Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Turchia. Mostra tutti i post

Matrimoni precoci, una grave violazione dei Diritti Umani: le spose bambine in Turchia e nel mondo- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende portare all’attenzione di tutti il
tragico fenomeno delle spose bambine che non solo persiste, ma che potrebbe diventare legge in Turchia.

Pochi mesi fa, infatti, tra le varie riforme presentate al Parlamento turco è stata proposta, come già
precedentemente nel 2006, la normativa Matrimonio riparatore che concede a chi è accusato di stupro la
possibilità di far cadere le denunce sposando la propria vittima. È stato inoltre precisato che la differenza di
età tra colpevole e vittima non deve superare i 10 anni, anche se la persona violata non ha raggiunto la
maggiore età. Ora se si tiene presente che tra le regole islamiche sulla pubertà e le nozze il matrimonio tra un
adulto e un adolescente (da 9 a 12 anni) non solo è ammesso, ma è considerato lecito, ne consegue che
diventa davvero complesso per l’Unione europea conciliare la richiesta della Turchia di entrare a far parte
dell’ONU con questo fenomeno che lede i diritti dei bambini.

È evidente che la notizia giunta dal parlamento turco ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale, e ciò è
comprensibilissimo perché se passasse la legge in questione, si correrebbe il rischio di far aumentare il
numero delle violenze che si tramuterebbero, di conseguenza e con consenso della LEX, in matrimonio
riparatore. Ma nessuno, all’interno del Parlamento, ricordava che da tempo la Turchia vuole entrare
nell’Unione europea? Erano davvero tutti d’accordo? Ovviamente no! Le voci di dissenso sono arrivate
puntuali e numerose proprio durante la seduta. Ma non sono state prese in considerazione, nonostante le
accese manifestazioni di protesta e il presumibile eco mediatico che una tale proposta di legge avrebbe
generato. E così tale disegno di legge che calpesta i diritti delle vittime e dell’infanzia è andato avanti
noncurante del fragore generato. C’è un’altra cosa che inoltre spaventa e preoccupa a livello planetario. Se
questa legge passasse, anche lo stupratore di una bambina ne potrebbe usufruire e potrebbe trasformare il suo
reato in matrimonio riparatore. La natura del problema è ovviamente legata ad una radicata cultura
maschilista che crede nel riparo al torto subito, che crede di potere preservare l’onore di una famiglia. In
Italia quest’ultimo, che affondava le radici nel codice Rocco del ventennio fascista, fu abolito solo nel 1981.
Abbassiamo gli tutti gli occhi ogni volta che ce ne ricordiamo, perché poco meno di quarant’anni fa la legge
nel Nostro Paese permetteva di mutare una violenza sessuale in matrimonio per restituire onore e onorabilità
alla vittima e alla sua famiglia. La legge 530 lo spiegava in modo chiaro: “Il matrimonio che l’autore del
reato contragga con la persona offesa, estingue il reato”, quindi, bastavano poche parole di legge per far
diventare innocente un colpevole.

Negli ultimi anni la situazione è molto cambiata perché i matrimoni precoci risultano essere in contrasto con
i principi della Convenzione sui diritti del fanciullo redatta a New York nel 1989.
Nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile e l’uguaglianza di genere le Nazioni Unite hanno adottato
l’eliminazione del matrimonio riparatore e soprattutto di quello infantile diffusissimo in tanti Paesi votati alla
Shari’a, nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana.
Il CNDDU vuole sottolineare con forza che il matrimonio riparatore rappresenta la sconfitta del diritto,
perché nasce da un pensiero distorto secondo il quale le donne, peggio ancora le bambine, possono essere
private della propria libertà di scelta in merito a decisioni esistenziali, come se fossero oggetti per i quali si
può rivendicare il possesso. Il matrimonio precoce è una delle più grandi violazioni dei Diritti Umani perché
tocca l’Infanzia e coinvolge oltre 700 milioni di spose bambine in tutto il mondo. A tal proposito l’Unicef sta
lavorando nei Paesi coinvolti per migliorare le leggi, le politiche e i servizi sociali. I risultati finora ottenuti
sono incoraggianti, ma ancora lontani dal pieno traguardo.
Bisogna quindi continuare su questa strada e promuovere, nei Paesi in cui il fenomeno è radicato, una scuola
che lavori incessantemente sulle tematiche della parità di genere e che permetta alle bambine di svincolarsi
dai barbari retaggi del passato che non permettono la piena realizzazione dell’esistenza. Tuteliamo la loro
esistenza. Difendiamo le spose bambine con la forza del diritto.
Non è solo un hashtag quello che ora lanciamo, ma un urlo di speranza! #BAMBINENONSPOSE

