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Estetiche del potere. Moda e significati politici nello spazio pubblico della prima modernità


Di Gioacchino Toni

Con il termine costume si è soliti riferirsi a valori ideali, usanze e credenze costanti e permanenti che caratterizzano, in una data epoca, il comportamento, il modo di essere, la vita sociale e culturale di una collettività. A differenza del costume, che tradizionalmente si riferisce al mantenimento di tutto ciò che ha a che fare con la vita quotidiana, la moda sarebbe invece una proposta alternativa, quando non vera e propria rottura nei confronti della tradizione.

L’idea che si possa  parlare di moda soltanto a partire dall’Ottocento, riservando invece il termine costume ai periodi precedenti, è ormai messa in discussione in quanto così facendo si rischia di rimuovere il dinamismo pur presente anche nelle epoche precedenti alla società industrializzata. Secondo diversi studiosi converrebbe consentire ai due termini di interagire anche alla luce del fatto che all’interno di ogni determinato sistema moda sono comunque operanti tanto stabilità che cambiamento.

Il volume di Eugenia Paulicelli, Moda e letteratura nell’Italia della prima modernità (Meltemi, 2019), passando in rassegna la moda così come è stata testualizzata e codificata attraverso un discorso sul vestire e sullo stile nell’Italia del Cinque e Seicento, contribuisce a spiegare come, sin dai primi secoli dell’età moderna, la moda rappresenti un’importante istituzione sociale agente sull’immaginario collettivo capace di trasmettere significati estetici, politici ed economici nello spazio pubblico.

Se l’abbigliamento e la moda vanno annoverati tra gli strumenti attraverso cui la cultura umanistica ha trasmesso l’ideologia, il gusto e lo stile con cui l’élite europea ha forgiato le sue identità in termini estetici, la produzione letteraria italiana del XVI e del XVII secolo dedicata a tali argomenti permette di comprendere meglio il ruolo politico assunto dalla moda a livello europeo nella prima modernità.

Paulicelli – docente di Letteratura italiana, comparata e Women’s Studies alla City University di New York – oltre ad analizzare testi di Baldassarre Castiglione (Venezia, 1528), Cesare Vecellio (Venezia, 1590 e 1598), Giacomo Franco (Venezia, 1610), Agostino Lampugnani (Bologna, 1648) presenta alcune protagoniste femminili che fanno da contraltare alla costruzione della mascolinità: Elisabetta Gonzaga, Caterina e Anna Sforza, Isabella d’Este, Lucrezia Borgia, Lucrezia Marinella e, soprattutto, Arcangela Tarabotti, a cui dedicheremo presto spazio.

Moda e moderno, sottolinea Paulicelli, hanno comuni radici etimologiche (dal latino modus); moderno si riferisce a ciò che è attuale, contemporaneo ed il termine moda riprende l’idea di norma, modalità, finendo gradualmente per essere associato a quanto appare come novità.

La prima modernità italiana è caratterizzata da un recupero dell’antichità finalizzato a nuovi modelli culturali, politici ed artistici in linea con i nuovi tempi. Come spesso accade nei momenti di grandi cambiamenti, e la prima modernità è sicuramente uno di questi, finiscono col fronteggiarsi l’entusiasmo per le novità e il tentativo di controllarle. «In effetti, nel contesto della moda, l’euforia umanistica di un essere simile a Dio nel controllo della sua apparenza e del suo posto nel mondo, libero di auto-creare, sarebbe contrapposta a norme introdotte per standardizzare la bellezza, le buone maniere, il gusto nel vestire e nello stile, nel senso di “saper vivere”». (p. 36) Nel contesto umanistico, alla celebrazione dello spirito di autodetermiazione dell’essere umano si contrappone l’idea di dover normalizzare la bellezza, le maniere, lo stile ed il gusto nell’abbigliamento.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.carmillaonline.com/2019/08/20/estetiche-del-potere-moda-e-significati-politici-nello-spazio-pubblico-della-prima-modernita/

QUESTIONI DI GENERE, ECCO LA SOLUZIONE PER UNA SOCIETA' MIGLIORE

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Di Salvatore Santoru

Negli ultimissimi tempi anche i quotidiani e i media liberal e progressisti hanno cominciato a parlare del controverso tema della cosiddetta "femminilizzazione dell'uomo contemporaneo", un tema di 'stretta attualità' tanto che se ne sente parlare dagli anni 70 del Novecento, anche se prima era generalmente un argomento utilizzato da opinionisti conservatori.

