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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

La guerra di spie dietro il blitz in Somalia


Di Lorenzo Vita

L’operazione con cui è stata riportata a casa Silvia Romano ha ormai tutta l’aria di essere un intrigo internazionale in cui – a esclusione della famiglia della cooperante – il vincitore è solo uno: la Turchia. Il coinvolgimento dei servizi turchi è apparso da subito fondamentale nella gestione della trattativa tra i sequestratori e l’intelligence italiana. Ma quello che è apparso come un certificato del ruolo imprescindibile del Mit è stata una foto che ha fatto circolare in queste ore l’agenzia turca Anadolu e che mostra Silvia Romano sorridente dopo il dissequestro con indosso un giubbotto anti proiettile con i simboli della bandiera turca. Foto che è stata smentita dagli 007 italiani.
Un’immagine eloquente. E se qualcuno avesse avuto ancora delle perplessità sul ruolo turco e sull’importanza politica di questa liberazione, ci hanno pensato gli 007 di Recep Tayyip Erdogan a fugare ogni dubbio. L’operazione serviva al governo italiano per far tornare in patria una concittadina rapita, ma serviva soprattutto per far capire pubblicamente i nuovi equilibri nel ginepraio somalo.
Le domande a questo punto sono molte. Perché passare da Ankara quando Mogadiscio è nota per avere dai tempi della decolonizzazione rapporti proficui con le nostre unità di intelligence? Perché non avvertire in maniera chiara gli Stati Uniti? E soprattutto qual è il prezzo politico pagato con questa mossa? Dubbi che è difficile chiarire fino in fondo ma su cui è possibile iniziare a dare delle prime risposte. Che partono da una premessa: in Somalia è andata in corso una vera e propria operazione diplomatica e di spionaggio che ha svelato un enorme sommovimento strategico all’interno del territorio somalo. Ed è il primo punto da cui partire per comprendere perché l’Italia ha di fatto dovuto delegare l’operazione al Mit e ai servizi somali.
Come si è arrivati a questo è facile da comprendere. Una fonte qualificata ha svelato al Fatto Quotidiano il retroscena della ritirata della diplomazia e dell’intelligence italiana nel corso degli ultimi anni dal territorio somalo, con il risultato che quella rete di rapporti invidiata da tutti (anche dagli stessi Stati Uniti e dalle potenze europee) adesso è totalmente depotenziata. Un depotenziamento su cui pesa anche la fine del mandato di Abdullai Ghafow dal ruolo di capo dei servizi segreti somali, uomo che era stato addestrato anche dagli italiani. Insomma, a Mogadiscio l’Italia conta sempre meno. E non è un caso che a questa ritirata (sicuramente non strategica) sia arrivata la penetrazione di un Paese come la Turchia che invece da anni ha avviato un lento e costante processo di inserimento nei gangli del Paese, tanto che Erdogan ha ormai assunto il ruolo di protettore delle sorti della Somalia. Un ruolo che sta stretto soprattutto agli Emirati Arabi Uniti, che invece vogliono sfruttare il caos dell’Africa orientale per inserirsi in una partita in cui sfidano da un alto Erdogan ma dall’altro lato il suo finanziatore occulto: il Qatar dei Fratelli Musulmani. Tanto è vero che Roma avrebbe chiesto anche informazioni ad Abu Dhabi, che però stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe chiesto una partita ben più elevata che riguardava la Libia.
E qui si arriva al punto dolente: la Libia. Perché se è vero che la Turchia ha dimostrato di decidere le sorti della Somalia, è altrettanto vero che il prezzo da pagare non riguarda soltanto l’immagine di un’Italia che si ritira dal Corno d’Africa, ma anche di una possibile e inquietante contropartita libica. Gli Emirati avrebbero chiesto all’Italia il cambio di casacca: sostegno a Khalifa Haftar e non al nemico di Tripoli. La Turchia, che invece si trova con noi a convivere difficilmente nel sostengo a Fayez al Sarraj, probabilmente otterrà più libertà d’azione in campo libico: operazione Irini permettendo che però, va ricordato, per ora vede solo una nave francese nelle acque del Mediterraneo.