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

Silvia Romano, la strategia della Turchia e il ruolo dell'intelligence: intervista a Lorenzo Vita


Intervista di Salvatore Santoru a Lorenzo Vita

Di Salvatore Santoru

Le modalità della liberazione di Silvia Romano hanno generato diversi interrogativi e, almeno al momento, la vicenda appare ancora avvolta da un certo 'mistero'.
Questa e altre tematiche sono state affrontate nell'intervista al giornalista Lorenzo Vita, analista di Inside Over e redattore del Giornale nonché esperto di geopolitica e politica internazionale.
L'intervista è stata, inoltre, originariamente pubblicata sul sito web del centro studi Osservatorio Globalizzazione”.

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La recente liberazione di Silvia Romano è stata, notoriamente, opera dell’intelligence italiana ed è avvenuta tramite la collaborazione con i servizi segreti della Turchia.
A tal riguardo, c’è anche da dire che alcuni media filo-governativi turchi hanno rivendicato la paternità dell’azione e, a partire dal sito web dell’agenzia “Anadolu”, è stata diffusa una foto che raffigurava la giovane cooperante con un giubbotto antiproiettile recante il simbolo della mezzaluna rossa. Tale immagine è stata considerata un falso da parte dei servizi segreti italiani e da numerosi media nazionali ma, tuttavia, intorno al coinvolgimento turco permangono ancora diversi “misteri”. Come valuti tale caso e, a tuo parere, quali sarebbero i possibili retroscena dietro la liberazione della Romano?
La liberazione di Silvia Romano è sicuramente una vittoria dell’intelligence italiana, ma dal punto di vista politico non c’è dubbio che la Turchia abbia avuto un tornaconto enorme.
La foto della cooperante con il giubbotto antiproiettile è stata un colpo da maestro che ha inviato un segnale chiarissimo: il Mit ha avuto un ruolo fondamentale. E per ora l’Aise ha detto che la foto “potrebbe essere un fake”: che non equivale esattamente a una smentita. La regia di Turchia (e Qatar) è chiara, ma i misteri restano ancora molti. Alcuni hanno parlato di un’offerta degli Emirati all’Italia per aiutarli nella liberazione (Emirati che hanno fortissimi interessi strategici in Somalia) in cambio di un aiuto in Libia.
Altri di un’irritazione americana per il presunto riscatto mentre Africom bombarda le postazioni di Al Shabaab. E sono in molti all’interno dei servizi segreti italiani ad aver storto il naso per il modo di agire del governo…
La partecipazione dell’intelligence turca è sintomatica della sempre più forte influenza di Ankara in Somalia e, più generale, in Africa. D’altronde, tale presenza è funzionale alla strategia geopolitica neo-ottomana portata avanti dall’entourage di Erdogan.
Come giudichi tale fatto e, inoltre, quali ritieni possano essere gli obiettivi strategici a lungo termine del governo turco?
Gli obiettivi a lungo termine sono chiaramente quelli dell’avere una leva contrattuale sempre maggiore in un momento di caso geopolitico come quello attuale. Erdogan sfrutta la confusione e l’eredità storico-culturale dell’Impero ottomano per sostituire gli Stati occidentali più deboli in Africa.
L’esempio somalo è perfetto: dopo una decolonizzazione italiana e il caso degli anni Novanta, negli ani Duemila Erdogan è giunto all’inizio con un carico di aiuti e il riconoscimento al lavoro del governo di Mogadiscio. Adesso ha una base militare in Somalia e un’influenza politica enorme. Tutto a vantaggio suo e a discapito di chi c’era prima.
Un altro aspetto importante dell’attuale strategia turca è il sostegno a certi influenti settori dell’Islam politico, a partire dalla Fratellanza Musulmana. Tale appoggio è particolarmente evidente in Siria e in Libia, dove la Turchia può contare anche su una decisa collaborazione del Qatar.
