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Le "patologie pregresse" del 'paziente Occidente'


Di Pierluigi Fagan

Perché un accidente “x” in alcuni casi non ha effetti ed in altri porta alla morte? Nel dibattito pubblico delle ultime settimane è comparso il concetto di “patologie pregresse”. Per rispondere cioè alla domanda, tocca distinguere l’organismo giovane e sano da quello anziano in lotta terminale contro il principio di entropia che alla fine, inesorabilmente porta a disordine tutti gli ordini faticosamente costruiti per resistere. Esistere è cioè l’emergenza del resistere.
Prendiamo allora il paziente occidentale e facciamogli l’anamnesi. Sappiamo che l’Occidente è in contrazione netta demografica e di peso di Pil sul totale mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dal 1950, dal 29% al 14.6% (la metà esatta) di oggi per la popolazione. Più lento il declino del Pil dal 55% al 45% circa, ma con prospettive di trend unanimi verso l’ulteriore contrazione nei prossimi trenta anni.
L’Occidente si è fondato negli ultimi secoli sull’ordinatore economico ma questo incontra oggi tre problemi. Si dicono “problemi” perché quell’ordinatore, per gli occidentali, ha una forma che si basa non opzionalmente sul principio di crescita. Del resto si è evoluto storicamente in un processo di crescita e quindi è naturale sia così conformato.
Il primo problema è di ciclo. La forma economica occidentale da alcuni detta “capitalismo” è storica e come tutte le cose storiche risente delle condizioni storiche. Il ciclo aperto da questa forma economica ha preso un mondo coi cavalli e gli uomini a piedi, con qualche vestito per lo più di lana, con pasti contenuti ed a volte saltuari, con case di legno e paglia, qualche volta di pietra e l’ha portato all’oggi, da pochi milioni a centiania. Ma da diversi decenni, l’indice di innovazione di prodotto ovvero le “cose nuove” che ancora nel dopoguerra presentavano frigoriferi, elettrodomestici, radio, televisori, automobili e moto, aeroplani e molto altro, stenta a trovare novità. Soprattutto stenta il sottostante tecno-scientifico che a cavallo secolo aveva prodotto rivoluzioni a ripetizione (industriale, chimica, elettrica, meccanica, sanitaria). La rivoluzione info-digitale è solo una pallida ombra delle rivoluzioni precedenti e molte volte è un semplice trasferimento di forma o di canale (Internet) di cose che già esistevano. I paesi non occidentali invece, si trovano al loro inizio ciclo ed hanno molte più cose da fare visto che hanno iniziato da poco.
Il secondo problema è il contesto umano. Da quando si è andato a sviluppare questo modo economico in Occidente, dal Quattrocento, gli occidentali hanno alimentato il proprio interno (l’Europa per lungo tempo, l’Europa più l’anglosfera negli ultimi due secoli), coartando l’esterno. Colonie commerciali, colonie d’insediamento, domini coloniali, imperi formali, domini e imperi informali, rubando risorse, soggiogando esseri umani prima schiavi, poi servi, poi salariati consumanti eccedenze occidentali o produttori a basso costo. Con armi, religioni, immagini di mondo, corruzione, punizione, cooptazione, divide et impera, propaganda, libero mercato, dominio valutario, sanzioni, dazi, monopoli e quant’altro che troverete nei libri di storia. E per sproporzione tra il peso occidentale e quello del Resto del Mondo e per dinamica storica, oggi questo non è più possibile ai livelli precedenti e sempre meno lo sarà.
Il terzo problema è il contesto naturale. Il dominio del mondo che ha creato le condizioni per il benessere occidentale, si è declinato non solo nel mondo umano, ma anche nel mondo naturale. Si tratta di risorse: minerali, agricole, forestali, idriche, animali di terra-di cielo-di mare, energetiche. Oggi molte di queste risorse cominciano a scarseggiare, danno rendimenti decrescenti, sono richieste anche da altri ed accendono sempre più costose competizioni. In più, iniziano i feed-back di ritorno a secoli di saccheggio naturale che ha modificato gli equilibri con cui la natura si ordina in logica omeostatica.
La crescita è quindi in declino per via dei tre problemi e lo è da un bel po’, almeno cinquanta anni. Questo ha generato una rimozione della diagnosi che ha preso la forma di un ultimo disperato tentativo di “guadagnare tempo” (W. Streeck) di prorogare oltre il possibile la vigenza dell’ordinatore. Ne è nata la coppia globalizzazione + finanziarizzazione (detta “neo-liberismo”) che ha portato ad una atrofia completa della sfera pubblica, corruzione diffusa ed endemica, dominio di una sempre più stretta oligarchia omnipotente. Ma questa tentativo disperato di mantenere un ordine che non si dava più ha generato un grande disordine i cui effetti si sono visti a partire dall’ultimo decennio se non prima. Braudel lo chiamava “autunno del ciclo del capitale” solo che lui lo leggeva tra cicli-paesi-potenze occidentali, oggi è proprio il sistema occidentale nel suo assieme ad esser nel suo autunno di ciclo.
In tutto ciò, per la prima volta 7,8 mld di umani sul pianeta determinano l’oggettiva planetarizzazione (che è cosa diversa dalla globalizzazione) e questo nuovo tavolo da gioco mostra una nuova forma geo-politica di: secondo alcuni disordine detto “anarchia internazionale”, secondo altri di ordine conteso detto “multipolare”. Ma si tratta della stessa cosa vista da due punti di vista.
A questo nuova condizione storica gli occidentali debbono trovare nuovo adattamento chiudendo i conti col moderno durato cinque secoli e trovano difficoltà a farlo per le ovvie ragioni che si possono desumere da quanto sopra. Ma difficoltà nella difficoltà, è il doverlo fare cercando nuove forme del pensare prima di fare, stante che le forme del pensiero che ereditiamo sono, purtroppo, quelle moderne, inadatte sotto tutti i punti di vista alla nuova condizione mondo.
Su queste “patologie pregresse” si è abbattuto il filetto di RNA circondato da poche proteine.

