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La sfida del cambiamento: una concezione adattiva della storia


Di Pierluigi Fagan

Gli umani ereditano dai primati e dai mammiferi la tendenza a fare gruppo, il gruppo e non l’individuo è la strategia adattiva di molte specie viventi tanto nel regno vegetale che animale. La strategia prevede di sottoporre al vaglio adattivo gruppi perché sono totali la cui entità è maggiore della somma delle singole parti. Gli individui poi si adatteranno in vario modo al gruppo. Siamo soliti far iniziare la storia con la comparsa delle prime forme di scrittura cinquemila anni fa anche se oggi cominciamo a capire che questo è nostro arbitrio. La storia è decisamente molto più profonda tanto del come contiamo gli anni (prima e dopo Cristo), che dal quando la consideriamo tale (tavolette mesopotamiche). Ma indubbiamente, da cinquemila anni, le società umane prendono consistenza e forma nuova, diventando “società complesse” sono questi i nuovi veicoli adattivi degli umani. In questi cinquemila anni, le società umane, hanno sviluppato diverse strategie adattative. Alternativamente, alcune si sono ordinate col principio militare, altre col principio religioso, altre ancora col principio politico. Solo nella recente penta-secolare “modernità” europea, le società di questa area del mondo, a partire dalla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, hanno scelto di ordinarsi col principio economico. Come ben individuò Karl Polanyi, questo fu il primo ed unico caso in cui davvero la c.d. “concezione materialistica della storia” trova conferma. L’ordinatore è ciò che dà ordini funzionali al sistema sociale e ciò che mette ordine ai flussi interni ed esterni delle società stesse. Con parlamenti condizionati dal potere economico (di recente, più finanziario che economico in ragione della fase “autunnale” della salute economica occidentale), usando la leva militare per conquista e dominio esterno (dai colonialismi ai vari imperialismi, alle svariate guerre intestine all’Occidente, tra cui due “mondiali”), relegando la religione a supporto metafisico e torcendo la cultura allo stile “produci e consuma” potenziato dalla tecno-scienza, il modo di stare al mondo occidentale ha conseguito eccezionali successi adattivi per lunghi cinque secoli.
Dall’indomani della fine della Seconda guerra mondiale però, una serie di fatti per lo più non intenzionali, hanno trasformato lo stesso mondo a cui le società dovevano adattarsi. In poco più di settanta anni, il mondo umano si è dilatato enormemente crescendo i suoi effettivi individuali ed istituzionali (gli Stati) di ben tre volte. Sono molto aumentate anche le interrelazioni interne al mondo umano. Già tra 1950 e 1973, il volume degli scambi commerciali mondiali crebbe di sette volte ed in parallelo il volume dei trasferimenti interni al sistema umano tramite i sempre più efficienti mezzi espressi a partire dai primi Novecento: trasporti e telecomunicazioni. Il modo economico moderno fatto di scienza, tecnica, capitale e mercato, ha poi subito un più recente riorientamento gestaltico a partire dalla metà degli anni ’80.  Il modo economico moderno ha perso la sua esclusiva occidentale ed è stato adottato dagli orientali che, ricordiamolo, sono il quadruplo degli occidentali. Questi ultimi hanno trasformato la propria forma economica da agricolo-industriale a servizi, da economica a finanziaria, da inter-nazionale a globale creando a partire dal WTO del 1995 ed a seguito di una precisa teoria generale distillata nel c.d. Washington consensus (1989), un meta-mercato in cui le merci viaggiano da est ad ovest, mentre i capitali fanno la rotta al contrario. Ne son conseguiti diversi effetti tra cui l’ipertrofia dei volumi finanziari  per lo più fittizi che in Occidente sopperiscono a volumi economici ben meno sostanziali, ovviamente veloce dilatazione delle diseguaglianze (se il capitale si riproduce senza passare per la produzione materiale, è affare di pochi), degrado progressivo della politica democratica, formazione di un quadro di gioco geopolitico multipolare dopo una breve stagione di ordini bipolari o addirittura monopolari, quest’ultima, una vera e propria “invenzione” dei narratori della contemporaneità. Nel frattempo, un mondo umano sempre più dilatato e denso, tutto impegnato a sviluppare il modo economico “produzione e scambio”, ha cominciato a premere in modo insostenibile su risorse ed ambiente. L’ipotesi Antropocene, ha infatti la stessa anagrafe degli eventi descritti cioè a partire dagli anni ’50. Di contro, l’innovazione reale che aveva fatto esplodere il sistema “produzione e scambio” ai primi del Novecento è andata diradandosi poiché, in Occidente, si è probabilmente arrivati ad una tendenziale saturazione delle necessità materiali e non, anche quelle indotte dalle operazioni consumistiche e di obsolescenza programmata a partire dagli anni ’60.
La c.d. “rivoluzione” tecnologica digitale, è in realtà ben poca cosa in volumi effettivi se comparata con quelle del vapore, meccanica, chimica, elettrica, sanitaria, delle telecomunicazioni di primo Novecento (R.J.Gordon, 2016). Su questa traiettoria storica si è abbattuta una pandemia che in vaga analogia, sembra ripetere le dinamiche che diedero l’avvio alla transizione tra medioevo e moderno che partì dall’indomani della Peste Nera del ‘300 (McNeill, 2012). Le previsioni a trenta anni non fanno che confermare la contrazione demografica, economica e di potenza occidentale in favore di un mondo assai più vario ed equilibrato, un mondo “nuovo”.
Il mondo inizia a cambiare radicalmente settanta anni fa, su questa dinamica già potente oggi si sta abbattendo una catastrofe (καταστροϕή, «rivolgimento, rovesciamento) che ne accelererà l’impeto. Le società occidentali debbono ripensarsi nel profondo e passare dall’atteggiamento adattivo del aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”, alla previsione e progettazione delle proprie forme prendendo atto della propria consistenza reale e di quella di un mondo del tutto nuovo. Adattarsi a tutto ciò, modificare i nostri veicoli adattivi costruendosi al contempo una nicchia adattiva, non sarà facile. I poteri in atto negheranno oltre l’evidenza la necessità di un profondo cambiamento, il tempo è poco, il da farsi immane, le nostre capacità di pensiero sono in grave ritardo e da aggiornare in profondo per superare questo nuovo e per noi inedito “vaglio adattivo”. In compenso, la storia si muove ed invita a muoverci con lei.

