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Problematiche Scuola- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, vista la situazione di
emergenza nella quale ci troviamo in questo periodo a causa del COVID 19 vuole sottoporre
all’attenzione del Ministro dell’Istruzione la difficile situazione del mondo della scuola che si
protrae già da diversi anni.

Molte persone e studiosi si stanno domandando che cosa succederà all’umanità dopo la crisi
sanitaria che ha colpito tutto il mondo. Alcuni pensano che tutto ripartirà come prima e che gli
individui saranno ancora più egoisti e spietati, pronti a salvaguardare le proprie posizioni
economiche.

Altri invece sostengono che l’umanità sarà diversa. Il COVID 19 segnerà uno spartiacque: al
riguardo volevo riportare alcuni passi di un’intervista fatta, alcuni giorni fa, ad un filosofo,
documentarista e saggista di fama mondiale Andre Vltchek.

Lo studioso, che ha girato film in molte parti del mondo, portando alla luce ingiustizie che si sono
verificate a causa della supremazia delle logiche finanziarie ed economiche così da determinare la
crisi del sistema sanitario pubblico, dell’istruzione pubblica e del welfare state, sostiene che oltre
alle persone morte a causa del virus, molte altre moriranno a causa della miseria, della
disoccupazione, della depressione e del crollo delle misure sociali statali, per l’incapacità dei Paesi
di sviluppare un sistema solidale fra loro più vicino ad un sistema socialdemocratico che ad un
sistema neo – liberista.

A noi piace pensare che gli individui, l’economia, la finanza, la politica traggano un insegnamento
morale da questa pandemia e a tal proposito il CCNDU vuole provare dare un suggerimento per
risolvere la questione scuola prima che si arrivi ad una situazione di emergenza come si è verificata
nella sanità, fortemente indebolita dalle politiche neo – liberiste fatte di tagli da almeno 30 anni. Il
parallelismo con il settore sanitario è molto realista, poiché a fronte di quasi 34mila pensionamenti e
la possibile proroga di un anno delle graduatorie dei docenti non di ruolo si preannuncia un autunno
caldo per le scuole che avranno non poche difficoltà a reperire l’organico necessario.
In questo momento, nel quale si sono allentate la maglie dell’austerità che da un decennio ci
tenevano in ostaggio, sarebbe lungimirante, nonché politicamente doveroso, iniziare a gettare solide
basi per uno sviluppo strutturale del settore.

Di seguito si propone la riflessione sui seguenti punti:
a) Rientro esiliati della legge 107/2015, attraverso le procedure di mobilità superando, visto
l’emergenza attuale e la necessità di ricongiungere al più presto le famiglie, i vincoli di
ripartizione previsti dalla norma attuale;
b) Utilizzo dei posti della quota 100 per la mobilità dei docenti;
c) stabilizzazione dei docenti precari e ITP in possesso dei requisiti di accesso per il concorso
straordinario attraverso un concorso per soli titoli, previo svolgimento di anno di formazione
e prova in ottemperanza alla direttiva 1999/70/CE;
d) sblocco di tutte le assunzioni dalle graduatorie dei concorsi docenti 2016 e 2018;
e)  trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto;
Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani chiede al ministro Lucia
Azzolina e al premier Giuseppe Conte, vista la situazione di emergenza in cui si trova il nostro
Paese, di attivare azioni concrete volte a dare un futuro più sicuro a milioni di studenti e a centinaia
di miglia di docenti per ripartire nel modo migliore e si rende disponibile a collaborare perché ciò si
realizzi.

Prof. Ronny Donzelli
CNDDU

Nessuna crisi è davvero esogena


Di Marcello Spanò

Molti considerano questa crisi economica da coronavirus una tipica crisi da shock esogeno. Nell’ormai famoso articolo sul Financial Times, Mario Draghi scrive che la perdita del reddito che seguirà da questo shock “non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono”. 
Come se le sofferenze della crisi della finanza del 2008 fossero colpa di chi ne ha sofferto! 

Anche quella di un decennio fa era, in un certo senso, una crisi senza particolari colpe individuali. A ben vedere, nessuna crisi è davvero il risultato di comportamenti di singoli individui da considerare colpevoli. Senza volere con questo assolvere i comportamenti da gangster di certi individui, le crisi sono sopratutto fenomeni complessi e il modo migliore per analizzarle consiste nel guardarle come il portato di un sistema che non funziona, e che cova al suo interno le contraddizioni che si evolvono fino a mandarlo appunto in crisi.

In sintesi, la crisi che investe la società degli uomini è quasi sempre un prodotto endogeno della società degli uomini. Anche i terremoti sono un prodotto della società degli uomini, finché (e laddove) gli uomini non ritengono opportuno costruire edifici che non crollano; e le alluvioni sono un problema della società degli uomini che cementifica il letto dei fiumi e ci costruisce la case intorno.

Il coronavirus non fa eccezione. Certo, il virus non è uno speculatore finanziario, e nemmeno uno sfruttatore del lavoro, tanto meno è un politico populista e incompetente, e in fondo non ha mai preso tangenti da nessuno. E tuttavia una pandemia non sembra essere indipendente dalle devastazioni che la società umana ha creato sull’equilibrio naturale, in particolare dalla riduzione sistematica della biodiversità.

