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Piazza Fontana, lo speciale di Atlantide sulla strage che inaugurò la ''strategia della tensione''



ANTIMAFIA DUEMILA

Mezzo secolo. Tanto è passato da quel pomeriggio di dicembre del 1969 in cui tutta l’Italia si paralizzò per la tragica esplosione di un ordigno piazzato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, nel cuore della città di Milano. La strage di piazza Fontana provocò 17 morti e 88 feriti e fu il primo atto di una lunga serie di attentati eversivi che caratterizzarono la famosa “strategia della tensione”.


Un eccidio del quale ancora oggi, a distanza di 50 anni, emergono pezzi di verità. Una pagina nera del Paese. "Neri" erano gli autori dell'attentato appartenenti a cellule del movimento neo-fascista di Ordine Nuovo(collegati a doppio filo ai servizi segreti del SID), e "neri" erano i vari omissis, depistaggi e segreti di Stato posti in essere sul complesso lavoro d’indagine. 
Ciò che emerse dalla strage fu che l’Italia non avesse ancora fatto fino in fondo i conti con gli uomini del regime fascista. Un sentimento diffuso negli apparati dei servizi, dell’esercito e dei carabinieri. I servizi segreti alleati infatti si sono serviti dei nostalgici del Duce per il loro obiettivo: soffocare la minaccia comunista nel mediterraneo come avvenne in Grecia con la Dittatura dei Colonnelli e in Spagna con il regime di Francisco Franco


Su questa linea parve chiaro solo col passare del tempo che quella tragedia avvenne proprio in quel contesto che vede l’Italia, una delle potenze uscite sconfitte dalla seconda guerra mondiale, come una democrazia a sovranità limitata da accordi militari e alleanze strategiche dipendenti dall’egemonia statunitense. 
Il giornalista Andrea Purgatori, nello speciale di Atlantide “Piazza Fontana, la strage”, ha riavvolto il nastro della storia passando per le trame nere di quegli anni, rivelandone, con interviste esclusive, gli aspetti più oscuri di quella che ormai appare chiaro essere stata una “Strage di Stato”.

MITTAL, IL VOLTO NASCOSTO DELL’IMPERO


Di Francesco Cecchini

L’acquisto dell’Ilva da parte dell’ Arcelor Mittal è stata un disastro, che ancora continua.
A Taranto l’ Associazione PeaceLink, Isde Massafra, Giustizia per Taranto, Associazione Giorgio Forever, Palazzo Ulmo, FLMUniti-CUB Taranto hanno organizzato la proiezione del documentario Mittal, il volto nascosto dellImpero, che racconta l’ascesa di Lakshmi Mittal nel capitalismo modiale, esplorando i meccanismi di funzionamento della maggiore multinazionale mondiale dellacciaio e la biografia economica del suo capo.

Attraverso testimonianze dirette di dirigenti ed ex dirigenti del gruppo, uomini daffari, economisti, giornalisti specializzati, politici e sindacalisti, il regista, Jérôme Fritel, ha raccontato questa vicenda. Le attività di Lakshmi Mittal, un indiano di origine parsi, iniziano in India a metà degli anni 70, quando entra nell’azienda famigliare specializzata nella commercializzazione del rottame e ne ampia l’attività nella produzione di beni siderurgici. Approfitta della svendita di industrie siderurgiche di ex paesi socialisti. Nel 1995 acquisisce dal governo del Kazakistan la Karmet Steel, a sua volta proprietaria di uno dei più grandi stabilimenti siderurgici dellex URSS: quello di Temirtau. Comprimendo i costi ed esasperando i ritmi produttivi, Mittal riesce a prodotti di qualità medio-bassa a prezzi molto concorrenziali: una combinazione perfetta per le esigenze dei consumatori dei paesi emergenti, la cui domanda di beni siderurgici nel corso del decennio successivo è destinata a crescere a ritmi rapidissimi.
 In quello stesso frangente Mittal acquisisce imprese anche in Germania dellEst, Polonia, Repubblica Ceca e Romania, consolidando la sua presenza sui mercati dellex blocco sovietico. Lacquisto della Karmet Steel rivela i tre aspetti fondamentali del modello Mittal: 1) una gestione delle attività votata alla massimizzazione del profitto nel breve periodo, che garantisce significativi dividendi agli azionisti; 2) solidi rapporti con la comunità finanziaria che trova buoneo pportunità di investimento; 3) legami disinvolti con la politica, che consentono a Mittal di fare affari in un mercato dove il rapporto fra imprese e governi è stretto, considerato il ruolo strategico della siderurgia in ogni economia nazionale. 

