Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Astronomia. Mostra tutti i post

Chi è Alyssa Carson, l’astronauta 18enne del video ambientalista che sarà proiettato al Super Bowl


Di Olga Bibus

È già passata alla storia come la più giovane apprendista abilitata al viaggio nello spazio. A 12 anni è stata la prima a partecipare a ben tre programmi della Nasa tra Stati UnitiCanada e Turchia. Da allora l’agenzia spaziale statunitense ha scommesso su di lei e tra qualche anno Alyssa Carson potrebbe partecipare alla prima missione umana su Marte.
Oggi ha 18 anni, ed è decisa a impegnarsi sodo, partecipare ai programmi di addestramento e rinunciare a tutto, persino agli affetti. «Sarà una missione pericolosa, avere qualcuno sulla Terra sarebbe una distrazione. Se incontro qualcuno di speciale adesso significa che dovrà aspettare», ha detto in un’intervista a TeenVogue
Alyssa è nata nel 2001, la passione per Marte le è venuta a soli tre anni guardando il cartone animato The Backyardigans. A sette anni il papà la portò al campo spaziale di Huntsville, in Alabama. Se ne innamorò, tanto che volle tornarci 18 volte. A nove anni incontrò l’astronauta Sandra Magnus che le svelò di aver deciso di fare l’astronauta proprio alla sua età.
Da allora Alyssa non ha mai mollato, oggi va a scuola, ma si assenta a volte per seguire programmi spaziali oppure per partecipare alle conferenze e parlare a giovani curiosi come lei. Quest’anno sarà protagonista di un video ambientalista che verrà trasmesso durante il Super Bowl che inizia oggi, 2 febbraio a Miami, 18.30 ora locale. La finale del campionato di football americano è un evento seguito ogni anno da milioni di persone. 
Dopo l’half time verrà proiettato il cortometraggio Scoperta l’acqua su Marte, prodotto da SodaStream. La regia è Bryan Buckley, candidato all’Oscar per il suo cortometraggio Saria, la fotografia è di Rodrigo Prieto, che ha appena ricevuto la sua terza nomination all’Oscar per The Irishman di Martin Scorsese.
Lo scopo del messaggio è sensibilizzare contro la plastica monouso. Alyssa è protagonista insieme allo scienziato statunitense Bill Nye. Un messaggio ambientalista che unisce l’amore della giovane per entrambi i suoi pianeti preferiti: quello su cui vive ora, e quello che un giorno, spera, di abitare, almeno per un po’.
Immagine di copertina: Alyssa Carson durante un Ted Talk

Marte poteva diventare potenzialmente abitabile 4,2 miliardi di anni fa, lo sostiene uno studio scientifico canadese


Di Salvatore Santoru

Marte sarebbe potuto diventato abitabile ben 4,2 miliardi di anni fa, prima della Terra. Ciò è stato scoperto da un team di scienziati dell'Università dell'Ontario occidentale in collaborazione con il Royal Ontario Museum e con il Johnson Space Center della NASA e i ricercatori dell'Università di Portsmouth.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/ambiente/2019/06/marte-studio-canadese-potrebbe-essere-diventato-abitabile-42-miliardi-di-anni-fa-002938421.html

«Wafercraft», come funziona la mini-astronave che viaggia quasi alla velocità della luce


Di Juanne Pili

Saranno i laser a spingere le nostre navi spaziali a velocità «relativistiche», ovvero vicine a quella della luce. I ricercatori dell'Università della California sono all'opera già da un mese con un prototipo di piccole dimensioni dotato di apparecchiature miniaturizzate per la raccolta dei dati. 




Il modellino sperimentale è stato battezzato Wafercraft e non è più grande del palmo di una mano.
Magari prima di avere astronavi più grandi con equipaggio a bordo dovremo aspettare ancora, potrebbero volerci decenni o secoli, a seconda del Sistema solare che vogliamo raggiungere.



