCE dal 2009. Nonostante ciò, la conferenza stampa di Christine Lagarde ha innescato una crisi all’interno della crisi. In seguito ai commenti del Presidente, un grave panico si è diffuso sui titoli italiani, sia sul debito pubblico che sul mercato azionario. A tal punto che il Presidente estremamente europeista della Repubblica Italiana Sergio Matterella (che aveva abusato del suo potere costituzionale per bloccare le ambizioni di politica economica della coalizione “GialloVerde”   tra Cinque Stelle e Lega) ha rilasciato una dichiarazione contro Christine Lagarde, in cui ha deplorato gli attacchi all’Italia in un momento in cui il paese è in ginocchio, mentre combatte da solo contro l’epidemia di Covid-19.

Con qualche parola pronunciata per caso, e per prendere le distanze dal suo predecessore, Christine Lagarde ha infatti frantumato e ripudiato la costruzione del “Whatever It Takes” di Mario Draghi, un baluardo contro l’implosione della zona euro. Nel 2012 Mario Draghi, con queste tre parole, aveva chiarito ai mercati che la BCE era pronta a fare qualsiasi cosa, a qualsiasi creazione monetaria massiccia, per evitare il default di uno Stato membro dell’euro, in questo caso l’Italia. Sulla base delle “Outright Monetary Transactions”, che non hanno alcun fondamento nel mandato della BCE e non esistono nella realtà, le tre parole del mago Draghi avevano chiarito ai mercati che avrebbero inevitabilmente perso a causa della risoluzione della Banca Centrale. Il 12 marzo la Lagarde ha fatto esattamente l’opposto di Draghi, spiegando che non rientrava nel mandato della BCE ridurre le differenze di tassi tra gli Stati membri, i cosiddetti “spread”. Draghi il mago, Lagarde la demolitrice.

Christine Lagarde ha così dimostrato di aver raggiunto il suo “Principio di Peter” nel lasciare il FMI per la BCE. Quel FMI, che lei ha anche notevolmente contribuito a trasformare in una “banca globale bis”, più interessata alla parità di genere e all’economia verde che alla stabilità finanziaria, argomenti che ora porta alla BCE. Ha anche dimostrato che, a differenza di Draghi, è ostaggio del suo Consiglio direttivo e in particolare dei falchi recessivi franco-tedeschi Weidmann e Villeroy (il più tedesco dei due non è quello che si direbbe), il che lascia presagire il peggio in materia di revisone del mandato della BCE.

Christine Lagarde ha dimostrato di essere solo quello che sembra, cioè una personalità “popolare” che trascorre il suo tempo nella mondanità che trasmette sui suoi social network – invece di concentrarsi sulla politica monetaria e l’economia – e che manca di profondità, di “gravitas”, di comprensione delle implicazioni delle sue parole. Christine Lagarde è un Duisenberg bis, ma un Duisenberg di tempi di crisi, le cui gaffe e discorsi mal controllati aggravano le crisi finanziarie invece di calmarle.

La sua nomina è l’ennesimo errore da aggiungere agli sbagli del nostro Presidente, Emmanuel Macron. La Presidenza della BCE è stata infatti la più importante delle sedie musicali tra i posti nelle istituzioni europee per il 2019. Ma la scelta di Christine Lagarde dimostra ancora una volta la mancanza di giudizio del presidente, che ha avuto l’opportunità di sostenere molti candidati di qualità, compresi alcuni francesi (no, l’attuale governatore della Banca di Francia non è uno di loro). Ancora una volta, la moneta cattiva ha scacciato quella buona.

* Les Arvernes sono un gruppo di alti funzionari, professori, saggisti e imprenditori che si sentono ora chiamati a intervenire regolarmente nel dibattito pubblico.

Composto da personalità che preferiscono rimanere anonime, questo gruppo vuole essere l’equivalente di destra dei Gracques che furono lanciati durante la campagna presidenziale del 2007, firmando un appello per un’alleanza PS-UDF. Les Arvernes, d’altra parte, vogliono agire contro la negazione della realtà in cui troppo spesso le élite francesi si rinchiudono.