Recentemente nel quotidiano tendenzialmente liberal l'Huffington Post(http://www.huffingtonpost.it/2016/10/23/uomini-che-si-comportano-come-le-donne_n_12611496.html) era apparso anche un articolo che parla di questa situazione e consiglia alle donne di 'fare le donne' e far sì che gli uomini si 'comportino da uomini'.

Insomma, in un certo senso tale quotidiano pare che faccia relativamente una specie di "apologia" della concezione tradizionalista delle relazioni e dei ruoli di genere.
Nell'articolo si fa riferimento alla nota pagina Facebook "Gli Uomini sono le nuove donne"(https://www.facebook.com/uominisonolenuovedonne/?fref=ts) in cui sopratutto gli utenti e le utenti si lamentano e ridicolizzano ( in modo ironico) le nuove generazioni di uomini che non sarebbero più uomini e dove domina il pensiero generale che "non ci sono più gli uomini di una volta" e si chiede il bisogno di "uomini veri".

La cosa interessante è che per anni e anni c'è stata una campagna mediatica decisamente influente sul fatto che l'uomo doveva diventare femminile e la donna mascolina e oggi si sentono anche critiche su ciò anche da parte progressista o liberal se non anche da certo femminismo.

Ora, tenendo conto che ritornare sic et simpliciter al vecchio sistema non è né auspicabile né più possibile e sia uomini che donne si devono abituare al cambiamento e al progresso, c'è da dire che si può parzialmente condividere in linea di massima l'idea che gli 'uomini dovrebbero tornare più uomini' ma in un determinato e preciso senso e non come il passato.

Difatti, bisogna dire che gli uomini dovrebbero essere più rispettosi e essere a contatto con la "propria parte femminile" e le donne più rispettose e a contatto con la "propria parte maschile" senza negare ciò e nemmeno 'sovvertirsi esageratamente' come ha insegnato l'ideologia dominante cosiddetta "mondialista".

Un linea di massima, un mix di Progresso e Tradizione(la parte migliore dei lasciti tradizionali s'intende)  sarebbe probabilmente la soluzione adatta, con uomini sia sicuri della propria eredità tradizionale e al contempo aperti alla femminilità senza esagerare negli aspetti ritenuti peggiori e donne sicure della propria eredità tradizionale e aperte alla mascolinità senza esagerare negli aspetti ritenuti peggiori e in tal modo entrambi dovrebbero collaborare alla costruzione di una vera equità di genere, che accetti e rispetti le differenze senza renderle fonte di conflitto.

Per il resto, serve una reale ideologia progressista e contro il sessismo visto che quell'ideologia dominante che si autoproclama "progressista" ha decisamente fallito così come un certo estremismo femminista (così come maschilista) che contribuisce alla guerra maschile/femminile quando invece c'è bisogno oggi più che mai di una pacificazione e di complementarietà.

Poi, per il resto la libertà dovrebbe essere sempre al primo posto e al di là delle mode e delle ideologie dominanti non c'è e non ci dovrebbe essere nessun problema se nel 2017 alcuni uomini si comportano liberamente 'da donne' e alcune donne si comportano liberamente 'da uomini', il problema è l'imposizione omologante del "maschio donna"e della "femmina uomo" da parte dell'attuale sistema dominante, o al contrario, l'utilizzo rigido e dogmatico e stereotipico dei ruoli e dei pregiudizi di genere("gli uomini devono essere così", "le donne devono essere cosà" ecc).

Le concezioni tradizionali e progressiste dell'età e delle tappe di vita


Di Salvatore Santoru

Nella società attuale l'importanza dell'età è delle tappe di vita costituisce una delle tematiche più discusse nell'ambito della cultura di massa e popolare.
Tra le due posizioni contrapposte dominanti si hanno la concezione "conservatrice" e quella "progressista", dove la prima si richiama all'interpretazione delle tappe di vita tradizionale mentre la seconda adotta una posizione più flessibile e legata alle condizioni della società postmoderna.







Solitamente i conservatori e/o tradizionalisti criticano la società attuale in quanto considerata fondata su una sorta di "degenerazione anagrafica" e sul mito dell'eterna giovinezza, mentre i progressisti/modernisti sostengono che l'età è relativa e che ciò che è importante è ciò che si sente dentro.
Da parte conservatrice si esalta la concezione rigida delle fasi di vita tipica delle società tradizionali, mentre da parte progressista si radicalizza quel processo storico che ha portato,dalla "scoperta" novecentesca dell'adolescenza(1) in poi, a un sempre maggiore interesse e primato dello "spirito della giovinezza", un tempo demonizzata socialmente e culturalmente sopratutto per questioni religiose.