Allinizio degli anni 2000 Mittal punta al mercato statunitense ed ha bisogno dell’ appoggio degli operatori di Wall Street che controllano le principali società siderurgiche USA. Nel 2005 Mittal si accorda con Wilbur Ross e compra Bethlem Steel e la U.S. Steel. Il principio sul quale convergono è reso chiaro da Wilbur Ross stesso: lobbiettivo dellimpresa è creare valore per gli azionisti ed è quello che ispira l’attività di Mittlal, che si beneficia del rapporto con la grande finanza per alimentare ed espandere il suo impero, mentre gli investitori godono dei lauti dividendi distribuiti dalle aziende del gruppo. Ciò introduce inevitabilmente delle condizioni precise allazione dellimpresa sia nella gestione delle sue attività che nel rapporto col mercato.
Mittal infatti responsabilizza al massimo i suoi dirigenti, al punto da renderli a loro volta mprenditori, la cui carriera viene fatta dipendere strettamente dai risultati economici realizzati dagli impianti che dirigono. Al di là della retorica aziendale, questo implica un drastico ridimensionamento delle prospettive gestionali: come denuncia Philippe Lamberts, europarlamentare belga del gruppo verde, lorizzonte delle imprese di Mittal è il singolo trimestre. Tale indirizzo condiziona gli investimenti la cui priorità è il guadagno degli azionisti nel breve periodo.
Nel rapporto col mercato, lobiettivo di massimizzazione dei profitti porta Mittal a costruire una posizione di dominio, quasi da monopolista.
 Completa, a monte, lintegrazione verticale del gruppo, acquistando miniere in diverse parti del mondoe finendo così per inglobare lintera filiera produttiva: dal minerale al prodotto finito ; al contempo, cerca di estendere ulteriormente lintegrazione orizzontale lanciandosi nellacquisizione dei principali concorrenti. Sotto questo profilo, loperazione più importante — di portata epocale per lintero settore — è la scalata ad Arcelor, il colosso europeo dellacciaio costituito nel 2002 dalla fusione fra la lussemburghese Arbed, la spagnola Aceralia e la francese Usinor. Arcelor è il concorrente numero uno di Mittal: nel 2005 i due gruppi si contendono lacquisizione dellucraina Kryvorizhstal, vince Mittal. Lo scontro diventa frontale. Mittal propone ai dirigenti di Arcelor unintesa, ma questi rifiutano per differenze culturali come afferma il presidente di Arcelor, Guy Dollé.
Mittal inizia l’azione per acquistare Arcelor. E il 2006 e Mittal ha l’appoggio della grande finanza, e di capi di Stato e di governo dei paesi europei coinvolti nelloperazione, come il presidente francese Jacques Chirac e il primo ministro lussemburghese Jean Claude Junker . Questultimo cede per pressioni della finanza dalla quale leconomia lussemburghese dipende in quanto paradiso fiscale e per la proposta di Mittal di stabilire a Lussemburgo la sede dellintero gruppo, poiché le tasse sono poche. Seguono rapporti anche altri governi europei, ai quali Mittal promette investimenti e salvaguardia dei livelli occupazionali. Nellestate del 2006, Mittal acquista Arcelor e diventa Arcelor Mittal. 

La fase felice fra Mittal e l’Europa non dura molto. Con la crisi economica mondiale e la sovracapacità nel mercato siderurgico mondiale edeuropeo il modello Mittal scricchiola. Il crollo della produzione e del fatturato infatti mettono a rischio i rendimenti e la fiducia degli investitori. Mittal risponde in maniera drastica, tagliando gli stabilimenti ritenuti marginali, tra i quali Grandrange e Florange in Francia, Liegi e Charleroi in Belgio, scatenando la protesta operaia. E qui si inserisce la vicenda dell’Ilva di Taranto ed il fatto che coloro che l’hanno venduta a Mittal non avevano, per ignoranza o malafede, ben analizzato la sua storia, passata e, innanzitutto, recente.
Il link con il trailer del documentario è il seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=xysBEnOQ2ZQ

Al cinema "Kedi - La città dei gatti", una dichiarazione d'amore



Di Serena Nannelli

"Kedi" in turco significa gatto e il documentario "Kedi - La città dei gatti", al cinema purtroppo solo oggi e domani (ma speriamo presto in tv), è un omaggio ai piccoli felini che abitano la capitale turca.