L’era del capitalismo paziente


Di Verdiana Garau

Il regno dell’urgenza nel quale siamo precipitati, all’indomani dell’abbattimento del CoVid-19 che ha messo in lista d’attesa molti degli aspetti legati all’intero pianeta, per come siamo abituati a conoscerlo, ci chiama infatti ad aderire, e piuttosto velocemente, ad un ordine di idee che sia del tutto nuovo, idee che possano ridisegnare un qualcosa che non sarà certamente più come prima, ma con delle variabili costanti che sono l’economia e il suo capitalismo.    
Difficile mettere bene a fuoco adesso, e la sensazione che più si avverte, è quella del disorientamento totale e l’incapacità di prendere una decisione per muoversi ed andare avanti proattivamente.
Perché avanti si andrà, sarà inevitabile, ma soprattutto, a partire dall’anno prossimo, tutto sarà irreversibile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al dilagare di nuove tendenze, come ad esempio nuovi partiti o movimenti ambientalisti ed ecologisti, o antiteticamente – poiché non presuppongono l’esistenza di un pianeta comune di riferimento – il riaffiorare di sentimenti nazionalisti e suoi ripiegamenti sovranisti. Il tutto a macchia.
Sì, a macchia, poiché là dove i centri nevralgici della finanza o delle grandi multinazionali, siano esse grandi compagnie assicurative o aziende tecnologiche, continuano a pulsare e a occupare le aree maggiormente cosmopolite, là dove c’è un pianeta che richiama l’attenzione di ogni cittadino del mondo, a prescindere dalla nazionalità, all’inverso, e in modo sparso e non sincronizzato, le nazioni, che al cospetto appaiono microstrutture, rivendicano la territorialità e il diritto ad esistere.
Non che i due aspetti non si possano conciliare, ma analizziamo meglio.
Il determinismo non è affatto superato, il virus ci ha posto davanti al fatto che alla causa corrisponde un effetto e l’effetto a questa causa è di portata epocale e globale, come lo stesso virus.
Ma come fa anche notare il professor Giuseppe Sacco, certamente il determinismo geografico appare oggi – ormai da quaranta anni – naïf.
I confini ci sono, ma sono decaduti. Al loro posto si sono sostituiti confini sociali, che potrebbero diventare, parafrasando invece il prof. Salvatore Santangelo, le vene corrosive del sistema.
Ci sono dei centri pulsanti, che non rispondono ai confini del passato e ci sono delle periferie che non si perimetrano facilmente su una carta geografica, ma che si avvertono nel loro abbandono e che fortemente stanno soffrendo di questa stasi economica.   
Quindi determinismo ed economia capitalista, restano le variabili costanti, all’interno delle quali una nuova storia prende forma.  
Certo che per come siamo stati abituati noi delle generazioni X, Z o millennials, è stato difficile interiorizzare i concetti come quello di “futuro”, molto attivi, ma ben poco inclini alla proattività.  
Forse il futuro non ci ha mai riguardato, abbiamo avuto tutto apparentemente alla nostra portata, tutto il presente possibile, siamo stati facilitati e allo stesso tempo fagocitati dall’estrema voracità del sistema, ma in realtà tutto ciò che abbiamo imparato è stato vivere alla giornata, noncuranti del passato e senza mai troppo pensare al domani. Nonostante le nostre eventuali adesioni ai movimenti ecologisti per un pianeta di domani, non siamo stati dotati degli strumenti per costruire questo pianeta del domani: la gran parte dei patrimoni sono erosi, la società che abbiamo conosciuto è quella del consumo e del solo consumo, quindi dell’uso spregiudicato del pianeta, prima che della sua conservazione, rimandando il problema altrove e più in là, ma che oggi si ripropone, prepotentemente.   
E consumo significa debito, solo debito.
Oggi il debito non è solo sovrano, è umanitario, sociale e ambientale. Tutte qualità che appartengono alla grande macro-categoria globale.
Chi paga? Chi produce? Chi consuma?
La funzione della Finanza, strumento dell’Economia e non certo il suo contrario -anche se sappiamo come è stato inteso e sfruttato dagli anni ’80 in poi- proprio fino a quegli anni ’80, aveva regalato alla società dell’uomo del pianeta, un mondo moderno, con il suo acciaio e il suo carbone, le sue autostrade e i suoi aeroporti, i grattacieli, le grandi metropoli internazionali, con una visione: era attiva e proattiva, votata all’investimento a lungo termine e all’investimento intelligente, ovvero quell’investimento che torna indietro, non quello del debito procrastinato, non il desiderio appagato, ma il suo dovere compiuto.