"Spirito della giovinezza" che nella secolarizzata e progressista società occidentale è diventato egemone, tanto che si parla sempre di più dell'esplodere della cosiddetta "sindrome di Peter Pan", che prima di essere una mera condizione psicologica rappresenta un cambiamento di mentalità a livello socioculturale e una sorta di "istituzionalizzazione" e "maturazione" di una parte delle istanze progressiste e giovanilistiche che hanno attraversato l'Occidente dagli anni 60 in poi, mettendo in crisi e superando la concezione tradizionale dell'età e delle fasi di vita.

NOTE:
(1)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/05/ladolescenza-leta-che-non-esiste.html

FOTO:http://www.lurlo.info

Superare maschilismo e femminismo attuale per una società basata sul rispetto e l'equità di genere




Di Salvatore Santoru

La questione dell'equità di genere è, almeno all'interno delle società occidentali, all'ordine del giorno anche se ancora rimangono diversi problemi da superare.
L'ideologia patriarcale/maschilista che per secoli ha dominato all'interno dell'Occidente e nel mondo è in crisi così come il modello di dominazione da esso propagandato, che in linea generale è un modello sessista e basato sul concetto di supremazia del genere maschile sul femminile.
Sopratutto in Occidente tale ideologia si è ridimensionata grazie alle battaglie del movimento femminista, movimento che oggi rispetto al passato è fortemente in crisi.
Difatti, da giusta e auspicabile rivendicazione di parità e rispetto tra i generi, purtroppo sembra che oggi una buona parte delle rivendicazioni e del pensiero femminista si è trasformata in una visione del mondo ideologica, ricca di conflitti al suo interno.
Per capirci, pare che ogni gruppo che si considera tale voglia avere la supremazia sugli altri considerati tali o si consideri l'unico rappresentante di esso.
Tra i tanti conflitti, vale la pena segnalare quello relativo alla questione dell'islamismo, dove da una parte le femministe classiche(1 e 2 ondata)considerano negativamente il burqua e spesso vedono quelle radicali come alleate del maschilismo islamista e terzomondista, mentre altre (solitamente della 3 ondata) difendono il velo e spesso attaccano i costumi occidentali accusando le prime di essere diventate uno strumento dell'Occidente(o del maschilismo occidentale) e dell'imperialismo bianco e borghese, più diverse sfumature in mezzo.

Il punto è che forse bisognerebbe impostare la questione in maniera diversa, partendo dal fatto che è necessario raggiungere l'equità e il rispetto di genere, ovvero la constatazione che ogni individuo meriti rispetto a prescindere dal proprio genere e che ogni tipo di discriminazione sessista venga superata.

In tal senso, sarebbe utile contrastare culturalmente e superare le credenze sessiste diffuse, sia quelle ancora presenti nella società occidentale che quelle presenti in diverse aree del Terzo Mondo, dove (a partire dal mondo arabo/islamico, ma non solo) c'è il bisogno di fare ancora un lungo lavoro al riguardo.

Superando le credenze di stampo maschiliste e sessiste e di seguito anche l'ideologia femminista per com'è ora, si potrebbe finalmente creare una società realmente basata sulla libertà e sul rispetto di genere, e prima ancora tra individui.




FOTO:(1)https://newearthcentral.com,(2)http://thespiritscience.net

La Generazione Millennial e il web



Di Giovanni Boccia Artieri
http://www.wired.it/

La generazione dei Millennial, figlia della generazione X e nipote di quella dei Boomer, oggi è sta diventando adulta e costituisce un osservatorio privilegiato per capire in quale modo sta crescendo la nostra società futura. Una ricerca del Pew Research Center mette a fuoco il segmento 18-33 anni degli americani mostrando come il loro essere adulti è differente da quello delle generazioni precedenti alla loro stessa età. Quello che emerge è il racconto di una generazione ottimista verso il futuro ma che non crede nelle istituzioni e che costruisce il proprio vissuto attorno alle proprie reti sociali.
Troviamo così che i Millennial hanno il più alto livello storico di disaffezione nei confronti della politica (1 su 2 si sente distante ed indipendente) e religione (3 su 10 non appartiene a nessuna) e credono meno delle generazioni precedenti ad istituzioni come quella del matrimonio (meno di 3 su 10 sono sposati).