Se è così (ovviamente c’è chi dirà che non è scientificamente dimostrato, e io non ho argomenti scientifici da ribattere; mi accontento di dire, con Pasolini, che io so, anche se non ho le prove), se è così, dunque, allora esogeno un corno!

Alla fine di questa crisi (ma anche prima della fine) occorrerà tornare a discutere di prevenzione, in tutti i sensi e in tutti i campi: prevenzione sanitaria, ambientale, socio-economica, psicologica. Il grado di civiltà di un’organizzazione umana andrebbe misurato sulla base della sua capacità di prevenire danni a se stessa. Allo stesso tempo, la prevenzione sfugge alla misurazione, in quanto il suo successo si vede nel momento in cui nulla di drammatico accade. La sua assenza si vede invece molto più chiaramente, e molto violentemente, quando è ormai troppo tardi per rimediare.

FONTE: https://www.kriticaeconomica.com/2020/04/02/nessuna-crisi-e-davvero-esogena/

Covid-19, riaprire a quale costo? Il parere dell'avvocato Massimiliano Annetta


Intervista di Verdiana Garau a Massimiliano Annetta per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

V.G.  Riapertura!,  è il leitmotiv di questi ultimi giorni. Avvocato, cerchiamo di capire attraverso il suo prezioso punto di vista, i rischi che potremmo correre nel caso si decida di riaprire ad epidemia in corso. Sappiamo che in Cina stanno scontando una seconda ondata di contagi, che dallo Hubei si è spostata alle regioni limitrofe, nonostante le misure draconiane adottate precedentemente a Wuhan. In Italia i dati sono in leggero miglioramento, la discesa resta timida, i fronti restano aperti. Le misure di sicurezza sembrano produrre i loro effetti per contenere il contagio. Abbiamo però ancora problemi con gli approvvigionamenti di mascherine, che quando arrivano, a volte rimangono ferme in dogana se non addirittura sequestrate. Alcuni medici si sono comprati i dispositivi di tasca loro, poiché la manleva istituzionale tarda ad arrivare. Non sappiamo quanto ancora durerà il nostro lockdown. Riaprire comunque? Ma come si può riaprire in sicurezza? Chi rischia davvero?
M.A. Iniziamo subito con il dire che gli unici veri rischi penali in questa vicenda ce le hanno le aziende, pochissimo i privati cittadini, un po’ di più le istituzioni. Anche pochi giorni fa a Catanzaro, la Procura della Repubblica ha aperto un’indagine su una clinica; i rischi ci sono per le aziende e temo che ad indagini di questo tipo ne seguiranno altre.  Ma il lockdown alla cinese, come lei stava facendo notare, è pericoloso sia sotto il profilo sanitario e della sicurezza – che non funziona come vediamo – sia dal punto di vista democratico, poiché qui non è la Cina. I numeri non ci danno sicuramente ad oggi grande conforto.
V.G. I numeri non ci danno grande conforto, i virologi non riescono ad esprimersi perché non riescono ad avere dati certi sul rischio del contagio e quindi ad offrire soluzioni su come contenerlo. Il Senatore Renzi, ha lanciato la palla: riapertura. È giusto cominciare a parlarne, era giunto il momento di esporsi, ma questa fretta ha sollevato panico all’interno delle varie categorie di lavoratori. Le domande di cassa integrazione ad oggi hanno raggiunto il numero di 1.400.000. I sindacati si trovano schiacciati, tentano di salvaguardare il lavoro, garantire il reddito ed eventualmente chiedere ammortizzatori che siano prolungati nel tempo, proteggere i lavoratori. Non ci sono risposte sui tempi, tantomeno risorse.
M.A. Già non ci sono risorse, ma se si continua su questa strada ce ne saranno certamente sempre meno, a breve mancherà il danaro per tutto, a cominciare dalla sanità. Quindi le aziende vanno fatte lavorare, in condizioni di sicurezza, ma è quanto mai necessario creare fin da subito queste condizioni. 
V.G. In che modo? 
M.A. Si devono fare i giusti investimenti. Costerà meno riaprire le aziende in sicurezza che non riaprirle. Consideri che l’idea che finora è stata spacciata, ovvero che lo Stato possa pensare alle necessità di tutti noi, facendo fondo a risorse pubbliche e che con questa via si possa ibernare l’economia, è un’idea fallace e mendace al tempo stesso. 
V.G. Perché mendace?
M.A. È mendace perché non si dice la verità: lo Stato non ha le risorse per far fronte a lungo periodo a questa emergenza e se non si cercherà di abbattere la base imponibile, in tempo brevissimo mancheranno i soldi per la funzione pubblica, la sanità, le forze dell’ordine etc. Il tema infatti non è se riaprire, ma come farlo in sicurezza. Riaprire bisognerà riaprire. Se si rompe la catena distributiva, il costo per la riapertura diventerà esorbitante. 
V.G. Veniamo più nello specifico alla sua materia: cosa rischiano le aziende dal punto di vista penale nel caso si verificassero contagi? Anche il tessierologico si potrebbe effettuare, ma fronte di risorse, che come detto, ad oggi non ci sono. 