Il Fondo Monetario Internazionale ha promosso durante questi ultimi vertici che si sono tenuti a fine marzo, la sospensione dei pagamenti dei 29 Paesi più poveri, perché possano far fronte alle emergenze dovute al CoVid-19, spese che verranno sostenute dai Paesi più ricchi.
Gli strumenti sono il RCF (Rapid Credity Facility) e il RFI (Rapid Financing Instrument), che verranno messi sul piatto e sforeranno necessariamente gli oltre  100 miliardi di dollari.
Come tutti i fondi, così come quello europeo del Recovery Fund o altri strumenti come il MES, ciò che caratterizza questo genere di prestiti sono le condizionalità. Se un fondo presta del denaro, questo deve essere restituito, pena l’affondo degli stessi creditori. Si chiede dunque, solitamente, di stabilizzare il debito pubblico dello Stato, e di limitare il fabbisogno di moneta estera.
Ma come fare con questa pandemia? Come si può pretendere che un prestito di questa portata e di questa natura risponda ad una stretta del debito interno del Paese, quando quello stesso Paese ha bisogno di quei soldi proprio per fare debito e riparare i danni dovuti al disastro sanitario?
Le aporie emergono proprio in merito alla qualità che questa economia e questo capitalismo dovrebbe cercare ed adottare, per quella che auspicabilmente possa essere una visione di largo respiro e che si proietti a lungo termine, perché sia solida, efficace e duratura.
Di fatto il capitalismo ha bisogno di sé stesso per uscire fuori da questo vortice in cui è precipitato. I ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri?
Non è detto.
Quello che mi viene in mente a questo punto, per fare un po’ di ironia, è una vecchia battuta di un magistrale film come La Notte di Michelangelo Antonioni:
“L’operazione è riuscita. Il paziente è morto”.
Paziente da pazienza, ma paziente anche come affetto da una malattia.
In entrambi i casi è un aggettivo che ben si addice al capitalismo di oggi, di questi tempi affetti da pandemia: un paziente che ha bisogno di far appello alla sua pazienza.
Un capitalismo malato e che deve pazientare, perché si riprenda, ammesso anche che ritorni ad essere come prima, ma che non solo, dopo questa morte apparente, dovrà allentare i ritmi e quindi munirsi di una costante pazienza, non solo per la sua convalescenza, ma per non riammalarsi più.
La pandemia ha letteralmente sospeso ogni possibile diagnosi e la prognosi pare riservatissima. Ma un’anamnesi si può pure provare a farla.
Da quando il CoVid-19 è arrivato, abbiamo sùbito compreso che l’economia e in particolare l’economia capitalista, nostro motore, non è un algoritmo, ma è fatta di persone, è organica, come del resto tutto ciò che ci circonda, pensieri compresi, forse.
La vita di ogni singolo Stato è legata alla disinvoltura con la quale l’economia si riprenderà e ricomincerà a camminare su quelle che avremmo fino a due mesi fa definito “le sue gambe”. In realtà “le sue gambe”, sono le “nostre gambe”.
Paralizzati, costretti, volenti e nolenti, all’arresto fisico di persone e attività, è solo lo Stop! L’ Alt!, il  Fermi tutti!, ciò che vediamo più da vicino.
Ma proviamo ad allontanarci un attimo, per mettere meglio a fuoco e definire i contorni in modo più chiaro di questa situazione.  
Gli aerei sono per lo più a terra, quando in volo praticamente vuoti. Le stazioni dei treni sono deserte. I centri storici spettrali, bar e negozi chiusi. Poche le persone in giro e con il volto coperto dalla mascherina. Parrebbe un’economia imbavagliata.
Ma il cuore continua a battere, anche se il resto del corpo resta immobile.
Le filiere produttive strategiche, come quelle dell’agroalimentare e dei trasporti funzionano. La flebo è correttamente inserita dunque, la circolazione è buona. Le aziende produttrici di automobili si sono riconvertite e provvedono alla fornitura dei respiratori e anche altro. Quindi, anche lo stato della funzione polmonare è in attivo.
La secrezione dei liquidi ed escrementi in eccesso è funzionale, anche se lento, il paziente reagisce e pare si stia anche disintossicando.
La finanza, cervello e macchina nervosa, reagisce, anche bene per certi aspetti.