Riferimenti

  • K. Polnayi, La grande trasformazione, Einaudi, 2000 – K. Polanyi, La sussistenza dell’uomo, Einaudi, 1983
  • F. BraudelLa dinamica del capitalismo, il Mulino, 1988
  • J. Williamson, sul Washington consensus (1989): https://web.archive.org/web/20150705172400/http://www.iie.com/content/?ID=1#topic3
  • P. Fagan, Verso un mondo multipolare, Fazi editore, 2017
  • J.McNeill, P. EngelkeLa grande accelerazione, Einaudi, 2018
  • R.J.GordonThe Rise and Fall of American Growth, Princeton UP 2016
  • W.H. McNeillLa peste nella storia, Res Gestae, 2012     
1 – continua

L’emergenza Coronavirus e il possibile cambio di paradigma


Di Salvatore Santoru

In questi giorni il mondo sta affrontando l’emergenza legata alla diffusione del Covid-19, dichiarata pandemia globale da parte dell’OMS l’11 marzo del 2020(1). Questa pandemia, che notoriamente sta interessando duramente anche l’Italia, è stata considerata come parte di una vera e propria ‘sfida epocale’. Difatti, come riportano alcuni opinionisti ed analisti, la stessa emergenza legata al Coronavirus potrebbe essere caratterizzata dall’avvicendarsi di importanti cambiamenti strutturali. Tali cambiamenti potrebbero trasformare la società occidentale e mondiale e, inoltre, potrebbero ‘innescare’ la creazione di nuovi paradigmi culturali e sociali, ma anche politici/geopolitici o di altro tipo.
Di seguito proverò ad elencare, in modo comunque ‘incompleto’, un ipotetico e possibile scenario relativo alla crisi dell’attuale processo di globalizzazione. Scenari di altro genere saranno probabilmente affrontati in futuri articoli.

Il ‘neoliberalismo globalista’ e le sue criticità

Negli ultimi anni la società occidentale è stata dominata da un ‘paradigma sistemico’ fondato economicamente sul neoliberismo e, socialmente e culturalmente, sulla promozione strumentale delle istanze di matrice liberal. In tal modo, si può affermare che la ‘Weltanschauung’ dominante è stata incentrata su un ‘neoliberalismo’ basato su una concezione ‘globalista’ della politica e della società.
Tuttavia, al di là delle rosee aspettative dei suoi fautori, tale ‘neoliberalismo globalista’ si è dimostrato ricco di contraddizioni e non scevro da problematiche di varia natura. Infatti, se è certamente vero che l’attuale processo di globalizzazione ha portato diversi benefici bisogna dire che è altrettanto vero che la sua avanzata ha causato la nascita e/o il permanere di nuovi squilibri(2)Oltre a ciò, sia l’adozione di politiche ‘globaliste’ che la promozione di un’economia deregolamenta sono diventati strumenti di consolidamento del potere delle élite e/o delle oligarchie attualmente dominanti.
D’altro canto, c’è anche da dire che l’utilizzo strumentale delle tematiche dei diritti civili è in qualche modo servito per ‘nascondere’ gli attacchi ai diritti sociali che hanno interessato le nazioni occidentali negli ultimi anni e, in tal modo, per impedire l’eventuale unione delle due istanze. Proprio tali attacchi ai diritti sociali sono avvenuti tramite la promozione di ‘privatizzazioni selvagge’ e il graduale smantellamento del welfare e, in seguito, il consolidamento di governi alla mercé dell’alta finanza e della grande industria sovranazionale. In linea di massima, si è creato un sistema incentrato sulla promozione dei privilegi di ristrette élite e basato sugli intrecci tra il grande capitale privato e il mondo della politica sempre più dipendente da esso.
Tali ‘intrecci’ sono serviti per garantire la perpetuazione di un sistema che, in barba agli stessi principi del liberalismo e del liberismo classico, è diventato sempre di più fondato sul dominio ‘semi-oligopolistico’ di grandi gruppi finanziari e industriali internazionali (3). Tale sistema ha presentato delle innumerevoli criticità e sono in molti, da sinistra a destra, a chiederne un cambiamento o un possibile superamento.