Come funziona la Wafercraft

Non si tratta di una mera esercitazione didattica. Questa ricerca si avvale dei finanziamenti della Nasa e di diverse fondazioni private. All'Agenzia spaziale c’è anche chi non ha rinunciato all’idea di poter curvare lo spazio-tempo per viaggiare proprio come nei film di Star Trek. Il prototipo è parte integrante di un programma dedicato allo sviluppo di veicoli spaziali in miniatura, da destinare prima a viaggi interplanetari e poi a quelli interstellari.
Per raggiungere il Sistema solare più vicino al nostro - Alpha Centauri - sarà necessario che prototipi come la Wafercraft vengano spinti con l'energia che la stessa luce può fornire: si chiama «propulsione energetica diretta», questo termine dal retrogusto fantascientifico indica l’utilizzo di un insieme piuttosto ampio di laser, al fine di generare una spinta. 
Il motore non viaggerà affatto, i laser saranno infatti irradiati da Terra. In questo modo, applicando alla navicella una apposita vela, il motore potrà accelerare fino a raggiungere una velocità pari al 20% di quella della luce, permettendo a una eventuale sonda di raggiungere Alpha Centauri nel giro di 20 anni.



Il primo viaggio con un pallone

Oggi dobbiamo accontentarci di veder volare la piccola astronave con l’aiuto di un apposito pallone aerostatico, come hanno fatto i ricercatori californiani per verificare l’efficienza delle apparecchiature miniaturizzate. Il primo esperimento è avvenuto in Pennsylvania il 12 aprile scorso, dove la Wafercraft ha raggiunto una quota di 32 chilometri, registrando ottimi dati.  
Uno degli aspetti più interessanti di questa esperienza è stato proprio il collaudo di apparecchiature che prima dovevano occupare uno spazio notevole. Una ricerca nella ricerca, insomma, grazie alla microelettronica infatti sarà possibile ridurre notevolmente volume e peso delle future missioni spaziali. Si tratta di innovazioni che serviranno anche per i primi astronauti che metteranno piede su Marte. O forse saranno delle astronaute?


L’informazione resta anche nei buchi neri



Secondo Anshul Saini e Dejan Stojkovic, l'informazione contenuta in un buco nero potrebbe non essere persa per sempre. 
I risultati del loro studio implicano che per un osservatore che si trovi al di fuori dell’orizzonte degli eventi è ancora possibile recuperare l’informazione e rappresentano un passo significativo verso la soluzione dell'ormai famoso “paradosso dell’informazione dei buchi neri”

Di Corrado Ruscica 
https://www.media.inaf.it/

L’informazione contenuta in un buco nero potrebbe non essere persa per sempre. 

E’ quanto emerge da uno studio (2015) pubblicato su Physical Review Letters secondo cui per un osservatore che si trova al di fuori dell’orizzonte degli eventi è ancora possibile recuperare in qualche modo l’informazione.

I risultati rappresentano un passo significativo verso la soluzione dell’ormai famoso “paradosso dell’informazione dei buchi neri”, un problema teorico che ha impegnato i fisici per quasi 40 anni ...


Quando distruggiamo un documento, possiamo mettere insieme i singoli pezzetti per riprendere nuovamente il contenuto. Se bruciamo un libro possiamo, in teoria, fare la stessa cosa. Ma se inviamo una informazione verso un buco nero, essa sarà persa per sempre. Ciò è quello che hanno pensato i fisici da tanto tempo: i buchi neri sono l’ultima spiaggia, quell’entità astrofisiche che non si lasciano dietro alcun indizio di ciò che essi contenevano una volta che evaporano.

Tuttavia, un nuovo studio mostra che questa prospettiva potrebbe non essere corretta. «Secondo noi, l’informazione non si perde una volta che entra in un buco nero», spiega Dejan Stojkovic un professore di fisica alla University of Buffalo e co-autore dello studio apparso su Physical Review Letters. «Essa non scompare».


L’articolo mette in evidenza il fatto che le interazioni tra le particelle emesse da un buco nero potrebbero rivelare l’informazione di ciò che si trova al suo interno, come ad esempio le caratteristiche dell’oggetto che ha formato il buco nero e le proprietà della materia e dell’energia che vi fanno parte. «Non si tratta di una scoperta importante», continua Stojkovic, «poiché anche i fisici che credevano che l’informazione non fosse perduta nei buchi neri hanno lottato per dimostrare, matematicamente, ciò che accade».

Lo studio mostra una serie di calcoli espliciti che dimostrano come l’informazione venga preservata. Si tratta di un passo significativo verso la soluzione del cosiddetto “paradosso dell’informazione dei buchi neri”, un problema che ha tenuto i teorici impegnati per quasi 40 anni, da quando cioè Stephen Hawking propose per primo il fatto che i buchi neri potessero emettere una certa radiazione (radiazione Hawking) ed evaporare col passare del tempo. Hawking concluse che le particelle emesse da un buco nero non fornivano alcuna informazione di ciò che poteva essere contenuto all’interno, implicando che essa sarebbe stata completamente perduta dopo la sua completa evaporazione.