L’intricato gioco di spie e di diplomazia tra Italia e Turchia ovviamente non poteva non coinvolgere gli Stati Uniti. Washington sembra non aver apprezzato affatto le decisioni prese da Roma insieme ad Ankara. E così anche Londra. E per Repubblica il governo si aspetta una richiesta di informazioni dagli alleati Usa nel prossimi giorni. Del resto è abbastanza chiaro come dalle parti del comando Usa per l’Africa non possa essere vista troppo di buon occhio questa missione per liberare Romano. Vero è che sono due alleati Nato, ma è anche vero che esistono degli equilibri e delle strategie che per gli Stati Uniti è essenziale coordinare. Come giustificare il pagamento di un riscatto milionario a una milizia affilata ad Al Qaeda che caccia e droni statunitensi bombardano con sempre maggiore intensità da qualche anno? E soprattutto in cosa consiste il presunto scambio di favori in Libia quando gli stessi americani dubitano sia dell’interventismo turco che della leadership di Sarraj? L’Italia si trova in un intricato gioco di equilibri e probabilmente a Washington non piace questo espansionismo dell’intelligence turca senza una chiare definizione dei ruoli. Soprattutto se a condurre il gioco è un elemento come Erdogan che più volte ha mostrato di non seguire la linea dettata dalla Nato, sia in Siria che nel Mediterraneo orientale.

Al Shabaab: viaggio alla scoperta dei terroristi del Corno d’Africa



La recente liberazione della cooperante italiana Silvia Romano ha riportato alla ribalta della cronaca il gruppo terrorista Al Shabaab, che da anni imperversa nel tormentato scenario della Somalia. Oggi vi presentiamo un ampio dossier curato dal nostro analista Gaetano Magno in cui la storia e gli obiettivi di Al Shabaab sono spiegati in maniera esaustiva.
Di Gaetano Magno

In questo report saranno approfondite alcune vicende inerenti alla formazione terroristica somala Al Shabaab secondo due principali matrici.
In primo luogo analizzerò le sue strategie adattive, che le hanno consentito di resistere, sopravvivere ed adattarsi, come una contemporanea Idra di Lerna, ai vari approcci ed interventi con cui le fragili istituzioni somale e la comunità internazionale hanno tentato di sconfiggerla.
In secondo luogo prenderò in esame le linee di faglia interne al gruppo, mettendo in evidenza quanto le differenti provenienze claniche dei suoi membri, la più qualificata esperienza militare di taluni suoi militanti rispetto ad altri e la loro scelta di collocarsi in differenti campi della galassia jihadista mondiale, rendano Al Shabaab molto eterogeneo e frammentato nella sua composizione, a dispetto della rappresentazione monolitica e compatta data dai media.
In alcuni punti dell’elaborato cercherò di evidenziare quanto il gruppo terroristico somalo sia stato un vero e proprio precursore dell’Isis, anticipandone e forse ispirandone, con le proprie azioni, alcuni ambiti del suo modus operandi.
Un ultimo aspetto che sarà oggetto della mia analisi è il pericolo che questa formazione terroristica rappresenta per l’Europa e la comunità internazionale, vista la presenza di una nutrita comunità somala, non impermeabile a forme di radicalizzazione islamica, in molti paesi europei, del nord America e dell’Oceania.
Il gruppo terroristico somalo, nonostante questi indici di pericolosità e pur vantando il triste primato di essere la più letale compagine terrorista dell’intero continente africano, risulta poco attenzionato ed investigato dai media internazionali che, inerentemente al continente africano, sembrano prestare più attenzione ed interesse alla formazione terroristica nigeriana Boko Haram.

Medio Oriente, Libia, Mediterraneo, Europa: gli scenari problematici che attendono l’Italia



Con piacere vi presentiamo questa conversazione di Salvatore Santoru col giornalista esperto di questioni di geopolitica e forze armate Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 Gaiani si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche.
Negli ultimi giorni la già precaria situazione libica è tornata ad essere, nuovamente, incandescente. Al Serraj ha rifiutato la tregua proposta dal generale Haftar, che pochi giorni fa si è autoproclamato Presidente della nazione nordafricana.
In qualità di analista di lunga data ed esperto di questioni geopolitiche e militari internazionali, lei cosa ne pensa dell’attuale stato in cui versa il paese e quali ritiene essere gli obiettivi e gli interessi degli attori geopolitici e militari coinvolti ?
1- La situazione militare in Libia è rimasta in stallo per circa un anno, con Haftar che guadagnava progressivamente terreno cercando di conquistare, senza riuscirci, Tripoli. L’intervento turco, sia diretto che indiretto tramite l’invio di mercenari siriani, ha parzialmente rovesciato la situazione.
Più specificatamente, la controffensiva turca ha permesso di riconquistare tutta la costa della Tripolitania fino all’ovest, fino ai confini della Tunisia, e di respingere a sud le truppe di Haftar.