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Credono invece nelle reti sociali e nella gestione di queste attraverso i social media.
È la generazione più presente su Facebook (81%) con una media di amici più alta (250 a testa).
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Quello che hanno costruito è un ego network di cui sono consapevoli e in cui la loro immagine diventa centrale, letteralmente: il 55%, più le donne degli uomini, ha postato un selfie su Facebook, Instagram o Snapchat mentre, potremmo dire, le altre generazioni ci mettono meno la faccia nelle proprie reti sociali connesse.
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Non per questo non sono attenti alla privacy, infatti 9 su 10, in modo conforme alle altre generazioni, sostiene che le persone condividano troppe informazioni personali online dato che forse dovremmo correlare al livello di fiducia per gli altri che è il più basso generazionalmente: 19% rispetto al 31% della Generazione X, 37% dei Silenti e il 40% dei Boomer.
Si tratta di un quadro il cui senso più pieno lo possiamo trovare se collochiamo questa generazione all’interno della straordinaria trasformazione tecno-sociale in cui si sono trovati al centro.
Una delle mie figlie appartiene alla generazione dei Millennial. È cresciuta accompagnata da una veloce trasformazione delle tecnologie di comunicazione: ha visto il passaggio dalle musicassette in auto ai CD da piccola e la diffusione fin dall’inizio di Internet; ha cominciato a navigare sul web e giocare con il game boy alle elementari e continuare a farlo per tutta l’adolescenza; tra le scuole medie e quelle superiori il cellulare  è diventato il suo primo schermo, quello da cui passano, attraverso una connessione sempre più stretta alla Rete, le relazioni sociali ma anche i video musicali e serie TV da vedere in streaming nella pausa pranzo prima dei compiti.
Si tratta di persone che non si sono dovute adattare al mutamento tecnologico con frame acquisiti in un contesto diverso ma che ci sono cresciute dentro, in un modo così radicato che vengono identificati – a torto o a ragione – come nativi digitali.
Secondo Lee Rainie, direttore del Pew Internet & American Life Project i “Millennial hanno un rapporto speciale con le tecnologie. Non sono tutti tech-savvy, nel senso che non tutti sanno cosa succede “sotto il cofano” dei loro gadget ma hanno un tipo di attaccamento particolare al potere comunicativo di questi nuovi strumenti tecnologici”.
Quella dei Millennial è la prima generazione la cui storia personale si è sviluppata parallelamente alla diffusione di Internet e del web, che ha assorbito il passaggio da una realtà fatta solo di contenuti prodotti da professionisti ad un ambiente contaminato dagli User Generated Content. Per loro la tecnologia di comunicazione è parte della vita di tutti i giorni in un modo diverso che per le generazioni precedenti.

Visto da questo punto di vista è vero che nell’esistenza dei Millennial la dimensione istituzionale è subordinata a quella individuale, ma quella individuale è caratterizzata dalla percezione di una propria collocazione in una rete sociale interconnessa sempre più maturata e gestita attraverso la connessione garantita dalla svolta digitale. 