Un fatto che violava i principi della meccanica quantistica secondo cui l’informazione viene invece conservata. Tuttavia, Hawking fece successivamente un passo indietro, ammettendo di aver sbagliato e che quindi l’informazione poteva sfuggire dai buchi neri, nonostante il se e come l’informazione potesse essere recuperata in qualche modo è rimasto argomento di dibattito.

Dunque, nel loro articolo, Stojkovic e il suo studente Anshul Saini, autore principale dello studio, tentano di chiarire la storia. Anziché considerare le particelle che vengono emesse dal buco nero, gli autori prendono in considerazione anche le minute interazioni che avvengono tra esse. Le interazioni tra le particelle vanno da quelle di tipo gravitazionale allo scambio di fotoni. In questo modo, gli studiosi trovano che per un osservatore che sta al di fuori dell’orizzonte degli eventi è ancora possibile recuperare l’informazione.

«Queste ‘correlazioni’ sono state spesso ignorate nei calcoli matematici, e nel passato diversi scienziati le hanno considerate poco importanti, cioè sin da quando si pensava che fossero trascurabili e non in grado di determinare delle differenze significative. Invece, i nostri calcoli mostrano che sebbene le correlazioni inizino con un piccolo contributo, esse poi evolvono nel tempo diventando sempre più grandi e tali da modificare il risultato finale», conclude Stojkovic.

Physical Review Letters: Anshul Saini e Dejan Stojkovic – Radiation from a Collapsing Object is Manifestly Unitary

arXiv: Radiation from a collapsing object is manifestly unitary


La Dea, il Coniglio di Giada e il Ponte di Gazze – La cultura cinese sul lato nascosto della Luna

Una straordinaria missione dell’Amministrazione Spaziale Nazionale Cinese ci aiuta a comprendere la cultura cinese, antica e moderna.


Oggi (3 gennaio) alle 2:26 UTC il modulo di atterraggio lunare Chang’e-4 e il suo rover a sei ruote Yutu-2 sono atterrati sulla faccia nascosta della Luna. Hanno usato il satellite-relay Queqiao per inviarci le prime immagini a distanza ravvicinata (vedi sotto) del lato nascosto della Luna.
I nomi Chang’e, Yutu e Quegiao non hanno alcun significato per persone cresciute nelle culture “occidentali,” ma sono ben noti in tutta l’Asia.
In un remoto passato, dieci soli si erano levati tutti insieme nel cielo e avevano riarso la Terra, causando molte sofferenze alla popolazione. L’arciere Yi ne aveva abbattuti nove, lasciando un unico sole, e, come ricompensa, gli era stato dato l’elisir dell’immortalità. Non lo aveva usato subito, ma lo aveva nascosto a casa sua, perché non voleva diventare immortale senza la sua amata moglie Chang’e. Però, mentre Yi era fuori a caccia, il suo apprendista Fengmeng si era introdotto in casa e aveva cercato di costringere Chang’e a dargli l’elisir; lei si era rifiutata e lo aveva bevuto. Chang’e era poi volata in alto, verso il cielo, e aveva scelto la Luna come residenza. Yi aveva scoperto l’accaduto e si era disperato, aveva poi  mostrato a tutti la frutta e i dolci preferiti di Chang’e e aveva fatto sacrifici in suo onore.
Nel giorno di metà autunno, nella notte di luna piena dell’ottavo mese lunare, viene allestito all’aperto un altare di fronte alla luna per l’adorazione di Chang’e. Paste fresche vengono deposte sull’altare perché siano benedette da lei. Si dice che faccia dono della bellezza ai suoi adoratori.
Ci sono raffigurazioni classiche di Chang’e, ma [questa dea] ha anche un ruolo di primo piano nelle anime moderne.
Yutu, il coniglio di giada, è il compagno di Chang’e. Lui e il suo mortaio possono essere visti durante la luna piena. Yutu sta pestando gli ingredienti dell’elisir di vita per Chang’e.
Il programma di esplorazione lunare cinese utilizza i nomi di Chang’e e di Yutu per i suoi moduli di atterraggio lunari e per i rover di esplorazione che li accompagnano. Chang’e-3 e il suo rover Yutu-1 erano atterrati sul lato visibile della Luna il 14 dicembre 2013. Era stato il primo sbarco lunare dal 1976.
Nelle prime ore di oggi (3 gennaio) Chang’e-4 è atterrato in modo autonomo sulla faccia nascosta della Luna. Questa è la prima missione che tocca il suolo di quella metà del satellite che non può essere vista dalla Terra. (La faccia nascosta della Luna non è al buio, ma riceve la stessa quantità di radiazione solare del lato visibile dalla Terra. Il “Il lato oscuro della Luna” è un‘allusione alla follia. Le citazioni dei Pink Floyd non si adattano all’evento).
Trovandosi sul lato opposto della Luna, Chang’e-4 non può comunicare direttamente con il suo amante sulla Terra. Uno speciale satellite-relè era stato perciò immesso precedentemente in un’orbita a circa 75.000 chilometri oltre la Luna, da dove può vedere contemporaneamente il lato nascosto della Luna e la Terra. Il suo nome è Queqiao o ponte di gazze:
Zhi Nu, la settima figlia della dea del cielo, si era innamorata del mandriano Niu Lang. Avevano vissuto felici per molti anni. Entrambi si erano rattristati quando Zhi Nu aveva dovuto fare ritorno in paradiso. Ma la dea del cielo aveva avuto pietà dei due innamorati e aveva permesso loro di ritrovarsi una volta all’anno. Nella settima notte della settima luna, le gazze formano un ponte con le loro ali, in modo che Zhi Nu possa attraversarlo e incontrarsi con il suo amato marito. Quel giorno (nel mese di agosto) è l’equivalente cinese del giorno di San Valentino.
Dopo essere atterrata nelle prime ore di oggi, Cheng’e-4 ha scattato questa foto e l’ha mandata attraverso ponte di gazze ai suoi amanti sulla Terra.

