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Reggio Emilia, condannato a 2 anni l'ex ministro Scajola


Di Salvatore Santoru

 L’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola è stato condannato in primo grado nell'ambito del processo “Breakfast”
Scajola è stato giudicato colpevole di favoreggiamento della latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena

Scajola, riporta il Fatto Quotidiano(1), era stato arrestato nel 2014 dalla Dia nell'ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/24/claudio-scajola-lex-ministro-condannato-a-2-anni-per-aver-favorito-la-latitanza-di-matacena/5684466/

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FOTO: https://www.fanpage.it

Grecia: eletta la prima presidente donna, Katerina Sakellaropoulou


Di Niccolò Di Francesco

Katerina Sakellaropoulou è la prima presidente donna della Grecia: ecco chi è il nuovo Capo dello Stato ellenico.
Prima donna presidente del Consiglio di Stato, il massimo tribunale amministrativo greco, Katerina Sakellaropoulou ha ottenuto il via libera del Parlamento alla sua candidatura, che era stata avanzata dal premier Kyriakos Mitsotakis.
Sakellaropoulou succede al presidente uscente Prokopīs Paulopoulos.
Alla votazione hanno partecipato 261 deputati sui 294 presenti.
Il maggior partito di opposizione, Syriza, ha votato insieme alla maggioranza conservatrice di Nea Dimokratia, così come i socialisti di Kinal.
Il giuramento della nuova presidente della Repubblica avverrà il prossimo 13 marzo, così come comunicato dal presidente del parlamento Costas Tassoulas, mentre il suo mandato durerà sino al 2025.
Il premier Mitsotakis ha commentato l’elezione della Sakellaropoulou affermando che: “è il simbolo dell’unità della nazione greca”. Secondo Mitsotakis, inoltre, la missione della neo presidente della Repubblica sarà quella di “guidare la transizione del Paese a una nuova era”.

Chi è Katerina Sakellaropoulou, la prima donna eletta presidente della Grecia

Nata a Salonicco, Katerina Sakellaropoulou ha 63 anni. Figlia di un presidente della Corte Suprema, ha studiato legge all’Università Nazionale e Kapodistriana di Atene e ha completato gli studi post laurea in Diritto pubblico all’Università di Parigi.
A metà degli anni Ottanta è stata ammessa al Consiglio di Stato, del quale è stata nominata vicepresidente nel 2015.
Nell’ottobre del 2018, invece, è stata eletta all’unanimità presidente del Consiglio di Stato, carica che ricopre ancora oggi.
Appassionata di calcio, è una fervente sostenitrice dell’Aris Salonicco, club che milita nella massima divisione del campionato di calcio greco, nel corso della sua carriera si è contraddistinta per la sua sensibilità in tema di diritti civili, libertà delle minoranze e dei rifugiati e sulle questioni ambientali. Katerina Sakellaropoulou, infatti, si è specializzata in diritto ambientale e alle questioni inerenti all’ambiente ha anche dedicato molte delle sue pubblicazioni giuridiche.
Motivazioni che hanno convinto Syriza ad appoggiare la candidata conservatrice.
“È un giudice eccezionale e un difensore dei diritti umani” ha affermato l’ex premier Alexis Tsipras che ha parlato di “giornata storica” per la Grecia.
FONTE:https://www.tpi.it/esteri/katerina-sakellaropoulou-eletta-presidente-grecia-20200122532637/

Di Maio ha annunciato le dimissioni da capo politico


Di Salvatore Santoru

Luigi Di Maio ha annunciato le dimissioni da capo del Movimento 5 Stelle.
L'annuncio, riporta il Fatto Quotidiano(1), arriverà alle 17 del 22 gennaio 2020.
Di Maio, segnala sempre il Fatto Quotidiano, aveva già annunciato la sua decisione ai ministri e ai viceministri pentastellati.

 Il discorso di Di Maio si terràsarà al Tempio di Adriano a Roma.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/22/di-maio-annuncia-ai-ministri-m5s-le-dimissioni-da-capo-politico-alle-17-il-discorso-pubblico-crimi-reggente-come-previsto-dallo-statuto/5681587/

LIBIA: BERLINO CERTIFICA L’ININFLUENZA DELL’EUROPA E LA CANCELLAZIONE DELL’ITALIA


Di Leoniero Dertona

Si chiude la conferenza di Berlino sulla Libia che, a suo modo, ha segnato un momento storico. Da un lato abbiamo certificato la totale ininfluenza di un’Europa avvolta nelle proprie contraddizioni sulla scena  globale, dall’altro la completa sparizione dell’Italia come paese dotato di politica estera e di dignità.