Il possibile cambio di paradigma e la ‘globalizzazione regolata’

L’attuale emergenza del Covid-19 ha accelerato la messa in discussione dell’attuale status quo e, d’altronde, sono sempre di più gli appelli ad un possibile cambio di rotta. Un aspetto estremamente fondamentale, da un punto di vista ‘sistemico’, è stato quello relativo alla riscoperta del senso comunitario e ciò si è visto fortemente in Italia e in altre nazioni.
Questa ‘riscoperta comunitaria’ risulta molto interessante e, in fin dei conti, si tratta di un riconoscimento individuale e individualista dell’essere parte di un ‘destino comune’. Quest’approccio di ‘individualismo solidale’ risulta anche alquanto indispensabile nell’eventuale trasformazione dell’attuale società occidentale e mondiale, in quanto potrebbe rimettere al centro un ‘primato dell’etica’ che sembrava smarrito.
C’è anche da dire che tutto ciò potrebbe porre fine al paradigma egemone dell’individualismo ‘egoistico’ attuale, un paradigma nato in contrapposizione ai vecchi e coercitivi ‘paradigmi comunitaristici’ e ‘collettivistici’. Argomentando brevemente su ciò, bisogna dire che tale ‘individualismo egoistico’ ha portato non solo alla legittima messa in discussione di tali paradigmi ma anche alla graduale delegittimazione di qualunque valore o idea non conforme ai diktat del ‘neoliberalismo globalista’.
Tutto questo è stato accompagnato dalla promozione di un sistema apparentemente del tutto ‘libero’ ma incentrato su una feroce ed estrema competizione, sopratutto sociale così come economico/finanziaria. Tale estrema ‘competizione selvaggia’ è stata alla base dell’attuale processo di globalizzazione e la ‘deregolamentazione’ su cui è stata basata è diventata, d’altronde, una sua legitimizzazione.
Come già ricordato, a lungo andare lo stesso attuale processo di globalizzazione ha finito per portare nuovi squilibri di varia natura: economica/ambientale, sociale e così via. Stando a diversi opinionisti, oggi più che mai urge il passaggio ad una globalizzazione maggiormente sostenibile e ‘regolata’. Un processo di globalizzazione che sia basato sulla promozione della libertà e che, allo stesso tempo, rimetta al centro l’etica e un bilanciato mix tra competizione e collaborazione economica e politica.

Note :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La pandemia cambierà tutto per non cambiare nulla


Di Ivan Giovi

Stiamo sicuramente vivendo un momento di passaggio, un momento di cambiamento storico del mondo contemporaneo, in cui cambierà tutto, per non cambiare nulla, come scrisse Tomasi di Lampedusa. Abbiamo due livelli di analisi da affrontare, quello che potremmo definire dei grandi sistemi ma anche quello della nostra quotidianità.
Il primo è indissolubilmente il più caotico e frammentato. L’arrivo di una pandemia ha portato inevitabilmente i nodi al pettine, lo ha ben detto lo storico Alessandro Barbero in una recente conversazione virtuale con l’editore Laterza “la differenza tra l’emergenza e i tempi normali è che in tempi normali non cogli le magagne, gli errori che hai fatto, gli squilibri dei sistema di potere che pian piano hai creato, poi si arriva all’emergenza e quegli squilibri vengono fuori“.
E questo è accaduto su vari fronti, quello del nostro sistema di potere interno, mettendo in evidenza come la strada della maggiore autonomia regionale sia evidentemente deleteria e di come lo scontro giuridico sia stato violento, come abbiamo analizzato qui sull’Osservatorio Globalizzazione.
Sul fronte europeo, che in questa nuova crisi pandemica mondiale ha ancora una volta mostrato la sua inadeguatezza, sciogliendosi come neve al sole e mostrando tutte le sue criticità, regole ferree pensate solo per momenti di solida crescita, impossibilità di una linea di solidarietà comune e regole evidentemente scorrette. Insomma, scoprendo quanto fosse fittizio il mondo idilliaco voluto dalla propaganda europea, mentre nella realtà come sempre i rapporti di forza governano anche nelle sedi europee e un approccio semplicistico e ideologico non serve a nulla. Come non tarda a ricordarci Alberto Negri: “quando si parla di politica di potenza e di geopolitica gli italiani vanno improvvisamente nel pallone e si accorgono che gli altri hanno eserciti, veri ed economici, ben più forti dei nostri (…) questa guerra epidemica non è fatta per andare verso nuove guerre ma raccogliere le macerie economiche che resteranno degli altri stati. È la realpolitik.
Sul fronte internazionale dove non tutti lo hanno capito e alcuni lo hanno capito forse solo in ritardo, che anche gli aiuti sono strumenti geopolitici e che siamo diventati un paese fortemente contenibile. Nessuno crede gli aiuti Cinesi, quelli Russi e quelli, tardivi, Statunitensi siano frutto della sola volontà solidaristica: “Ccà nisciuno è fesso”. Però abbiamo visto chiaramente come alcuni paesi abbiano risposto prima di altri, alcuni anche se in ritardo hanno capito che anche in questo campo i popoli non dimenticano e hanno corretto il tiro, mentre altri (e mi riferisco chiaramente ai partner che dovrebbero esserci più vicini, quelli europei, ma che adesso sembrano i più lontani) forti della loro spocchia e della loro posizione dominante peccano di sufficienza. Le posizioni dominanti non lo sono per sempre e questa crisi sembra agevolare i submovimenti che già da tempo erano in corso. Basti vedere come alcuni sembrano abbandonare la nave: in particolare l’ex presidente BCE Draghi.
Staremo a vedere, ma la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti è esplosiva.
Passiamo al secondo livello di analisi, quello della nostra quotidianità, sicuramente sarà legata a filo doppio anche da quello che succederà nei grandi sistemi. Ed è vero la nostra quotidianità è stata totalmente stravolta da questo virus, confinati ad arresti domiciliari forzati per cause di forza maggiore e fini più alti: proteggere le persone più fragili della nostra società. Leggiamo però ultimamente gravi forme di pessimismo cosmico dalle colonne del “Corriere della sera”, dai virologi (categoria che abbiamo imparato a conoscere durante questa crisi, ma che forse avremmo preferito non doverlo fare) e dagli studi su università prestigiose come il MIT. Ebbene non ci sentiamo di condividere tale pessimismo, si forse per superare questa situazione di precarietà ci vorrà tempo, magari più di quanto pensiamo, ma ci rifiutiamo di pensare che la vita come la conosciamo sarà stravolta.
C’è chi scrive che non potremo più andare al ristorante, chi che non andremo più nelle palestre, che non ci saranno più concerti e chi più ne ha più ne metta. Diciamo che tali pensieri sono catalogabili all’interno delle sparate sensazionalistiche. Sottovalutano quello che è una delle caratteristiche fondamentali dell’uomo: la capacità di adattamento e di superare le avversità. 