Banlieue parigine: tra estremismo,odio sociale/razziale e violenza

Di Adriano Scianca
Accade periodicamente: di tanto in tanto finisce sotto i riflettori la “cosa” chiamata banlieue. Per esempio stamattina, quando il sobborgo a nord di Parigi di Saint-Denis, ex cintura operaia “rossa”, si è svegliato in stato di guerra. Ma la guerra, da quelle parti, non se n’è mai davvero andata.
Il primo brusco risveglio, a proposito di questa parte di Francia che non è più Francia, risale esattamente a 10 anni fa. Il termine banlieue è infatti diventato noto al pubblico italiano in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Pochi chilometri a nord di Parigi, Clichy-sous-Bois è un agglomerato in cui all’epoca vivevano più di 28mila persone appartenenti a trentasei etnie differenti. In 20 giorni si conteranno8.720 auto date alle fiamme e 2.599 arresti. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45mila auto. A metà novembre, la polizia francese stabilì che la violenza in Francia era tornata a livelli “normali”, in quanto le auto bruciate di notte rientravano nella media pre-rivolte di un centinaio per sera.
Sempre del 2005 è un altro evento piuttosto emblematico: è l’8 marzo, quando durante una manifestazione studentesca vari studenti vengono pestati e derubati da giovani di origine araba venuti dalle periferie. La polizia parlò di circa700/1000 ragazzi venuti essenzialmente da Seine-Saint-Denis (appunto) con il solo scopo di compiere razzie e violenze. È un meccanismo abbastanza tipico, visto spesso all’opera anche in Italia: ci si accorge di un certo fenomeno sociale solo quando finiscono coinvolte certe scuole inevitabilmente frequentate dai figli dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali. In quel caso fu Le Monde ad alzare il sipario sulla vicenda, con un articolo in cui si intervistavano vari ragazzi delle banlieue pronti a confessare candidamente le motivazioni razziste delle loro aggressioni. «Se sono andato in piazza non era per la manifestazione ma per prendere telefonini e picchiare la gente. Lì in mezzo c’erano dei buffoni, dei piccoli francesi con teste da vittima», dice il franco-tunisino Heikel, 18 anni. L’obbiettivo è tanto sociale quanto etnico. «È come se avessero scritto “vieni a prendere la mia roba” sulla fronte», spiega Patty, 19 anni, che chiosa: «Sono i neri che si vendicano del razzismo dei francesi e della polizia». Le Monde riporta altre testimonianze: «I bianchi guardano per terra perché hanno paura, perché sono dei vigliacchi», spiega un liceale di 19 anni. I bianchi, per questi ragazzi, sono caratteristicamente coloro che non sanno battersi e che non hanno la mentalità del clan. Abdel 18 anni, spiega che «neri e arabi fanno più figli, dunque tu non puoi sapere se colui che sta in piazza avrà un fratello più grande».
Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti etnici. La Francia, anzi, ha vissuto i suoi primi scontri inter-etnici fin dalla fine degli anni ’70. Pensiamo solo alla “estate calda” del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell’area urbana di Lione a forte densità immigrata. All’epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i “rodei” dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.
Ma che cosa è, in effetti, una banlieue? Il termine ha origini medievali: si tratta di un luogo (lieu) in cui vale il bando (ban) di un signore, con speciale riferimento ai territori attorno a una città che segnavano il limite fino al quale poteva spingersi l’autorità signorile. La parola assume connotazione dispregiativa a partire dal XIX secolo, quando si comincia a guardare alla periferia come il luogo in cui vive una popolazione vicina ma arretrata, non al passo con la modernità cittadina. Il termine “banlieusard” è attestato per la prima volta nel 1889, quando gli eletti di Parigi presero ad accusare i rappresentanti delle periferie di essere dei contadini reazionari. Per ironia della sorte, all’inizio la banlieue fu accusata di rappresentare la Francia rurale, il “paese profondo”, poco avvezzo al cosmopolitismo modernista della capitale.
Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di veri e propri ghetti etnici, con la popolazione bianca letteralmente cacciata casa per casa e la creazione di una zona di non diritto dove le bande di strada fanno il bello e il cattivo tempo. La violenza nichilista e ormai la regola. SecondoWalter Laqueur «nel 2000 c’era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più – a meno che naturalmente non si presentasse in forze – e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana» (Gli ultimi giorni dell’Europa, Marsilio 2008).
Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy (Fractures françaises, Flammarion, 2010), tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall’11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell’Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest’ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell’Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.
Sulle cause del degrado socio-culturale delle banlieue si e molto discusso. Ovviamente va per la maggiore il pietismo sociologgizzante. I dati, tuttavia, ci portano in tutt’altra direzione. Secondo l’inchiesta Immigrés et descendants d’immigrés en France condotta dall’Insee (l’Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati africani disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati: in particolare, cinque anni dopo la fine degli studi, il 29% contro l’11%. Le ragioni? Persino gli statistici transalpini finiscono per ammettere che la sociologia non può spiegare tutto: «Il livello del diploma, le origini sociali e il luogo di residenza possono giustificare al 61% il divario, che per il resto rimane inesplicato». Anche la difficoltà economica, pure spesso reale, non aiuta a capire: con il passare delle generazioni la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione, infatti, vive meglio di quella che l’ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d’età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Sono meno numerosi a lavorare come operai (42% contro il 66%). E il 14% sono “cadres” (dirigenti di primo livello) contro il 4% dei genitori. Insomma, la spiegazione economicista (la conflittualità come figlia della miseria) non funziona.
Come nota lo studioso Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza [delle banlieue], che al contrario è esploso proprio in quel periodo». Del resto altre comunità egualmente o forse più svantaggiate non danno gli stessi problemi e anche nella stessa popolazione maghrebina delle banlieue le ragazze, pure cresciute nello stesso contesto sociale degradato dei loro coetanei maschi, dimostrano una capacita di ascesa sociale ben diversa. Anche il continuo battersi il petto dei media mainstream per il preteso “abbandono” dei quartieri sensibili fa a pugni con la realtà. Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come “sensibile”, appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere “sensibile” sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l’attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nicolas Sarkozy, all’Université du Medef del 2004, ebbe l’impudenza di dichiarare: «Il figlio di Nicolas e Cécilia ha meno bisogno di essere aiutato del figlio di Mohamed e Latifa». L’85% delle famiglie povere di Francia non vive nei quartieri “sensibili”, ma questi poveri non fanno notizia, non interessano ai sociologi. Scrive Guilluy: «I quartieri sensibili non rappresentano che il 7% della popolazione, ma la loro influenza mediatica, culturale e ideologica è considerevole». Senza contare che, di regola, i poveri bianchi evitano di aprire il fuoco sugli avventori dei ristoranti. Il che, comunque, non è poco.