Gli altri organi, cuore a parte, sono un po’ in sofferenza, ma vivi, e non vedono l’ora di ripartire a pieno regime e si avvalgono anche di una tecnologia strategica.
Si è chiuso un sipario e se ne è aperto un altro sul vuoto, ma anche sulla speranza.
Restaurare o reinventare? 
Ci sembra di non avere più idee al momento, ma conserviamo molta memoria, utile per le nostre aspirazioni che paiono essere d’improvviso cancellate, con le politiche che perseguono solo l’ombra di sé stesse e una gioventù che ha paura di essere ridotta ad uno straccio: ma perché abbattersi? Serve a qualcosa?
La paura va governata e come avrebbe detto Walter Baghot, “di panico, non si muore di fame”. 
Edward Luttwak ci dice che questo è il “virus della verità” e mai tanta verità era stata sbattuta in faccia ad ognuno dei pazienti, siano essi persone, cittadini, Stati, organizzazioni, business, consapevoli e meno consapevoli, ecco ognuno ha la sua verità, la propria verità che è anche una verità collettiva.
Per tornare a citare Flaiano “la sublime vetta del mondo”, ovvero l’imbecillità, è visibile più che mai.
Oltre alla paura, perché la verità fa male e fa anche paura, si è perso la fiducia, nelle istituzioni, nei media, infine anche nella scienza.
La politica è quella degli eccessi, eccessi di democrazia o di protagonismo, di populismo o di sovranismo, in ogni caso eccesso, eccesso estremo.
Le risposte sembrano poggiare sui soli due concetti:  isolamento o globalismo.  Il disagio economico conduce all’incertezza e l’incertezza conduce ad una perdita di sicurezza e la perdita di sicurezza conduce alla confusione sociale.
Ma se già stritolati dal recente passato consumista e adesso stritolati dall’eccesso degli eccessi di pensiero, perché non tentare di fare un esercizio di riflessione?
Pazienza. Il capitalismo pare essere perenne, non si può pensare una società con una economia senza capitali e il flusso di questi, che comporta anche il flusso di persone necessariamente.
Di fronte abbiamo un pianeta che mai come prima si è reso conto di quanto sia interconnesso e che non può non fare finta di quanto siano vitali gli aspetti nevralgici del suo sistema: uno di questi è la finanza, il secondo, l’ambiente.
Ci sono quindi delle necessità imprescindibili, e per ripartire si ha bisogno improrogabilmente di grosse iniezioni di liquidità.
Questa liquidità, come dicevamo, dovrebbe riguardare al futuro, perché dipenderà dalla gestione di oggi, il futuro di domani. La finanza deve tornare a fare la finanza, ovvero essere lo strumento dell’economia e l’economia, mai come oggi, mostra tutto il suo aspetto reale. E quando l’economia è reale serve la politica a gestirla.
L’ “economia sociale di mercato”, sarà perseguibile se aderirà a dei parametri sociali. Primo l’ambiente e il suo rispetto, secondo l’efficienza e l’ottimizzazione, terzo l’educazione delle masse al rispetto dell’ambiente, la dimestichezza con la tecnologia, che a sua volta, aiuta ad ottimizzare e a rendere efficienti e puliti tutte le articolazioni del sistema economico, aiuta a non disperdere e portare linfa in modo capillare a tutti gli organi e i tessuti.
L’economia è “machine à habiter”, come avrebbero detto nell’Ottocento alcuni architetti, in riferimento all’ambiente in cui si inserisce l’uomo, deve perciò adattarsi ai bisogni dell’uomo stesso. L’economia è l’architettura per l’uomo e non certo il suo strumento decorativo. 
La consapevolezza, se arriverà, rispetto ai valori da perseguire e perseguibilissimi, poggerà sui singoli viaggi introspettivi di ognuno dei singoli cittadini del mondo, che dovranno cominciare a domandarsi se sono utili alla società i loro contributi, se il loro lavoro ha un senso per sé stessi e quindi anche per gli altri, se questo lavoro partecipa alla costruzione del domani e non alla sua distruzione.
Come il capitalismo sarà paziente e medico di sé stesso, anche ogni singolo partecipante potrà certamente arricchirsi da questa temporanea malattia.
E i giovani lo sanno, sono i meno colpiti.
L’atto più completo è quello del costruire – dice Socrate a Fedro- Un’opera richiede amore, meditazione, obbedienza al tuo più bel pensiero, invenzioni di leggi pel tramite della tua anima, e molte altre cose che da te, ignaro di possederle, essa meravigliosamente trae”. (Eupalino, Paul Valery)