TRADUZIONE DI Malachia Paperoga PER http://vocidallestero.it/

Germania stanzia 550 miliardi ? Un po’ di chiarezza


Un po’ di chiarezza sul Whatever It Takes tedesco

Di Nazareno Lecis

Il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz della giornata di ieri* ha annunciato un programma di credito illimitato per aiutare le aziende tedesche nell’emergenza del coronavirus. Il limite massimo di questi prestiti è stato fissato a 550 miliardi di euro. 

Sono prestiti 

I 550 miliardi non sono investimenti pubblici, tagli di tasse o sussidi a fondo perduto ma PRESTITI. E per essere ancora precisi saranno garanzie su prestiti. 

Cosa vuol dire? 

Vuol dire che per il governo metterà la sua garanzia sui prestiti che la KFW (la CDP tedesca) e altre banche daranno alle imprese. Il governo coprirà l’eventuale cifra non restituita. Nel caso estremo in cui non ci fossero sofferenze (cosa difficile ma appunto stiamo parlando di casi estremi) lo stato tedesco non sborserà neanche un euro.

A cosa serve questa mossa?

 Con questa mossa il governo tedesco ha deciso di mettere la sua credibilità al servizio dell’economia in modo da evitare crisi di fiducia. Sapendo che in ogni caso i prestiti hanno una enorme garanzia la moneta circolerà senza frizioni e gli effetti negativi del coronavirus potranno essere mitigati. 

Governo in versione prestatore di ultima istanza

 L’iniziativa ricorda un po’ quella che solitamente è prerogativa delle banche centrali ossia dare fiducia. In un certo senso il governo assume il ruolo di garante quasi come se fosse il prestatore di ultima istanza anche se in questo caso non viene fornita direttamente liquidità ma una garanzia (ricordiamolo ancora).

FONTE: https://financecue.it/chiarezza-whatever-it-takes-tedesco-merkel-coronavirus/17916

* -NOTA DI QUESTO SITO- L'articolo è del 14 marzo.

La difesa degli asset strategici italiani dal Quirinale al Copasir


Di Andrea Muratore

Quando Christine Lagarde ha espresso le sue dichiarazioni goffe e dannose sulla risposta della Bce alla crisi del coronavirus in molti in Italia sono stati presi in contropiede, ma in ben pochi hanno creduto all’ipotesi di una “gaffe”, di un mero inciampo comunicativo. La compattezza con cui la politica e le autorità italiane hanno reagito alle parole della governatrice Bce è stata notevole e con pochi precedenti nella storia recente del nostro Paese.