Il coronavirus e la società dell’ignoranza


Di Pierluigi Fagan

L’altra sera in televisione, ascoltavo un biologo dei sistemi che faceva questo ragionamento che riporto in forma semplificata: “… mettiamo che tu sia il decisore politico ultimo, ti arrivano i dati della nascente diffusione di una epidemia, tre giorni fa ci sono stati 2 morti, due giorni fa ci sono stati 4 morti, ieri ci sono stati 8 morti. O lì intervieni pesantemente tagliando ogni linea di possibile contagio (alla cinese, alla coreana, all’italiana non è questo il punto) oppure ogni giorno che ritardi avrai poi almeno due ulteriori settimane di incrementi esponenziali che porteranno il sistema sanitario al collasso”. Ci sono due cose da mettere a fuoco in questo ragionamento, il tempo e l’incremento esponenziale e sono tra loro correlate. Sono però due cose, due concetti, che non sono nel nostro senso comune.
Quanto al tempo, siamo abituati a il modello semplice “azione-reazione”, tipo spingo l’interruttore si accende la luce, immaginate invece di spingere l’interruttore e sapere a priori che la luce si accenderà dopo tre minuti. Dovreste passare da una logica della reazione (agire dopo che accadono i fatti) ad una della previsione (agire in vista della previsione di fatti, previsioni non sempre certe anzi quasi mai), dovreste costantemente vivere anticipando quello che accadrà.
Quanto alle logiche non lineari, seguite questo esempio: “se vi trovaste in piedi dentro un cilindro chiuso di plexiglas nel quale ad ogni secondo entra una quantità di acqua che è il doppio di quella presente nel contenitore, a quale altezza di acqua vi dovreste preoccupare di non affogare?”. Normalmente sareste portati a preoccuparvi di non affogare quando l’acqua arriva alla gola, ma nel caso in questione che è sotto la logica esponenziale, o vi preoccupate quando vi arriva alla cintola, o morirete affogati il secondo dopo.
Ora unite i due esempi ed immaginate di trovarvi dentro una situazione in cui quando agite, l’effetto della vostra azione avverrà un bel po’ di tempo dopo mentre siete in un fenomeno a logica esponenziale per il quale quando percepite l’arrivo di un rischio serio, è già tardi. Questa è la situazione logica del fenomeno epidemico-pandemico in cui siamo capitati.
Sappiamo che rilevazioni di polmonite anomale risalgono in varie parti del mondo più interconnessi a dicembre e viepiù a gennaio. Sappiamo che WHO ha sancito esserci una epidemia di un nuovo virus comparso in Cina che doveva preoccupare il mondo intero a fine gennaio. Sappiamo che tutto il mondo ha potuto osservare il rapido e letale diffondersi del virus a Wuhan-Hubei sempre più velocemente ed intensamente dai primi di febbraio. Dal circa 20 febbraio prendiamo anche noi coscienza dell’arrivo del virus in Italia. Il 28 febbraio Trump dichiara che il corona virus è una “bufala” inventata dai democratici. Il 7/ 8 marzo in Italia si chiudono Lombardia ed 11 province, l’11 l’Italia intera. Nel mentre, in Spagna si fanno feste di piazza con decine di migliaia di persone, i francesi fanno una festa pubblica con migliaia di persone vestite da puffi, Macron va a teatro sorride-bacia-abbraccia come non ci fosse un domani, i tedeschi stanno zitti e lavorano come al solito, Johnson più tardi annuncia che qualcuno morirà ma non c’è problema la vita continua. In seguito, vanno tutti regolarmente in lock-down, chi a gradi, chi di colpo.
I tedeschi, unici al mondo, decidono di non contare i morti come tutti gli altri, contano solo i morti prima del tutto sani, morti per l’effetto del solo virus. Ancora ieri, la Germania dichiara di essere il quarto Paese al mondo per contagi (ma credo sia il secondo in realtà) ma solo il decimo per morti, con quasi sette volte in più dei contagiati olandesi dichiara poco più della metà dei morti. I russi non dichiarano neanche i contagiati per non sbagliare. I leader hanno davvero mal compreso l’avanzare degli eventi? O i leader sapevano che le proprie opinioni pubbliche avrebbero sopportato interventi drastici solo in contatto percettivo diretto ed allarmato da qualche centinaio di morti in su? E come la mettiamo col fatto che il problema di questa epidemia non sono solo i morti ma anche coloro che debbono esser ospedalizzati?