Questo parziale successo militare iniziale delle forze di Tripoli ha messo relativamente in difficoltà Haftar, che ha cercato di prendere il controllo politico della Cirenaica cioè della parte della Libia già controllata dal suo esercito, attuando una sorta di golpe contro il Parlamento di Tobruk e contro il governo di Baida.
Un’iniziativa tesa a costituire un governo in mano ai militari fedeli ad Haftar che non è piaciuta nemmeno ad alcuni suoi alleati.
In questo momento la situazione dipende strettamente dai paesi esterni. La Turchia sostiene Tripoli e senza l’aiuto turco il governo di al-Sarraj sarebbe finito.
Gli Emirati, l’Arabia Saudita, la Russia e l’Egitto sostengono Haftar ma sempre con maggiori perplessità, vista l’inconcludenza della sua azione militare. La vera grande assente da tutto questo scenario è l’Europa e l’Italia in particolare che negli ultimi mesi, complice anche il Covid-19, si è completamente disinteressata della crisi libica.
Crisi libica nella quale purtroppo, non siamo stati più protagonisti già dall’avvento dell’attuale governo.
2- Nell’ambito dell’informazione ‘mainstream’, non raramente il conflitto libico è spesso letto sotto una lente per così dire “manichea” e che non tiene conto delle contraddizioni o dei diversi interessi degli opposti schieramenti. Inoltre, si fa poco cenno al ruolo dei paesi e/o delle potenze che risultano coinvolte nel sostegno o nel finanziamento delle stesse parti belligeranti.
A tal proposito, è interessante a tal riguardo il ruolo della Turchia e del Qatar nel sostegno alle forze di Al Serraj. Come considera il supporto di tale ‘asse’ e quali ritiene potrebbero essere, a grandi linee, gli interessi strategici di Doha e di Ankara nel contesto libico ?
2- Il supporto turco è fondamentale per Tripoli, così come quello degli Emirati e dei sauditi lo è per Haftar. Ormai le fazioni libiche dipendono strettamente dagli aiuti militari, dai soldi e dal supporto che ricevono dall’esterno e questo condiziona molto i possibili sviluppi della situazione libica. La Turchia gioca un ruolo di potenza regionale in diverse aree del mondo, tutte quelle in cui un tempo si estendeva l’Impero Ottomano, dall’Asia centrale ex sovietica all’Oceano Indiano: basti pensare alle basi militari istituite sul Mar Rosso in Sudan, nel Golfo Persico in Qatar e soprattutto a Mogadiscio, nella Somalia che fu colonia italiana.
Quindi, nell’intervento militare anche in Libia vedo una conferma del neo-ottomanesimo di Erdogan, che è comunque anche un elemento infarcito di aspetti religiosi perché la Turchia oggi è il portabandiera della Fratellanza Musulmana e anche questo contribuisce a renderla invisa a molti paesi arabi, in particolare a sauditi ed emiratini che stanno cercando di eliminare l’ideologia islamista dal mondo arabo per modernizzarlo e dargli un’impronta più vicina all’Occidente.
3- Sempre a proposito della Turchia, c’è da dire che essa è notoriamente sostenitrice di una linea di politica estera “neo-ottomana” e islamista. D’altronde, negli ultimi anni Ankara è diventata sempre più importante anche per l’organizzazione dell’Islam politico più nota e influente globalmente, ovvero sia la Fratellanza Musulmana.
Tenendo conto che comunque questa organizzazione presenta diverse anime al suo interno, ritiene che il coinvolgimento di Ankara e degli stessi Fratelli Musulmani è o possa diventare oggetto di preoccupazione per l’Italia e l’Occidente in quanto possibile veicolo di ulteriore radicalizzazione ideologico/religiosa nell’area nordafricana ?
3- La Fratellanza Musulmana è un movimento recente che nasce in Egitto negli anni venti del secolo scorso e affronta la questione in maniera diversa. Difatti, considera la democrazia lo strumento attraverso il quale gli islamisti possono prendere il potere per poi costruire una società basata sulla Sharia, sulla legge islamica. Ad esempio, l’attuazione piena del programma della Fratellanza l’abbiamo visto in Egitto, quando Mohammed Morsi vinse le elezioni democraticamente e poi impose gradualmente delle norme sempre più rigide con l’obiettivo di imporre la Sharia come unico faro, anche a livello legislativo, del paese. In seguito, le rivolte popolari e soprattutto l’intervento militare lo hanno rovesciato.