La regista Ceyda Torun, al suo esordio cinematografico con un documentario, racconta di come migliaia di gatti girino liberamente in una metropoli della quale sono parte essenziale. Gli abitanti non vedono in loro dei semplici animali ma i custodi dell'anima del luogo: del resto la caotica ed elegante vecchia Bisanzio è in continua trasformazione, ma ha nei suoi cittadini a quattro zampe una costante preziosa.
Da due mesi di riprese effettuate con droni e “macchine fotografiche per gatti”, in modo da avere panoramiche sui tetti così come scene in soggettiva, sono stati distillati settanta minuti in cui, da spettatori, visitiamo i vicoli e le strade della città in compagnia di sette guide d'eccezione, ognuna con peculiarità caratteriali diverse. Si comincia con Sari, una mamma gatta rossa e bianca che trascorre ore davanti a un negozio, fissando i clienti finché non ottiene cibo da portare ai suoi cuccioli. Bengu, invece, è grigia e dispensa fusa in cambio di coccole agli operai della zona industriale. Aslan, soprannominato "Little Lion" per il pelo lungo e la folta criniera, lavora come cacciatore di topi nei dintorni di un locale al porto, ricevendo come paga dell'ottimo pesce fresco. Psikopat, una gatta bianca e nera dal forte temperamento, vive invece in una delle zone più vecchie e appare un po' matta: gelosa del marito, sa farsi rispettare da tutti, cani randagi compresi. Poi si fa la conoscenza di Gamsiz, nel quartiere degli artisti, di Deniz, che è la mascotte del mercato biologico, e infine di Duman, residente nel quartiere chic in cui si trova il suo ristorante preferito.
Sentiamo raccontare di loro dalla gente del posto che sa prendersene cura senza mai interferire nell'equilibrio tra vita selvatica e domestica che queste creature conservano.
C'è chi fa notare come i gatti regalino benessere, abbiano tante diverse personalità proprio come gli umani e cambino una volta diventati genitori. Si riflette su come alcuni sembrino gelosi, altri più sensibili e tutti sappiano vivere, viziandosi, cercando coccole e mantenendosi indipendenti.
Si ascoltano frasi di persone semplici ma che custodiscono grandi verità come "se sei capace di apprezzare la compagnia di un gatto, di un fiore o di un uccellino, allora il mondo è tuo".
Di alcuni gatti è messo in luce lo spirito combattivo ma anche la capacità di non avvelenarsi l'esistenza, il che li rende d'ispirazione per molti bipedi. Si evince che siano ben consci di chi adottare come padrone, anche se raramente ne hanno uno solo, e si osserva come salvino chi ha bisogno di innamorarsi nuovamente dell'esistenza.
"Kedi - La città dei gatti" celebra il mistero, le sfaccettature e l'importanza di animali in cui ritroviamo i nostri stessi vizi e virtù ma che ci migliorano. Noi ci prendiamo cura di loro e loro di noi, insegnandoci a salvaguardare l'autonomia di chi amiamo.
Adottati da intere comunità, sono lo specchio delle persone con cui decidono di interagire e dei luoghi in cui decidono di dimorare.
Insomma, un gioiellino per amanti dei gatti ma non solo.

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/kedi-citt-dei-gatti-dichiarazione-damore-1530703.html

IL DOCUMENTARIO sulla vera storia di Steve Jobs e dell'Apple : VIDEO


Di Salvatore Santoru

Steve Jobs è stato indubbiamente una delle più importanti personalità pubbliche contemporanee e l'Apple è sicuramente una delle più note e influenti multinazionali nel campo della tecnologia e del mercato in generale.
La Apple è conosciuta per la creazione e diffusione di diversi prodotti,come Macintosh,l'Ipod o l'Iphone e Jobs è stato considerato uno dei più grandi innovatori del secolo, anche se bisogna ricordare che vi furono anche aspetti oscuri riguardanti lo stesso Jobs e la stessa Apple(su quest'ultimo punto,è utile ricordare il caso della Foxconn).

In questo video,ripreso su Youtube sul canale di "Informazione Consapevole",viene proposto un documentario andato in onda su 'Dossier Tg2' e chiamato "Come Steve Jobs ha cambiato il mondo",documentario diretto da Bertrand Deveaud e Antoine Robin.

Il teaser di The Putin Interviews: la docu-serie di Oliver Stone sullo zar

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Oliver Stone ha raccontato al Lucca Film Festival che le sue interviste con Putin sono state le prime dirette e senza intermediari e non nascose una certa ammirazione per la persona, se non per il personaggio. Dai suoi documentari, dedicati in passato a leader come Fidel Castro, Hugo Chavez e altri, decisamente controversi per l'America, sono sempre emersi dei ritratti obiettivi, umani e completi, senza pregiudizi a velare lo sguardo.

Con Stone, Putin ha parlato tra le altre cose di Donald Trump e delle supposte interferenze russe nelle presidenziali americane, della Nato, dell'Ucraina e della Siria, e anche del rifugio concesso a Edward Snowden in Russia, tema che ovviamente gli sta molto a cuore.  Secondo il comunicato stampa ufficiale:

Gli scambi sono spesso acuti, sempre stimolanti e occasionalmente surreali - inclusa una notevole sequenza in cui Stone fa conoscere a Putin la satira sulla guerra fredda di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, che hanno guardato insieme  – tutto allo scopo di illuminare la mentalistà di uno dei giocatori più incompresi ma più importanti del mondo geoopolitico attuale.