M.A. Le aziende rischiano quello che rischiavano anche prima. Il sistema di responsabilità aziendale era già precedente: l’art. 2048 del Codice Civile impone all’imprenditore di garantire la sicurezza dei propri lavoratori, l’articolo 25-Septies del Decreto Legislativo 231 del 2001, prevede la responsabilità aziendale nel caso di omicidio colposo e lesione colposa del lavoratore che siano conseguenza dell’inottemperanza alle norme poste a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, e l’art.30 del D.L. 81 del 2008, che è una sorta di testo unico per la sicurezza dei lavoratori (lo dico da un punto di vista improprio del linguaggio giuridico, ma per rendere un’idea ai nostri lettori), prevede che le organizzazioni abbiano l’onere di dimostrare questi strumenti di auto-organizzazione. Ovviamente tutto queste norme oggi vanno lette e rilette in maniera più stringente, alla luce dei decreti ultimamente licenziati, sui quali dovremmo ritornare a parlarne, perché la loro qualità potrebbe far discutere. Questo è sicuramente un onere per le aziende, perché come lei diceva, le aziende si devono dotare dei dispositivi di sicurezza individuale dei lavoratori e anche di quelli diagnostici, con tutte le difficoltà che ci sono di approvvigionamento e di costo. Inoltre, dovrebbero adeguare i modelli organizzativi di controllo MOG e anche quelli hanno un costo, quando fatti bene. Ma la domanda qui ritorna: costa meno adottare queste cautele o restare chiusi? Vedrà che ogni simulazione di dati ci dirà certamente che costerà meno adottare queste precauzioni e riaprire, che non farlo. 
V.G. E lo Stato potrebbe fare di più…come?
M.A. Da questo punto di vista certamente anche lo Stato potrebbe fare di più, ad esempio questi investimenti potrebbero sostenerle le aziende e venire poi interamente defiscalizzati. Siamo pienamente coscienti che ciò condurrebbe ad un costo, perché produrrebbe una mancata entrata per l’erario, però lo Stato a riguardo si dovrebbe anche chiedere: costa più la cassa integrazione in deroga o defiscalizzare misure di questo genere?Forse non possiamo neppure scegliere se riaprire o no, ma l’importante è farlo in sicurezza. Come? Ponendo in essere i MOG, seguendo anche le norme ISO come la 22/301, ma anche la 22/331, in tema di linee guida per la continuità operativa delle aziende. Quello che però bisognerebbe dire con forza ai cittadini, ai lavoratori, alle imprese, alle loro rappresentanze, anche quelle dei lavoratori, è che non è vero che non si possa riaprire in sicurezza e che non si può non riaprire. Tutti siamo più garantiti sotto il profilo sanitario bloccando l’attività economica, ma rischiamo veramente uno scenario da dopoguerra sotto il profilo economico. La salute va tutelata, così come il lavoro. Non si può scegliere una a scapito dell’altro. 
V.G. Il male minore, dunque. 
M.A. Esatto, perché anche il rischio coronavirus, come anche i rischi aziendali, facendo gli adeguati percorsi organizzativi, può essere mappato, gestito e in ultima analisi ridotto. 
V.G. Conte ha detto che la quarantena durerà fino a Pasqua. Durante la sua ultima conferenza stampa ha fatto presente che l’emergenza va a suddividersi in tre tranches temporali: Fase 1, quella che stiamo attraversando, Fase 2, quella della convivenza e Fase 3, quella della auspicabile uscita dal rischio contagio. Data la mancanza di una giusta, incisiva e chiara comunicazione da parte delle istituzioni sulle misure da adottare o le direttive e ordinanze da seguire, la ribellione successiva di alcune Regioni e loro Governatori, come la Lombardia che ha reagito in modo discontinuo, si è verificata una certa confusione. Ad esempio due giorni fa si è detto che il genitore è autorizzato a portare fuori il minore per una passeggiata e Fontana (Gov. Lombardia ndr.) si è rifiutato e si è opposto. In questo caso, come si può comportare il singolo cittadino? La procurata epidemia è un reato, grave, che talvolta si paga con l’ergastolo in Italia. In quel caso di chi è la responsabilità e su chi ricade? Soprattutto in riferimento ai mesi precedenti che ci lasciamo alle spalle, con un virus fuori controllo e un rischio contagio che non è stato arginato con misure adottate in modo unanime. 