Durissimo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rigorosamente critiche le forze di maggioranza e opposizione, estremamente attento e pronto a prendere iniziative il Copasir, che si è immediatamente rivolto alla Consob per “eventuali atti speculativi in connessione con le dichiarazioni rese dalla presidente della Bce”, ricevendo come risposta un’attestazione di smarrimento per le uscite dell’ex direttrice del Fondo monetario internazionale. L’autorithy guidata da Paolo Savona ha immediatamente bloccato le pratiche di vendita allo scoperto su 85 titoli di aziende quotate a Piazza Affari, compresi asset strategici e marchi storici nazionali.
Quello che non era stato possibile fare lunedì scorso, data l’improvvisa e dura franata delle borse in tutta Europa, è diventato realtà giovedì, contribuendo al positivo rimbalzo del 7% dei mercati, resi più stabili dal freno alla speculazione, nella giornata di venerdì. Il problema è capire come si sia mosso il mercato nella giornata di giovedì e, soprattutto, se sia stata possibile l’eventualità di una scalata straniera ad imprese nazionali finite nella buriana dei ribassi maggiori della storia di Piazza Affari. In giornate in cui gruppi come Poste ItalianeLeonardo e Salini-Impregilo hanno visto evaporare oltre un quinto del proprio valore il rischio di manovre di attacco finanziario e di scalata a grandi gruppi italiani, potenzialmente in grado di rendere necessario l’esercizio del golden power da parte del governo, non è da escludere.
Il presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, ha dichiarato: “Ci permettiamo di sollecitare e sostenere qualsiasi azione di maggior vigilanza verso azioni, speculative o aggressive tendenti a modificare, in questo particolare momento, assetti di controllo e di governance di società quali quelle dei settori bancario-assicurativi, telecomunicazioni, energia e difesa che debbono rimanere nell’alveo dell’interesse nazionale. È il momento della responsabilità collettiva ed è inderogabile difendere le risorse strategiche, finanziarie ed industriali, del nostro grande Paese”.
L’unità di intenti pare trasparire rafforzata anche dalle dichiarazioni raccolte a un anonimo ministro del governo Conte da Francesco Verderami del Corriere della Sera: “Se qualcuno dall’estero pensa di sfruttare questa situazione per fare lo shopping dei nostri ‘gioielli di famiglia’, come accadde nel 1992 e nel 2010, ha sbagliato bersaglio”. Nell’ottica del Copasir e del governo vi è scetticismo per il fatto che gli unici grandi Paesi a non aver bloccato la vendita allo scoperto in borsa nelle ultime sessioni siano stati Francia e Germania. I cui grandi gruppi industriali ed economici sono, oggi come in passato, indiziati speciali per sessioni di “shopping” massiccio dei nostri gioielli di famiglia.
Sulla sua pagina Facebook Adolfo Urso, esponente di Fratelli d’Italia ed ex viceministro con delega al Commercio Estero che ha lavorato fianco a fianco con la Lagarde quando quest’ultima ricopriva il ruolo di ministro del governo francese, ha rincarato la dose sospettando una connivenza tra le dichiarazioni rese alla stampa sull’impossibilità della Bce a “contenere gli spread” e precisi interessi economici e finanziari di Parigi. “Non è affatto una sprovveduta, ma una convinta assertrice degli interessi francesi”, scrive Urso.
Nelle prossime settimane la vigilanza del Copasir e del governo dovrà farsi sempre più decisa e attiva: interessi economici e strategici cruciali del sistema-Paese saranno messi in gioco nel corso della futura altalena finanziaria, in attesa che la tempesta sanitaria ed economica del coronavirus faccia comprendere la sua reale portata in tutta Europa. La catena di comando dovrà neutralizzare ogni attacco esterno ai comparti strategici nazionali, dimostrando leadership e responsabilità. L’unità d’intenti delle ultime giornate lascia però ben sperare: nel momento del cimento, l’Italia si riscopre unita sugli interessi fondamentali e sulla tutela dei suoi campioni nazionali.

Usa: la Federal Reserve taglia i tassi di un punto, vicini allo zero: mai livello così basso dalla crisi finanziaria del 2008



La Federal Reserve ha annunciato di aver ridotto i tassi di interesse di un punto percentuale portandoli vicino allo zero all’interno di una forchetta di 0-0,25%. Un livello così basso era stato toccato solo durante la crisi finanziaria globale del 2008.
La Federal Reserve ha fatto sapere che manterrà i tassi a livelli vicini allo zero fino alla fine della crisi di Coronavirus. La decisione, fa sapere la banca centrale Usa in un comunicato, è stata presa all’unanimità. La Fed ha lanciato anche un massiccio programma di Quantitative Easing da 700 miliardi di dollari al fine di sostenere l’economia e proteggerla dall’impatto del Coronavirus. Si tratta dell’acquisto di 500 miliardi di dollari di buoni del Tesoro e di 200 miliardi di titoli ipotecari.
“Una notizie fenomenale”. Così il presidente Donald Trump ha commentato la decisione della Federal Reserve di tagliare i tassi e lanciare un programma di acquisti da 700 miliardi per contrastare l’impatto economico del Coronavirus. “Mi rende molto felice. Penso che i mercati dovrebbero essere molto felici”, ha dichiarato il presidente.

Ashoka Mody – Italia: la crisi che potrebbe diventare virale


Di Ashoka Mody *

Il coronavirus minaccia di trasformare la crisi economica e finanziaria italiana in una crisi globale.

Il coronavirus sta precipitando l’Italia in una crisi economica e finanziaria che ha il potenziale di innescare un caos finanziario mondiale.Il principale anello debole della catena economica globale è l’Italia, che nel 2019 era già sotto forte tensione e ora sta minacciosamente cedendo dinanzi ad altri cruciali problemi globali: Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania.