I risultati sono teoricamente buoni:un cessare il fuoco con auspicio ONU e la promessa di una conferenza interlibica per risolvere la contrapposizione Tripoli-Sarraj e Bengasi-Haftar, con il blocco degli interventi stranieri, turco islamico per il primo, russo egiziano per il secondo. In pratica, senza una forza militare sul campo ed alle frontiere, solo vuote parole al vento, ed altro tempo per Haftar per chiudere la partita sul campo ora che ha tagliato anche il cordone petrolifero per tripoli. Il Generale può contare su denari degli Emirati e Sauditi per pagare i propri mercenari e forniture dirette dalla frontiera egiziana. Zarraj ha il supporto turco e dei fratelli islamici ormsu scoperto, come si vede nel successivo video, nel trasferire estremisti dal fronte siriano a quello nordafricano.
Wasn’t this supposed to be a “covert” operation?

Footage is allegedly showing Syrian rebels in a jet, getting transferred to Libya in support of UN-backed government in Tripoli.

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Questi gentili signori sono ora ai nostri confini e ben agguerriti. Per fermarli ci vorrebbe un vero blocco aereo e navale per il quale non mancano i mezzi, ma la volontà ed il coraggio. Come scriveva il Manzoni uno, se il coraggio non l’ha, non se lo può dare.
I risultati quindi di Berlino sono come un romanzo di Asimov: bello, ma fantascienza. Nessuno vuole mettere gli i stivali dei propri soldati o le prue delle proprie navi in Libia e quindi tutto questo resterà lettera morta. In questo dramma il nostro presidente del consiglio ha portato una vena di comicità, come potete vedere qui

Macron caccia Conte dalla prima fila e pure lo irride. Del resto la nostra politica estera, in mano a dilettanti, non conta assolutamente nulla, e si è trasformata in una sorta di commedia leggera, alla Lino Banfi nella parte dell’emigrato pugliese. Una tangibile dimostrazione di quanto ormai contiamo poco internazionalmente.

Cannabis light, M5s, Pd, Leu e +Europa firmano emendamento al Milleproroghe per liberalizzarla. Salvini: “Vergogna”


Ventinove deputati di M5s, Pd, Leu e +Europa hanno firmato un emendamento al decreto Milleproroghe che punta a chiedere la liberalizzazione della cannabis light. E all’elenco dei prodotti che si possono ottenere dalla coltivazione della canapa e che possono essere commercializzati, i deputati chiedono di aggiungere i “preparati contenenti cannabidiolo(CBD) il cui contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) non sia superiore allo 0,5 per centoper qualsiasi uso derivanti da infiorescenze fresche ed essiccate e oli”. Un emendamento per liberalizzarla era stato inserito in manovra, ma era saltato perché dichiarato inammissibile in aula dalla presidente del Senato Casellati.
“È già trascorso troppo tempo senza che il Parlamento abbia risolto una questione che colpisce migliaia di lavoratori e centinaia di realtà produttive del Paese legate ai prodotti con cannabislight – ha spiegato il primo firmatario della norma Riccardo Magi di +Europa -. Se si fosse trattato di un altro settore, il governo avrebbe già fatto un decreto ma, parlando di cannabis, pur in una forma che non ha alcun effetto drogante, si va per le lunghe”. Protestano le opposizioni: primo su tutti Matteo Salvini. “Invito i parlamentari ignoranti che hanno presentato un emendamento per la diffusione delle droghe ad andare a parlare con i medici, con i volontari e soprattutto con le ragazze e i ragazzi che a San Patrignano combattono da anni per liberarsi dal dramma della droga. Vergogna! – ha detto il leader del Carroccio -. Chi sceglie la Lega sceglie la lotta alla droga, ovunque”.
Protesta anche Mariastella Gelmini, capogruppo alla Camera dei deputati di Forza Italia: “Non esistono droghe leggere o droghe meno dannose di altre. Noi diciamo ‘no’ alla droga, che fa sempre male e che rappresenta un pericolo concreto per tanti nostri ragazzi. Non si usi un provvedimento come il milleproroghe per proporre strumentalmente al Parlamento questa inaccettabile e rischiosa misura”.