La sfida del cambiamento: una concezione adattiva della storia


Di Pierluigi Fagan

Gli umani ereditano dai primati e dai mammiferi la tendenza a fare gruppo, il gruppo e non l’individuo è la strategia adattiva di molte specie viventi tanto nel regno vegetale che animale. La strategia prevede di sottoporre al vaglio adattivo gruppi perché sono totali la cui entità è maggiore della somma delle singole parti. Gli individui poi si adatteranno in vario modo al gruppo. Siamo soliti far iniziare la storia con la comparsa delle prime forme di scrittura cinquemila anni fa anche se oggi cominciamo a capire che questo è nostro arbitrio. La storia è decisamente molto più profonda tanto del come contiamo gli anni (prima e dopo Cristo), che dal quando la consideriamo tale (tavolette mesopotamiche). Ma indubbiamente, da cinquemila anni, le società umane prendono consistenza e forma nuova, diventando “società complesse” sono questi i nuovi veicoli adattivi degli umani. In questi cinquemila anni, le società umane, hanno sviluppato diverse strategie adattative. Alternativamente, alcune si sono ordinate col principio militare, altre col principio religioso, altre ancora col principio politico. Solo nella recente penta-secolare “modernità” europea, le società di questa area del mondo, a partire dalla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, hanno scelto di ordinarsi col principio economico. Come ben individuò Karl Polanyi, questo fu il primo ed unico caso in cui davvero la c.d. “concezione materialistica della storia” trova conferma. L’ordinatore è ciò che dà ordini funzionali al sistema sociale e ciò che mette ordine ai flussi interni ed esterni delle società stesse. Con parlamenti condizionati dal potere economico (di recente, più finanziario che economico in ragione della fase “autunnale” della salute economica occidentale), usando la leva militare per conquista e dominio esterno (dai colonialismi ai vari imperialismi, alle svariate guerre intestine all’Occidente, tra cui due “mondiali”), relegando la religione a supporto metafisico e torcendo la cultura allo stile “produci e consuma” potenziato dalla tecno-scienza, il modo di stare al mondo occidentale ha conseguito eccezionali successi adattivi per lunghi cinque secoli.
Dall’indomani della fine della Seconda guerra mondiale però, una serie di fatti per lo più non intenzionali, hanno trasformato lo stesso mondo a cui le società dovevano adattarsi. In poco più di settanta anni, il mondo umano si è dilatato enormemente crescendo i suoi effettivi individuali ed istituzionali (gli Stati) di ben tre volte. Sono molto aumentate anche le interrelazioni interne al mondo umano. Già tra 1950 e 1973, il volume degli scambi commerciali mondiali crebbe di sette volte ed in parallelo il volume dei trasferimenti interni al sistema umano tramite i sempre più efficienti mezzi espressi a partire dai primi Novecento: trasporti e telecomunicazioni. Il modo economico moderno fatto di scienza, tecnica, capitale e mercato, ha poi subito un più recente riorientamento gestaltico a partire dalla metà degli anni ’80.  Il modo economico moderno ha perso la sua esclusiva occidentale ed è stato adottato dagli orientali che, ricordiamolo, sono il quadruplo degli occidentali. Questi ultimi hanno trasformato la propria forma economica da agricolo-industriale a servizi, da economica a finanziaria, da inter-nazionale a globale creando a partire dal WTO del 1995 ed a seguito di una precisa teoria generale distillata nel c.d. Washington consensus (1989), un meta-mercato in cui le merci viaggiano da est ad ovest, mentre i capitali fanno la rotta al contrario. Ne son conseguiti diversi effetti tra cui l’ipertrofia dei volumi finanziari  per lo più fittizi che in Occidente sopperiscono a volumi economici ben meno sostanziali, ovviamente veloce dilatazione delle diseguaglianze (se il capitale si riproduce senza passare per la produzione materiale, è affare di pochi), degrado progressivo della politica democratica, formazione di un quadro di gioco geopolitico multipolare dopo una breve stagione di ordini bipolari o addirittura monopolari, quest’ultima, una vera e propria “invenzione” dei narratori della contemporaneità. Nel frattempo, un mondo umano sempre più dilatato e denso, tutto impegnato a sviluppare il modo economico “produzione e scambio”, ha cominciato a premere in modo insostenibile su risorse ed ambiente. L’ipotesi Antropocene, ha infatti la stessa anagrafe degli eventi descritti cioè a partire dagli anni ’50. Di contro, l’innovazione reale che aveva fatto esplodere il sistema “produzione e scambio” ai primi del Novecento è andata diradandosi poiché, in Occidente, si è probabilmente arrivati ad una tendenziale saturazione delle necessità materiali e non, anche quelle indotte dalle operazioni consumistiche e di obsolescenza programmata a partire dagli anni ’60.
La c.d. “rivoluzione” tecnologica digitale, è in realtà ben poca cosa in volumi effettivi se comparata con quelle del vapore, meccanica, chimica, elettrica, sanitaria, delle telecomunicazioni di primo Novecento (R.J.Gordon, 2016). Su questa traiettoria storica si è abbattuta una pandemia che in vaga analogia, sembra ripetere le dinamiche che diedero l’avvio alla transizione tra medioevo e moderno che partì dall’indomani della Peste Nera del ‘300 (McNeill, 2012). Le previsioni a trenta anni non fanno che confermare la contrazione demografica, economica e di potenza occidentale in favore di un mondo assai più vario ed equilibrato, un mondo “nuovo”.
Il mondo inizia a cambiare radicalmente settanta anni fa, su questa dinamica già potente oggi si sta abbattendo una catastrofe (καταστροϕή, «rivolgimento, rovesciamento) che ne accelererà l’impeto. Le società occidentali debbono ripensarsi nel profondo e passare dall’atteggiamento adattivo del aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”, alla previsione e progettazione delle proprie forme prendendo atto della propria consistenza reale e di quella di un mondo del tutto nuovo. Adattarsi a tutto ciò, modificare i nostri veicoli adattivi costruendosi al contempo una nicchia adattiva, non sarà facile. I poteri in atto negheranno oltre l’evidenza la necessità di un profondo cambiamento, il tempo è poco, il da farsi immane, le nostre capacità di pensiero sono in grave ritardo e da aggiornare in profondo per superare questo nuovo e per noi inedito “vaglio adattivo”. In compenso, la storia si muove ed invita a muoverci con lei.