Come inquadri tale alleanza nel contesto della ‘lotta interna’ nel mondo islamista tra l’Arabia Saudita e le forze pro-Fratellanza e, oltre a ciò, quale ruolo ritieni possano giocare l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti?
Sono tutti attori diversi tra loro e con strategie molto particolari. La religione in questi casi è un mezzo, ma attenzione a confonderlo con il fine. Qatar e Turchia hanno la Fratellanza musulmana come collante, ma seguono due direttrici diverse: Ankara ha una pianificazione profonda erede di una cultura strategica millenaria, il Qatar non ha la stessa visione di lungo termine ma ha tre armi: soldi, idrocarburi e capacità di finanziare l’islam più affine alle sue esigenze.
Dove non può arrivare con diplomazia e forza militare, arriva con questi strumenti. Idem gli Emirati, che però, al contrario del Qatar, stanno puntando molto sulla loro proiezione militare, tanto che negli ambienti Usa è soprannominata la piccola Sparta. La sfida che si gioca tra potenza del Golfo non è eminentemente culturale-islamica, ma strategica: sunnismo (e sue correnti interne) e sciismo sono solo grandi anticamere culturali a guerre che si combattono per molto più “concreti”.
E qui entra in gioco anche l’Iran, che al pari della Turchia ha visione strategica decisamente superiore a quelle delle monarchie del Golfo. La storia è importante.
Ufficialmente il governo turco è impegnato da anni nella lotta contro formazioni terroristiche come Al Qaeda e l’Isis.
Tenendo conto che, comunque, il governo di Erdogan ha appoggiato strumentalmente determinate milizie jihadiste in Libia e Siria, ritieni che una maggiore presenza turca in certe zone dell’Africa possa costituire potenzialmente il rischio di ulteriori radicalizzazioni nell’area, tra l’altro particolarmente pericolose per Paesi occidentali come la stessa Italia?
Senza dubbio. Ma attenzione a non individuare un solo colpevole: Erdogan è il leader più sfacciato in questo senso (basta vedere le sue azioni a Idlib, Afrin, e altri cantoni siriani), ma anche altri alleati dell’Occidente come le monarchie del Golfo hanno per anni supportato le milizie jihadiste e quello che fu lo Stato islamico.
Un aiuto che va di pari passo con la miopia di alcune decisioni degli Stati Uniti e della Coalizione internazionale che combatteva l’Isis lasciando però spazio alle milizie ribelli che in molti casi altro non erano che costole di organizzazioni jihadiste che hanno sparso sangue in tutta la Siria. Ecco, gli stessi errori si sono visti in Libia. E non è detto che non possano ripetersi nel caos somalo o nel Sahel.
La stessa Fratellanza Musulmana risulta essere divisa in varie correnti, alcune maggiormente aperte al dialogo democratico e altre decisamente più vicine e/o contigue al mondo del radicalismo salafita o anche del jihadismo propriamente detto.
Tenendo conto che, specialmente in passato, anche l’Arabia Saudita ha sostenuto strumentalmente organizzazioni estremiste di matrice wahabita, ritieni che la già citata “guerra civile” all’interno dell’Islam politico possa avvantaggiare o, al contrario, limitare la proliferazione del terrorismo islamista?
Sicuramente la avvantaggia in quanto molto spesso sono le uniche vere forze che hanno questi Stati per combattersi a vicenda. Naturalmente tutto dipenderà anche dagli interessi delle vere grandi potenze, anche extra mediorientali.
Queste potenze regionali si muovono in maniera autonoma, ma devono sempre “rendere conto” a chi li protegge e a coloro con cui fanno affari.
Cambiando argomento e passando al tema del Covid-19, come giudichi la reazione politica dell’UE e le mosse adottate dall’asse franco-tedesco?
L’Ue ha reagito male e chi dice che ne uscirà rafforzata pecca in realtà di presunzione. È bastato l’avvento dei primi focolai per disciogliere ogni vincolo di solidarietà tra Paesi, annullando in pochi giorni accordi sulla libera circolazione, mercato unico e cooperazione.
