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Commemorazione vittime Eccidio di Schio- COMUNICATO CNDDU


In occasione delle celebrazioni della ricorrenza dell’eccidio di Schio, avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio
del 1945 all’interno delle carceri della città, in cui persero la vita 54 vittime di cui 15 donne (Amadio Teresa;
Arcaro Teresa; Baldi Irma; Bernardi Settima; Bernardi Quinta; Dal Collo Maria Teresa; Dal Dosso Anna;
Dal Cucco Irma; Franchini Fernanda; Lovise Angela-Irma; Lovise Blandina; Magnabosco Lidia; Pancrazio
Giovanna; Rinacchia Giselda; Stella Elisa) la gran parte delle quali erano totalmente estranee a ogni
riferimento politico, per mano di alcuni partigiani della Divisione Garibaldi Ateo Garemi, il Coordinamento
nazionale docenti della disciplina dei diritti umani vuole condannare incondizionatamente la violenza
gratuita e disumana, come l’art. 3 della DUDU, insegna, in quanto esecrabile e belluino sistema per risolvere
contenziosi o peggio ancora per applicare la legge del taglione senza ricorrere alla giustizia vera o appellarsi
alla “pietas”, di cui ogni essere umano dovrebbe essere dotato a prescindere dal colore della propria casacca.

La vicenda veramente tragica e vergognosa venne stigmatizzata anche dal generale americano Dunlop,
governatore alleato nel Veneto, il quale amareggiato affermò “Sono qui venuto per una incresciosa missione,
per un anno e mezzo ho lavorato per il bene dell’Italia, la mia opera e la mia amicizia sono state, io lo so,
riconosciute e apprezzate, è mio dovere dirvi che mai prima d’ora il nome dell’Italia è caduto tanto in basso
nella mia stima, non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al
ventre con raffiche di armi automatiche e a bruciapelo. Io prometto severa e rapida giustizia verso i
delinquenti, confido che il rimorso di questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la
città di Schio ricorderà con vergogna e orrore questa spaventosa notte e con ciò ho detto tutto”.

Oggi, malgrado i responsabili non abbiano pagato il loro debito per una strage così ingiustificabile quanto
efferata, il 3 febbraio 2017 di fronte al vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, Anna Vescovi, la figlia
dell'allora commissario prefettizio e pluridecorato capitano della Divisione Ariete in Africa Giulio Vescovi e
il suo carnefice, il partigiano Valentino Bortoloso hanno firmato un «atto di riconciliazione».
Il CNDDU auspicherebbe che un simile gesto così costruttivo venisse riproposto simbolicamente in futuro,
in presenza o in DaD, davanti a una delegazione di studenti di ogni ordine e grado per far comprendere
l’importanza della pace come conquista collettiva e origine di prosperità.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Commemorazione vittime Strage nazista di Cavriglia- COMUNICATO CNDDU



Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani vuole menzionare la strage nazista di
Cavriglia, avvenuta il 4 luglio 1944 in provincia di Arezzo, in cui persero la vita 192 civili (93 morti a
Meleto Valdarno, 73 a Castelnuovo dei Sabbioni, 4 a San Martino, 2 a Massa Sabbioni, 11 a Le Matole).