Massimiliano Rugo, da Meloni alla Sea Watch: "Non possiamo lasciare morire le persone"



Le storie di cambio di casacca non sono solo unilaterali: abituati come siamo a vedere persone 'di sinistra' cominciare a vestire i colori della destra più estrema, che possa succedere anche il contrario non ci pensiamo spesso. Eppure succede, anche se Massimiliano Rugo, ex Fratelli d'Italia non si può certo definire di sinistra. Anzi: tra i suoi obiettivi ci sarebbe quello di rifondare il Msi
Eppure Massimiliano Rugo, ex candidato sindaco a Bibbona (Livorno), la tessere di Fratelli d'Italia l'ha restituita. Non solo: ha contattato la Sea Watch e ha chiesto di potersi imbarcare nella stessa nave di Carola Rackete, la stessa contro cui la destra ha sbraitato negli ultimi mesi, per salvare i migranti. Perché, dice lui, "non si tratta di essere di destra o di sinistra, andare a soccorrere persone in pericolo che hanno alle spalle storie di dolore è semplicemente una scelta di buon senso. Si tratta di essere delle brave persone e di sfatare tutte quelle frasi di propaganda che vogliono convincerci che il pericolo sono gli immigrati. Trovo sbagliato fare campagna elettorale sulla loro pelle". 


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.globalist.it/politics/2020/01/20/massimiliano-rugo-da-meloni-alla-sea-watch-non-possiamo-lasciare-morire-le-persone-2051862.html

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FOTO: http://www.destradipopolo.net

Mani Pulite, parla Di Pietro: 'Volevo arrestare Andreotti, Craxi era solo uno dei tanti'


Di Salvatore Santoru

Durante una recente intervista su l'Espresso(1), l'ex pm e politico Antonio Di Pietro ha detto la sua sulla stagione di Mani Pulite e sulla fine dell'era craxiana.

Entrando nello specifico, Di Pietro ha raccontato alla giornalista Susanna Turco che Bettino Craxi non era il principale indiziato ma '"uno dei tanti". 

Inoltre, come riporta Fanpage(2), nella stessa intervista il politico ha sostenuto che il suo obiettivo era quello di arrestare Giuli Andreotti.

Tuttavia, stando sempre alle parole dell'ex magistrato, ciò non fu possibile a causa delle pressioni di alcuni giudici.

Durante l'intervista della Turco, Di Pietro ha anche detto che mirava ad indagare "sull'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti", perché "Craxi era l'emergente, quello che faceva parte della Milano da bere".


NOTE E PER APPROFONDIRE:


(1) http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/01/17/news/antonio-di-pietro-bettino-craxi-giulio-andreotti-1.343057


(2) https://www.fanpage.it/politica/mani-pulite-di-pietro-rivela-avrei-arrestato-andreotti-se-gardini-non-si-fosse-ammazzato/


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FOTO: https://www.fanpage.it

Chi era Bettino Craxi


Di Mario Macchioni

Nel 1976 il Partito Socialista Italiano se la passava piuttosto male. A giugno c’erano state le elezioni politiche, in cui aveva preso poco meno del 10 per cento, un risultato sotto le aspettative, e la guida del vecchio segretario Francesco De Martino era stata messa in discussione dai militanti e dai quadri intermedi. Secondo molti era ora di cambiare, e si decise quindi di convocare il Comitato centrale (l’organo collegiale del PSI) per il 15 luglio all’hotel Midas di Roma, sulla via Aurelia. Bisognava cercare una soluzione di transizione fuori dalla corrente maggioritaria di De Martino, ma era complicato: oltre ai demartiniani c’erano infatti i lombardiani, i manciniani e gli “autonomisti” del leader storico Pietro Nenni, tutte correnti con lo stesso peso all’interno del partito.
Poco prima dell’elezione uno dei capi-corrente, Giacomo Mancini, chiamò il demartiniano Giovanni Mosca e gli chiese di sondare le possibilità di Bettino Craxi, un giovane della corrente di Nenni, vicesegretario del partito proprio insieme a Mosca. Craxi non era conosciuto a livello nazionale e Mancini pensava fosse perfetto per traghettare brevemente la segreteria. Anche Mosca la pensava così, e infatti gli rispose: «Craxi conta un cazzo, perciò può mettere d’accordo tutti». Gli altri leader socialisti, convinti di poterlo rimuovere in pochi mesi, lo votarono e Craxi fu eletto segretario. Non andò proprio secondo le previsioni. Craxi avrebbe mantenuto il ruolo per i sedici anni successivi, arrivando nel frattempo a guidare uno dei governi più lunghi della storia repubblicana prima degli scandali giudiziari, della fuga dall’Italia e della morte il 19 gennaio di vent’anni fa.