Adesso provano a intervenire con la crisi economica ma con ricette farraginose, miopi e soprattutto con l’obiettivo di rafforzare il controllo sui Paesi in crisi. Anche l’asse franco-tedesco non ne esce molto rafforzato, visto che Macron e Merkel hanno mostrato spesso punti di vista diversi… ma si sa che alla fine Francia e Germania trovano sempre un accordo (per adesso conviene a entrambe).
La stessa emergenza legata al Covid ha contribuito al peggioramento delle già critiche relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina. A riguardo c’è chi parla di strisciante “Nuova Guerra Fredda” e, inoltre, anche la stessa Italia risulta essere al centro della contesa sino-statunitense da alcuni anni, specialmente a causa degli accordi per la Nuova Via Della Seta e la questione del 5G.Come reputi la stessa posizione dell’Italia in questo scenario e, al contempo, consideri la questione degli aiuti anti-Coronavirus centrale in ciò?
Gli aiuti sono stati l’immagine plastica di una guerra ben più profonda e che va avanti da anni, non da ieri. Lo scontro in Italia si è visto già l’anno scorso con la firma da parte dell’allora governo giallo-verde del Memorandum sulla Nuova Via della Seta.
È stato quello il vero momento di frizione tra Roma e Washington, ben più degli aiuti umanitari, che invece sono un tema di ordine diplomatico e propagandistico.
Passando alla Russia, come ritieni possa evolvere il suo ruolo nell’ambito della crisi
Cina-Stati Uniti ? Inoltre, reputi possibile un ipotetico riavvicinamento con la Turchia in
funzione anti-UE e anti-NATO o diversamente, essendo comunque la Turchia un
importante paese dell’Alleanza Atlantica, pensi che le relazioni russo-turche possano
diventare maggiormente conflittuali ?
La Russia gioca una partita molto complessa. Da un lato ha nell’Asia (e nella Cina) mercati enormi in cui vendere gas e petrolio e scambiare tecnologie. Dall’altro lato non ha una visione strategica perfettamente in linea con quella di Pechino e gli Usa possono servire come limite all’espansionismo cinese, soprattutto in Asia centrale e Africa.
Sul fronte turco, Mosca ha chiaramente interesse ad avere una Turchia vicina: controlla il Bosforo che è essenziale per avere accesso al Mediterraneo, ha un ruolo fondamentale in Medio Oriente e Africa ed è una porta d’accesso del proprio gas verso l’Europa in alternativa alla turbolente Europa orientale.
Ma è sempre un Paese Nato: elemento che non va ami sottovalutato nella partita dell’intelligence internazionale. Diciamo che ora nessuno ha interesse ha farsi una guerra, ma le cose cambiano in fretta.
Tornando al Coronavirus, come valuti l’iniziale reazione dell’establishment politico e economico/finanziario occidentale? Pensi che ci siano stati dei colpevoli ritardi nell’affrontare l’emergenza e che, d’altro canto, siano stati commessi errori parzialmente evitabili?
Di errori ce ne sono stati moltissimi, dalla prima sottovalutazione (con una Oms responsabile) all’eccesso successivo scatenando una vera ondata di panico. Difficile valutare ora che siamo in piena emergenza.
Chiaro che i governi si siano trovati di fronte a una sfida nuova: ma tutti gli Stati occidentali avevano piani pandemici e tutti hanno ricevuto in questi anni allarmi continui sulla possibilità dell’avvento di una pandemia (anche espressamente di un coronavirus).
La prova è stata evidentemente non superata dalle classi politiche Dal punto di vista economico bisognerà vedere nei prossimi mesi, per ora la crisi è alle porte e il mondo appare ancora poco consapevole del possibilmente cambiamento generale, a partire dall’avvento del digitale e della nuova globalizzazione che vede la riscoperta della realtà nazionale per le aziende strategiche.