Le evoluzioni della cultura secondo il pensiero di Ulf Hannerz


Hannerz e le evoluzioni della cultura


Di Selma Aslaoui

HANNERZ = sostiene due riferimento importanti che modificano il modo di pensare la cultura :
-dimensione sociale
-dimensione della condivisione
la critica dei paradigmi evoluzionisti  porta ad un nuovo modo di pensare la cultura, ossia un concetto configurazionale di cultura legato al fatto che l’incontro con altri popoli diventa un incontro ravvicinato e prolungato sulla base del principio dell’osservazione partecipante. Per cui l’antropologia non studia più le precedenti fasi evolutive della cultura di una società, ma alternative a quella società.






Incontro fra nativi e antropologo: la ricerca sul campo è il mezzo e il luogo attraverso cui e in cui si può fare esperienza di cultura per poi descrivere l’esperienza a chi non l’ha vissuta. Lo studio, l’analisi, e la descrizione si dispongono entro un’operazione tesa a ricollocare noi rispetto a loro, per risaldare le integrità, e circoscrivere le persone in universi culturali. Ogni popolo ha la sua cultura, affermano gli antropologi, frutto di peculiari e irripetibili circostanze storiche e geografiche, ambientali e sociali, ciascuna dotata di pari dignità in quanto espressione della capacità e della necessità che l’essere umano ha di rivestire di senso la sua esistenza e le sue esperienze.
È in questo periodo che si afferma in antropologia il concetto di cultura come un insieme integrato e condiviso di modelli di pensiero e di azione trasmesso di generazione in generazione e condivisa da un intero popolo => BOAS. Secondo Boas il compito dell’antropologo  è molto simile a quello di un linguista.
L’antropologia afferma il principio della diversità fra eguali per individuare i contesti culturali  specifici espressi da ciascuna società.
Ogni cultura è un ambito specifico di significato, come tale né migliore né peggiore di un’altra.
La riflessione antropologica,fedele sin dalla sua nascita al cosiddetto postulato universalista,ha dunque fatto sì che, lentamente, prima l’idea di “cultura” si affermasse contro l’idea di “natura”, poi che l’idea delle culture si affermasse contro l’idea di cultura.
L’universalismo evoluzionista   ci dice che le diversità sono contingenti e dice che pur nella differenza anzi nel suo rispetto esiste uguaglianza. Di fronte a questa nuova situazione è inutile penare alla cultura come un tutto localizzato , anzi deve essere vista come una visione elastica, dinamica, fluida. 
DURKHEIM non usa il termine cultura ma usa i termini fatti sociali, rappresentazioni collettive  e coscienza collettiva e sostiene che i fatti sociali sono oggettivi.
Rapporto tra cultura e struttura sociale = Qual è la sede della cultura?
L’analogia linguistica (pensare una cultura come una lingua)  è un’astrazione ricavata dal comportamento porta a ritenere che essa ha sede nella mente delle persone, questa posizione è stata più volte duramente criticata da Geertz il quale ritiene invece che la cultura sia pubblica, sociale. Strass e Quinn affermano: “ è ora di dire che la cultura è sia pubblica che privata, e si trova sia  nel mondo che nella mente delle persone.
HANNERZ dice = la cultura ha due tipi di loci  le cui interrelazioni portano al processo culturale :
-una serie di forme significanti pubbliche che possono essere viste o ascoltate attraverso i sensi.
-Queste forme esplicite assumono significato solo in quanto le menti umane contengono gli strumenti per interpretarle.
Per cui il flusso culturale consiste nelle esternazioni di significati.