In America andrà in onda a partire dal 12 giugno. 

Piigs, il documentario sulla crisi economica che vi farà odiare la Banca Centrale Europea

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Di Davide Turrini

I dogmi dell’austerity imposti dalla troika europea agli stati dell’Eurozona sono pure invenzioni senza senso, imbarazzante frutto di calcoli volutamente sbagliati, ma soprattutto le misure draconiane fatte di tagli alla spesa pubblica hanno chiaramente creato più danni di prima. Guardi e ascolti economisti più o meno illuminati, memorizzi complessi ragionamenti e spiegazioni, ti arrabbi e imprechi contro la Banca Centrale Europea seguendo Piigs, il documentario diretto da Adriano CutraroFederico Greco e Mirko Melchiorre che uscirà nelle sale italiane il 27 aprile 2017. Un’ora e dieci di immagini con la voce narrante di Claudio Santamaria, ideate sulla falsariga della pungolatura concettuale di un Michael Moore, e coniugate con un devastante realismo alla Ken Loach. L’acronimo ideato da un giornalista dell’Economist nel 2009, ovvero i P.I.I.G.S., quegli staterelli europei inferiori dal debito pubblico insostenibile (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), riecheggia come una maledizione eterna e volontaria tra le pieghe di una cronistoria “europeista” degli ultimi 25 anni mai come oggi, anno domini 2017, finita per essere sinonimo di una strana, sballata e squilibrata concezione della democrazia.
Tra le pacate e disarmanti riflessioni di Noam Chomsky e un paio di guest star che analizzano il disarmante presente, come il professore della London School of Economics, il belga Paul de Grauwe, o l’insider finanziario Warren Mosler, il lavoro di Cutraro, Greco e Melchiorre tende a sbugiardare quei dogmi economici assoluti dell’ideologia neoliberista nata con la scuola di Chicago a fine anni settanta, ripetuti ossessivamente dai governanti europei per far digerire lacrime e sangue ai propri cittadini dall’inizio del sogno europeo nel 1992 fino a oggi: debito pubblico, deficit, inflazione, costituzione europea. Per demolire il mantra del debito pubblico si pesca perfino dal Colbert Show statunitense, dove lo studente Thomas Herndon ha scoperto che nei documenti di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, con cui l’Unione Europea ha giustificato le misure di austerity, ci sono dei banalissimi errori di allineamento di fogli e colonnine Excel. Per spiegare che il rigido parametro del 3%, il famigerato rapporto tra deficit e PIL ripetuto come un rosario, tra gli altri, dall’ex presidente del consiglio Renzi, è una letterale invenzione a casaccio, ecco la testimonianza di Guy Abeille, ex funzionario del ministero delle finanze quando all’Eliseo era presidente Mitterand. “Il presidente voleva fissare un tetto alla spesa pubblica, cercava uno strumento semplice e per uso interno, nessuna teoria economica”, spiega Abeille. “In nemmeno un’oretta mettemmo il deficit in rapporto al PIL e con un’operazione alquanto casuale e legata ai parametri dell’epoca ci risultò il 3%. Fu poi Trichet nel 1992 durante la preparazione del Trattato di Maastricht a tirare fuori quel parametro. Noi in Francia abbiamo un numero che funziona bene, possiamo utilizzarlo. E così nacque totalmente priva di senso quella cifra”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/27/piigs-il-documentario-sulla-crisi-economica-che-vi-fara-odiare-la-banca-centrale-europea/3546664/

DISPONIBILE ONLINE "THE RED PILL", IL DOCUMENTARIO DELL'ATTIVISTA FEMMINISTA CASSIE JAYE SUGLI MRA, IL 'MOVIMENTO DEI DIRITTI DEGLI UOMINI'

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Di Salvatore Santoru

Da pochi giorni è disponibile sulle varie piattaforme online(1) il documentario "The Red Pill"(2), prodotto dall'attivista femminista Cassie Jaye e incentrato sul mondo degli MRA(Men's Right Movement).
Il documentario ha ricevuto diverse critiche(3) all'interno dello stesso mondo femminista in quanto considerato "legittimante" le tesi,considerate solitamente controverse, degli stessi MRA(4).
Come ha praticamente sostenuto la stessa Jaye, il documentario è stato realizzato sia per curiosità che per informare su un mondo e delle tematiche solitamente poco conosciuto e visto stereotipicamente, tanto che la stessa regista ha sostenuto di aver cambiato l'idea che si era fatta sugli MRA durante il documentario.
In linea di massima, il documentario tende a rompere lo stereotipo che vede il mondo MRA come essenzialmente o meramente misogino o avente caratteristiche maschiliste(come la stessa Cassie Jaye credeva prima del documentario)e ne dà una veduta d'insieme più complessa, dove tesi controverse e estreme convivono con tematiche poco conosciute o del tutto ignorate che riguardano le problematiche degli uomini e dei ragazzi nella società statunitense e in generale occidentale e mondiale contemporanea.