 Le
dinamiche con cui si svolse il dramma furono atroci: gli uomini, divisi dalle donne, furono trucidati in massa
nella piazza cittadina dai reparti tedeschi specializzati della Divisione Hermann Göring; a morire furono
indistintamente giovanissimi e anziani. Vogliamo sottolineare il coraggio con cui i due parroci, insigniti della
medaglia d’Argento al Valor Militare, il 7 luglio 1991, Don Ferrante Bagiardi, Don Giovanni Fondelli, si
sono spesi fino all’ultimo cercando di salvare vite umane, purtroppo non riuscendovi e perdendo anche la
propria.
L’evento storico drammatico di oggi, così come altri verificatisi durante la Seconda Guerra Mondiale, deve
diventare patrimonio “memoriale” collettivo non solo come mera trasmissione di fatti, misfatti, eroismi e
crudeltà connesse agli eventi bellici, ma come magma vitale di riflessioni e ridefinizione critica dei rapporti
tra gli esseri umani. Le proposte didattiche che possiamo avanzare sono molteplici e pluridisciplinari, adatte
anche per sviluppare percorsi tematici “olistici”, il cui obiettivo finale, sia la consapevolezza del valore
intrinseco di ogni vita umana. Soprattutto in sede di esame di Stato, per la scuola secondaria di I e II grado,
le interrelazioni tra le varie discipline, unite da una tematica comune di contenuto umanitario, possono
costituire il fulcro della prova orale: traendo spunto da un episodio storico, come quello di oggi, diventa
immediato collegare riferimenti storici, letterari, filosofici, artistici e giuridici. Ancora è possibile partire
dell’esperienza del “particolare” per attingere all’ “universale”, per cui si potrebbe far riferimento, nel nostro
caso, al documentario realizzato nel 2007 da Filippo Boni e Nedo Baglioni, intitolato “La Comunità colpita”
(https://www.facebook.com/ComunediCavriglia/videos/677227729143159/?v=677227729143159), in cui sono presenti le
testimonianze di due ex bambini della seconda Guerra mondiale (Emilio Polverini e Paolino Camici), i quali
raccontano il proprio stato d’animo. Stato d’animo comune a tutti coloro che siano stati segnati dal marchio
del conflitto bellico esteso a inermi civili. Stato d’animo che i nostri poeti e narratori hanno perfettamente
esternato con i loro versi e le loro pagine; stato d’animo di chi era la vittima e di chi, da carnefice, si sentiva
in perfetta pace con la propria coscienza, come spiega Hannah Arent “Le azioni erano mostruose, ma chi le
fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”

Infatti chi ha commesso crimini orrendi in molti casi si sentiva appunto innocente o addirittura legittimato: la
propaganda, il lavaggio del cervello, l’ignoranza, ma soprattutto la mancanza di un’autentica formazione al
rispetto dell’altro ha generato mostri inconsapevoli. Come afferma Elio Vittorini “Potremo mai avere una
cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura, che le
impedisca, che le scongiuri, che aiuti ad eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno,
questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura”.

La “cultura” nuova, agognata probabilmente da Ungaretti, intessuta di visione, speranza, libertà, che nel suo
immaginifico senso poetico associava alla luce e per la quale molti erano caduti: “Qui / vivono per sempre /
gli occhi che furono chiusi alla luce / perché tutti / li avessero aperti / per sempre
alla luce (Giuseppe Ungaretti, Per i morti della Resistenza)

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Commemorazione giudice Ferlaino vittima di mafia e solidarietà a Gratteri- COMUNICATO CNDDU


Comunicato stampa - Commemorazione giudice Francesco Ferlaino vittima di mafia e solidarietà a Nicola Gratteri procuratore di Catanzaro

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende commemorare la figura del
giudice Francesco Ferlaino, ucciso dalla ndrangheta sotto casa, in località Nicastro, una frazione di Lamezia
Terme, alle 13:30 del 3 luglio 1975, a colpi di lupara. L’impegno del magistrato fu essenziale nel contrastare
il fenomeno delle organizzazioni criminali in diversi settori economici chiave della società; si occupò anche
di alcuni importanti processi alla mafia siciliana trasferiti in Calabria per legittima suspicione. Ferlaino fu
animato da un alto senso dello Stato sia nelle occasioni pubbliche che private, che lo determinò con tenacia
ad affrontare una realtà malavitosa negata, tentacolare, oscura e proprio per questo più insidiosa.
Dall’inchiesta sulla sua morte risulta che nessuno ha pagato.

 Era un uomo solo in un contesto difficile. In un
contesto in cui la vita di un giudice onesto valeva molto poco, dove le relazioni sociali / economiche erano
viziate dalla collusione ed evasione.
Lo Stato, da allora, ha reagito grazie all’operato di uomini coraggiosi (magistrati, poliziotti, carabinieri,
finanza etc.) che sono morti in nome del proprio dovere; fortunatamente anche tanti eventi positivi hanno
contrassegnato la marcia dolorosa ma inesorabile della legalità.
Ora si apprende che il giudice Nicola Gratteri qualche giorno fa sarebbe stato oggetto di un piano criminale
finalizzato al suo assassinio.