M.A. La faccenda non è affatto scontata ed è molto seria. In questa fase si richiederebbe certezza e linea ferma da parte delle istituzioni. Mi sembra che stia bruciando il falò delle vanità dei singoli amministratorii quali sgomitano per avere visibilità, attraverso dei provvedimenti normativi che molto spesso risultano anche estrosi a mio avviso. Le norme che sono state fatte però e questo mi pare un dato di fatto, sono quasi incomprensibili, se non oscure. Con chiara violazione del principio di legalità e dei suoi corollari, che sono: il principio di tassatività e determinatezza e il principio di prevedibilità, che è previsto dalla Giurisprudenza internazionale. E siamo nel campo della certezza del Diritto. Il cittadino ha il diritto di sapere con certezza cioè, ciò che gli è consentito e ciò che non lo è. Mi lasci dire che è intollerabile che ci sia bisogno di ricorrere a circolari ministeriali che esplichino fonti normative oscure, smentendosi con varie altrettante circolari nel giro di un’ora. Questo sta creando nella cittadinanza e nella cittadinanza attiva, ovvero in coloro che deciderebbero se riaprire, un’enorme confusione.
V.G. Cosa rischiano dunque i privati cittadini che escono senza giustificati motivi di legge? Cerchiamo di fare chiarezza, dal momento che le istituzioni non l’hanno pare propriamente fatta: 
M.A. Dunque abbiamo una norma: il D.L. recentissimo del 25/03/2020, numero 19, che all’art. 4 prevede la sanzione amministrativa. Dunque, io sono un penalista e diciamo che sono in presenza di una sanzione amministrativa per chi lascia il domicilio senza giustificato motivo. Innanzitutto consideriamo che questa sanzione amministrativa sostituisce la sanzione penale, il famoso 650 del Codice Penale, anche per le condotte antecedenti. Qui viene utilizzata una tecnica assolutamente infelice, che è quella del rinvio ad un’altra norma, al Testo Unico delle leggi sanitarie del 1934, dove si prevede la mera inosservanza amministrativa per chi esce senza giustificato motivo e la conseguente sanzione. Mentre, solo per la ristretta platea di cittadini che siano stati trovati positivi al coronavirus e che si trovino in quarantena domiciliare, nel caso escano, si farebbe riferimento all’Art.260 del Regio Decreto 1934 e quindi sarebbe prevista l’ipotesi contravvenzionale; cioè, si incorre nella contravvenzione perché non si è rispettato in buona sostanza la quarantena. Poi qui però ci si introduce nella selva oscura, poiché il reato di epidemia colposa, a cui lei ha fatto riferimento, o altro più grave reato, (e quando si parla di altro più grave reato sarebbe doveroso fare riferimento a nostra volta,  alle ipotesi di lesioni colpose, o omicidio colposo), riguarda solo coloro a cui hanno accertato la positività al virus, che siano posti in quarantena domiciliare e che escono dalla suddetta quarantena. Su questi reati più gravi però, – e qui torniamo alla “oscurità interpretativa” – ci sono problemi di interpretazione, non dappoco. Mettiamo infatti che il contagiato esca da casa e rischi di contagiare: questa condotta, come andrà a definirsi sotto il profilo soggettivo? Qui dobbiamo dare uno sguardo alla Giurisprudenza prendendo ad esempio il caso dell’HIV: se guardiamo alla sentenza della Cassazione, quella che fu chiamata dell’ “untore dell’HIV”, lì si diceva che fosse sufficiente essere consapevoli di esserne affetti e non avvertire l’eventuale partner, per integrarsi il reato di omicidio colposo o lesione colposa a titolo di dolo eventuale. Se però mi rifaccio alla sentenza delle Sezioni Unite sulla Tyssen-Krupp, i confini del dolo eventuale sono molto più stretti. Si dovranno per cui, di conseguenza, accertare molto attentamente le circostanze del caso. Se per esempio prendiamo il positivo al coronavirus che esce dotandosi di mascherina, guanti e non avvicina nessuno etc… si può dire che abbia voluto, anche a titolo di dolo eventuale, il più grave reato? Molto difficile. Poi c’è tutto il tema, che per i privati cittadini è molto difficile, di individuare il nesso di casualità; diciamo che il soggetto, in ambito ristretto, sa di aver contratto il coronavirus e viene a visitarla e lei si ammala, il nesso di casualità in qualche modo si potrebbe provare, ma se questo avviene in area affollata, come Milano, sarebbe davvero molto complicato attribuire ciò alla condotta del privato cittadino. 
V.G. Ma le precauzioni? I presidi sanitari che si dovrebbero adottare? Mascherine FFp3 o FFp2? Mascherine chirurgiche? Alcune mascherine proteggono davvero, altre no. Come porsi?
M.A. Discorso diverso infatti in questo caso: in merito al tema dei presidi sanitari e le istituzioni infatti, vedo qui maggiori spazi nelle applicazioni del reato di delitto di epidemia colposa, tramite quel paradigma applicativo, dato da art.40 comma 2, cioè dalla posizione di garanzia del Codice Penale dal 452 e dal 438. Devo segnalare che la Cassazione, in passato, aveva detto con riferimento a questo reato che il reato di epidemia colposa non si poteva configurare in forma omissiva, però prendo atto almeno che dalle notizie di stampa sono già presentati esposti e già aperti procedimenti penali su questo punto di attenzione.
V.G. L’opinione pubblica si è basata e ha fatto riferimento ad una certa comunicazione. Sia istituzionale, che giornalistica. Dal semplice raffreddore alle ordinanze restrittive. Procurata infodemia? 