Riferimenti

  • K. Polnayi, La grande trasformazione, Einaudi, 2000 – K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, Einaudi, 1983
  • F. BraudelLa dinamica del capitalismo, il Mulino, 1988
  • J. Williamson, sul Washington consensus (1989): https://web.archive.org/web/20150705172400/http://www.iie.com/content/?ID=1#topic3
  • P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017
  • J.McNeill, P. EngelkeLa grande accelerazione, Einaudi, 2018
  • R.J.GordonThe Rise and Fall of American Growth, Princeton UP 2016
  • W.H. McNeillLa peste nella storia, Res Gestae, 2012     
1 – continua

L’emergenza Coronavirus e il possibile cambio di paradigma


Di Salvatore Santoru

In questi giorni il mondo sta affrontando l’emergenza legata alla diffusione del Covid-19, dichiarata pandemia globale da parte dell’OMS l’11 marzo del 2020(1). Questa pandemia, che notoriamente sta interessando duramente anche l’Italia, è stata considerata come parte di una vera e propria ‘sfida epocale’. Difatti, come riportano alcuni opinionisti ed analisti, la stessa emergenza legata al Coronavirus potrebbe essere caratterizzata dall’avvicendarsi di importanti cambiamenti strutturali. Tali cambiamenti potrebbero trasformare la società occidentale e mondiale e, inoltre, potrebbero ‘innescare’ la creazione di nuovi paradigmi culturali e sociali, ma anche politici/geopolitici o di altro tipo.
Di seguito proverò ad elencare, in modo comunque ‘incompleto’, un ipotetico e possibile scenario relativo alla crisi dell’attuale processo di globalizzazione. Scenari di altro genere saranno probabilmente affrontati in futuri articoli.