Prima di diventare segretario

Benedetto Craxi nacque a Milano nel 1934, in pieno fascismo. La sua famiglia era ostile al regime — suo padre Vittorio si sarebbe poi candidato al Parlamento con il PSI — e all’inizio della guerra fu mandato in un collegio religioso in provincia di Como, sia per tenerlo lontano dal pericolo che per contenere il suo carattere turbolento: in almeno due occasioni, infatti, causò disordini insieme ad alcuni amici coetanei, una volta insultando un corteo di “balilla” (i giovani fascisti) e un’altra rompendo a sassate i vetri di una Casa del fascio, cioè la sede locale del partito fascista. Entrambi gli episodi causarono preoccupazioni in famiglia, perché avvennero prima della liberazione del 25 aprile 1945, in un periodo in cui gli strascichi di violenze portati dalla guerra erano ancora frequenti.
Dopo essersi diplomato al liceo Carducci di Milano, che si trova ancora oggi vicino a piazzale Loreto, Craxi decise di iscriversi a giurisprudenza per seguire la strada del padre, che aveva uno studio legale a Milano da cui passarono molti illustri personaggi dell’antifascismo, tra cui il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nello stesso periodo si iscrisse al PSI, senza farne parola con suo padre. La famiglia voleva che diventasse avvocato, ma dopo aver dato parecchi esami decise infine di lasciare gli studi per dedicarsi completamente alla vita di partito.
Negli anni Cinquanta Craxi cominciò a frequentare gli ambienti culturali milanesi e si accorse che i comunisti erano molto più influenti e presenti, soprattutto grazie al contributo di Rossana Rossanda, che sarebbe poi diventata responsabile culturale del PCI e fondatrice del quotidiano Il Manifesto. Nel frattempo Craxi cominciò a collaborare con vari giornali dell’area socialista, tra cui l’Avanti!, e rimase colpito dall’organizzazione del partito messa in moto da Rodolfo Morandi, segretario del PSI a fine anni Quaranta. Grazie a lui il partito si espanse e diventò un vero partito di massa: aprirono diverse sezioni locali, soprattutto al Sud, e gli iscritti diventarono più di 700mila.
Come ha sottolineato lo storico Luigi Musella, autore di una delle più complete biografie su Craxi, l’insegnamento di Morandi rimase impresso nel giovane Craxi: l’idea secondo cui fosse necessario costruire un’identità politica autonoma, che si differenziasse dagli altri partiti e in particolare da quello comunista, sarebbe stata poi in effetti un tratto distintivo dell’azione di Craxi segretario.
Per tutti gli anni Sessanta Craxi ricoprì una serie di ruoli a livello locale, da assessore al comune di Milano a segretario provinciale del partito, poi nel 1968 fu eletto deputato, ma mantenne sempre uno stretto contatto con i compagni di partito milanesi, tra cui il cognato e futuro sindaco Paolo Pillitteri, formandosi una rete di collaboratori fidati prima a livello locale e poi nazionale, che negli anni Ottanta sarebbe stata definita da Eugenio Scalfari «la banda». Nel 1970 divenne vicesegretario del partito con il compito di curare i rapporti internazionali, cosa che gli permise di aumentare le sue conoscenze anche all’estero. Nonostante questo, al momento dell’elezione al Midas del 1976, Craxi era poco conosciuto e sottovalutato: sull’Unità Mario Melloni – più noto con lo pseudonimo di Fortebraccio – lo definì “Nihil, il signor nessuno”, e anche sugli altri giornali dell’epoca se ne parlò come di un personaggio di rango minore.
La distanza dal PCI
Da segretario di partito, Craxi dovette affrontare almeno due grandi problemi, collegati fra loro: la perdita di rilevanza del PSI e la sua scarsa performance elettorale. La causa di questi due problemi era chiara ed evidente a tutti, e fu sintetizzata molto bene dal filosofo Norberto Bobbio durante un convegno: «Nel nostro paese un forte partito socialista c’è; ma non è il partito socialista». Il riferimento era evidentemente al Partito Comunista Italiano, il cui consenso era costantemente in crescita, al punto che si temeva che fosse sul punto di sorpassare la Democrazia Cristiana, mandando all’aria il precario equilibrio su cui si era retta la repubblica nei trent’anni precedenti.
Craxi era socialista ma anti-comunista, e per questo era visto con favore anche dagli americani: era espressione di una sinistra di tipo europeo e lontana da Mosca, e provò a mettere in discussione l’egemonia del PCI nella sinistra italiana attraverso una serie di iniziative, tutte volte a ribadire l’autonomia socialista: innanzitutto si oppose con forza al cosiddetto “compromesso storico”, che stava avvicinando democristiani e comunisti e rischiava di estromettere i socialisti, e usò come base d’appoggio intellettuale la “strategia dell’alternativa”, cioè l’idea secondo cui la sinistra doveva alternarsi alla DC in una sorta di bipolarismo, e non farci un’alleanza; poi teorizzò il superamento del marxismo, in particolare attraverso un famoso saggio scritto sull’Espresso nel 1978 in cui, tra gli altri, veniva citato il filosofo francese Pierre Joseph Proudhon, che definiva il comunismo «una “assurdità antidiluviana”». Infine, l’attacco definitivo al PCI avvenne tramite il riavvicinamento con la DC a partire dal 1979.
Craxi si distanziò dal PCI persino durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, nel 1978: fu l’unico a sostenere pubblicamente la necessità di aprire una trattativa con le Brigate Rosse, cosa che effettivamente provò a fare in segreto (si è poi ipotizzato che il suo contatto tra i brigatisti fosse un vecchio professore ex compagno di partito, Corrado Simioni).