Il CNDDU esprime la massima solidarietà nei confronti del procuratore di Catanzaro e nel contempo
manifesta piena fiducia nel suo lavoro.
La cultura della legalità si alimenta nelle aule scolastiche attraverso l’introiezione delle regole giuridiche e
dei diritti umani; proprio per questo confidiamo nell’impegno degli insegnanti al fine di arginare
l’abbandono e la dispersione scolastica nonché veicolare valori civici condivisi.
Ci auguriamo che il dottor Gratteri possa continuare a lavorare in sicurezza per la collettività.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

"The Geographical Pivot of History": ecco la versione italiana del classico di Mackinder, a cura di Giorgio Corona


Di Salvatore Santoru 

Halford John Mackinder è stato un noto geografo e diplomatico inglese che è, d'altronde, fortemente conosciuto per essere stato tra i fondatori della geopolitica.
Una delle sue opere più importanti è stata "The Geographical Pivot of History", un saggio che Mackinder presentò alla Royal Geographical Society nel 1904.

Recentemente è stata pubblicata, sia in formato ebook che cartacea(1), una versione italiana a cura di Giorgio Corona.

Il libro si è basato su un lavoro fedele all'originale e, oltre a ciò, avente il tono discorsivo caratteristico dell'evento dell’epoca. 
Inoltre, si è aggiunta una copertina che ricorda le copie del "The Geographical Journal" e il tutto grazie alla gradita e gentile concessione della Royal Geographical Society.

NOTA:

Commemorazione Strage di Ciaculli- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani intende ricordare la Strage
di Ciaculli e commemorare i sette agenti (Mario Malausa, tenente dei carabinieri; Silvio Corrao,
maresciallo di P.S.; Calogero Vaccaro, maresciallo dei CC; Eugenio Altomare e Marino Fardelli,
appuntati; Pasquale Nuccio, maresciallo dell'esercito; Giorgio Ciacci, soldato), che persero la vita
nella deflagrazione della prima autobomba esplosa da Cosa nostra.

Ci sono certe ferite che non si rimarginano mai e che il Nostro Paese porta addosso con grandissimo
dolore, la Strage di Ciaculli è una di queste ferite. Il 30 giugno del 1963 il Male di Cosa nostra si
materializzò in un’auto imbottita di tritolo e parcheggiata nei pressi dell’abitazione di un parente di
Salvatore Greco, boss della Borgata agricola di Ciaculli, a sud est di Palermo. Fu una telefonata
anonima alla Questura di Palermo ad informare le forze dell’ordine della presenza di una Alfa
Romeo Giulietta abbandonata con le porte aperte. Sette uomini si recarono sul posto, ispezionarono
l’auto, disinnescarono una bombola di gas rinvenuta al suo interno, ma quando ormai sembrava non
esserci più alcun pericolo, tutti e sette esplosero in aria a causa della grande quantità di tritolo
contenuta nel bagagliaio.
Le indagini del tempo parlarono di guerra aperta tra famiglie malavitose che sistematicamente
imbracciavano lupare e collezionavano esplosivi per ribadire le proprie zone di competenza, il
possesso. Sembrò esserci anche una reazione immediata da parte dello Stato che trascinò dietro le
sbarre quasi duemila persone. In realtà fu solo un risveglio temporaneo, perché il popolo siciliano
continuò a vivere in una terra che la mafia stava divorando sempre più.
Sono passati 57 anni da quella notte che viene ricordata come Strage di Ciaculli, la strage in cui
Cosa nostra dichiarò guerra alle istituzioni con un’autobomba. Quell’auto piena di esplosivo fu solo
l’inizio di una lunga serie di stragi mafiose che hanno martoriato l’Italia. Infatti, tra poco meno di
un mese ricorderemo quella di Via d’Amelio. Altra ferita. Ancora dolore.
Il CNDDU intende non solo commemorare le sette vittime che persero la vita nell’attentato mafioso
ma anche lanciare un messaggio di vicinanza alle forze dell’ordine affinché sappiano che la società
civile, sana e operosa sa bene che per combattere le mafie non ci si può affidare al solo impegno
degli uomini in divisa, perché c’è bisogno del costante impegno di tutti. Noi lo sappiamo. E non
smettiamo di portare la nostra passione civile nelle aule per nutrire i nostri studenti nella viva
speranza di un futuro edificante.