M.A. Le faccio un esempio: a questo proposito abbiamo un pericoloso precedente, quello del terremoto dell’Aquila, con riferimento alla Commissione Grandi Rischi. In quel caso alcune condanne sono divenute definitive, per omicidio e lesioni colpose, nei quali si è dato grande importanza nell’integrarsi del reato all’informazione rassicurante, in quanto imprudente e scorretta. Per rispondere alla sua domanda, non vedo grandissimi spazi di responsabilità penale nei confronti del privato cittadino, ne vedo qualcuno di più per chi ha gestito e non sempre ha gestito bene, questa emergenza. Quando sarà passata quella “visione retorica” dello “stiamo tutti a casa”, poiché mi sembra che i cittadini stiano facendo tutti il loro lavoro, davvero ardimentoso, forse ci saranno delle conseguenze giudiziarie che riguarderanno la gestione dell’emergenza e la sua comunicazione informativa.
V.G. Quindi, quanto è stata complice la comunicazione nel contagio? Alcuni hanno paragonato il CoVid-19 ad un semplice raffreddore. Come porci di fronte a queste comunicazioni e da chi le divulga dal punto di vista legale? Fake news?
M.A. Dall’ottica del penalista quale sono, facendo riferimento alla mia deformazione professionale, dico che in riferimento al terremoto dell’Aquila e sotto il punto di vista giurisprudenziale di quella sentenza, se fossi stato tra coloro che dicevano pubblicamente che si trattava di poco più di un’influenza, rassicurando in questo modo i cittadini, non dormirei sonni tranquilli. Aggiungo inoltre che quando scopriremo cosa accadde dietro il primo decreto emesso sulle zone rosse, quando la notizia passò repentinamente ai giornalisti e provocò l’esodo di massa incontrollato da Milano verso il sud con treni pieni nella notte, non sarà facile affrontare la questione. Rammento che in questo Paese vige l’obbligatorietà dell’azione penale, quindi la magistratura, – almeno che non si voglia dare una lettura ipocrita di quel principio dell’obbligatorietà dell’azione penale – anche d’ufficio, dovrebbe attivarsi a cercare eventuali responsabilità nella gestione dell’emergenza. 
V.G. È stato tutto molto difficile da affrontare comunque, non trova?
M.A. Con tutta la comprensione per la difficoltà, credo però che qualcosa da rivedere nella gestione dell’emergenza ci sia. Non faccio previsioni e non pretendo di sapere se ci sarà qualche ricaduta sotto il profilo giudiziario. In latino si dice ubi commoda ibi incommoda: dove vantaggi, anche svantaggi. Chi riveste posizioni apicali, dovrebbe approntarsi alla propria attività con principi di cautela maggiori dei suoi e dei miei, che siamo privati cittadini.
V.G. Alcuni hanno criminalizzato dei privati cittadini che portavano fuori il cane a fare i bisogni…
M.A. Questa resta un’autoassoluzione da parte di alcune classi dirigenti di questo paese, che non va bene, perché prima di criminalizzare condotte che sotto il profilo dell’offensività fanno quasi sorridere, come portare il cane a fare i bisogni in solitudine e magari all’alba, forse bisognerebbe quasi pensare a come si è gestita l’emergenza. 
V.G. L’autocertificazione, dal punto di vista legale è un documento, può essere però mendace, ne posso rispondere personalmente, ma sto infine autocertificando forse una menzogna o una menzogna inconsapevole. Cosa vado a certificare se non so di essere positivo, magari sono un asintomatico e se ne sono responsabile, fino a che punto lo sono? Molti problemi ci sono stati con gli operatori dei trasporti ad esempio, che continuando a fare il loro lavoro, consegnavano merci da un parte all’altra del paese in condizioni già difficili, anche igieniche. 
M.A. Il primo problema, lo abbiamo detto prima, è l’oscurità delle norme. Di modelli poi di autocertificazione ne sono già usciti molti.  Se la burocrazia per uniformarsi alle norme che vengono licenziate dal legislatore, deve prevedere n numero di modelli di autocertificazione, vuol dire che quelle norme non sono affatto chiare. Questo è già un grave problema. Dall’altro lato, abbiamo anche un’ipertrofia della burocrazia, che spesso è autoriferita. In alcune versioni, si doveva autocertificare che non si era affetti dal virus. Come fare? Personalmente avrei modificato ad esempio quel modello, inserendo “per quanto a mia conoscenza”, dal momento che è difficilissimo vedere accertata la propria positività. Ma questo, le ripeto, ci dovrebbe far riflettere su una risposta tutta burocratica. Lo Stato, se mi permette la polemica, non può fare la faccia dura imponendo al cittadino degli sforzi draconiani senza garantirgli la reperibilità ad esempio delle mascherine, o di fare un tampone. Mi chiedo certamente quanto possa costare questo sistema di controllo. 