NOTE:

(1)http://theredpillmovie.com/

(2)https://en.wikipedia.org/wiki/The_Red_Pill

(3)https://www.theguardian.com/film/2015/nov/11/cassie-jaye-red-pill-feminism-mens-rights

(4)https://en.wikipedia.org/wiki/Men's_rights_movement

La BBC denuncia: «In India sparano a vista sui popoli indigeni»

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Il servizio, prodotto per la televisione, la radio e le news del sito BBC, contiene interviste ai guardaparco, agli indigeni «che hanno subìto le conseguenze di questa politica all’interno del Parco Nazionale di Kaziranga e a un portavoce del WWF India che aiuta a finanziare, formare ed equipaggiare i guardaparco e pubblicizza tour nel parco sul sito dell’associazione» spiega l'associazione Survival che tutela i diritti dei popoli indigeni del mondo.
«Il Parco accoglie più di 170.000 visitatori ogni anno. Al suo interno, solo negli ultimi tre anni, cinquanta sospettati sono stati vittima di esecuzioni extra-giudiziali e un uomo indigeno gravemente disabile è stato ucciso a colpi di pistola nel 2013. La BBC stima che negli ultimi 20 anni siano state uccise 106 persone. Nello stesso periodo, è stato ucciso un solo guardaparco. La BBC ha intervistato un uomo locale picchiato e torturato con scosse elettriche durante un arresto da parte dei guardaparco, prima che questi realizzassero che non era coinvolto in alcun modo nel bracconaggio. Il programma mostra anche Akash Orang, un bambino indigeno di sette anni a cui i guardaparco hanno sparato alle gambe lo scorso luglio». «I guardaparco mi hanno sparato all’improvviso - racconta Akash - e lo hanno fatto mentre stava tornando a casa dal negozio del villaggio». «È cambiato. Prima era allegro. Adesso non lo è più. Di notte si sveglia per via del dolore e chiama la mamma», ha raccontato suo padre.
«I guardaparco - prosegue Survival - godono di immunità effettiva e sono incoraggiati a sparare a vista contro i sospettati – senza arresto né processo, né alcuna prova di un possible coinvolgimento nel bracconaggio. Un guardaparco ha ammesso: “abbiamo l’ordine totale di sparare, ogni volta che vedi dei bracconieri o delle persone di notte, abbiamo l’ordine di sparargli”. Il WWF ha fornito dell’equipaggiamento – inclusi quelli che la BBC definisce “occhiali per la visione notturna” – che è stato usato nelle operazioni notturne e nelle esercitazioni di “combattimento e appostamento”. Quando la BBC ha chiesto come si sente il WWF nel fornire equipaggiamento a un parco responsabile di uccidere persone, il portavoce del WWF India ha risposto: “Nessuno è a proprio agio nell’uccidere le persone… Non vogliamo che ci sia bracconaggio e l’idea è di ridurlo con il coinvolgimento di altri partner”».
Survival International sta conducendo una campagna mondiale contro questi abusi e, nel 2016, ha portato all’attenzione del mondo «l’alto bilancio di vittime e i gravi casi di corruzione tra i funzionari di Kaziranga – incluso il coinvolgimento nel traffico illegale di fauna selvatica che dovrebbero fermare».
«Le organizzazioni per la conservazione, tra cui il WWF, supportano un modello di conservazione che si traduce in evidenti abusi dei diritti umani. Hanno mancato di condannare le politiche che portano alle esecuzioni extra-giudiziali. Per troppo tempo, la conservazione ha usato la sua positiva immagine pubblica per nascondere i mostruosi e prolungati attacchi ai diritti dei popoli indigeni e tribali. Stiamo lavorando per fermarli. È tempo che i conservazionisti inizino a lavorare con i popoli indigeni, i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. È tempo che le organizzazioni per la conservazione si espongano chiedendo di metter fine alle politiche dello sparare a vista», ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival.
Guarda qui il documentario della BBC ‘Killing for conservation’

I SEGRETI DI DONALD TRUMP:DOCUMENTARIO



Di Salvatore Santoru

I "Segreti di Donald Trump"(1) è un'interessante documentario andato in onda su National Geographic sulla vita e i segreti dell'attuale presidente degli USA.
Il documentario contiene diverse interviste a individui vicini all'attuale premier e a simpatizzanti e critici dello stesso Trump.