Alle origini dello scontro tra Emirati e Turchia


Di Futura D'Aprile

“Se mi chiedete chi sta destabilizzando la regione [mediorientale, ndr], chi sta portando il caos, allora vi rispondo senza esitazione: Abu Dhabi”. A pronunciare queste parole è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un’intervista alla Akit TV e le sue dichiarazioni danno ancora una volta conto dello stato dei rapporti tra la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Ankara negli ultimi tempi ha più volte accusato Abu Dhabi di voler destabilizzare Paesi come la Siria, la Somalia e la Libia e di aver contribuito alla distruzione dello Yemen dopo 5 anni di guerra civile. Lo scontro tra i due Stati, per quanto si sia intensificato negli ultimi periodi, ha preso però il via almeno sette anni fa e si sviluppa su più fronti, da quello bellico a quello commerciale e informativo.

Alle origini dello scontro

Si può dire che lo scontro tra Emirati Arabi (e Arabia Saudita) e Turchia ha avuto inizio nel 2013, anno della caduta del Governo Morsi in Egitto. Il presidente egiziano, appartenente ai Fratelli Musulmani, godeva del sostengo di Ankara ed è stato sostituito manu militari dal generale al-Sisi, che ha invece avuto – e tutt’ora ha – il sostegno di Abu Dhabi e Riad. La Turchia non ha mai perdonato ai due Paesi del Golfo l’interferenza nelle questioni egiziane e ancor meno la loro campagna contro i Fratelli Musulmani. Prima della caduta di Morsi, segnali di insofferenza tra Turchia ed Emirati si erano già registrati a causa del sostegno di Ankara alle rivolte in Medio Oriente e Nord Africa del 2011, rivolte che i Paesi del Golfo hanno visto come una seria minaccia alla propria stabilità. Sempre al 2011-2012 risale un altro episodio che ha contribuito a preparare il terreno per uno scontro aperto tra le due nazioni. Ankara ha infatti accusato Abu Dhabi di aver finanziato Mohammed Dahlan, ex funzionario di Fatah che avrebbe tentato di spodestare Abbas alla guida dell’Autorità nazionale palestinese. L’uomo, sfuggito alla cattura, ha trovato rifugio proprio negli Emirati Arabi dando così modo alla Turchia di additare il Paese del Golfo quale finanziatore del golpe contro il leader palestinese.
Ma a incrinare ulteriormente i rapporti tra Ankara e Abu Dhabi ha contribuito anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan del 2016: il presidente turco ha affermato in più occasioni di ritenere gli Emirati uno dei Paesi che hanno sostenuto i golpisti. Non va poi dimenticato che la Turchia nel 2017 si è schierata in sostegno del Qatar quando il Paese è stato isolato e sottoposto a embargo dalle altre potenze del Golfo con l’accusa di finanziare il terrorismo e gli stessi Fratelli Musulmani. La decisione di Ankara di accorrere in aiuto di Doha ha reso ancora più tesi i rapporti con gli Emirati e l’Arabia Saudita, i due maggiori sostenitori dell’allontanamento del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo.

Tensioni recenti

Guardando alla storia recente, i dossier diventati nuovo motivo di scontro fra Turchia ed Emirati Arabi sono principalmente Siria, Libia e Somalia. Nel primo caso, Abu Dhabi avrebbe cercato più volte di convincere il presidente Bashar al-Assad a rompere il cessate il fuoco raggiunto con la Turchia a Idlib in cambio di un finanziamento di 3 miliardi di dollari. Gli Emirati non hanno mai preso direttamente parte al conflitto siriano, ma stanno cercando di indirizzarne indirettamente le sorti facendo pressioni sulla famiglia Assad con l’obiettivo di espandere la propria influenza nell’area. Una mossa che ovviamente non trova il favore della Turchia, che deve già fare i conti con la Russia, l’Iran e i curdi (ancora in parte sostenuti dagli Usa). Per quanto riguarda la Libia, Erdogan ha di recente fatto il suo ingresso nel conflitto che prosegue ormai dal 2011 schierandosi dalla parte del Governo di accordo nazionale guidato da al-Serraj. Inutile dire che gli Emirati sostengono invece il generale Haftar, il cui obiettivo primario è il rovesciamento del GNA. Di recente, anche la Somalia è diventato teatro di scontro tra Ankara e Abu Dhabi: la Turchia, che ha una base militare e una forte presenza nel Paese, ha accusato gli Emirati di star finanziando il gruppo jihadista al-Shabab con l’obiettivo di destabilizzare ulteriormente la nazione africana. Un’accusa che si ripete anche nel caso dello Yemen, Paese in guerra dal 2015 e che vede le truppe emiratine impegnate nel conflitto sotto il comando dell’Arabia Saudita. Non bisogna poi dimenticare che altro capitolo ancora aperto nello scontro tra Turchia e Paesi del Golfo: l’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi, consumatosi nell’ambasciata saudita di Istanbul nel 2018.