Qui non fa molta differenza il tipo di modello politico applicato ai vari PaesiTutti gli scienziati politici seri, non certo i giornalisti e i commentatori della domenica che purtroppo imperversano anche il resto della settimana, sanno che il rapporto tra leadership politica ed opinione pubblica è lo stesso a prescindere del sistema più o meno democratico in vigore in quel PaeseSi può perdere il “mandato celeste” o si possono perdere le elezioni, il risultato di un leader che non corrisponde al sentimento largamente maggioritario in un Paese, è lo stesso. Il problema allora è qual è il sentimento largamente maggioritario o meglio “qual è lo stato di “conoscenza” nelle popolazioni?”.
La conoscenza è fatta certo di informazioni e ragionamenti e concetti più strutturati, ma anche di logica con la quale si opera il pensiero. Le nostre società sono gravemente deficitarie a livello di qualità delle informazioni mentre sono eccessive quanto alla quantità, per altro scadente. Sono molto gravemente deficitarie di conoscenza. Sul totale di popolazione adulta, in Italia, circa il 40% ha dalla licenza media in giù. Laurea o diploma superiore non sono di per loro garanzia di conoscenza. Psicologi non sanno niente di economia, economisti non sanno nulla di storia, storici di biologia, biologi di geopolitica. Eppure nel mondo ci sono fatti da conoscere di tutte queste categorie, fatti che interagiscono tra loro, fatti conosciuti i quali è legittimo farsi una opinione e poi dare giudizi, ma che opinione si ha e che giudizi si danno senza le opportune conoscenza? Su quali basi si esprime il diritto di cittadinanza? Infine logica e categorie, qui c’è il rischio sul fatto che ci troveremo sempre più spesso ad aver a che fare con fenomeni di questa natura che è tipica della c.d. “complessità”. Tutta la questione ambientale si basa su queste logiche, ad esempio. Noi però veniamo dalla modernità, un periodo storico che inizia cinquecento anni fa, quando il mondo era relativamente più semplice. Ancora nel XIX secolo era relativamente molto più semplice di oggi. Noi siamo tutti ancora convinti che la luce si accende quando spingi l’interruttore e fino a che l’acqua non ti arriva alla gola c’è ancora tempo per l’ultimo aperitivo.
Una società della sostanziale ignoranza che per altro si auto valuta come invece al culmine del progresso conoscitivo, che entra in una epoca di terre incognite dalle strane e sconosciute fenomenologie, con popolo medio e relativi leader alieni a livelli di massa dalla realistica conoscenza dei fatti in cui sono immersi, che ragionano con logiche inappropriate, dovrebbe preoccuparci. Il mondo cambia, noi dovremmo cambiare in accordo. Se non ci daremo come priorità una più ampia ed intensa diffusione della conoscenza, rischiamo vari tipi di nefaste conseguenze dal probabile fallimento adattivo. Dovremmo tutti pretendere di “saperne di più” e non individualmente, a livello di sistema sociale, prendendo realisticamente atto del fatto che l’unica cosa che sappiamo e di non sapere abbastanza.
C’è chi ha deciso di dedicarci la sua morte per lasciarci questo messaggio. Credo ci converrebbe tenerne conto come priorità di tutte le priorità politiche, relative alla polis, alla cittadinanza.

Estetiche del potere. Moda e significati politici nello spazio pubblico della prima modernità


Di Gioacchino Toni

Con il termine costume si è soliti riferirsi a valori ideali, usanze e credenze costanti e permanenti che caratterizzano, in una data epoca, il comportamento, il modo di essere, la vita sociale e culturale di una collettività. A differenza del costume, che tradizionalmente si riferisce al mantenimento di tutto ciò che ha a che fare con la vita quotidiana, la moda sarebbe invece una proposta alternativa, quando non vera e propria rottura nei confronti della tradizione.

L’idea che si possa  parlare di moda soltanto a partire dall’Ottocento, riservando invece il termine costume ai periodi precedenti, è ormai messa in discussione in quanto così facendo si rischia di rimuovere il dinamismo pur presente anche nelle epoche precedenti alla società industrializzata. Secondo diversi studiosi converrebbe consentire ai due termini di interagire anche alla luce del fatto che all’interno di ogni determinato sistema moda sono comunque operanti tanto stabilità che cambiamento.