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

Commemorazione Eccidio di Civitella- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani intende ricordare l’eccidio di
Civitella in provincia di Arezzo, avvenuto il 29 giugno del 1944, nel quale persero la vita per mano delle
truppe naziste 244 civili, la cui gran parte fu sterminata nella chiesa del piccolo centro urbano, mentre stava
assistendo alla celebrazione della messa. 

Dalle testimonianze apprendiamo l’eroico comportamento del
parroco don Alcide Lazzeri, il quale preferì essere ucciso con i suoi parrocchiani piuttosto che sopravvivere
nel ricordo della terrificante giornata. Agghiaccianti sono le modalità con cui venne portato a termine il
massacro, non vennero risparmiati nemmeno i bambini.
La malvagità e l’odio dell’uomo verso l’uomo raggiunse vertici di abominio incommensurabili. Ecco perché
oggi vogliamo ricordare la simbolica frase di Piero Calamandrei “Il popolo italiano consacra alla memoria
dei fratelli caduti per restituire all’Italia libertà e onore la presente Costituzione.”

Un monito certamente ricco di significato che evidenzia la necessità oggi di preservare i valori civici e gli
ideali di chi ha costruito con il suo sacrificio la democrazia che possiamo vantare. Il ricordo è un processo in
cui la memoria rivive per un attimo il momento, l’istante, che ha accomunato tanti destini in una tragica
sorte. Ognuno con un nome, un’identità diversa ma al tempo stesso uguale, in quanto accomunati dall’essere
italiani.

Davanti a noi oggi abbiamo un testo fondamentale: la nostra Costituzione da conoscere e condividere con i
giovani specialmente nelle nostre aule scolastiche.
Sandro Pertini nel suo discorso di fine anno agli Italiani nel 1979 ricordava: “Dietro ogni articolo della Carta
Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista
nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.”
Nella società liquida denunciata da Bauman, in cui ogni forma di riferimento si è sgretolata inesorabilmente
in mille frammenti solipsistici e individualistici, è fondamentale evocare la tensione ideale ed emotiva che
costituiva il sostrato delle idee generose degli uomini che hanno reso possibile la nascita di uno Stato in cui
uguaglianza, solidarietà, libertà e democrazia divennero espressione di un popolo intero.
La scuola è il luogo dove convergono tante individualità, la cui preziosità va preservata perché unica; tuttavia
la diversità si deve ritrovare unità in sentiero comune: il vivere civile.
“Sono al fianco di chi soffre umiliazioni e oppressioni per il colore della sua pelle. Hitler e Mussolini
avevano la pelle bianchissima, ma la coscienza nera.

Martin Luther King aveva la pelle color dell'ebano, ma il suo animo brillava della limpida luce, come i
diamanti che negri oppressi estraggono dalle miniere del Sudafrica, per la vanità e la ricchezza di una
minoranza dalla pelle bianca” (Sandro Pertini)

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

Commemorazione Strage di Ustica- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione della ricorrenza
della strage di Ustica (incidente aereo DC-9 I-TIGI dell’Itavia), 27 giugno 1980, in cui persero la
vita 81 persone di cui 13 bambini, vuole commemorare una pagina dolorosa e oscura della storia
della democrazia.

 Sono ormai trascorsi quarant’anni da allora e quando si parla di tale strage si è
sempre un po’ distaccati, come se i morti non avessero una nazionalità e non trovassero una
motivazione.
Raramente nella scuola italiana vengono affrontate vicende riguardanti il nostro passato recente che
presentano tratti incerti e sinistri. Eppure appartengono ad una stagione del nostro Paese che va
conosciuta e analizzata, anche per rispetto di chi perse la vita ignaro di quanto stava per capitare o
di chi la perse semplicemente perché alla ricerca della verità o coinvolto in qualche maniera nei
fatti.
Il disastro di Ustica evidenzia come la nostra democrazia possa essere messa a dura prova da forze
estranee, ma il ruolo e la determinazione dei parenti delle vittime nel cercare la verità attraverso le
aule di Giustizia furono encomiabili.