Le due strutture metalliche nella parte superiore della foto sono le rampe che permetteranno poi al rover Yutu-2 di scendere sulla superficie lunare.
Una delle sei ruote del rover Yutu-2
Yutu-2 sulla superficie lunare.
A causa della distanza di queste comunicazioni, il ritardo tra un segnale dal centro di controllo sulla Terra e il feedback dal lato più lontano della Luna è di circa 6 secondi. Speriamo che il coniglio di giada “stia attento alle buche”, p.e. al cratere che ha davanti.
Più tardi, Yutu-2, il coniglio di giada, perforerà la superficie e raccoglierà campioni di roccia. Li pesterà nel suo mortaio e controllerà se contengono l’elisir della vita.
L’elisir della vita è ovviamente l’acqua. Se l’umanità dovesse mai colonizzare la Luna, dovrà trovare il modo di produrla in loco. È probabile che qualche forma di acqua sia disponibile da qualche parte sotto la superficie lunare. La geologia del territorio darà indicazioni sulle località dove potrebbe essere giustificata una perforazione più in profondità.
TRADUZIONE DI Markus per comedonchisciotte.org

Ascensore spaziale, per Elon Musk ‘troppo complicato’. E invece sbagliava


L’ascensore spaziale: il sogno di un grande scienziato russo sta diventando realtà? 
Di Arsenij Kalashnikov
Konstantin Tsiolkovskij lo immaginò nel 1895, ma a lungo era sembrato fantascienza.
Ora invece le grandi agenzie spaziali del mondo ci stanno lavorando seriamente, e tra trent’anni potremmo andare in orbita senza razzi, risparmiando soldi e inquinando meno.
Il grande scienziato russo Konstantin Tsiolkovskij (1857-1935) sviluppò un’idea di ascensore spaziale nel 1895.

Il piano Tsiolkovskij.

Comprese che inviare persone nello spazio poteva essere costoso: un ascensore elettrico che sfruttasse l’inerzia e la gravità per risparmiare energia sembrava essere una soluzione.

Secondo il piano di Tsiolkovskij, un cavo lungo 36 km avrebbe dovuto essere ancorato all’equatore terrestre, con un contrappeso alla fine e con un gigantesco ascensore che si alzava lungo quel cavo.
Lo scienziato, tuttavia, sapeva che nessun materiale conosciuto avrebbe potuto resistere alle tensioni tra la Terra e lo Spazio.
Fino a poco tempo fa nessuno credeva che fosse possibile attuare l’idea di Tsiolkovskij. Anche un pioniere dell’esplorazione spaziale privata come Elon Musk non si era dimostrato entusiasta dell’idea.
“È estremamente complicato. Non penso che sia realistico avere un ascensore spaziale”, ebbe occasione di dire durante una conferenza al Mit, aggiungendo che sarebbe stato più semplice “avere un ponte da Los Angeles a Tokyo” di un ascensore che potesse trasportare materiale nello spazio.
Alla fine di settembre, tuttavia, la Japan Aerospace Exploration Agency e la Nasa hanno dimostrato che la fantascienza potrebbe diventare realtà.
Hanno lanciato un esperimento sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) che ha dimostrato che gli ascensori spaziali potrebbero effettivamente funzionare.
Nell’esperimento, due satelliti cubici ultra piccoli sono stati rilasciati nello spazio dalla stazione. Erano collegati da un cavo di acciaio, e un piccolo container si muoveva lungo il cavo usando un proprio motore. I cubetti erano collegati da un cavo di acciaio lungo 10 metri.
L’esperimento era solo una rappresentazione in scala estremamente ridotta di come un ascensore spaziale a grandezza naturale potrebbe apparire, correndo dalla Terra alla stazione spaziale in orbita, ma alcune società tecnologiche globali stanno già entrando in una gara per realizzarlo per prime.