Craxi presidente del Consiglio

L’attivismo e la capacità di Craxi di sparigliare le carte in una politica ingessata e immobile – la Democrazia Cristiana governava dalla fine della guerra, il Partito Comunista non potevaandare al governo – diede al Partito Socialista un ruolo centrale nonostante le sue dimensioni ridotte, e questo permise a Craxi, dopo il successo elettorale del 1983, di ottenere la presidenza del Consiglio alleandosi con la Democrazia Cristiana, diventando il primo socialista ad avere questo incarico. La coalizione che sosteneva il governo era formata dai cinque partiti maggiori esclusi i comunisti, e rimase poi famosa con il nome di “Pentapartito”.
Craxi interpretò la presidenza del Consiglio con un piglio nuovo e diverso rispetto al passato: durante il suo governo il numero di decreti aumentò considerevolmente, suscitando peraltro grandi polemiche. Se oggi è frequente che buona parte delle leggi provengano da proposte del governo, e che poi vengano trasformate in legge dal Parlamento, in quegli anni fu una novità. Craxi cercò anche di riformare le istituzioni, fallendo, e chiese più volte di modificare le regole sul voto segreto per mettere al riparo la sua maggioranza dai cosiddetti “franchi tiratori” (modifica che arrivò soltanto nel 1988, quando Craxi non era più al governo). Il suo fu, per certi versi, un modello accentratore e “presidenziale” che anticipò molto la tendenza dei decenni successivi, sia da parte del centrodestra che del centrosinistra.
In politica estera Craxi confermò l’appartenenza al blocco occidentale e proseguì il tradizionale europeismo che aveva caratterizzato l’Italia fino a quel momento. Questa tendenza si era già palesata nel 1979 con la questione dei missili Cruise, che gli Stati Uniti volevano installare in Europa per rispondere a un ammodernamento dell’arsenale sovietico: la Germania ne aveva già fatti installare alcuni, mentre inglesi e francesi, forti della loro dotazione nucleare, non erano alternative percorribili. Lo stallo fu risolto dall’assenso di Craxi e del suo partito, su richiesta del democristiano Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio.
L’evento che però influenzò di più il giudizio sulla politica estera di Craxi, e uno dei più citati soprattutto dai suoi apologeti, è la crisi di Sigonella. L’episodio avvenne il 10 ottobre 1985, a seguito del dirottamento di una nave da crociera italiana, la “Achille Lauro”, da parte di quattro militanti radicali palestinesi. Nel dirottamento fu ucciso e gettato in mare un turista americano disabile, e per questo motivo il presidente Ronald Reagan decise di intervenire nonostante nel frattempo il governo italiano fosse riuscito a mediare con i dirottatori grazie all’intervento del leader palestinese Arafat. Mentre i quattro venivano trasportati su un Boeing egiziano, due aerei militari americani, modello C-141, si affiancarono al Boeing. Reagan a quel punto chiamò Craxi e gli chiese il permesso di atterrare all’aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Subito dopo l’atterraggio un gruppo di Carabinieri circondò il Boeing, mentre dai C-141 scese un gruppo di soldati della Delta Force, una forza speciale dell’esercito americano, che circondò a sua volta i Carabinieri: i due schieramenti erano uno di fronte all’altro, in cerchio e armati.