 Uomini e donne perseverarono nel trovare una risposta per
molti anni, alimentati dalla fiducia nella magistratura, dando prova di alto senso civico e
responsabilità; simili qualità devono costituire la linfa di una società “sana”, tenace, rispetto ai
condizionamenti esterni.
«La maggior parte dei decessi che molti hanno definito sospetti, di sospetto non hanno alcunché.
Nei casi che restano si dovrà approfondire [...] giacché appare sufficientemente certo che coloro che
sono morti erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato e da questo
peso sono rimasti schiacciati.» (Ordinanza-sentenza Priore, capo 4, pag. 4674)

Prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

J.F. Kennedy e il famoso discorso di "Ich bin ein Berliner", alcune riflessioni- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione della ricorrenza,
26 giugno 1963, in cui il presidente degli USA, John F. Kennedy, proferì il famoso discorso nella
Rudolph-Wilde-Platz a Berlino Ovest nel quale affermò «Ich bin ein Berliner», intende evidenziare
e ribadire l’importanza nella società attuale della libertà e della democrazia.

Alcune frasi pronunciate quel giorno come “La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è
perfetta… Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività.
Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le
speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per
promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e giustizia, oltre voi stessi e noi
stessi per tutta l'umanità”, lette oggi possono costituire un momento di riflessione e condivisione
anche all’interno delle comunità educative. 

È importante storicizzare fenomeni e avvenimenti e
contestualizzarli in relazione ai tempi e alla società di riferimento dell’epoca; tuttavia è ancora più
proficuo comprendere il significato, il risvolto, che essi possono assumere ai nostri giorni. Pertanto
è necessario proporre lo studio di documenti / filmati come il discorso di Kennedy in quanto
espressione di valori costitutivi del vivere civile; principi che vanno difesi e conquistati ogni giorno;
che non siano mai considerati scontati e “assunti”.

 Democrazia e libertà si coltivano nelle scuole
prima di tutto e si celebrano nella convivenza pacifica di molteplici componenti e nel rispetto delle
norme condivise proprie dell’aula scolastica.
“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di
coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” (art. 1 DUDU)

Prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

Le Sfide, il ritorno della politica è il tema del 7º numero della rivista edita dalla Fondazione Craxi. Parte I


Di Salvatore Santoru

Recentemente è uscito il settimo numero della rivista 'Le Sfide', edita dalla Fondazione Craxi.
La tematica principale dell'interessante pubblicazione, denominata Fine di una storia: il ritorno della politica?”,  è quella della de-globalizzazione e del ritorno della centralità della politica e degli Stati.

Il numero si apre con l'introduzione ad opera di Mario Barbi, direttore della rivista ed esponente del Partito Democratico. In tale editoriale, "Verso un Mondo Nuovo", si anticipano gli argomenti che verranno affrontati nella rivista e, inoltre, si sottolinea il fallimento di quella concezione diventata egemone dagli anni 90 nota come "fine della storia".

Segue "Alle Origini del Declino", il 'colloquio' con lo storico Pietro Craveri. Nell'intervista lo storico, nonché presidente della Fondazione Benedetto Croce, opera una riflessione articolata su diverse questioni diventate centrali nell'attuale dibattito politico e geopolitico come l'ascesa del populismo, la crisi della dicotomia destra-sinistra, l'ambientalismo nonché la crisi delle ideologie novecentesche e la posizione dell'Italia e dell'Unione Europea nell'ambito delle relazioni internazionali.

La rivista prosegue con il trattamento di alcuni determinate tematiche d'attualità.
Il primo articolo 'tematico' è "Il progressismo come ideologia del tempo globale", scritto dal docente e giornalista Giancristiano Desiderio. Lo scrittore e insegnante, nonché studioso del pensiero di Croce, rimarca le differenze tra progresso e progressismo e sostiene che l'ideologia progressista vada a braccetto e accetti dalla globalizzazione alcuni aspetti come il relativismo e l'interconnessione.