FONTE:http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=7&id=286

FOTO:http://www.iash.unibe.ch

Breve storia del termine "sfigato", il cui significato moderno deriva in parte dai film adolescenziali made in USA


Il termine sfigato significa tutt’altro rispetto a quello che potreste immaginare
Di Vincent Tesio
Sfigato. Lo abbiamo sentito dire spesso dai nostri amici o il più delle volte in tv in qualche film americano. Ma cosa vuol dire veramente sfigato? Se lo chiediamo a persone oltre una certa età, il significato assunto sarà soprattutto quello di una persona sfortunata o perseguitata dalla sfiga. Ad esempio se si cerca la parola sfigato nello Zanichelli del 1984 troviamo:
Sfigato: /sfi’gato/ agg. Volg. Sfortunato, iellato.
Punto.
E invece nel nostro immaginario giovanile la parola sfigato racchiude molto di più, oltre alla sfiga o la jella, che forse richiamerebbe più al povero Paolino Paperino.






Sfigato racchiude qualcosa che sa di scarpe da ginnastica, brufoli schiacciati e Vhs affitati da blockbuster. Lo sfigato è uno status sociale in una gerarchia di apparenza.
La prima volta che ho sentito la parola sfigato inteso in un altro senso è stato guardando svariati film americani ambientati in qualche spietatissima High School, dove il bullo di turno picchiava il povero protagonista definendolo sfigato. Penso sia da lì che quella parola sia entrata nel mio vocabolario oltre alla più semplice connotazione del termine italiano e al meno complesso sinonimo della parola sfortunato.
Quello sfigato era la traduzione di loser. Se si inserisce la parola sfigato su google translate dall’italiano all’inglese, loser è proprio la prima parola che esce. Eppure loser (da lose, perdere) non ha nulla a che fare con la sfiga… Se si cerca la parola sfigato sul wikizonario italiano troviamo questo:
wikidizionario sfigato
Il wikizionario, diffusissimo tra la nostra generazione, è sicuramente più aggiornato dell’accademia della crusca sulla fenomenologia del linguaggio giovanile. Va oltre l’aggettivo sfigato e ne tira fuori un sostantivo, rendendo sfigato una persona non accettata in un determinato gruppo di persone. Ed aggiunge addirittura antropologia e sociologia tra le voci.
Più crudele il Treccani che lo definisce anche e con uso sostantivato: privo di attrattive, di fascino, insignificante.
Più riassuntivo è il dizionario del Corriere della Sera che lo definisce così:
corriere della sera sfigato
Il Corriere nella sua concezione più moderna rispetto all’antico sfortunato, inserisce, come Treccani, un significato diverso: privo di fascino e di attrattive.
Curioso anche quanto questo termine abbia un’influenza di genere. Per molte donne probabilmente il termine sfigato si riferisce più all’aspetto fisico di un uomo più che al suo status sociale.
Andando a vedere una lunga discussione sul Forum al Femminile a proposito del termine sfigato si trovano ibridazioni tra il termine nerd (più generalmente il secchione) e sfigato, per cui sfigato è quello che non si sa vestire, o quello che non ha avuto molte donne. Alcune invece provano in un certo modo a difendere il termine dicendo frasi come: “sfigati” sono coloro che per la donna comune non sono “calciatori”.
Ho sentito dire più volte dalla mia ragazza che un ragazzo era sfigatone, e quando le ho chiesto cosa intendesse mi ha risposto che intendeva quei ragazzi che indossavano scarpe di cuoio o geox, avevano la forfora nei capelli e le magliette e pantaloni brutti. Abbastanza felice del risultato ero riuscito sicuramente a inquadrare gli sfigatoni come quelli che non si sapevano vestire e curare.
La prima volta che ho sentito la parola sfigato in un film italiano è stato invece in “Come te nessuno mai” del 1999 di Gabriele Muccino. Il giovane protagonista ribelle litigando con i suoi genitori sessantottini gli urla che non vuole diventare come sua sorella perché lei è una sfigata.
Per sfigata il giovane Silvio non vuole intendere che la sorella scivoli sulle bucce di banana, faccia cascare il sale e rompa gli specchi. Probabilmente la giovane è sfigata perché non ha amici o più probabilmente perché non ha un ragazzo.

Una società informata è una società più coinvolta



Di Mario Sommossa
Il grande latino Plinio il Vecchio, autore di trattati sulla natura e osservatore dell’eruzione del Vesuvio di cui anch’egli rimase vittima, lasciò scritto: ” Le stagioni non sono più quelle di una volta…”.
Fa sorridere pensare che già al tempo dei romani ci si lamentasse di stagioni che non corrispondevano alle attese o a quanto sembrava essere avvenuto nel passato. Eppure, se pur non riscontrabile durante la vita di una sola persona, il nostro pianeta ha attraversato variazioni climatiche importanti, passando da temperature invivibili dall’essere umano alla situazione odierna, con numerosi alti e bassi. 