Anche se nei prossimi mesi il coronavirus (ufficialmente Covid-19) sarà contenuto, è già alle porte una crisi finanziaria che si irradierà dall’ epicentro italiano. Eppure i leader europei sembrano procedere come se fosse tutto normale. Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), afferma che il coronavirus non è ancora tale da causare “uno shock di lunga durata“. Il suo staff e quello di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia, stanno ancora valutando la gravità del problema, indulgendo in una pericolosa noncuranza. La BCE e i governi europei non riescono ad affrontare il pericolo rappresentato da una crisi finanziaria italiana. E non c’è più tempo per prepararsi allo sforzo globale che sarà necessario per contenerne conseguenze.

Il punto di rottura dell’economia e della finanza italiana

Nei due decenni da quando l’Italia ha adottato l’euro, gli italiani sono diventati più poveri. L’economia del paese permane in una recessione economica quasi perpetua.

Il sistema politico disfunzionale italiano dà la sensazione di un temporary fast-pizza. Per quasi mezzo secolo, i governi italiani hanno mancato di investire nel futuro del Paese. Tutti comprendevano che l’Italia avrebbe avuto difficoltà a sopravvivere senza la stampella della sua lira flessibile, che di tanto in tanto si deprezzava. Ma l’arroganza dei leader europei ha portato l’Italia nella morsa della zona euro, dove l’euro è troppo forte per l’economia italiana, e l’interesse reale – il tasso di interesse corretto per l’inflazione – è troppo alto per un’economia che non cresce.

Il coronavirus ha colpito l’Italia in modo crudele, non solo in termini di vite umane in pericolo, ma perché minaccia di paralizzare le regioni della Lombardia e del Veneto, poli produttivi che negli ultimi due decenni hanno evitato all’economia italiana un destino economico ancora più cupo.

Le vulnerabilità finanziarie dell’Italia sono enormi. Il peso del debito pubblico italiano, pari a circa 2.400 miliardi di euro, è maggiore di quello tedesco, che ammonta a 2.000 miliardi di euro. Il rapporto debito / PIL del governo italiano è aumentato inesorabilmente. Il sistema bancario italiano è seduto su un gigantesco cumulo di attività finanziarie, pari a circa cinquemila miliardi di euro. Mentre le molte banche italiane in crisi hanno venduto (spesso per pochi centesimi) gran parte dei prestiti in sofferenza che i loro mutuatari non stavano rimborsando, la redditività delle banche risulta anemica a causa dei tassi di interesse estremamente bassi e poiché i mutuatari sono ancora in difficoltà, in un ambiente a crescita zero. Il rapporto tra valore di mercato e valore contabile del patrimonio netto anche delle banche più forti d’Italia – Intesa Sanpaolo e UniCredit – rimane ben al di sotto di uno, il che implica che i mercati ritengono che alla fine gran parte delle attività detenute da queste banche saranno cancellate.

* Ashoka Mody insegna alla Princeton University ed è autore di Euro. Una tragedia in nove atti, di prossima pubblicazione in Italia.  


Traduzione di Carmenthesister per Voci Dall'Estero


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Liturri: “Quello che è accaduto alle banche italiane non era immaginabile nemmeno nel peggiore degli scenari”


Intervista di Alessandro Bonetti a Giuseppe Liturri * per https://kriticaeconomica.com/ 