Dopo un breve scambio tra i rispettivi vertici militari nessuno cedette, e allora Reagan telefonò di nuovo a Craxi annunciando di voler chiedere l’estradizione per i responsabili della morte del turista americano. Craxi rifiutò, spiegando che i reati erano stati commessi in acque internazionali e su una nave italiana, e perciò «dovevano essere configurati come atti criminosi perpetrati in territorio italiano».
«Non volarono parole grosse, semmai parole ferme», avrebbe commentato tempo dopo Craxi in un’intervista al programma Mixer di Giovanni Minoli. Alla fine furono gli Stati Uniti a cedere: sia i quattro dirottatori che i due mediatori furono trasferiti a Roma, e la crisi rientrò.
La politica economica dei governi Craxi non ha aneddoti altrettanto memorabili, ma conseguì comunque qualche successo. Uno di questi fu la lotta all’inflazione, uno dei problemi maggiori dell’economia italiana di quegli anni. Si riuscì a ottenere buoni risultati in parte grazie al decreto che tagliava la cosiddetta “scala mobile”, con cui si disinnescò la spirale dell’inflazione: la “scala mobile” era un sistema per cui gli stipendi erano indicizzati automaticamente all’aumento dei prezzi, cioè all’inflazione; in sostanza, quando i prezzi aumentavano, aumentavano anche i salari (il che portava però a un nuovo aumento dei prezzi, lasciando invariato il potere d’acquisto).
Questa riforma di Craxi, benché concordata con i sindacati, fu criticata duramente dal PCI e causò un’intensa polemica. Poco dopo l’introduzione del decreto, al congresso socialista di Verona nel 1984, avvenne il famoso episodio dei fischi a Berlinguer: il segretario comunista era ospite con una delegazione del suo partito, e al suo ingresso fu accolto con fischi e grida dai partecipanti. Craxi commentò il comportamento della platea prima dispiacendosi della mancanza di ospitalità (in un modo che oggi suonerebbe alieno alla nostra politica), ma poi attribuendogli un significato politico: «So bene che non ci si indirizzava a una persona, ma a una politica. […] E se i fischi erano un segnale politico, che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare», disse, causando un boato di approvazione.
Lo scontro sul taglio della “scala mobile” si risolse perché il PCI fece campagna per un referendum abrogativo, che però non passò: il decreto del governo rimase in vigore. Su altri fronti, come deficit e debito pubblico, il governo Craxi e in generale i governi degli anni Ottanta non ottennero altrettanti successi: tra il 1980 e il 1990 il rapporto debito/PIL passò dal 55 per cento al 95 per cento, mentre il deficit rimase quasi sempre al di sopra del 10 per cento del PIL (per avere una misura pensiamo alla famosa “regola del 3 per cento”, cioè la quota massima di deficit introdotta dal trattato di Maastricht nel 1992).

La fine

Dopo la caduta del suo secondo governo, nel 1987, Craxi non avrebbe più ricoperto incarichi istituzionali e si concentrò soprattutto a mantenere le posizioni di potere che il PSI si era guadagnato. Del resto, i suoi avversari erano molti: innanzitutto il segretario della DC Ciriaco De Mita, espressione della sinistra democristiana e da sempre ostile verso i socialisti, e poi una parte della stampa, in particolare La Repubblica di Eugenio Scalfari, sempre molto critico nei confronti della gestione del potere di Craxi e dei suoi. Per arginare De Mita, Craxi adottò una tattica piuttosto efficace: si alleò con i suoi avversari interni, in particolare con Andreotti e Forlani, formando intorno al 1989 quello che fu definito dai giornali “il patto del CAF” (dalle loro iniziali).
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