Il ‘neoliberalismo globalista’ e le sue criticità

Negli ultimi anni la società occidentale è stata dominata da un ‘paradigma sistemico’ fondato economicamente sul neoliberismo e, socialmente e culturalmente, sulla promozione strumentale delle istanze di matrice liberal. In tal modo, si può affermare che la ‘Weltanschauung’ dominante è stata incentrata su un ‘neoliberalismo’ basato su una concezione ‘globalista’ della politica e della società.
Tuttavia, al di là delle rosee aspettative dei suoi fautori, tale ‘neoliberalismo globalista’ si è dimostrato ricco di contraddizioni e non scevro da problematiche di varia natura. Infatti, se è certamente vero che l’attuale processo di globalizzazione ha portato diversi benefici bisogna dire che è altrettanto vero che la sua avanzata ha causato la nascita e/o il permanere di nuovi squilibri(2)Oltre a ciò, sia l’adozione di politiche ‘globaliste’ che la promozione di un’economia deregolamenta sono diventati strumenti di consolidamento del potere delle élite e/o delle oligarchie attualmente dominanti.
D’altro canto, c’è anche da dire che l’utilizzo strumentale delle tematiche dei diritti civili è in qualche modo servito per ‘nascondere’ gli attacchi ai diritti sociali che hanno interessato le nazioni occidentali negli ultimi anni e, in tal modo, per impedire l’eventuale unione delle due istanze. Proprio tali attacchi ai diritti sociali sono avvenuti tramite la promozione di ‘privatizzazioni selvagge’ e il graduale smantellamento del welfare e, in seguito, il consolidamento di governi alla mercé dell’alta finanza e della grande industria sovranazionale. In linea di massima, si è creato un sistema incentrato sulla promozione dei privilegi di ristrette élite e basato sugli intrecci tra il grande capitale privato e il mondo della politica sempre più dipendente da esso.
Tali ‘intrecci’ sono serviti per garantire la perpetuazione di un sistema che, in barba agli stessi principi del liberalismo e del liberismo classico, è diventato sempre di più fondato sul dominio ‘semi-oligopolistico’ di grandi gruppi finanziari e industriali internazionali (3). Tale sistema ha presentato delle innumerevoli criticità e sono in molti, da sinistra a destra, a chiederne un cambiamento o un possibile superamento.

Il possibile cambio di paradigma e la ‘globalizzazione regolata’

L’attuale emergenza del Covid-19 ha accelerato la messa in discussione dell’attuale status quo e, d’altronde, sono sempre di più gli appelli ad un possibile cambio di rotta. Un aspetto estremamente fondamentale, da un punto di vista ‘sistemico’, è stato quello relativo alla riscoperta del senso comunitario e ciò si è visto fortemente in Italia e in altre nazioni.
Questa ‘riscoperta comunitaria’ risulta molto interessante e, in fin dei conti, si tratta di un riconoscimento individuale e individualista dell’essere parte di un ‘destino comune’. Quest’approccio di ‘individualismo solidale’ risulta anche alquanto indispensabile nell’eventuale trasformazione dell’attuale società occidentale e mondiale, in quanto potrebbe rimettere al centro un ‘primato dell’etica’ che sembrava smarrito.
C’è anche da dire che tutto ciò potrebbe porre fine al paradigma egemone dell’individualismo ‘egoistico’ attuale, un paradigma nato in contrapposizione ai vecchi e coercitivi ‘paradigmi comunitaristici’ e ‘collettivistici’. Argomentando brevemente su ciò, bisogna dire che tale ‘individualismo egoistico’ ha portato non solo alla legittima messa in discussione di tali paradigmi ma anche alla graduale delegittimazione di qualunque valore o idea non conforme ai diktat del ‘neoliberalismo globalista’.
Tutto questo è stato accompagnato dalla promozione di un sistema apparentemente del tutto ‘libero’ ma incentrato su una feroce ed estrema competizione, sopratutto sociale così come economico/finanziaria. Tale estrema ‘competizione selvaggia’ è stata alla base dell’attuale processo di globalizzazione e la ‘deregolamentazione’ su cui è stata basata è diventata, d’altronde, una sua legitimizzazione.
Come già ricordato, a lungo andare lo stesso attuale processo di globalizzazione ha finito per portare nuovi squilibri di varia natura: economica/ambientale, sociale e così via. Stando a diversi opinionisti, oggi più che mai urge il passaggio ad una globalizzazione maggiormente sostenibile e ‘regolata’. Un processo di globalizzazione che sia basato sulla promozione della libertà e che, allo stesso tempo, rimetta al centro l’etica e un bilanciato mix tra competizione e collaborazione economica e politica.