D: A che punto siamo nel piano di salvataggio della Popolare di Bari?
R: Secondo me siamo a un punto ancora preliminare perché tutto quello che potrà accadere è ancora sottoposto a una serie di incognite. Fra i possibili sviluppi ce n’è uno solo auspicato dal governo, che poi è quello auspicato da tutti noi, credo. Infatti, vedere una banca andare in stato di liquidazione coatta amministrativa non è una bella cosa e non lo auguro. Dunque, c’è un esito auspicato dal governo ma ci sono molte incognite.
D: Come crede che la Commissione europea giudicherà questo piano di salvataggio?
R: Il giudizio della Commissione europea dipenderà dal rispetto di quelle famose condizioni di mercato che regoleranno l’aumento di capitale a favore di Mediocredito centrale, e quindi sostanzialmente dello Stato. Perciò se, come accaduto con il caso della Nord Landesbank (NordLB), la commissione giudicherà quell’intervento avvenuto a condizioni di mercato, dirà di sì, viceversa dirà di no. C’è un piccolo particolare però. Quelle “condizioni di mercato” le conosce solo Dio, sono quanto di più discrezionale possa esistere. Perciò non so come finirà. Se le regole fossero applicate in modo piuttosto rigido, significa che la Popolare di Bari dovrà passare attraverso una cura dimagrante pazzesca. Significa posti di lavoro persi, crediti tagliati. Per compiacere l’Ue bisognerà fare una cura pesantissima.
D: Perché la Commissione ha consentito il salvataggio della Nord Landesbank (NordLB) con soldi pubblici? È un cambio di rotta o sono stati applicati due pesi e due misure?
R: Sono stato tra i primi a commentare questo episodio. Ti devo dire che mi riservo la lettura puntuale delle motivazioni che la Vestager, e quindi la Commissione, ha dato per giudicare quell’intervento come fatto a condizioni di mercato e quindi non valutabile come aiuto di stato. Qui il vizio è all’origine. Le condizioni di mercato non esistono perche non sono comparabili. Allora se sono stati applicati due pesi e due misure lo potremo dire solo dopo un eventuale diniego della Ue a un intervento sulla Popolare di Bari. Se la Ue fosse particolarmente restrittiva nel richiedere quelle condizioni di mercato e se la banca si ritrovasse a essere sottoposta a una cura da cavallo, allora potremo dire che sono stati applicati due pesi e due misure. Sono stato il primo a scagliarmi contro la Commissione quando si è espressa sulla NordLB e le ho imputato il fatto di essersi arrampicata sugli specchi nel provare il rispetto di condizioni di mercato dove il mercato non c’è. La mia accusa alla commissione è stata di arrampicarsi sugli specchi, non di applicare due pesi e due misure. Perciò vorrei vedere come si arrampicheranno sugli specchi sulla Popolare di Bari. E lì vedremo quali saranno le conseguenze.
D: Di recente il presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) Antonio Patuelli ha detto che il bail-in andrebbe abolito. Come giudica questa presa di posizione?
R: Tardiva e a tratti imbarazzante. Nel documento del 2012 in cui l’Abi esprimeva il suo parere riguardo al bail-in di futura introduzione, l’Associazione, pur restando critica su molti aspetti, non si metteva di traverso come era logico attendersi. Anzi, su alcuni punti addirittura non si opponeva alla retroattività del bail-in. La presa di posizione di Patuelli è tardiva e soprattutto giunge al termine di un quadriennio in cui il settore bancario italiano è stato veramente danneggiato da quelle norme.
D: A quattro anni dalla direttiva europea sul bail-in, quali sono stati i principali effetti sulle banche italiane?
R: Guardiamo a quello che è accaduto. Se qualcuno nel 2013 mi avesse detto che di lì a tre anni avremmo avuto Popolare di Vicenza e Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa e Montepaschi di Siena e Carige salvate in continuità (lasciando stare le “quattro banche”) io gli avrei detto: “Sei un pazzo”. È accaduto qualcosa che non era immaginabile nemmeno nel più fosco degli scenari. L’intervento della Perrazzelli [vicedirettrice generale di Bankitalia ndr] in Commissione finanze, letto in controluce, dice una cosa chiarissima. Successivamente all’entrata in vigore del bail-in e fino a marzo 2019, quando finalmente il fondo interbancario ha potuto nuovamente intervenire come soggetto privato nel salvataggio di banche italiane, per quattro anni noi siamo rimasti completamente privi di strumenti di gestione delle crisi bancarie. Non lo dico io, lo dice la vicedirettrice Perrazzelli in audizione. Un disastro unico. Attenzione, la Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive ndr) con il bail-in e tutto il resto è applicabile solo in caso di risoluzione. La risoluzione sostituisce la liquidazione coatta amministrativa, che ora è uno strumento speciale di procedura concorsuale applicata a una banca. L’Unione europea ha detto che la risoluzione si applica solo per banche sistemiche, laddove sussiste un interesse pubblico. Perciò la risoluzione alla fine non è stata applicata da nessuna parte. Non a caso le due venete sono andate in liquidazione coatta amministrativa. Un disastro unico, con l’aggravante che noi ci trovavamo le banche ancora in mezzo al guado, bisognose di interventi, cosa che invece gli altri paesi avevano già fatto prima del 2012. Questo è il quadro terribile che abbiamo dovuto gestire negli ultimi quattro anni.
D: E riguardo all’intervento di Bankitalia in commissione Finanze?
R: La cosa che vorrei puntualizzare è il detto e non detto da Bankitalia in commissione, che è clamoroso. Quando Bankitalia dice che è stata per quattro anni con le mani libere, la mia domanda è: “Di cos’altro avete bisogno per capire che i danni fatti al nostro paese sono stati ingenti?”. Bankitalia si esprime in questi termini quando le si imputa un commissariamento tardivo di Popolare Bari. Cosa vuole dire Bankitalia? Vuole dire che probabilmente c’erano gli estremi per commissariare Popolare di Bari prima di marzo 2019, ma se l’avesse fatto avrebbe mandato gambe all’aria la banca, perché non c’era il fondo interbancario pronto a intervenire. Questo nessun commentatore l’ha messo in luce. In pratica Bankitalia che ha ammesso che non ha voluto commissariare una banca che era disastrata, in “stallo gestionale” come avevano scritto loro, perché a loro dire l’avrebbero mandata in liquidazione disordinata, dato che non c’era nulla da fare. Complimenti! Questa cosa è enorme.
* Commentatore economico per StartMag e per La Verità, per capire la situazione delle banche italiane alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti la Popolare di Bari.
- INTERVISTA DEL 31 Gen 2020 NB