In epoche storiche basta ricordare il periodo che passa sotto il nome di “piccola glaciazione“. In quei secoli, si ebbero temperature medie significativamente più basse delle attuali e, secondo testimonianze scritte, per circa 70/80 anni del 1400 a Milano ci furono estati in cui le signore possidenti potevano sfoggiare le loro pellicce.
Se ci si limitasse a queste osservazioni, non dovremmo preoccuparci più di tanto degli allarmi sull’innalzamento del clima cui siano costantemente soggetti nei nostri giorni: si tratterebbe di cambiamenti ciclici naturali cui non è possibile porre rimedio.
Tuttavia, negli ultimi 150 anni, e cioè più o meno con l’inizio dell’era industriale, la temperatura media del pianeta si è innalzata pericolosamente. Più esattamente, dal 1880 al 2012 l’aumento medio è stato di 0.85 gradi centigradi, e altrettanto indicativo è che ben 16 anni tra i primi venti più caldi (dal 1800) siano successivi al 1980.
Fare previsioni accurate sul futuro è particolarmente complicato considerate le numerose variabili ma le differenti ipotesi formulate dagli scienziati prevedono variazioni possibili entro il 2100 tra più 0,3 gradi centigradi a più 1,7 nella versione più ottimista, mentre quella più pessimista arriva addirittura a ipotizzare un range compreso tra 2,6 e 4,8 gradi centigradi.
L’Agosto appena passato è stato di 0,88 gradi sopra la media rispetto a tutto il ventesimo secolo e la temperatura dei mari e degli oceani nel periodo gennaio-agosto 2015 ha segnato un record dal 1980 con 0,85 gradi sopra le medie.
Queste possibili variazioni sono giudicate molto preoccupanti perché lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico e soprattutto dell’Antartide causerebbe un enorme innalzamento dei mari (ai danni di molte delle terre emerse) e innescherebbe ulteriori e più accelerati processi di riscaldamento.
Più vicino a noi, e quindi più immediato per la nostra vita quotidiana è l’effetto già in corso sui ghiacciai alpini. Dal 1300 al 1850 la loro estensione è sempre andata crescendo, ma da quel momento in poi han cominciato a ridursi. Qualche esempio: nel 1850 la loro superficie corrispondeva a 4500 km quadrati, negli anni settanta era di 2900, nel 2004 era già scesa a 2000 km quadrati e oggi siamo attorno ai 1800. Per quanto riguarda l’Italia, alla fine degli anni ’50, la superficie dei nostri ghiacciai corrispondeva a 527 km quadrati, nel 2011 era già ridotta di circa il 30%, arrivando a 370 km quadrati.
Poiché variazioni climatiche importanti sono avvenute, come abbiamo visto, in tutte le epoche, è impossibile attribuire a una sola causa conosciuta la ragione degli attuali cambiamenti e le ipotesi probabili vanno dalle eruzioni vulcaniche a spostamento dell’asse terrestre, all’attività’ solare e altro ancora.
Tuttavia, il fatto che l’impennata dell’aumento di temperature sia cominciata proprio in coincidenza con la rivoluzione industriale e che l’incremento sia andato ingigantendosi con l’aumento dei consumi dei combustibili fossili non puo’ passare inosservato. O si tratta di una pura coincidenza oppure l’effetto serra che viviamo durante i nostri anni è dovuto, almeno in parte, proprio all’azione dell’uomo. Nel primo caso nulla possiamo fare, salvo qualche nuova scoperta oggi inimmaginabile. Nel secondo caso dobbiamo prendere atto che l’aumento globale della popolazione, gli allevamenti intensivi di animali, la costante distruzione di grandi superfici di foreste e l’enorme uso, tuttora in crescita, di gas, petrolio e carbone, sono almeno corresponsabili. Sarebbe allora necessario fare almeno quello che si puo’.
Per questa ragione e per contribuire a far conoscere la realtà del fenomeno che stiamo vivendo, anche alcune università italiane hanno deciso di lanciare il programma “Settimana del pianeta Terra. L’Italia alla scoperta delle geoscienze — una società più informata è una società più coinvolta”. Il merito va ai professori Seno e Seppi dell’Università’ di Pavia e al prof. Coccionidell’Università’ di Urbino.

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