V.G. Possiamo permetterci un sistema di controllo come il modello Corea del Sud?
M.A. Il lockdown in Cina non sta funzionando benissimo a quanto pare. Al contempo il modello coreano prevede molte più verifiche diagnostiche, che da noi non è possibile adottare per una questioni di costi. Ma mi chiedo: il lockdown alla cinese quanto è costato? E quello coreano? E quello italiano quanto sta costando? 
V.G. Diciamo sì alla riapertura, pensiamo poi certamente a come riaprire, ma soprattutto il problema zero: come gestire la pandemia? Pare che non sia ancora stata gestita dal punto di vista legale, penale e del diritto, stando alle sue parole. 
M.A. Io credo che tutti noi cittadini dovremmo chiedere due cose, senza isterie: agli imprenditori dobbiamo chiedere di riaprire e riaprire in sicurezza, dando loro una mano sotto il profilo dei costi. Senza criminalizzazioni. Allo Stato dovremmo invece chiedere di fare meno confusione. Che credibilità infatti può avere nei confronti del cittadino, uno Stato che prima prevede un reato per chi usciva di casa – Art.650 – e che dopo interviene sostituendo le sanzioni penali con sanzioni amministrative, ma pur prevedendo un reato per il cittadino che esce, e non direttamente, ma richiamando un testo unico d’anteguerra del 1934, senza aver avuto nemmeno la forza di produrre una nuova norma? 
Oggi i cittadini italiani, e basta leggerli sui social, non sanno quello che è consentito e quello che non lo è. Non ci si può certo rimettere al buon cuore delle circolari dei Prefetti che suggeriscono di fare un po’ secondo il proprio buon senso in definitiva. Questo crea confusione. Per uscire da questa situazione, in quanto a responsabilità, dall’ultimo dei cittadini sino al vertice, abbiamo bisogno di avere: regole chiare, se possibile poche complicazioni burocratiche.
Sembrerebbe in queste ultime settimane, anziché gestire l’economia, la burocrazia volesse giustificare la propria esistenza. Gli italiani sono maturi e lo stanno dimostrando. Se si dice loro cosa fare o cosa non fare, lo fanno. Ma sarebbe appropriato uscire fuori dall’equivoco. Il problema è anche dei tempi. Non abbiamo tempi certi. Il premier ha indicato delle fasi, come lei ha detto, ma non sono certe. Pensiamo ai cittadini, ma anche alle imprese. Nessuno può programmare niente. Le regole non possono modificarsi sul territorio a pochi kilometri di distanza. Lo stava dicendo sempre lei prima in merito alle regioni, e io aggiungo anche i comuni. La responsabilità ce l’ha il Governo centrale. Se io e lei ci capiamo, perché gli altri non dovrebbero?
V.G. Chiaro. Quindi mi sta facendo anche capire che il problema è anche costituzionale. Esperti di strategia e sistemi hanno suggerito che sia il Presidente della Repubblica ad inserire questa crisi nell’oggetto di competenza del Consiglio supremo dello stato di Difesa dallo stesso presieduto. Sarebbe invocare allo stato di eccezione. Lo Stato di emergenza è stato dichiarato il 31 di gennaio. Dando il comando e la gestione di emergenza alla struttura militare si permetterebbe di baipassare certamente certa burocrazia. Che ne pensa?
M.A. Rispondo da giurista, senza grandi pretese, credo che tutta la decretazione di emergenza, proceduta dalla Presidenza del Consiglio, ponga un problema di rispetto del principio della riserva di legge, poiché erano anche provvedimenti che andavano ad impattare su un problema di libertà costituzionali. Penso ad esempio alla libertà di circolazione e anche da questo punto di vista, ahimé, si è fatto confusione. È stato parzialmente superato, dopo i decreti della Presidenza del Consiglio, quando è stato emesso un D.L. sotto un profilo formale a fine marzo: il problema, di dubbia compatibilità costituzionale, è stato superato, però, dobbiamo aver chiaro che ci siamo abituati tutti a stare chiusi in casa e ci dobbiamo ricordare che se decliniamo tutto ciò sotto il profilo giuridico, questi provvedimenti vanno ad impattare pesantemente sui diritti costituzionali sanciti sulla Carta Costituzionale. Quando si opera su questa materia, non si opera mai a cuor leggero. Chi si onera di responsabilità costituzionali, non si può sottrarre alla critica. È legittimo. La critica politica anche è legittima. Certamente con ragione e calma. Non è una fase facile, ma dobbiamo poterne discutere. 
V.G. Ci sono però dei liberi cittadini che si sono sottratti persino dalla auto-responsabilità. Su chi ricade quell’inottemperanza? L’emergenza parla chiara anche da sola o no?
M.A. Sì, ma da cittadini abbiamo il diritto di chiedere da una parte che ci siano sottoposti precetti chiari, su ciò che si può fare e ciò che non si può fare, dall’altra che ci siano sottoposti anche i precetti che comprendano tutti gli interessi, ovvero non contemperando solo la salute, ma anche quelli di carattere economici, sociali persino. 