Erdogan sta cercando di fare la stessa cosa con tempi diversi, ciò perché la Turchia è un paese moderno e a lungo secolarizzato e in cui, da Ataturk fino ad Erdogan, la religione aveva un peso relativo e non politico. Il tentativo di Erdogan di islamizzare la società turca non è ancora completato e incontra degli ostacoli, anche tra gli intellettuali.
L’imperialismo della Turchia, che se ci pensiamo è paradossale visto il PIL ridicolo che ha in confronto ai paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, ci dice due cose: la prima è che la Turchia ha una classe dirigente di prim’ordine, non parlo solo di Erdogan ma anche di ministri come quello degli Esteri Çavuşoğlu, e ha inoltre una forza politica e diplomatica che fa invidia a diversi paesi.
Invece l’Italia, nonostante il PIL nettamente superiore rispetto alla Turchia, non riesce a svolgere nel Mediterraneo un ruolo di potenza regionale neppure paragonabile a quello della Turchia che pure ha una ricchezza molto inferiore alla nostra.
Quindi, la qualità della classe politica turca fa la differenza e la scarsa qualità della nostra è uno dei limiti alla capacità di esercitare una reale influenza almeno su scala regionale, anche in contrasto alla penetrazione turca nel Mediterraneo.
Poi, l’Italia non ha ancora deciso se i turchi sono alleati o meno, dal momento in cui anche noi sosteniamo Tripoli il cui governo però dipende da Ankara e non più da noi perché i turchi l’hanno sostenuta militarmente, cosa che Roma si è rifiutata di fare.
Inoltre, non abbiamo ancora deciso se i turchi sono una minaccia o meno anche sul piano dello sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo. Quindi, diciamo che l’Italia (e anche l’Europa) non è riuscita a decidere quale strategia attuare e quali sono gli interessi in gioco in tutta quest’area.
Il problema è che gli altri lo hanno già deciso e noi rischiamo di arrivare tardi.
4- Ultimamente, pare che Russia e Egitto si stiano ‘allontanando’ dal sostegno ad Haftar, mentre Emirati e Arabia Saudita sembrano ferme nel loro appoggio.Come legge le recenti prese di posizione russe ed egiziane?
4- Russia ed Egitto, essendo paesi coinvolti con l’Europa, hanno sempre assunto una posizione favorevole ai negoziati di pace. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, Mosca ha permesso che 1400 contractors russi affiancassero le truppe di Haftar pagati dagli Emirati Arabi Uniti mentre l’Egitto fornisce armi e fa transitare dal suo territorio mezzi e armi diretti ad Haftar.
Gli Emirati, nonostante siano più distanti, sono il vero motore delle forze di Haftar sia in termine di mezzi che di denaro.
La diplomazia degli Emirati, così come quella dell’Arabia Saudita, non parla tanto di Libia però agisce molto nel supporto ad Haftar mentre Russia ed Egitto parlano tantissimo di Libia a livello diplomatico e il loro supporto ad Haftar ha una rilevanza inferiore anche se non dobbiamo dimenticare che senza il confine terrestre tra Egitto e Libia Haftar faticherebbe a ricevere i rifornimenti che giungono in parte per via aerea dagli Emirati.
Un grande disegno strategico coinvolge le guerre libica e siriana ed è il confronto tra la Lega araba (in tal caso Egitto, Arabia Saudita e Emirati) e la Fratellanza Musulmana, quindi il Qatar e la Turchia, quest’ultima un paese islamico ma non arabo.
Tra l’altro, il tentativo turco di penetrare nel mondo arabo è ostacolato anche dal fatto che gli arabi ricordano bene quanto duro e atroce sia stato il dominio ottomano sul mondo arabo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale e ciò rende più difficoltosi i rapporti tra turchi e arabi.
Nel Nord della Siria, come a Tripoli, il confronto è tra il mondo arabo e l’espansionismo turco e non a caso gli Emirati, che furono tra i maggiori sostenitori del fronte anti-Assad, oggi sono tra i migliori amici di Damasco e chiedono allo stesso Assad di riprendere l’offensiva contro le milizie filo-turche, le stesse che offrono i mercenari che combattono per il governo di Tripoli.
Anche in questo caso, l’osservazione da fare è che l’Italia e l’Europa sono totalmente estranei da questo scenario, ma non così la Russia, che anche “sottotraccia” gioca la sua parte in Libia e in Africa.
5- Sempre a proposito di questa tematica, ritiene che il sostegno saudita ad Haftar e quello qatariota ad Al Serraj possano costituire un’inasprimento della “guerra civile” che si starebbe combattendo all’interno del mondo islamista ? E se sì, come considera il ruolo dell’Iran in tale contesto?