Tuttavia, sempre a detta del giornalista, il progressismo non ritiene possibile coniugare tali aspetti della globalizzazione con la cultura della libertà.

L'articolo successivo, "La democrazia liberale nell'era del tecnopopulismo", è scritto dal docente Lorenzo Castellani. In esso Castellani, assegnista di ricerca in Storia delle Istituzioni Politiche presso la LUISS, riflette sull'attuale crisi della democrazia parlamentare e sulla sempre più imponente crescita di tendenze populistiche e tecnocratiche.

Nonostante l'aperta opposizione tra i movimenti populisti e le élite tecnocratiche, argomenta il docente, entrambe le due tendenze hanno comunque alcuni notevoli punti di somiglianza.

Nell'articolo che segue, "Politicamente Coretto, ideologia dell'Occidente globalizzato", il docente e scrittore Eugenio Capozzi critica il mantra della 'fine delle ideologie'.
Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, sostiene che l'attuale ideologia dominante sia quella del politically correct.

Il docente ripercorre la storia dell'ascesa di tale ideologia, che da "diversitarismo" filosofico anti-establishment è diventata, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, la cultura politica ed etica maggiormente ascoltata e diffusa tra le attuali classi dirigenti dell'Occidente.

Nell'articolo successivo, "La sovanità perduta", il giornalista e saggista Gennaro Malgieri riflette sul concetto filosofico e giuridico di sovranità e sulla sua messa in discussione a partire dal XIX secolo. 
Malgieri, ex direttore del Secolo D'Italia e importante pensatore della Nuova Destra negli anni 80, reputa che l'attuale Union Europea manchi di sovranità e sia la negazione dell'Europa.

L'intellettuale conservatore reputa che attualmente un'Europa unita non esiste e che se esistesse sarebbe, invece, fondata su un assetto statale. 

Nell'articolo che segue, "Le culture politiche dell'Italia repubblicana", il filosofo e saggista Corrado Ocone ripercorre la storia delle correnti ideologico-politiche che hanno interessato l'Italia dal Secondo Dopoguerra.
Ocone, ex direttore scientifico della Fondazione Einaudi e attualmente Direttore Scientifico del think tank Nazione Futura e membro della Fondazione Tatarella, si concentra sopratutto sulla "sinistra italiana ufficiale" e ricorda che essa non ha mai avuto una sua Bad Godesberg.

Oltre a ciò, l'intellettuale liberale riflette sul 'punto di non ritorno' in cui si troverebbe l'ideologia globalista e, al contempo, sulle reazioni sovraniste e populiste ad essa.

"Le Sfide" prosegue con la trattazione specifica di temi che riguardano l'Italia, l'Unione Europea e il rapporto tra Roma e Bruxelles.
Il primo articolo che affronta l'argomento è "L'Italia e l'Europa, la lezione di Guarino", scritto dal giornalista e vicedirettore del Tg1 Angelo Polimeno Bottai

In esso Polimeno Bottai, già direttore della Comunicazione della Società Dante Alighieri, ripercorre la storia e la carriera del giurista Giuseppe Guarino, dai vertici della Banca d'Italia alla partecipazione nei governi Fanfani e Amato.
In seguito, il giornalista si concentra sulla stagione delle privatizzazioni di parte dell'apparato industriale nazionale, progetto per cui inizialmente era stato incaricato lo stesso Guarino. 

Polimeno riporta che Guarino era favorevole alle privatizzazioni e che, allo stesso tempo, si oppose alle pressioni di alcuni potenti industriali e di chi intendeva utilizzare tali privatizzazioni per imporre la svendita dell'Italia.

La rivista prosegue con l'articolo "Le prospettive dello Stato-stratega", scritto dai due giovani studiosi Andrea Muratore e Ivan Giovi.
Nell'articolo Giovi e Muratore, co-fondatori del centro studi indipendente diretto dallo storico Aldo Giannuli "Osservatorio Globalizzazione", riflettono sulla tematica dell'intervento dello Stato nell'economia, tema di cui si sta tornando a parlare molto a seguito dell'emergenza Covid-19.