Buona Visione

NOTE:

(1)http://www.vanityfair.it/show/tv/16/11/07/documentario-i-segreti-di-donald-trump-national-geographic-elezioni-usa-2016

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'DUGMA: THE BUTTON', I KAMIKAZE DI AL NUSRA IN UN DOCUMENTARIO DEL REGISTA PAUL REFSDAL



Di Alessandra Benignetti

A cosa pensano, come vivono, cosa provano i kamikaze del Fronte al Nusra mentre si preparano all’ultima missione della propria vita? Hanno dubbi, rimpianti, rimorsi? A svelarlo è un documentario intitolato “Dugma: The Button”, girato in Siria, dall’altra parte del fronte. Quella occupata dagli aspiranti kamikaze di al Nusra.
L’autore si chiama Paul Refsdal, ed è un regista norvegese di 52 anni che ha lavorato per più di trent’anni in diverse zone di conflitto, compreso l’Afghanistan dei Talebani. Nel suo ultimo lavoro ha voluto filmare i jihadisti che combattono contro Bashar Al Assad in Siria, durante la vita di tutti i giorni. Nel documentario, disponibile da martedì scorso su iTunes, vengono mostrati i futuri kamikaze che vivono normalmente le proprie giornate in attesa di entrare in azione, consapevoli che saranno le ultime prima di farsi saltare in aria. Refsdal li ha ripresi mentre mangiano, lavano i piatti, chiacchierano, per mostrare, afferma il regista, il lato umano dei jihadisti.
“Spero che prima di tutto il film faccia capire alla gente che i nostri nemici sono esseri umani e non sono esseri umani perfetti”, ha detto il regista all’agenzia Reuters, “possono essere impacciati, fare degli errori, a volte hanno dubbi o rimpianti”. Il regista ha poi dichiarato di aver cercato di rendere il lavoro il più possibile scevro da considerazioni esterne, per non influenzare il giudizio degli spettatori. “Ho soltanto voluto mostrare come i ribelli di al Qaeda vivono la loro quotidianità”, ha detto, infatti, il regista.
L’obiettivo del film è, quindi, quello di mostrare il “lato umano” dei combattenti e di chi sa che andrà incontro ad una morte certa. E quello di contribuire ad ispirare altri registi, spingendoli a “provare ad andare dall’altra parte”, per raccontare storie che, altrimenti, non verrebbero mai raccontate.

"Italian Punk-Hardcore 1980-89": Immagini Di Rabbia E Musica


Di Leonardo Cabrini

Italian punk-hardcore 1980-89, documentario di Angelo Bitonto, Giorgio Senesi, Roberto Sivilia e' un tassello fondamentale per capire il contesto rabbioso dentro cui fiori' tale movimento musicale

L'importanza capitale di un film come Italian punk-hardcore 1980-89 deriva anzitutto da una necessita' di storicizzazione. Necessita' - chiarisco subito - non dichiarata direttamente dagli autori del progetto, ma sentita nel profondo da chi, come il sottoscritto, e' cresciuto leggendo Costretti a sanguinare di Marco Philopat, affascinato dalla potenza espressiva di un movimento autenticamente rabbioso, cresciuto dal basso, nel sottosuolo di un'Italia rampante che nascondeva piu' di uno scheletro nell'armadio. 

Il titolo e' semplice ed esplicativo: contestualizza (l'Italia degli anni '80) e sottolinea una determinazione di genere (punk-hardcore). Cio' non e' banale se pensiamo a quanto differente sia il panorama raccontato nel documentario da altre scene nazionali appartenenti al medesimo macro-genere. Gruppi come Wretched, Negazione, Nerorgasmo, Impact, Indigesti, Kina avevano da dire qualcosa in piu' rispetto alle innocue declinazioni folkloristiche del decennio precedente di prodotti come Kandeggina Gang, Incesti, Decibel, o alle - sebbene pionieristiche - derivazioni settantasettine di Gaznevada o del Great Complotto di Pordenone. Chiamiamolo dunque hardcore - secondo l'opinione di Silvio di Indigesti e Impact - chiamiamo gli appartenenti punx e non punks - come suggerisce Alberto dei Kina. Qualsiasi cosa pur di differenziare un movimento dallo stile peculiare da un'inesistente categoria -"il punk italiano"- inventata dai giornalisti per sfruttare una moda passeggera.