5- Vi sono due crisi diverse. La crisi interna al mondo sunnita vede il conflitto tra la parte più laica del mondo arabo e l’asse, di matrice islamista, Turchia/Qatar che è legata alla Fratellanza Musulmana.
Altra cosa è invece il confronto tra il mondo sunnita, che costituisce la maggior parte del mondo musulmano, e quello sciita in quella che fino a ieri era la “Mezzaluna Sciita”, che andava dagli Hezbollah libanesi all’alauita (quindi sempre sciita) Assad, al governo scita iracheno e all’Iran.
Contro di essi il mondo arabo non ha esitato ad entrare, in funzione anti-sciita, anche a compromessi con le forze estremiste e infatti le milizie jihadiste attive per anni in Siria contro Bashar Assad sono state sostenute dai paesi arabi, dalla Turchia e anche dall’Occidente: Non dimentichiamo che quello di Assad è un governo laico e la sua eliminazione veniva vista come l’eliminazione di un pezzo importante di questa Mezzaluna sciita.
Oggi le crisi con l’Iran sono evidenti, anche se vi sono delle interessanti intersezioni tra le due crisi che interessano il mondo islamico.
Ad esempio il Qatar ha buoni rapporti con l’Iran e potrebbe, un domani, diventare uno dei paesi chiave nel cercare di appianare i rapporti conflittuali tra Riad e Tehran, che è un ruolo che già anche altri paesi arabi stanno ricoprendo, penso al Kuwait o all’Oman.
Meglio tenere conto che le crisi in atto nel Medio Oriente arabo/islamico, soprattutto in una fase il cui prezzo del petrolio sta crollando, rischiano di travolgere tutta la regione.
Nel senso che una conflittualità accesa, in un momento in cui mancheranno le risorse finanziarie generate dall’export energetico, rischia di provocare un disastro economico per tutta quell’area che dovrebbe essere interesse di tutti i protagonisti regionali scongiurare.
Detto questo, penso che difficilmente il mondo arabo e anche persiano potrebbero tollerare l’espansionismo turco e quindi sconfiggere i turchi in Libia e cacciarli dalla Siria resterà ancora a lungo una priorità per buona parte del mondo arabo sunnita.
L’Iran attualmente ha grosse difficoltà finanziarie, ad esempio nel sostenere il regime siriano, che infatti si sta avvicinando a paesi arabi sunniti come l’Egitto e persino gli Emirati Arabi Uniti che sino all’altro giorno erano sostenitori della ribellione siriana.
6- Alcuni analisti hanno sostenuto che l’attuale pandemia globale sia stata accompagnata da un un’ondata di infodemia e, inoltre, dal ricorso all’information warfare o ‘guerra dell’informazione’ dir si voglia.
A suo dire, quali sarebbero i paesi che vi avrebbero fatto maggiormente ricorso e quali obiettivi si nasconderebbero dietro la diffusione di notizie false o di ‘mezze verità’ e, d’altro canto, quanto potrebbe essere realmente rilevante tale fenomeno ?
6- Io credo che stiamo dando un peso eccessivo a problemi definiti nuovi ma che non lo sono affatto. La guerra dell’informazione, la propaganda e la disinformazione ci sono sempre state, già venivano usate dai Fenici nel commercio e in guerra dai Babilonesi. La diffusione di informazioni false per creare consenso o il fatto che una nazione enfatizzi gli aiuti dati ad altri paesi e, d’altro canto, minimizzi i propri problemi interni fa parte di una logica che è vecchia come il mondo.
Poi, diciamo che il vero problema nelle società evolute e per evolute intendo democratiche (e non parlo della Cina, dove non c’è libertà di stampa e un giornalista se cerca di indagare sul numero reale dei morti può scomparire) è l’appiattimento informativo e la mancanza di inchieste.
Parlando dei media italiani, basti vedere l’appiattimento sul Coronavirus come unico tema di tg, giornali e talk show ormai da tre mesi, anche con lo scopo di fare audience.
In questo contesto ci scoppia in faccia la Libia e sono mesi che i media non se ne stanno occupando e la Libia è un problema di cui l’Italia si dovrebbe occupare quasi tutti i giorni.
Questo penso sia un problema vero insieme alla credibilità di un sistema informativo martellante sul coronavirus nel diffondere notizie fornite da fonti autorevoli quali esperti, medici e scienziati che ogni settimana modificavano le loro valutazioni smentendo persino le loro stesse precedenti affermazioni.
Io non sono preoccupato della diffusione di notizie propagandistiche, un aspetto che è sempre esistito e sta al buon senso di ognuno di noi documentarsi su più fonti oggi facilmente accessibili.
Inoltre, non darei tutta la rilevanza che viene data oggi a questo fenomeno, che anche a livello internazionale in certi ambienti (come nella NATO) viene enfatizzato. Insomma, la propaganda la fanno tutti e non è un mistero e non mi sembra una cosa così scandalosa da accettare.
7- Nei primi tempi dell’emergenza, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità si è contraddistinta per prese di posizione contraddittorie o che hanno fatto abbastanza discutere.
Tenendo anche conto di alcuni episodi oscuri presenti nel passato dello stesso dirigente Tedros Adhanom, crede che l’OMS non sia comportata a dovere ?
E, inoltre, come legge la possibile vicinanza della stessa istituzione a quella parte dell’establishment occidentale tendenzialmente di matrice ‘globalista’?
7- Io credo che il problema di questa crisi è costituito da un approccio ideologico ai problemi pragmatici. Io non mi fido dell’OMS perché l’OMS è troppo infiltrata da interessi politici e dall’influenza di alcuni Stati.
Faccio un esempio: se c’è un paese che ha saputo affrontare benissimo questa crisi pandemica è Taiwan ma quello che ha fatto viene tenuto in scarsa evidenza perché non fa parte dell’OMS a causa del veto cinese.
Se devo prendere atto che l’Oms è posta sotto l’influenza della più grande dittatura comunista del mondo è chiaro che come cittadino non posso fidarmi di un’istituzione che si rivela succube, o comunque prona, ad una dittatura che tiene sotto scacco 1 miliardo e mezzo di persone. Se valuto che l’OMS ha contribuito all’insabbiamento dell’epidemia in Cina come posso fidarmi di quell’organismo dell’ONU?
Se c’è una lezione che il mondo e anche l’Italia deve apprendere dal coronavirus è che l’ideologia e il politically correct non servono a nulla e aggravano i problemi concreti.
Se l’Italia avesse chiuso i confini e imposto quarantene a fine gennaio (e qualcuno lo propose), probabilmente non avremmo avuto tutti i problemi che abbiamo avuto: ma allora si disse che il virus era il “fascioleghismo”, che bisognava “abbracciare cinesi” e mangiare involtini primavera.
Un esempio che spiega che i problemi vanno affrontati in modo pragmatico e non nel nome dell’ideologia e del politicamente corretto, se no si trasforma un piccolo problema in un disastro globale.
8- Volgendo lo sguardo sull’Unione Europea, come valuta la ‘reazione’ di Bruxelles all’emergere della pandemia e ai prevedibili effetti negativi in campo economico e politico ?
8- Io trovo che l’UE ha dimostrato di non esistere e non mi ha sorpreso.
L’Europa ha sempre fallito ogni volta che doveva aiutare paesi in difficoltà, penso alla Grecia per dirne uno che è sotto gli occhi di tutti da più di dieci anni ormai.
Quindi, l’Europa non esiste e quello che mi sorprende è che in Italia si continui ad attendere dall’Europa segnali che, se dovessero mai arrivare, arriveranno per noi molto tardi e magari fra un anno (come il Recovery Fund), e quando arriveranno saranno usati per sostenere la Germania e solo marginalmente noi.
Quindi, l’Europa non è di supporto all’Italia in questo momento se non in termini marginali. 
L’Europa non esiste, dobbiamo prenderne atto: questo non vuol dire uscire dall’UE ma cominciare a dotarci di strumenti nazionali con i quali affrontare la crisi economica.
9- Sempre a proposito dell’UE, ritiene che il blocco egemone, ovvero sia l’asse franco-tedesco, possa “utilizzare” l’emergenza Coronavirus per consolidare ed aumentare la propria influenza o, al contrario, pensa che proprio tale critica situazione possa contribuire a rendere più ‘equa’ la stessa Unione e fare in modo che la tanto decantata ed invocata “solidarietà europea” diventi realtà ?
9- Mi sembrano tutte sciocchezze propagandistiche: la solidarietà europea non esiste e sarebbe grave se la politica ci credesse davvero.
Il fatto è che l’idea che l’Europa sia un condominio in cui tutti gli inquilini sono uguali è una sciocchezza, l’Europa è un terreno di confronto comune nel quale ognuno dei maggiori player cerca di esprimere la sua influenza.
Ed è chiaro che francesi e tedeschi, avendo demograficamente e come PIL una forza maggiore degli altri, esercitano un’influenza maggiore che non è sempre detto sia convergente. Spesso hanno divergenze ma, allo stesso tempo, hanno sempre trovato un maggiore interesse nel ricomporre le loro divergenze per mantenere la leadership piuttosto che farsi la guerra l’un altro sostenendo altri paesi.
Quindi, se in Italia qualcun pensa che la Francia possa schierarsi con noi contro la Germania sul sostegno finanziario all’Italia rischia di prendere una clamorosa cantonata perché l’egemonia francese in Europa dipende dall’intesa che ha sempre trovato con la Germania e viceversa.
Quindi, dobbiamo smetterla di pensare che l’Europa sia un parco giochi dove tutti i bambini possono giocare nello stesso modo: l’Italia ha fatto tanti errori perché la politica spesso non si è occupata abbastanza dell’Europa e dei suoi meccanismi come è accaduto anche nelle ultime trattative.
Gli stessi media internazionali hanno raccontato, e sono stati impietosi, su come il governo italiano sia stato economicamente sprovveduto: in Italia i media non ce lo dicono ma basta leggere un giornale o vedere una tv straniera per saperlo.
L’Europa è fallita, noi possiamo continuare a pensare che sia un parco giochi e prendere calci mentre oggi persino il Copasir (che è uno strumento che sta lavorando egregiamente) si sta preoccupando del fatto che la crisi finanziaria generata dal Covid- 19 aumenterà le scalate straniere alle aziende, agli asset strategici italiani.
E per straniere intendo i tanti paesi interessati a mettere le mani nella nostra industria, che il nostro governo sta lasciando colpevolmente da sola, e saranno soprattutto francesi e tedeschi i favoriti in questa gara agli acquisti in saldo delle aziende italiane perché in ambito Ue è facilitata l’acquisizione di aziende tra paesi partner.
Anche i cinesi sono molto aggressivi in questo settore e hanno una lobby molto forte all’interno del nostro governo. In definitiva mi preoccupa soprattutto il fatto che in Italia ci sono molti filo-tedeschi, filo-francesi, filo-cinesi, filo-americani e filo-russi ma mi pare ci siano troppo pochi filo-italiani.

Il plasma può fermare il Covid-19? La risposta degli esperti


Intervista di Francesco Boezi a Pietro Chiurazzi

Di Francesco Boezi
Il professor Pietro Chiurazzi è un genetista. Si occupa di Dna. E il Dna, in qualche modo, ha a che fare con questa storia del plasma dei guariti dal Covid-19. Vedremo bene perché. Chiurazzi è un professore associato della Università Cattolica, Facoltà Medicina e Chirurgia. All’interno del Policlinico Gemelli, è un dirigente medico dell’Unità operativa complessa di genetica medica. “C’è molta confusione in giro”, esordisce.
Una “confusione” che può però essere “giustificata” per via dello stato di emergenza, che certo non facilita una descrizione chiara del quadro. Chiurazzi ha anche comparato le sequenze del Dna del Sars-Cov2, contribuendo a dimostrare, con buone probabilità, la compatibilità del virus con un’evoluzione naturale. Il Covid-19 nulla dunque avrebbe a che fare con manipolazioni umane da laboratorio. In questo articolo, abbiamo già parlato di quello studio.

L’argomento del giorno, dal punto di vista medico-scientifico, è il plasma dei guariti…
Un punto mi risulta chiaro: a rigor di logica, questo trattamento ha una sua utilità. In molti casi, specie in situazioni di emergenza, l’uso del plasma dei guariti può essere determinante. Sul lungo periodo, invece, il plasma non è certamente la soluzione migliore. La nostra speranza è che, avendo adesso una maggiore conoscenza della patologia e dell’infezione, non sia più necessario arrivare a rianimare un paziente. Bisogna fare testing a pioggia (tamponi per l’Rna virale ai sintomatici e ricerca degli anticorpi agli asintomatici ed ai guariti), più test possibili e più presto possibile, in modo tale da iniziare a fare prima ciò che deve essere fatto, a seconda del quadro clinico.
Più test possibili, ma il sistema immunitario sembra rispondere in modo diverso da paziente a paziente..
Se ci sono delle difficoltà respiratorie, possono essere utilizzate coperture cortisoniche importanti. Infatti, apparentemente, una iper-reattività del sistema immunitario innato di alcuni pazienti rappresenta una concausa importante dei problemi respiratori. In alcuni casi, non è tanto il virus che uccide cellule e polmoni, ma è l’eccessiva reazione immunitaria a colpire. La risposta immunitaria, in alcuni soggetti, è esagerata. Questa iper-reattività potrebbe dipendere anche da fattori genetici: il Dna, in alcune circostanze, ordina di rispondere in quel modo. Quindi alcuni pazienti guariscono proprio grazie al sistema immunitario, mentre altri, invece, avendo una reazione esagerata, fanno sì che i polmoni si riempiano di liquido per la troppa infiammazione. Inoltre è importante prevenire una tromboembolia polmonare (e non solo) iniziando tempestivamente, ma sempre sotto controllo medico, una terapia anticoagulante con eparina.
E quindi il plasma dei pazienti guariti? 
Serve, ma è una scelta di emergenza. Bisogna avere un donatore compatibile con lo stesso gruppo sanguigno e poi le donne non possono donare. Infatti, donne in età fertile o che abbiano avuto delle gravidanze, sviluppano degli anticorpi anti-Hla che possono essere molto pericolosi per il ricevente.  Infine esiste un rischio di reazione allergica (fino a shock anafilattico) per alcuni soggetti che reagiscono a proteine del plasma che differiscono naturalmente tra individuo e individuo o di cui, per motivi genetici, possono essere privi. E questo potrebbe avvenire nel corso di una seconda somministrazione.
Quindi ci sono dei rischi..
Dei rischi ci sono. Quelli infettivi però sono bassissimi. In Italia c’è un alto grado di controllo sulle donazioni. Ad esempio il rischio di contrarre l’epatite B con l’uso di emoderivati è inferiore ad uno su un milione. Non possiamo escludere mai del tutto ogni rischio, ma in certi casi il gioco può valere la candela.
E i costi della trasfusione del plasma dei guariti? 
Di per sé i costi non sono enormi.
Ma il plasma è comunque sottoposto a molti attacchi…c’è un pregiudizio ideologico?
Il costo – come detto – non è eccessivo, ma la preparazione e l’organizzazione dovrebbero essere molto accurate. Noi al Gemelli potremmo in teoria somministrare il plasma dei guariti. Però attenzione: non tutti gli anticorpi di coloro che sono guariti dal Covid-19 sono neutralizzanti, cioè in grado di bloccare la progressione della infezione. Significa che non tutto il plasma di tutti i guariti risulta davvero utile contro il virus. Per valutare il titolo degli anticorpi dei soggetti guariti servirebbe un laboratorio di microbiologia con livelli di sicurezza molto elevati perché bisogna poter maneggiare il virus. E perché è necessario dimostrare su colture cellulari che quegli anticorpi di quello specifico donatore sono capaci di bloccare l’infezione. Però, dagli studi su altri coronavirus, sappiamo che un certo quantitativo degli anticorpi sviluppati è comunque neutralizzante e praticamente tutti i pazienti finora analizzati producono anticorpi a partire da 20 giorni dopo l’inizio dei sintomi.
E quindi? 
Si può supporre che, al di sopra di un certo titolo anticorpale contro questo nuovo coronavirus, il plasma di un soggetto guarito sia neutralizzante. E’ possibile che in Lombardia, per via della assoluta emergenza, qualche verifica sia stata saltata, senza preoccuparsi insomma se c’erano titoli sufficienti di anticorpi effettivamente “neutralizzanti”. L’alternativa, del resto, era quella di non fare nulla, mentre gli studi dei colleghi cinesi hanno confermato una certa efficacia delle trasfusioni di plasma. Ora attendiamo la pubblicazione dei dati relativi ai trattamenti eseguiti dai colleghi del Nord del Belpaese.
Sembra nascere un derby tra sostenitori del vaccino e sostenitori del plasma…
Penso che questo sia un contrasto sbagliato e controproducente. Possono servire entrambi gli strumenti in contesti epidemiologici diversi. Sulla linea del fonte, con la medicina di guerra, tutto può essere utile. Il plasma del donatore guarito può essere d’aiuto. Il vaccino, quando l’infezione è avanzata, non serve a niente. Tutti ci auguriamo che il vaccino arrivi ed è possibile che divenga presto realtà con i tanti laboratori impegnati nel suo sviluppo. Alcuni temono che il virus muti troppo rapidamente per ottenere un vaccino valido per tutti i “ceppi” circolanti, ma alcune proteine, come la Spike (le antenne del virus che ne consentono l’ingresso tramite il recettore ACE2) sembrerebbero essere più “costantei”, per cui la speranza di un vaccino è fondata. Certo dovrebbe essere disponibile a costi accessibili e ovviamente proposto su base volontaria ai soggetti più “fragili” ed agli operatori sanitari che sono professionalmente più esposti.

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