Muratore e Giovi analizzano i casi di Germania e Francia e, inoltre, analizzano possibili strategie per affrontare il 'caso italiano'. 
I due studiosi riflettono anche sulla possibilità della costituzione di un nuovo IRI e, oltre a ciò, ribadiscono la necessità di sviluppare competenze politiche e operative all'Italia nonché la necessità di pensare a livello sistemico.

CONTINUA

NOTA :

Il presente numero della rivista si può leggere online qua, http://www.lesfide.org/07_lesfide.html .

Movimento Cinque Stelle: un gigante con i piedi d’argilla


Di Mirta Quagliaroli *

La forte ascesa del M5S che lo ha portato al governo nel 2018 sostenuta dalla voglia di cambiamento pare essere già da tempo scemata nei sondaggi. Mentre il M5S sviluppava idee e modi idealizzati di intendere la politica e la società, le aspettative e le speranze che erano state riposte dai sostenitori grillini si infrangevano inevitabilmente contro la complessità dei fatti nella gestione della res pubblica. Succede sempre ai movimenti nati dalla protesta e dai comitati di cittadini nei territori sulle tematiche più disparate (dall’ambiente ai viccini, al 5G ecc..). Le proteste aggregano e portano consensi ai moviemnti che poi trasformatisi in forme partitiche perdono forza a causa della complessità del governare. 
La vera sfida, nel mondo globale dove tutto è interconnesso e le variabili sono di notevole quantità, è governare la complessità dei sistemi, aggravata dalla macchina amministrativa lenta e farragginosa.  Una formazione politica quindi deve procedere a una necessaria mediazione tra interessi contrapposti e trasformarla in un vantaggio per la collettività. Questa complessità ha reso necessario per il M5S rivedere e aggiustare i proclami elettorali ingenerando negli elettori una sensazione di sconfitta, di aspettative deluse e di distanza fatta di incomprensioni che originano dalla sua nascita:  protesta contro il sistema (i Vaffa-day ne sono una espressione).
Tra tutte le difficoltà di un movimento che ha voluto da sempre essere innovativo e rivoluzionario una in particolare nell’esperienza di chi scrive è la fuga dei cervelli (che è essa stessa causa ed effetto) e delle competenze soprattutto nei territori rispetto all’impegno politico.
Fin dall’inizio è stato lo slogan “uno vale uno” a convincere, coinvolgere e attirare nei meet up tante persone deluse deal’inconsistenza e staticità della classe politica. Pur nella consapevolezza che ci fossero delle valide ragioni nelle proteste contro il sistema politico e nella necessità di un cambiamento di paradigma, l’illusione che tutti potessero essere in grado di “fare politica”, come se per occuparsi della gestione della cosa pubblica bastasse avere buona volontà, niente altro che quello, oltre all’onestà, non ha apportato un innovativo modello di gestione della forma “partito politico”.
Accade così che nei territori non sia mai stata prevista nessuna forma di organizzazione nè di gerarchia legittimata dai sostenitori nei meet-up che sono sempre stati il luogo di discussione di tematiche locali. Basta questo a far comprendere il caos che il M5S si ritrova nei territori per mancanza di una struttura adeguata ad accogliere, integrare e formare le persone che potrebbero essere destinate a formare la classe politica locale. Ciò non accade, infatti, i cittadini destinati ad entrare nelle liste elettorali (anche nazionali) del M5S si selezionano attraverso candidature libere sul portale on line del M5S.
Accade così che nei territori ci siano più gruppi in competizione tra loro, ma anche all’interno dei gruppi ci siano spesso posizioni così distanti che sono causa di perenni conflitti e diatribe il più delle volte pubbliche. I fatti sul territorio nazionale sono stranoti, l’ultimo in ordine di tempo è la sfiducia alla sindaca imolese, e non sono certo edificanti.
Il fatto che nel M5S ci sia così tanta conflittualità anche sulle tematiche locali oltre che nazionali è da ricercare nella difficoltà di proporsi con un modello identitario e di visione che sia definibile e accettato dai suoi sostenitori e non interpretabile. In pratica nella vaghezza della proposta propagandistica c’è sempre stato ampio spazio di interpretazione senza che nessun dibattito pubblico abbia mai cercato di definirne i confini. La rappresentazione esemplare di tale dicotomia proviene da due grillini storici della prima ora, ora espulsi, divenuti sindaci di Imola e Parma. 