Salvataggio Popolare, parla Paragone: 'Salvati tutti coloro che non si erano accorti del buco'


Di Salvatore Santoru

Il governo ha recentemente deciso di salvare la Banca Popolare di Bari(1).
Tale decisione non è affatto piaciuta a Gianluigi Paragone, che ha reso noto il suo dissenso in un video pubblicato su Facebook.

Tale video, riporta il Giornale(2), è stato postato poco prima del suo intervento a In mezz'ora(3).
Paragone ha fatto nomi e cognomi degli uomini ritenuti responsabili di non essersi accorti del buco.




NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2019/12/il-governo-salvera-la-banca-popolare-di.html

(2) http://www.ilgiornale.it/news/economia/banca-popolare-bari-paragone-tutti-promossi-uomini-che-non-1799700.html

(3) https://www.facebook.com/gianluigi.paragone/videos/468407240530132/

Il governo salverà la Banca Popolare di Bari



Domenica sera il governo ha approvato un decreto per salvare la Banca Popolare di Bari, una delle più grosse banche del Sud Italia. In base al decreto, il governo darà 900 milioni di euro a Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa del ministero dell’Economia, per finanziare Microcredito Centrale (una banca controllata dal ministero dell’Economia) che poi li verserà alla Banca Popolare di Bari per comprarne delle quote.
Venerdì la Banca d’Italia aveva deciso di commissariare il consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Bari per via della cattiva gestione finanziaria e dei troppi crediti deteriorati, cioè dei mutui o prestiti che hanno poche possibilità di essere riscossi. Da tempo la Banca era considerata in difficoltà, tanto che aveva chiuso il 2018 con perdite per 420 milioni di euro e la forte riduzione del valore delle proprie azioni. Un articolo di Repubblica ha ricostruito la sequenza di ispezioni che la Banca d’Italia ha condotto dal 2010, per cercare di capire come mai nonostante i controlli si sia arrivati al commissariamento. Nel corso di queste ispezioni, la banca è stata costretta a rinnovare i suoi organi dirigenziali e poi a togliere dai suoi libri contabili più di un miliardo di euro di crediti deteriorati.
Tra i vari problemi, sembra ci sia l’acquisizione nel 2014 di Banca Tercas, una banca abruzzese in difficoltà, dopo che lo Stato aveva già provato a salvarla con una ricapitalizzazione. Secondo Repubblica, non è chiaro come mai dopo un’ispezione del 2013 in cui erano stati riscontrati vari problemi, la Banca d’Italia non avesse imposto nuove sanzioni alla Banca Popolare di Bari: l’ipotesi è che c’entri appunto il salvataggio di Banca Tercas.
La procura di Bari sta svolgendo varie indagini sulla Banca Popolare di Bari. Una di queste, per ora senza indagati né ipotesi di reato, è stata aperta per via di una lettera della Consob, l’autorità garante della borsa, secondo cui la Banca non aveva fornito le informazioni richieste sulla situazione dei conti. Un’altra riguarda l’acquisizione di altre banche, tra cui Banca Tercas.
I fondi per salvare la Banca Popolare di Bari saranno presi dal fondo del ministero dell’Economia destinato «alla partecipazione al capitale di banche e fondi internazionali». Nel lungo termine l’obiettivo sarebbe di costituire una nuova banca di investimento mettendo insieme le acquisizioni fatte dal Microcredito Centrale.
In un’intervista con il Corriere della Sera Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e capo politico del Movimento 5 Stelle, che in passato aveva criticato molte operazioni di salvataggio delle banche, ha parlato di nazionalizzazione: «Se lo Stato deve mettere soldi per salvare i conti correnti, dobbiamo fare in modo che quella banca sia nazionalizzata. Il nostro progetto è la banca pubblica degli investimenti».