Il volume di Eugenia Paulicelli, Moda e letteratura nell’Italia della prima modernità (Meltemi, 2019), passando in rassegna la moda così come è stata testualizzata e codificata attraverso un discorso sul vestire e sullo stile nell’Italia del Cinque e Seicento, contribuisce a spiegare come, sin dai primi secoli dell’età moderna, la moda rappresenti un’importante istituzione sociale agente sull’immaginario collettivo capace di trasmettere significati estetici, politici ed economici nello spazio pubblico.

Se l’abbigliamento e la moda vanno annoverati tra gli strumenti attraverso cui la cultura umanistica ha trasmesso l’ideologia, il gusto e lo stile con cui l’élite europea ha forgiato le sue identità in termini estetici, la produzione letteraria italiana del XVI e del XVII secolo dedicata a tali argomenti permette di comprendere meglio il ruolo politico assunto dalla moda a livello europeo nella prima modernità.

Paulicelli – docente di Letteratura italiana, comparata e Women’s Studies alla City University di New York – oltre ad analizzare testi di Baldassarre Castiglione (Venezia, 1528), Cesare Vecellio (Venezia, 1590 e 1598), Giacomo Franco (Venezia, 1610), Agostino Lampugnani (Bologna, 1648) presenta alcune protagoniste femminili che fanno da contraltare alla costruzione della mascolinità: Elisabetta Gonzaga, Caterina e Anna Sforza, Isabella d’Este, Lucrezia Borgia, Lucrezia Marinella e, soprattutto, Arcangela Tarabotti, a cui dedicheremo presto spazio.

Moda e moderno, sottolinea Paulicelli, hanno comuni radici etimologiche (dal latino modus); moderno si riferisce a ciò che è attuale, contemporaneo ed il termine moda riprende l’idea di norma, modalità, finendo gradualmente per essere associato a quanto appare come novità.

La prima modernità italiana è caratterizzata da un recupero dell’antichità finalizzato a nuovi modelli culturali, politici ed artistici in linea con i nuovi tempi. Come spesso accade nei momenti di grandi cambiamenti, e la prima modernità è sicuramente uno di questi, finiscono col fronteggiarsi l’entusiasmo per le novità e il tentativo di controllarle. «In effetti, nel contesto della moda, l’euforia umanistica di un essere simile a Dio nel controllo della sua apparenza e del suo posto nel mondo, libero di auto-creare, sarebbe contrapposta a norme introdotte per standardizzare la bellezza, le buone maniere, il gusto nel vestire e nello stile, nel senso di “saper vivere”». (p. 36) Nel contesto umanistico, alla celebrazione dello spirito di autodetermiazione dell’essere umano si contrappone l’idea di dover normalizzare la bellezza, le maniere, lo stile ed il gusto nell’abbigliamento.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.carmillaonline.com/2019/08/20/estetiche-del-potere-moda-e-significati-politici-nello-spazio-pubblico-della-prima-modernita/

QUESTIONI DI GENERE, ECCO LA SOLUZIONE PER UNA SOCIETA' MIGLIORE

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Di Salvatore Santoru

Negli ultimissimi tempi anche i quotidiani e i media liberal e progressisti hanno cominciato a parlare del controverso tema della cosiddetta "femminilizzazione dell'uomo contemporaneo", un tema di 'stretta attualità' tanto che se ne sente parlare dagli anni 70 del Novecento, anche se prima era generalmente un argomento utilizzato da opinionisti conservatori.

Recentemente nel quotidiano tendenzialmente liberal l'Huffington Post(http://www.huffingtonpost.it/2016/10/23/uomini-che-si-comportano-come-le-donne_n_12611496.html) era apparso anche un articolo che parla di questa situazione e consiglia alle donne di 'fare le donne' e far sì che gli uomini si 'comportino da uomini'.

Insomma, in un certo senso tale quotidiano pare che faccia relativamente una specie di "apologia" della concezione tradizionalista delle relazioni e dei ruoli di genere.
Nell'articolo si fa riferimento alla nota pagina Facebook "Gli Uomini sono le nuove donne"(https://www.facebook.com/uominisonolenuovedonne/?fref=ts) in cui sopratutto gli utenti e le utenti si lamentano e ridicolizzano ( in modo ironico) le nuove generazioni di uomini che non sarebbero più uomini e dove domina il pensiero generale che "non ci sono più gli uomini di una volta" e si chiede il bisogno di "uomini veri".

La cosa interessante è che per anni e anni c'è stata una campagna mediatica decisamente influente sul fatto che l'uomo doveva diventare femminile e la donna mascolina e oggi si sentono anche critiche su ciò anche da parte progressista o liberal se non anche da certo femminismo.

Ora, tenendo conto che ritornare sic et simpliciter al vecchio sistema non è né auspicabile né più possibile e sia uomini che donne si devono abituare al cambiamento e al progresso, c'è da dire che si può parzialmente condividere in linea di massima l'idea che gli 'uomini dovrebbero tornare più uomini' ma in un determinato e preciso senso e non come il passato.