Capiamo meglio oggi che essi ovviamente provengono da aree politiche e ideologiche diverse, uno dalla sinistra e l’altra dalla destra, ciò nonostante entrambi convinti di aver sostenuto il progetto politico e la visione del M5S in aderenza alla loro area ideologica di riferimento. La stessa cosa potremmo notarla per quanto concerne le tematiche nazionali come ad esempio, libertà vaccinale, uscita dall’euro, TAV, ecc.
Considerando che la comunicazione  politica per essere efficace e ottenere consenso deve puntare ad un messaggio rassicurante che indichi soluzioni semplicistiche che per ovvie ragione non contemplano la complessità dei fenomeni e delle variabili, non dobbiamo stupirci dell’enorme successo del M5S e dell’ottima strategia comunicativa per un movimento nuovo senza storia. I problemi arrivano quando si governa, allorchè le soluzioni che si prospettano, obiettivamente e concretamente parlando, non sono quasi mai semplicistiche e rassicuranti nell’immediato ma si propongono di esserlo in prospettiva solo se tra tutti i soggetti coinvolti nella complessità dei problemi si riesce a mediare un accordo che accontenti e scontenti tutte le parti coinvolte.
Questa ambiguità si è riversata sui territori diventati nel tempo sempre più litigiosi. Se poi ci aggiungiamo le umane virtù, quali: gelosie, invidie e arrivismo, si comprende che la situazione sia sempre più ingestibile nel totale disinteresse dei “vertici” che si sono arresi accettando l’ineluttabilità dei conflitti financo ad arrivare al divieto di formare le liste per le elezioni amministrative.
Anche in riferimento all’esperienza di chi scrive e all’attività nei territori si può senza ombra di dubbio sostenere che i facilitatori di recente istituzione, nati proprio a tale scopo, per ora non si sono dimostrati  in grado di pacificare i territori, risultati totalmente inconsistenti.
Cosa serve allora?
Serve una struttura gerarchica elettiva, serve sapere chi ha la responsabilità di decidere sui territori, un soggetto che sia in grado di ascoltare tutti in un confronto costruttivo e abbia l’autorità per tirare le fila e decidere sapendo che deve accontentare e scontentare tutte le parti se necessario.
Non ha alcun senso la critica alla struttura partito solo perché le personalità al loro interno hanno avuto comportamenti umani: corruzione, collusione, ecc. Non è lo strumento il responsabile, ma il cattivo utilizzo dello strumento. È stata sicuramente una bella illusione momentanea quella di concepire la democrazia in forma diretta, ma che si è subito scontrata con la difficoltà di governare le proposte e la gestione del radicamento nel territorio di un movimento politico innestato in una forma repubblicana che è quella della “democrazia rappresentativa”. Il corpo intermedio, partito o movimento come lo si vuole chiamare, necessità di una struttura che possa portare – e produrre – le istanze dal territorio alla rappresentanza presente nelle istituzioni. Purtroppo, tutte le diatribe e gli scandali interni al movimento hanno dato prova eloquente di questo, e cioè che una struttura con solo la testa e i piedi è estremamente fragile. Come più volte ha evidenziato il politologo Aldo Giannuli.
Per questo ora più che mai serve un congresso (o assemblea costituente, che dire si voglia) dove il confronto deve definire i confini dei programmi e dei progetti politici consentendo un dibattito che non può essere sostituito da una votazione che si impone su ogni tematica a suon di maggioranze di voti on line. Serve che ci sia dibattito e condivisione e comprensione che in politica  e in democrazia necessita di tempo dedicato e attenzione perchè tutti si sia consapevoli e ci si impegni insieme per un progetto politico alla fine condiviso.
Solo così si potrà declinare anche nei territori la sensazione di essere partecipi davvero che è la causa del mancato radicamento territoriale del M5S. Senza radicamento territoriale non si ottiene consenso e non si attua nessuna strategia e progetto politica, come un gigante dai piedi d’argilla.
* Attivista ed ex consigliere comunale grillina

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