Ascensore spaziale entro il 2050.

Una società di costruzioni con sede a Tokyo, la Obayashi Corp., ha detto che prevede di costruire un ascensore spaziale entro il 2050 e, secondo l’agenzia di stampa Xinhua, la China Academy of Launch Vehicle Technology spera di farne uno anche prima, entro il 2045.
Un ascensore spaziale potrebbe essere il più grande singolo progetto ingegneristico mai intrapreso e costerebbe circa 10 miliardi di dollari (8,7 miliardi di euro). Ma potrebbe ridurre sensibilmente il prezzo dello spedire le cose in orbita.
I razzi che le agenzie spaziali stanno attualmente utilizzando sono rischiosi e dannosi per l’ambiente, senza menzionare il fatto che sono stati inventati ormai molti anni fa.
Una volta costruiti, gli ascensori spaziali potrebbero trasportare carichi nello spazio per 500 $ (435 euro) al chilogrammo, rispetto all’attuale prezzo di circa 20.000 $ (17.375 euro) al chilogrammo, secondo un rapporto dell’International Academy of Astronautics (Iaa).
“Penso che i primi saranno robotici, e dopo 10 o 15 anni dopo avremo da sei a otto ascensori che saranno abbastanza sicuri da poter trasportare persone”, ha detto Peter Swan, Presidente del Consorzio International Space Elevator, e autore principale del rapporto Iaa.
Per anni i razzi sono stati l’unico modo per andare nello spazio, ma ora un ascensore spaziale come quello che Konstantin Tsiolkovskij aveva immaginato oltre un secolo fa sta diventando il futuro. 

Cosa succede dopo il guasto della Soyuz

Risultati immagini per Soyuz
Di Emanuele Menietti
L’atterraggio di emergenza compiuto giovedì 11 ottobre dalla Soyuz – l’unico mezzo di trasporto per gli astronauti verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – complicherà le attività sulla ISS e potrebbe portare a un suo temporaneo abbandono in attesa di verificare le cause dei malfunzionamenti. L’Agenzia spaziale russa, Roscosmos, ha già avviato indagini e analisi tecniche per capire che cosa sia andato storto subito dopo il lancio, ma potrebbero essere necessari mesi prima che si decida di far volare nuovamente gli astronauti con le Soyuz.
Lancio e atterraggio di emergenza
L’astronauta statunitense Nick Hague (NASA) e il cosmonauta russo Aleksey Ovchinin (Roscosmos) avrebbero dovuto raggiungere tre altri loro colleghi sulla ISS. Alle 10:40 (ora italiana) di giovedì sono regolarmente partiti a bordo della loro Soyuz dal Cosmodromo di Baikonur in Kazakistan, ma dopo pochi minuti di ascesa il razzo ha avuto un problema tecnico nella fase di separazione dei quattro motori, quelli più potenti per vincere la forza di gravità e spingere verso l’orbita la navicella, prima di staccarsi per alleggerirla e consentirle di proseguire l’ascesa. Il problema, che deve essere ancora chiarito, si è verificato quando la Soyuz si trovava a 50 chilometri di altitudine: il razzo non era nel giusto assetto e non aveva spinta sufficiente per continuare verso l’orbita.
La Soyuz subito dopo il lancio dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan: con Soyuz si definisce sia il razzo, sia la capsula posta alla sua sommità dove si trova l’equipaggio (NASA / Roscosmos)
I sistemi di sicurezza a bordo della Soyuz hanno immediatamente avviato la procedura per interrompere l’ascesa ed effettuare un rientro di emergenza. La capsula, che si trova sulla punta del razzo e che ospitava l’equipaggio, si è separata dal resto della Soyuz e si è nuovamente tuffata nell’atmosfera per tornare sulla Terra. Non essendoci alternative, ha seguito una traiettoria molto più ripida di quella solitamente utilizzata dagli astronauti quando tornano sul nostro pianeta, con notevoli sollecitazioni per i suoi ospiti. Nel punto di massimo stress della discesa, Hague o Ovchinin sono stati sottoposti a un’accelerazione di 6,7 G, pari cioè a quasi sette volte la forza di gravità terrestre.