Difatti, bisogna dire che gli uomini dovrebbero essere più rispettosi e essere a contatto con la "propria parte femminile" e le donne più rispettose e a contatto con la "propria parte maschile" senza negare ciò e nemmeno 'sovvertirsi esageratamente' come ha insegnato l'ideologia dominante cosiddetta "mondialista".

Un linea di massima, un mix di Progresso e Tradizione(la parte migliore dei lasciti tradizionali s'intende)  sarebbe probabilmente la soluzione adatta, con uomini sia sicuri della propria eredità tradizionale e al contempo aperti alla femminilità senza esagerare negli aspetti ritenuti peggiori e donne sicure della propria eredità tradizionale e aperte alla mascolinità senza esagerare negli aspetti ritenuti peggiori e in tal modo entrambi dovrebbero collaborare alla costruzione di una vera equità di genere, che accetti e rispetti le differenze senza renderle fonte di conflitto.

Per il resto, serve una reale ideologia progressista e contro il sessismo visto che quell'ideologia dominante che si autoproclama "progressista" ha decisamente fallito così come un certo estremismo femminista (così come maschilista) che contribuisce alla guerra maschile/femminile quando invece c'è bisogno oggi più che mai di una pacificazione e di complementarietà.

Poi, per il resto la libertà dovrebbe essere sempre al primo posto e al di là delle mode e delle ideologie dominanti non c'è e non ci dovrebbe essere nessun problema se nel 2017 alcuni uomini si comportano liberamente 'da donne' e alcune donne si comportano liberamente 'da uomini', il problema è l'imposizione omologante del "maschio donna"e della "femmina uomo" da parte dell'attuale sistema dominante, o al contrario, l'utilizzo rigido e dogmatico e stereotipico dei ruoli e dei pregiudizi di genere("gli uomini devono essere così", "le donne devono essere cosà" ecc).

Le concezioni tradizionali e progressiste dell'età e delle tappe di vita


Di Salvatore Santoru

Nella società attuale l'importanza dell'età è delle tappe di vita costituisce una delle tematiche più discusse nell'ambito della cultura di massa e popolare.
Tra le due posizioni contrapposte dominanti si hanno la concezione "conservatrice" e quella "progressista", dove la prima si richiama all'interpretazione delle tappe di vita tradizionale mentre la seconda adotta una posizione più flessibile e legata alle condizioni della società postmoderna.







Solitamente i conservatori e/o tradizionalisti criticano la società attuale in quanto considerata fondata su una sorta di "degenerazione anagrafica" e sul mito dell'eterna giovinezza, mentre i progressisti/modernisti sostengono che l'età è relativa e che ciò che è importante è ciò che si sente dentro.
Da parte conservatrice si esalta la concezione rigida delle fasi di vita tipica delle società tradizionali, mentre da parte progressista si radicalizza quel processo storico che ha portato,dalla "scoperta" novecentesca dell'adolescenza(1) in poi, a un sempre maggiore interesse e primato dello "spirito della giovinezza", un tempo demonizzata socialmente e culturalmente sopratutto per questioni religiose.

"Spirito della giovinezza" che nella secolarizzata e progressista società occidentale è diventato egemone, tanto che si parla sempre di più dell'esplodere della cosiddetta "sindrome di Peter Pan", che prima di essere una mera condizione psicologica rappresenta un cambiamento di mentalità a livello socioculturale e una sorta di "istituzionalizzazione" e "maturazione" di una parte delle istanze progressiste e giovanilistiche che hanno attraversato l'Occidente dagli anni 60 in poi, mettendo in crisi e superando la concezione tradizionale dell'età e delle fasi di vita.

NOTE:
(1)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/05/ladolescenza-leta-che-non-esiste.html

FOTO:http://www.lurlo.info

Superare maschilismo e femminismo attuale per una società basata sul rispetto e l'equità di genere




Di Salvatore Santoru

La questione dell'equità di genere è, almeno all'interno delle società occidentali, all'ordine del giorno anche se ancora rimangono diversi problemi da superare.
L'ideologia patriarcale/maschilista che per secoli ha dominato all'interno dell'Occidente e nel mondo è in crisi così come il modello di dominazione da esso propagandato, che in linea generale è un modello sessista e basato sul concetto di supremazia del genere maschile sul femminile.
Sopratutto in Occidente tale ideologia si è ridimensionata grazie alle battaglie del movimento femminista, movimento che oggi rispetto al passato è fortemente in crisi.
Difatti, da giusta e auspicabile rivendicazione di parità e rispetto tra i generi, purtroppo sembra che oggi una buona parte delle rivendicazioni e del pensiero femminista si è trasformata in una visione del mondo ideologica, ricca di conflitti al suo interno.
Per capirci, pare che ogni gruppo che si considera tale voglia avere la supremazia sugli altri considerati tali o si consideri l'unico rappresentante di esso.
Tra i tanti conflitti, vale la pena segnalare quello relativo alla questione dell'islamismo, dove da una parte le femministe classiche(1 e 2 ondata)considerano negativamente il burqua e spesso vedono quelle radicali come alleate del maschilismo islamista e terzomondista, mentre altre (solitamente della 3 ondata) difendono il velo e spesso attaccano i costumi occidentali accusando le prime di essere diventate uno strumento dell'Occidente(o del maschilismo occidentale) e dell'imperialismo bianco e borghese, più diverse sfumature in mezzo.