La sfida del cambiamento: una concezione adattiva della storia


Di Pierluigi Fagan

Gli umani ereditano dai primati e dai mammiferi la tendenza a fare gruppo, il gruppo e non l’individuo è la strategia adattiva di molte specie viventi tanto nel regno vegetale che animale. La strategia prevede di sottoporre al vaglio adattivo gruppi perché sono totali la cui entità è maggiore della somma delle singole parti. Gli individui poi si adatteranno in vario modo al gruppo. Siamo soliti far iniziare la storia con la comparsa delle prime forme di scrittura cinquemila anni fa anche se oggi cominciamo a capire che questo è nostro arbitrio. La storia è decisamente molto più profonda tanto del come contiamo gli anni (prima e dopo Cristo), che dal quando la consideriamo tale (tavolette mesopotamiche). Ma indubbiamente, da cinquemila anni, le società umane prendono consistenza e forma nuova, diventando “società complesse” sono questi i nuovi veicoli adattivi degli umani. In questi cinquemila anni, le società umane, hanno sviluppato diverse strategie adattative. Alternativamente, alcune si sono ordinate col principio militare, altre col principio religioso, altre ancora col principio politico. Solo nella recente penta-secolare “modernità” europea, le società di questa area del mondo, a partire dalla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, hanno scelto di ordinarsi col principio economico. Come ben individuò Karl Polanyi, questo fu il primo ed unico caso in cui davvero la c.d. “concezione materialistica della storia” trova conferma. L’ordinatore è ciò che dà ordini funzionali al sistema sociale e ciò che mette ordine ai flussi interni ed esterni delle società stesse. Con parlamenti condizionati dal potere economico (di recente, più finanziario che economico in ragione della fase “autunnale” della salute economica occidentale), usando la leva militare per conquista e dominio esterno (dai colonialismi ai vari imperialismi, alle svariate guerre intestine all’Occidente, tra cui due “mondiali”), relegando la religione a supporto metafisico e torcendo la cultura allo stile “produci e consuma” potenziato dalla tecno-scienza, il modo di stare al mondo occidentale ha conseguito eccezionali successi adattivi per lunghi cinque secoli.
Dall’indomani della fine della Seconda guerra mondiale però, una serie di fatti per lo più non intenzionali, hanno trasformato lo stesso mondo a cui le società dovevano adattarsi. In poco più di settanta anni, il mondo umano si è dilatato enormemente crescendo i suoi effettivi individuali ed istituzionali (gli Stati) di ben tre volte. Sono molto aumentate anche le interrelazioni interne al mondo umano. Già tra 1950 e 1973, il volume degli scambi commerciali mondiali crebbe di sette volte ed in parallelo il volume dei trasferimenti interni al sistema umano tramite i sempre più efficienti mezzi espressi a partire dai primi Novecento: trasporti e telecomunicazioni. Il modo economico moderno fatto di scienza, tecnica, capitale e mercato, ha poi subito un più recente riorientamento gestaltico a partire dalla metà degli anni ’80.  Il modo economico moderno ha perso la sua esclusiva occidentale ed è stato adottato dagli orientali che, ricordiamolo, sono il quadruplo degli occidentali. Questi ultimi hanno trasformato la propria forma economica da agricolo-industriale a servizi, da economica a finanziaria, da inter-nazionale a globale creando a partire dal WTO del 1995 ed a seguito di una precisa teoria generale distillata nel c.d. Washington consensus (1989), un meta-mercato in cui le merci viaggiano da est ad ovest, mentre i capitali fanno la rotta al contrario. Ne son conseguiti diversi effetti tra cui l’ipertrofia dei volumi finanziari  per lo più fittizi che in Occidente sopperiscono a volumi economici ben meno sostanziali, ovviamente veloce dilatazione delle diseguaglianze (se il capitale si riproduce senza passare per la produzione materiale, è affare di pochi), degrado progressivo della politica democratica, formazione di un quadro di gioco geopolitico multipolare dopo una breve stagione di ordini bipolari o addirittura monopolari, quest’ultima, una vera e propria “invenzione” dei narratori della contemporaneità. Nel frattempo, un mondo umano sempre più dilatato e denso, tutto impegnato a sviluppare il modo economico “produzione e scambio”, ha cominciato a premere in modo insostenibile su risorse ed ambiente. L’ipotesi Antropocene, ha infatti la stessa anagrafe degli eventi descritti cioè a partire dagli anni ’50. Di contro, l’innovazione reale che aveva fatto esplodere il sistema “produzione e scambio” ai primi del Novecento è andata diradandosi poiché, in Occidente, si è probabilmente arrivati ad una tendenziale saturazione delle necessità materiali e non, anche quelle indotte dalle operazioni consumistiche e di obsolescenza programmata a partire dagli anni ’60.
La c.d. “rivoluzione” tecnologica digitale, è in realtà ben poca cosa in volumi effettivi se comparata con quelle del vapore, meccanica, chimica, elettrica, sanitaria, delle telecomunicazioni di primo Novecento (R.J.Gordon, 2016). Su questa traiettoria storica si è abbattuta una pandemia che in vaga analogia, sembra ripetere le dinamiche che diedero l’avvio alla transizione tra medioevo e moderno che partì dall’indomani della Peste Nera del ‘300 (McNeill, 2012). Le previsioni a trenta anni non fanno che confermare la contrazione demografica, economica e di potenza occidentale in favore di un mondo assai più vario ed equilibrato, un mondo “nuovo”.
Il mondo inizia a cambiare radicalmente settanta anni fa, su questa dinamica già potente oggi si sta abbattendo una catastrofe (καταστροϕή, «rivolgimento, rovesciamento) che ne accelererà l’impeto. Le società occidentali debbono ripensarsi nel profondo e passare dall’atteggiamento adattivo del aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”, alla previsione e progettazione delle proprie forme prendendo atto della propria consistenza reale e di quella di un mondo del tutto nuovo. Adattarsi a tutto ciò, modificare i nostri veicoli adattivi costruendosi al contempo una nicchia adattiva, non sarà facile. I poteri in atto negheranno oltre l’evidenza la necessità di un profondo cambiamento, il tempo è poco, il da farsi immane, le nostre capacità di pensiero sono in grave ritardo e da aggiornare in profondo per superare questo nuovo e per noi inedito “vaglio adattivo”. In compenso, la storia si muove ed invita a muoverci con lei.