Un panorama, dunque, che manifesta una certa singolarita' proprio per le determinazioni stilistiche che affronta. Certo, la potenza di Wretched e Chain Reaction si differenzia dalle atmosfere piu' sfumate dei Kina o dallo sperimentalismo di Contropotere o I Refuse It! Cosi' come l'osservanza politica di RAF Punk o della corrente crassiana rappresentata dagli HCN spesso appariva troppo ortodossa per alcuni (Chain Reaction, Bloody Riot, Chelsea Hotel). Eppure era l'idea di un contesto libero dai vincoli di un mercato di superficie a determinare la creazione di un terreno comune. Un terreno fatto di fanzine (da TVOR a Attack punkzine), di luoghi di ritrovo piu' o meno occupati (dal Virus di Milano all'Osteria di sacc di Piacenza), di case discografiche di nicchia (Attack Punk Records). Uno stile - sebbene ignorato dalle riviste musicali dell'epoca - determinato dal contesto piu' che del testo, dall'idea della formazione di una rete di relazioni che attraversava l'intera penisola. Un movimento libero da derivazioni estere ma che, al contrario, produceva elementi di riconoscibilita' peculiari.

Italian punk-hardcore 1980-89, realizzato grazie alla collaborazione con la F.O.A.D. Records, e' in ogni caso, solo un tassello di un monumentale progetto chiamatoLoveHate 80 realizzato da Angelo Bitonto, Giorgio Senesi, Roberto Sivilia. Un progetto multimediale (visibile qui) che ha dato alla luce una compilation e la raccolta della fanzine TVOR e che, pare, realizzara' un libro dal titolo Dritti contro un muro. Che dire? Attendiamo con ansia. Per acquistare il DVD qui trovate il link



La storia di Putin, raccontata da Putin



DI ANNA ZAFESOVA
«Sono diventato un politico di recente, prima facevo un altro lavoro». Il Vladimir Putin sullo schermo ha meno rughe e capelli grigi, è più timido ma anche più ironico, ma parla con la stessa voce pacata anche quando dice parole taglienti: «Prima facevo parte dell’intelligence, e pensavo, come anche i miei colleghi di altri Paesi, di sapere tutto. Ma ora vedo che rispetto ai politici eravamo dei lattanti». Lo stupore di un uomo che deve imparare a fare il presidente di una delle nazioni più importanti del mondo è forse la testimonianza più rivelatrice del documentario Il presidente, trasmesso lunedì 7 dicembre in seconda serata da Rete 4.  

Uno speciale realizzato dalla TV Rossia1 per i 15 anni di Putin al potere, l’anno scorso, e presentato in esclusiva nella versione italiana: un’intervista al presidente russo che rievoca i vari momenti della sua storia umana e politica, alternata a commenti degli uomini più importanti del suo entourage, dai ministri ai big della cultura come Valery Gerghiev, e perfino il patriarca di tutte le Russie Kirill. E poi tante immagini che ricordano il contesto nel quale «uno sconosciuto» come Putin venne definito da tutti, entrò al Cremlino: la guerra in Cecenia, la crisi economica, il governo vacillante di un Boris Eltsin che ormai fa fatica anche a salire sulla sua Mercedes presidenziale nera. 

È il punto di partenza rispetto al quale i russi giudicano il loro presidente più amato, e ricordarlo aiuta a capire alcuni dei motivi della sua incredibile popolarità. Ovviamente il film racconta la versione di Putin, dalla Cecenia alla Crimea, e molti eventi che hanno fatto discutere in Occidente non vengono nemmeno menzionati (a un certo punto, forse per una svista della regia, in un angolo dello schermo appare per un attimo Mikhail Khodorkovsky), mentre altri narrati in modo completamente diverso: l’annessione della Crimea viene raccontata come «ritorno alla patria», senza soffermarsi sulle conseguenze. Ma il valore del film forse è proprio questo, Putin raccontato da Putin, dove in 15 anni di momenti immortalati da una telecamera si vede sia l’evoluzione del personaggio che i suoi tratti immutabili. Come il rimprovero all’Occidente, soprattutto agli Usa, di «voler decidere da soli, senza chiederci nulla», che comincia a risuonare già nei primi mesi della presidenza, quando nessuno, meno che mai il diretto interessato, poteva immaginarsi il grado di potere che avrebbe raggiunto.  

Teenager milionari a caccia di clic: il mondo segreto dell’affiliate marketing

Di Daniele Virgillito
Non hanno blog famosi, canali YouTube con milioni di iscritti o grossi seguiti sui social network.Di alcuni fra i più bravi non si conosce nemmeno il vero nome.È un esercito di mercenari del web che promuove prodotti e servizi altrui attraverso varie tattiche pubblicitarie, in cambio di una percentuale sulle vendite o un compenso per obiettivi.