Il punto è che forse bisognerebbe impostare la questione in maniera diversa, partendo dal fatto che è necessario raggiungere l'equità e il rispetto di genere, ovvero la constatazione che ogni individuo meriti rispetto a prescindere dal proprio genere e che ogni tipo di discriminazione sessista venga superata.

In tal senso, sarebbe utile contrastare culturalmente e superare le credenze sessiste diffuse, sia quelle ancora presenti nella società occidentale che quelle presenti in diverse aree del Terzo Mondo, dove (a partire dal mondo arabo/islamico, ma non solo) c'è il bisogno di fare ancora un lungo lavoro al riguardo.

Superando le credenze di stampo maschiliste e sessiste e di seguito anche l'ideologia femminista per com'è ora, si potrebbe finalmente creare una società realmente basata sulla libertà e sul rispetto di genere, e prima ancora tra individui.




FOTO:(1)https://newearthcentral.com,(2)http://thespiritscience.net

La Generazione Millennial e il web



Di Giovanni Boccia Artieri
http://www.wired.it/

La generazione dei Millennial, figlia della generazione X e nipote di quella dei Boomer, oggi è sta diventando adulta e costituisce un osservatorio privilegiato per capire in quale modo sta crescendo la nostra società futura. Una ricerca del Pew Research Center mette a fuoco il segmento 18-33 anni degli americani mostrando come il loro essere adulti è differente da quello delle generazioni precedenti alla loro stessa età. Quello che emerge è il racconto di una generazione ottimista verso il futuro ma che non crede nelle istituzioni e che costruisce il proprio vissuto attorno alle proprie reti sociali.
Troviamo così che i Millennial hanno il più alto livello storico di disaffezione nei confronti della politica (1 su 2 si sente distante ed indipendente) e religione (3 su 10 non appartiene a nessuna) e credono meno delle generazioni precedenti ad istituzioni come quella del matrimonio (meno di 3 su 10 sono sposati).


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Credono invece nelle reti sociali e nella gestione di queste attraverso i social media.
È la generazione più presente su Facebook (81%) con una media di amici più alta (250 a testa).
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Quello che hanno costruito è un ego network di cui sono consapevoli e in cui la loro immagine diventa centrale, letteralmente: il 55%, più le donne degli uomini, ha postato un selfie su Facebook, Instagram o Snapchat mentre, potremmo dire, le altre generazioni ci mettono meno la faccia nelle proprie reti sociali connesse.
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Non per questo non sono attenti alla privacy, infatti 9 su 10, in modo conforme alle altre generazioni, sostiene che le persone condividano troppe informazioni personali online dato che forse dovremmo correlare al livello di fiducia per gli altri che è il più basso generazionalmente: 19% rispetto al 31% della Generazione X, 37% dei Silenti e il 40% dei Boomer.
Si tratta di un quadro il cui senso più pieno lo possiamo trovare se collochiamo questa generazione all’interno della straordinaria trasformazione tecno-sociale in cui si sono trovati al centro.
Una delle mie figlie appartiene alla generazione dei Millennial. È cresciuta accompagnata da una veloce trasformazione delle tecnologie di comunicazione: ha visto il passaggio dalle musicassette in auto ai CD da piccola e la diffusione fin dall’inizio di Internet; ha cominciato a navigare sul web e giocare con il game boy alle elementari e continuare a farlo per tutta l’adolescenza; tra le scuole medie e quelle superiori il cellulare  è diventato il suo primo schermo, quello da cui passano, attraverso una connessione sempre più stretta alla Rete, le relazioni sociali ma anche i video musicali e serie TV da vedere in streaming nella pausa pranzo prima dei compiti.
Si tratta di persone che non si sono dovute adattare al mutamento tecnologico con frame acquisiti in un contesto diverso ma che ci sono cresciute dentro, in un modo così radicato che vengono identificati – a torto o a ragione – come nativi digitali.
Secondo Lee Rainie, direttore del Pew Internet & American Life Project i “Millennial hanno un rapporto speciale con le tecnologie. Non sono tutti tech-savvy, nel senso che non tutti sanno cosa succede “sotto il cofano” dei loro gadget ma hanno un tipo di attaccamento particolare al potere comunicativo di questi nuovi strumenti tecnologici”.
Quella dei Millennial è la prima generazione la cui storia personale si è sviluppata parallelamente alla diffusione di Internet e del web, che ha assorbito il passaggio da una realtà fatta solo di contenuti prodotti da professionisti ad un ambiente contaminato dagli User Generated Content. Per loro la tecnologia di comunicazione è parte della vita di tutti i giorni in un modo diverso che per le generazioni precedenti.

Visto da questo punto di vista è vero che nell’esistenza dei Millennial la dimensione istituzionale è subordinata a quella individuale, ma quella individuale è caratterizzata dalla percezione di una propria collocazione in una rete sociale interconnessa sempre più maturata e gestita attraverso la connessione garantita dalla svolta digitale. 

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