Il primo video girato su un asteroide a 300 milioni di chilometri da noi

I due robot automatici dell’Agenzia spaziale giapponese (JAXA) che si trovano da qualche giorno sulla superficie dell’asteroide Ryugu, a 300 milioni di chilometri da noi, hanno inviato sulla terra un video che hanno registrato il 23 settembre. È formato da 15 frame, le singole unità che formano un video, e mostra la superficie rocciosa di Ryugu. Il 24 settembre erano state diffuse le prime foto scattate su Ryugu e qui avevamo raccontato la storia della missione Hayabusa-2, che ha portato i due robot fin lì.




Rover-1B succeeded in shooting a movie on Ryugu’s surface! The movie has 15 frames captured on September 23, 2018 from 10:34 - 11:48 JST. Enjoy ‘standing’ on the surface of this asteroid! [6/6]

La Luna è ‘ghiacciata’: trovate enormi quantità di acqua gelata ai poli. Ecco da dove arriva

Risultati immagini per LUNA

Di Andrea Centini

Ai poli della Luna c'è acqua ghiacciata esposta alla superficie, distribuita in preziosi depositi che in futuro potrebbero essere sfruttati come risorsa da astronauti e possibili colonie umane. A trovare le prove dirette e definitive del ghiaccio sul nostro satellite, la cui presenza è stata a lungo sospettata ma mai dimostrata così chiaramente, un team di studiosi del Dipartimento di Geologia e Geofisica presso l'Università della Hawaii, che ha collaborato a stretto contatto con i colleghi del Centro di Ricerca Ames della NASA, del Dipartimento di Scienze Astrofisiche e Planetarie dell'Università del Colorado e dell'Università Brown.



Gli scienziati, coordinati dal professor Shuai Li, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato i dati – nello specifico gli spettri di riflettanza – raccolti dallo strumento della NASA Moon Mineralogy Mapper (M3), uno spettrometro equipaggiato sulla sonda Chandrayaan-1 dell'Agenzia Spaziale Indiana, che ha sorvolato la Luna tra il 2008 e il 2009 prima di interrompere le comunicazioni con la Terra. Dallo studio di questi dati, focalizzato sulle proprietà riflettenti e sul modo in cui le molecole assorbono la luce, è emerso chiaramente che nelle aree entro i 20° di latitudine dai poli lunari sono presenti delle cosiddette “trappole fredde” costantemente all'ombra, luoghi in cui le temperature raggiungono i 160° centigradi sotto zero e dove il ghiaccio si è potuto depositare e conservare a lungo. Secondo i calcoli di Li e colleghi, esso è presente soltanto nel 3,5 percento di queste trappole fredde, inoltre non è abbondante e puro come il ghiaccio rilevato su Mercurio e Cerere, tuttavia è in quantità più che sufficienti per sostenere future missioni spaziali e persino colonie sulla superficie lunare.

Ma da dove deriva il ghiaccio lunare? Secondo gli scienziati le ipotesi sono due: l'impatto con comete e meteoriti (più probabile) o il lento deposito ad opera di una debole e rarefatta atmosfera, che sarebbe sorta più di 3 miliardi di anni fa a causa di eruzioni vulcaniche. Oggi essa risulta praticamente inesistente. Recentemente un team di ricerca dello Space Science Institute dell'Università del Colorado ha dimostrato che tutta la Luna è disseminata di acqua, tuttavia l'elemento si trova sotto forma di idrossile (OH) associato ai minerali, di conseguenza è necessario un processo di estrazione ad hoc per rendere l'acqua disponibile come risorsa. I depositi di ghiaccio appena scoperti, alcuni dei quali si ritiene frammisti a regolite secca, sarebbero invece decisamente più accessibili. I dettagli della scoperta sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.

FONTE: https://scienze.fanpage.it/la-luna-e-ghiacciata-trovate-enormi-quantita-di-acqua-gelata-ai-poli-ecco-da-dove-arriva/

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *