Le mire di Erdogan sui Balcani

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Di Lorenzo Vita

È dai tempi dell’Impero Ottomano che la Turchia vede nella regione balcanica una pedina fondamentale per rimanere legata all’Europa e per non essere lasciata al destino di una potenza esclusivamente mediorientale. Se però un tempo i governi, ottomani e poi turchi, consideravano la regione anche per un motivo territoriale, di espansione fisica, oggi la situazione è radicalmente mutata. La Turchia vede nei Balcani non tanto un’area verso cui espandersi geograficamente, essendo ormai chiaro che il mondo si sia spostato verso un consolidamento dei confini nazionali, bensì un’arma di ricatto.
Perché un’arma di ricatto? Perché oggi influenzare i Balcani significa avere quella forza nei confronti dell’Europa tale per cui Ankara può minacciare il continente di surriscaldare il clima di tutta la regione. Una regione che, ricordiamo, è tutt’ora un groviglio di interessi in cui si intrecciano le mire di Russia, Europa e Nato.
Erdogan si sta muovendo in questa direzione. E non a caso negli ultimi mesi ha iniziato un processo di inserimento dei Balcani nella sua agenda politica. Non ultimo, a livello mediatico, l’utilizzo della strage di Srebrenica per attaccare l’Olanda. Certamente l’obiettivo era delegittimare il governo olandese e tentare un’alzata di scudi dei musulmani nei Paesi Bassi, ma l’utilizzo dell’esempio non è stato casuale. Non è stato casuale, soprattutto se messo in relazione con il recente interessamento del ministero degli Esteri turco riguardo Sarajevo. Del resto, è innegabile che se Erdogan vuole contare di più nello scacchiere balcanico, non può che iniziare da un paese con una fortissima componente musulmana, quale è la Bosnia. Negli ultimi giorni sono state molte le dichiarazioni ufficiali giunta a margine di incontri tra delegazioni turche e bosniache sull’importanza della regione dei Balcani per Ankara.
Kerem Alp, ovvero il vicedirettore generale della Direzione per i Balcani, una sezione del Ministero degli Esteri della Turchia, ha affermato senza mezzi termini che la Turchia intende essere protagonista nella regione dei Balcani occidentali. Ed ha chiesto di aumentare il livello di cooperazione tra i Paesi dell’area e la Turchia. Sempre a Sarajevo, in un incontro tenutosi il 20 marzo, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri, Muftuoglu, ha sottolineato l’importanza dei Balcani e ha inoltre ricordato come la scelta degli ambasciatori turchi per i Paesi balcanici è una questione di fondamentale importanza per il suo Dipartimento.  Non è solo la Bosnia, chiaramente, ad essere oggetto delle mire di Erdogan. Anche la Macedonia e l’Albania ed il Kosovo sono Paesi in cui la piattaforma dei movimenti musulmani, quelli più vicini alle ideologie del neo-ottomanesimo turco, può essere un’ottima base per il successo del gioco di Ankara.
Non è un caso che proprio il Kosovo, per bocca del ministro Rasim Demiri, abbia parlato recentemente della necessità di un appoggio di Ankara per la creazione del proprio esercito. Un tema che ha suscitato l’attenzione di tutte le potenze interessate alla regione e che la NATO sta lentamente giungendo ad approvare. Proprio l’appartenenza della Turchia alla NATO può in questo senso giovare fortemente alle mire di Erdogan. Da un lato, egli può farsi garante in qualità di leader carismatico del Paese musulmano più forte di tutta l’area del Mediterraneo centrorientale. Dall’altro lato, l’essere un Paese NATO permette ad Erdogan di influire in modo incisivo facendo da tramite tra le istanze dei Paesi orientali e quelli dell’Alleanza Atlantica.
Questo non significa, almeno nel breve e medio termine, che l’intenzione di Ankara sia quello di destabilizzare la regione balcanica. La Turchia è già dilaniata al suo interno ed  già circondata da regioni che vivono in continuo stato di crisi. L’unica area tendenzialmente pacificata è proprio quella balcanica, ed è quella che  Erdogan può utilizzare per ampliare l’area di influenza del suo Paese. Ma proprio perché la situazione balcanica è sempre appesa a un sottilissimo filo che in qualunque momento può essere rotto, il gioco turco consiste in un’operazione di inserimento. Inserirsi per poi ottenere in qualche tempo una posizione di vantaggio sugli altri protagonisti internazionali che hanno da tempo puntato l’intera regione.
Per fare questo, la Turchia ha cominciato ad intessere una fitta rete di interessi e porsi come garante non solo della partecipazione islamica alla vita pubblica, ma anche quale partner di investimenti fondamentali in tutta la zona. Sotto questo profilo, i dati utili a comprendere questo fenomeni di penetrazione turca, sono i recenti numeri che dimostrano un forte incremento di aziende turche che operano in Kosovo e Bosnia. Aziende che possono essere un trampolino di lancio per l’inserimento dei turchi nella società civile di Paesi fortemente divisi al loro interno.
L’osservazione di alcuni movimenti turchi, lascia dunque supporre che il cosiddetto neo-ottomanesimo di Erdogan stia iniziando lentamente a procedere. Sono per ora segnali piccoli, ma comunque di particolare importanza. La Turchia non ha interesse a far esplodere i Balcani, ma sta prendendo terreno, erodendo il ruolo dell’Europa, ormai a margine del tessuto balcanico, così come degli altri protagonisti dell’area. Mentre Russia e Occidente continuano a scontrarsi, Ankara guadagna influenza e, forse troppo tardi, l’Europa si accorgerà di aver perso definitivamente i Balcani per lasciarsi al Sultano.

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