Riferimenti

  • K. Polnayi, La grande trasformazione, Einaudi, 2000 – K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, Einaudi, 1983
  • F. BraudelLa dinamica del capitalismo, il Mulino, 1988
  • J. Williamson, sul Washington consensus (1989): https://web.archive.org/web/20150705172400/http://www.iie.com/content/?ID=1#topic3
  • P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017
  • J.McNeill, P. EngelkeLa grande accelerazione, Einaudi, 2018
  • R.J.GordonThe Rise and Fall of American Growth, Princeton UP 2016
  • W.H. McNeillLa peste nella storia, Res Gestae, 2012     
1 – continua

La mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro: le domande senza risposta


Di Veronica Di Benedetto Montaccini

La nota tecnica dell’ISS
Prima del lockdown nazionale annunciato la sera del 9 marzo, le uniche zone rosse erano quelle di Codogno e degli 11 comuni del lodigiano. Ma una nota riservata dell’Istituto Superiore di Sanità – che noi di TPI abbiamo potuto visionare – evidenziava, già lo scorso 2 marzo, “l’incidenza di contagi da Covid-19 nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro, e anche in quello bresciano di Orzinuovi, raccomandandone l’isolamento immediato e la chiusura, con la creazione di una zona rossa come quella di Codogno”. Ciò tuttavia non è mai avvenuto. E tutt’oggi quell’area è il focolaio principale che ha fatto diventare Bergamo il lazzaretto d’Italia.

Le zone di Nembro e Alzano hanno 25 mila abitanti, 370 aziende, quattromila lavoratori e 680 milioni di fatturato all’anno. Nell’inchiesta realizzata in più parti da Francesca Nava abbiamo sottolineato come nella gestione di questa emergenza la macchina dello Stato si sia ancora una volta incagliata nel dilemma tra salute ed economia. Tra importanza della vita per tutti i cittadini, anche le fasce più deboli, e produttività.

Le prime conferme
La nota dell’ISS non è un’opinione, si tratta di una precisa indicazione nero su bianco. Durante le ultime settimane la Regione Lombardia e il Governo Conte si sono più volte rilanciati la palla delle responsabilità, senza dare però risposte.

Dopo l’inchiesta di TPI, il 26 marzo 2020 la Protezione Civile conferma che la nota riservata dell’ISS era stata letta e valutata dal comitato scientifico.

Poi, arriva una seconda conferma: la Regione e il governo sapevano. Come emerge dal filmato della conferenza stampa del 6 marzo scorso in Lombardia, l’assessore al Welfare Giulio Gallera dichiarava che l’Istituto Superiore di Sanità aveva formulato – tre giorni prima – una richiesta precisa al governo: chiudere Alzano Lombardo e Nembro. “Quando per la prima volta –  dice lo stesso Gallera – ci siamo confrontati con l’ISS tre giorni fa (il 3 marzo ndr) che aveva formulato una richiesta precisa al governo… Ecco se 3 giorni fa fosse arrivata questa risposta, si evitava un’incertezza. Traete voi le conseguenze”.

Le domande senza risposta
La protezione civile ha dato tre diverse spiegazioni, nelle diverse risposte alle domande poste da noi di TPI durante le quotidiane conferenze stampa per il bollettino delle 18. Eccole qui:
1. “Dopo Lodi non potevamo chiudere altre aree”. Ma l’ISS nella nota dice che quella chiusura era necessaria per la salute pubblica. Quindi perché “non potevano”?
2. “Di lì a poco il governo avrebbe preso un nuovo provvedimento”. Quel provvedimento arriverà però solo 1 settimana dopo, l’8 marzo e stringerà solo sui comportamenti individuali, non toccherà le aziende (per quelle passeranno altre 2 settimane). Ma soprattutto non isolerà i focolai, come era invece stato fatto con successo a Codogno e nel lodigiano.
3. “Le misure adottate dal governo sono state prese in ossequio ai principi di proporzionalità e adeguatezza”, ha detto a TPI il capo della protezione civile Borrelli. Purtroppo sono i decessi a smentire questa affermazione.

Perché quella nota dell’ISS è rimasta volutamente inascoltata? Di chi è esattamente la responsabilità della mancata chiusura a zona rossa? Con la conferenza stampa del 6 marzo, l’assessore Gallera ha messo le mani avanti e scaricato ogni responsabilità sul Governo? Eppure la Regione Lombardia avrebbe potuto agire e istituire la zona rossa. Chi ha fatto pressioni per lasciare quei comuni aperti, nonostante l’enorme rischio contagi? Queste domande non possono restare senza una risposta.

I precedenti: la Regione Lombardia non ascolta il grido d’aiuto

Non è solo la nota dell’ISS ad essere stata sottovalutata. Bisogna fare un ulteriore passo indietro per trovare un altro segnale della gravità dell’emergenza completamente ignorato dalla Regione.
Era il 22 febbraio quando Angelo Giupponi, direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (AREU) di Bergamo, inviava un’email all’assessorato al Welfare della regione Lombardia, diretto da Giulio Gallera. Il medico sottolineava “l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere”.
Solo il giorno prima, Mattia, 38enne di Codogno, era risultato positivo al tampone per il Coronavirus, e tutti gli sforzi della Regione erano concentrati sulla creazione della “zona rossa” in provincia di Lodi. Le vittime del virus in Italia erano ancora contenute (il 21 febbraio la prima vittima confermata del Coronavirus, Adriano Trevisan, morto in Veneto).

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