Note :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La pandemia cambierà tutto per non cambiare nulla


Di Ivan Giovi

Stiamo sicuramente vivendo un momento di passaggio, un momento di cambiamento storico del mondo contemporaneo, in cui cambierà tutto, per non cambiare nulla, come scrisse Tomasi di Lampedusa. Abbiamo due livelli di analisi da affrontare, quello che potremmo definire dei grandi sistemi ma anche quello della nostra quotidianità.
Il primo è indissolubilmente il più caotico e frammentato. L’arrivo di una pandemia ha portato inevitabilmente i nodi al pettine, lo ha ben detto lo storico Alessandro Barbero in una recente conversazione virtuale con l’editore Laterza “la differenza tra l’emergenza e i tempi normali è che in tempi normali non cogli le magagne, gli errori che hai fatto, gli squilibri dei sistema di potere che pian piano hai creato, poi si arriva all’emergenza e quegli squilibri vengono fuori“.
E questo è accaduto su vari fronti, quello del nostro sistema di potere interno, mettendo in evidenza come la strada della maggiore autonomia regionale sia evidentemente deleteria e di come lo scontro giuridico sia stato violento, come abbiamo analizzato qui sull’Osservatorio Globalizzazione.
Sul fronte europeo, che in questa nuova crisi pandemica mondiale ha ancora una volta mostrato la sua inadeguatezza, sciogliendosi come neve al sole e mostrando tutte le sue criticità, regole ferree pensate solo per momenti di solida crescita, impossibilità di una linea di solidarietà comune e regole evidentemente scorrette. Insomma, scoprendo quanto fosse fittizio il mondo idilliaco voluto dalla propaganda europea, mentre nella realtà come sempre i rapporti di forza governano anche nelle sedi europee e un approccio semplicistico e ideologico non serve a nulla. Come non tarda a ricordarci Alberto Negri: “quando si parla di politica di potenza e di geopolitica gli italiani vanno improvvisamente nel pallone e si accorgono che gli altri hanno eserciti, veri ed economici, ben più forti dei nostri (…) questa guerra epidemica non è fatta per andare verso nuove guerre ma raccogliere le macerie economiche che resteranno degli altri stati. È la realpolitik.
Sul fronte internazionale dove non tutti lo hanno capito e alcuni lo hanno capito forse solo in ritardo, che anche gli aiuti sono strumenti geopolitici e che siamo diventati un paese fortemente contenibile. Nessuno crede gli aiuti Cinesi, quelli Russi e quelli, tardivi, Statunitensi siano frutto della sola volontà solidaristica: “Ccà nisciuno è fesso”. Però abbiamo visto chiaramente come alcuni paesi abbiano risposto prima di altri, alcuni anche se in ritardo hanno capito che anche in questo campo i popoli non dimenticano e hanno corretto il tiro, mentre altri (e mi riferisco chiaramente ai partner che dovrebbero esserci più vicini, quelli europei, ma che adesso sembrano i più lontani) forti della loro spocchia e della loro posizione dominante peccano di sufficienza. Le posizioni dominanti non lo sono per sempre e questa crisi sembra agevolare i submovimenti che già da tempo erano in corso. Basti vedere come alcuni sembrano abbandonare la nave: in particolare l’ex presidente BCE Draghi.
Staremo a vedere, ma la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti è esplosiva.
Passiamo al secondo livello di analisi, quello della nostra quotidianità, sicuramente sarà legata a filo doppio anche da quello che succederà nei grandi sistemi. Ed è vero la nostra quotidianità è stata totalmente stravolta da questo virus, confinati ad arresti domiciliari forzati per cause di forza maggiore e fini più alti: proteggere le persone più fragili della nostra società. Leggiamo però ultimamente gravi forme di pessimismo cosmico dalle colonne del “Corriere della sera”, dai virologi (categoria che abbiamo imparato a conoscere durante questa crisi, ma che forse avremmo preferito non doverlo fare) e dagli studi su università prestigiose come il MIT. Ebbene non ci sentiamo di condividere tale pessimismo, si forse per superare questa situazione di precarietà ci vorrà tempo, magari più di quanto pensiamo, ma ci rifiutiamo di pensare che la vita come la conosciamo sarà stravolta.
C’è chi scrive che non potremo più andare al ristorante, chi che non andremo più nelle palestre, che non ci saranno più concerti e chi più ne ha più ne metta. Diciamo che tali pensieri sono catalogabili all’interno delle sparate sensazionalistiche. Sottovalutano quello che è una delle caratteristiche fondamentali dell’uomo: la capacità di adattamento e di superare le avversità. 

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