Come consulente e autore mi confronto quotidianamente con vari tipi di business digitale, ma non ero a conoscenza del mondo quasi segreto, e della cultura “underground” che sembra caratterizzare l’universo affiliate marketing.
Mi sono imbattuto nel teaser di “The Angle”, il primo documentario mai realizzato sull’argomento, in uscita nel 2016.
Per capirci qualcosa in più, ho chiesto a Dario Vignali, fondatore di uno dei blog di marketing digitale più seguiti in Italia e co-autore di Affilobook.
Dario, tu pratichi con successo l’affiliate marketing e conosci da vicino Stack That Money, la community di marketers affiliati più nota al mondo, la stessa che ha prodotto il documentario The Angle.
La domanda è d’obbligo: è possibile guadagnarci tanto quanto dicono, o è tutta una truffa?
Ti confesso che quando ho letto i numeri che giravano su quel forum anch’io ho pensato fosse una truffa ben architettata. Poi, imparando le tecniche necessarie e cominciando a praticare, ho scoperto che c’era del potenziale, e che esistono davvero persone al mondo che guadagnano mille, cinquemila, diecimila dollari o più ogni singolo giorno grazie all’affiliate marketing.
Dario Vignali a Incitement Italy
Dario Vignali a Incitement Italy
Come fanno, in pratica? Che tipo di prodotti promuovono? E come li pubblicizzano?
Uno dei primi programmi di affiliazione nei quali mi sono imbattuto è molto noto, Amazon. Lì è semplice: ti iscrivi, ottieni un link personalizzato e guadagni una percentuale su ogni vendita generata da quel link.
Esistono però centinaia di network e prodotti/servizi in affiliazione: dai corsi digitali alle applicazioni mobile, dai notai (strano ma vero: pagano per ciascuna chiamata telefonica ricevuta) alle assicurazioni.
Insomma, gli affiliate marketers promuovono praticamente tutto.
Come fanno a fare arrivare il proprio link affiliato al maggior numero di persone potenzialmente interessate? Principalmente con le campagne di advertising.
Si mostrano i propri banner su piattaforme come Facebook Ads, AdWords, decisive.is o go2mobi (ma ce ne sono tante altre).
Ogni banner rimanda all’url di affiliazione del prodotto che si promuove.
Non per forza l’obiettivo è generare una vendita, anzi. Ci sono campagne CPI (cost per install) dove si viene pagati per far installare applicazioni (anche gratuite), o campagne CPA dove l’obiettivo sta nel convincere le persone a inserire la propria mail in un form d’iscrizione.
Nel tempo, le cose sono cambiate. Qualche anno fa bisognava disporre di competenze specifiche e possedere addirittura un server. Oggi invece sono nate soluzioni self-hosted che hanno abbassato le barriere all’entrata di questo strano mercato.
Non ci sono più grandi costi fissi da sostenere, e basta qualche centinaio di euro per avviare le prime campagne.
Ovviamente la concorrenza si è fatta più agguerrita, e molti si sono buttati sul mercato mobile, dove c’è ancora un grande margine di crescita ed innovazione.
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da “The Angle”, il primo documentario sul mondo dell’affiliate marketing
Sembra che molti degli affiliate marketers di maggior successo siano addirittura teenager. Perché, secondo te?
Per farcela servono competenze trasversali e un approccio olistico. Copywriting, grafica, matematica, advertising ed altro ancora.
Per i nativi digitali, logicamente, la curva di apprendimento è molto più breve.
Alcuni hanno cominciato per gioco, con semplici pagine Facebook. Altri hanno deciso di dedicarsi a questo piuttosto che a scuola ed università.
In America il mercato delle affiliazioni è ben conosciuto e, proprio per questo, il traffico negli Stati Uniti è divenuto fin troppo costoso.
Alcuni noti marketer consigliano infatti di lanciarsi sul mercato del sud-est asiatico: qui il traffico costa meno e la gente, appena digitalizzata, clicca più spesso sui banner.
Uno di questi è Charles Ngo, un affiliate marketer asiatico che è riuscito a generare milioni di dollari in campagne di affiliazione.
E in Italia? Il mercato è abbastanza grande per farcela?
Ne parlavo pochi giorni fa con il CEO di Clickmeter durante un’intervista per Affilobook: in Italia i “big players” che si dividono il mercato delle campagne di affiliazione sono molto pochi. Solamente negli ultimi due anni si sono viste nascere le prime agenzie Italiane di performance marketing dedicate al mondo delle affiliazioni.
Da noi la cultura delle affiliazioni esiste da tempo, ma è sempre stata incentrata sul money blogging: invece che “scalare” i profitti investendo nell’advertising, molti utenti della rete preferiscono pubblicare i propri link di affiliazione sul proprio blog o sito web.
Spesso basta scrivere la recensione di un prodotto riportando il suo link di affiliazione per riuscire a guadagnarci qualcosa.
Ovviamente i margini di miglioramento ci sono, a patto che si sia disposti a buttarsi in un mercato che è tutt’altro che semplice.

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