Salvataggio Popolare di Bari, volano stracci tra Italia viva e Pd. M5s frena: decreto rinviato



Finisce senza un accordo ma con l’ennesimo sfibrante scontro nella maggioranza il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per il salvataggio di Banca popolare di Bari, commissariata da Banca d’Italia, attraverso un aumento di capitale di Mediocredito centrale. Tema delicato quello delle banche, che rievoca vecchie battaglie tra grillini e renziani, che sui casi dei fallimenti delle banche popolari, i decreti salva-banche e il caso Etruria-Boschi non si sono mai risparmiati colpi bassi.
Italia viva, come annunciato, diserta il Consiglio dei ministri convocato a tarda sera per un decreto che, secondo l’ordine del giorno, avrebbe dovuto porre le basi «per la realizzazione di una banca di investimenti». Perché è questo il progetto, come conferma a tarda sera il Mef.

Lo scontro

Ma Iv alza subito il tiro: si diffonde la voce, poi smentita, che Renzi voglia aprire la crisi di governo. Voce poi smentita. Italia Viva comunque diserta il Cdm («Non ci avevano neanche avvertiti», lamentano) e denuncia i 5 stelle, che accusavano Renzi del salvataggio di Etruria e ora salvano una banca col Pd.
Il nervosismo sale e il M5s non sta a guardare: nessun decreto può passare senza un supplemento di riflessione, avverte Di Maio dalla Calabria. Conte resta a lungo riunito con il ministro Roberto Gualtieri. In attesa ci sono i ministri Dem e 5S: la riunione rischia di saltare. Il veto M5S blocca il decreto. Il problema però è solo rinviato: un provvedimento si rende necessario per garantire l’operatività della Banca, su cui è intervenuta Bankitalia.

L’informativa di Gualtieri

Il Consiglio dei ministri avvia i suoi lavori e Gualtieri fa un’informativa, illustrando i contenuti dello schema del provvedimento. Dario Franceschini, a nome del Pd, si scaglia contro l’irresponsabilità dei colleghi. Da fuori, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti chiedono le dimissioni di Conte che nel pomeriggio aveva negato la necessità di un salvataggio.
Il braccio di ferro nella maggioranza sul decreto non ferma però Bankitalia che convoca il Cda della Bari per l’adozione di provvedimenti di vigilanza. Una formula a cui fa seguito il commissariamento della banca, messa in amministrazione straordinaria previo scioglimento del cda e del collegio sindacale. Ai commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini, assieme ai componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso, è stato affidato il compito di predisporre le «attività necessarie alla ricapitalizzazione! e di finalizzare le «negoziazioni con i soggetti che hanno già manifestato interesse all’intervento di rilancio», cioè il Fitd e Mediocredito centrale.
«La banca prosegue regolarmente la propria attività. La clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia» è il messaggio tranquillizzante lanciato dalla banca. Ma «la convocazione improvvisa di un Consiglio dei ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna quindi un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito» ha tuonato Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Italia Viva.

L’idea del decreto salva-Pop di Bari

Il progetto, che con un decreto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva portato sul tavolo del Consiglio dei Ministri e che molto probabilmente arriverà all’esame della prossima riunione lunedì prossimo, aveva l’ambizione di salvaguardare non solo la Popolare di Bari ma anche quella di creare una banca di investimento per accompagnare la crescita e la competitività delle imprese, con particolare attenzione al Sud.
In particolare per la Bari, che non rispetta i requisiti patrimoniali minimi e necessita di un miliardo di euro, il decreto ipotizza un salvataggio in tandem con il sistema bancario, attraverso il Fidt, e dello Stato, che dovrebbe mettere in campo Mediocredito Centrale. Lo schema di Decreto predisposto dal Mef prevede un potenziamento delle capacità patrimoniali e finanziarie della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale (MCC), interamente controllata da Invitalia, attraverso un primo aumento di capitale per consentire a MCC, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari (BPB).
Per il Fondo interbancario ha in agenda due riunioni il 18 e il 20 dicembre e attende una richiesta d’aiuto corredata da un piano industriale che faccia emergere il fabbisogno di capitale e chiede di essere affiancato da un partner industriale, che sarebbe poi il Mediocredito Centrale, dotato dei mezzi per un primo intervento tampone che ripristini ratio patrimoniali superiori ai minimi regolamentari.
Bankitalia si è mossa nonostante la decisione del cda di promuovere l’azione di responsabilità verso l’ex ad Giorgio Papa, l’ex responsabile dei crediti Nicola Loperfido e l’ex condirettore generale Gianluca Jacobini. Una mossa che appare tardiva in presenza di una banca in condizioni gravissime e sottoposta alle indagini della magistratura che, senza risparmiare l’ad Vincenzo de Bustis, sta verificando la corretta gestione della banca nel corso degli anni. Per un salvataggio che si apre, uno si avvia alla chiusura. L’offerta dell’aumento di capitale di Carige ha registrato adesioni, da parte dei vecchi soci, pari al 19,7% della tranche in opzione. Sono state sottoscritte azioni per un controvalore di 16,8 milioni di euro, una quota sufficiente a ricostituire un flottante superiore al 10%, scongiurando il rischio che Carige sia esclusa da Piazza Affari.
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LA CINA AFFRONTA IL MAGGIOR FALLIMENTO DEGLI ULTIMI 20 ANNI


Di Fabio Lugano

Dopo due Bank Run nell’arco di 15 giorni la Cina si prepara ad quello che è il più grande fallimento di una società, partecipata dallo stato, negli ultimi 20 anni.
Tewoo group è una conglomerata controllata dallo stato cinese, con un’attività diffusa in una serie di settori industriali molto ampi e diversificati, dalla logistica, alle infrastrutture alle auto, al minerario ai porti. Non parliamo di una media realtà locale, ma della 132ima società mondiale secondo la classifica Fortune 500, più grande di China Telecommunications e di Citic group.
Questa società ha offerto i propri creditori un grande piano di ristrutturazione del debito con forti perdite per i creditori ed un concambio obbligazionario che prevede la sostituzione con obbligazioni a scadenza più lunga e minori ritorni. Un piano di ristrutturazione finanziaria profondo e doloroso, che indica come ormai lo Stato non voglia più coprire le perdite delle proprie società in eterno. Eppure qui parliamo di una società con 66 miliardi di dollari di  ricavi ed un magro utile da 129 milioni annui e 17 mila dipendenti.
L’indicazione è importante: ci sarà un vero e proprio default sui titoli soprattutto di quello in dollari da 300 milioni scadente il 16 dicembre. Gli investitori hanno poco tempo per decidere se accettare una perdita secca del 64% o un piano di rientro a lungo termine in quello che è un vero e proprio default. 
Ormai appare chiaro che  anche le società di stato cinesi non sono esenti non tanto dai problemi, quelli di Tewoo erano noti addirittura da aprile, con i primi default limitati sui pagamenti la scorsa estate. In primavera la società aveva dovuto vendere alcune delle proprie scorte di rame ad un prezzo al di sotto di quello di mercato per poter raccogliere dei fondi finanziari.
La Tewoo è la società più importante della regione del Tanjin e la sua crisi non è altro che il riflettersi della crisi di un’intera regione, come indica l’andamento della crescita del PIL regionale.

Tewoo può essere il primo caso di grande conglomerata di stato cinese a ristrutturare il proprio debito. Una situazione pericolosa sia per la finanza cinese, sia per quella internazionale.
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