Boicottaggio e disinformazione

Il conflitto tra Emirati, Arabia e Turchia ha trovato spazio anche nel settore dell’informazione. Mesi fa ha fatto molto discutere la messa in onda di una serie tv saudita che dipinge l’Impero ottomano come una forza di occupazione oscurantista, mentre a metà aprile Abu Dhabi e Riad hanno bloccato le emittenti televisive turche. Poco dopo anche i canali emiratini e sauditi sono stati oscurati sulle TV della Turchia. Nello stesso periodo, Emirati e Arabia Saudita hanno accusato Ankara di aver contribuito alla diffusione del coronavirus nella regione, mentre Erodgan condannava la disinformazione portata avanti dai Saud sulla pericolosità dei pellegrinaggi nel Paese nel momento in cui il virus si stava propagando nella zona del Golfo. Da tempo, inoltre, Abu Dhabi e Riad invitano i loro cittadini a non recarsi in vacanza in Turchia, definendolo un Paese pericoloso per i turisti, e hanno lanciato una campagna di boicottaggio dei prodotti made in Turkey.
Nonostante l’ostilità nei confronti degli Emirati abbia spesso portato la Turchia ha confrontarsi anche con l’Arabia Saudita, i rapporti tra Ankara e Riad sono meno tesi rispetto a quelli con Abu Dhabi. Una parte dell’establishment turco infatti spera ancora di poter ricucire le relazioni con l’Arabia – a danno ovviamente degli Emirati – e la crisi sanitaria e petrolifera secondo alcuni analisti potrebbe trasformarsi in un’opportunità.

Il caso Silvia Romano: le questioni aperte


Di Andrea Muratore

La liberazione di Silvia Romano in Somalia dopo il suo sequestro in Kenya è una notizia che non può non destare sentimenti di gioia ed è la prima, reale dimostrazione di soddisfazione collettiva per l’Italia dall’inizio dell’emergenza coronavirus. Un sollievo collettivo, al termine di una lunga operazione che ha visto coinvolti l’Aise – il servizio segreto estero -, i servizi segreti turchi e le autorità somale.

Risulta molto probabile, stando alle ricostruzioni, il pagamento di un riscatto. E proprio attorno a questo tema stanno nascendo tutte una serie di domande e interrogativi a cui è importante dare risposta.

Ci permettiamo una precisazione: anche se ammontante a diversi milioni di euro, chi scrive ritiene giusto e doveroso nel caso di Silvia Romano il pagamento di un riscatto per salvare una vita di una concittadina in pericolo. Da sostenitore delle istituzioni è fiero dell’operazione dell’intelligence; da italiano, chiaramente, lieto del ritorno a casa di Silvia; da cristiano non può non ricordare il principio biblico “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Ma ci sono anche diverse risposte legate a questioni eminentemente politiche.

Perchè paghiamo riscatti per salvare nostri connazionali? Lo si può dire al di fuori da ogni fraintendimento: la risposta apparentemente più superficiale è quella più realistica, perchè è la maggiore certezza per il ritorno a casa dei nostri concittadini. Poche nazioni al mondo possono permettersi di tenere la linea della resistenza a tutti i costi, meno ancora hanno la capacità di organizzare interventi di liberazione armi in pugno e anche alcune di esse (dagli USA al Regno Unito, dal Giappone alla Francia) hanno in certi casi ceduto. Non dimentichiamo che anche le operazioni “armi in pugno” contro i sequestratori non hanno certezza di successo: il caso di Giovanni Lo Porto, ucciso in Pakistan nel 2015 da un attacco americano condotto coi droni, è tristemente istruttivo.

Inoltre, ricordiamocelo, nei sequestri di cittadini occidentali all’estero la questione più importante non è il fatto che risulti necessario procurarsi il denaro da versare, ma avere la certezza di trattare con le persone giuste. Ecco perché ci si coordina con somali e turchi, nel caso di Silvia. Il “Sultano” Recep Tayyip Erdogan è il dominus del quadrante geopolitico somalo. “Lo Stato africano”, ha scritto Lorenzo Vita su Inside Over, è un complesso ginepraio di interessi strategici e di lotte per il controllo del territorio. I signori della guerra, i pirati, bandi di predoni, i terroristi di Al Shabaab e un governo fragile fanno da sfondo a una vera e propria sfida per il controllo delle aree del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno da tempo avviato una loro politica di penetrazione nella parte settentrionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aden. Mentre più a Sud, nella capitale Mogadiscio, è con i turchi che bisogna trattare. E gli italiani lo sanno benissimo”.

In terzo luogo, la questione dovrebbe essere primariamente rivolta a una svolta metodologica: c’è distinzione tra la risoluzione delle crisi degli ostaggi delle organizzazioni terroristiche (Al-Shabaab nel caso) e la loro prevenzione. Nella prima fattispecie, molto spesso il riscatto diviene l’unica soluzione praticabile. Ma la battaglia con il terrorismo e i sequestratori si combatte in primo luogo riducendo e prevenendo le occasioni di vulnerabilità per i nostri concittadini in nazioni potenzialmente rischiose. Aggiungiamo che in tal senso il caso del sequestro di Silvia è doppiamente istruttivo, in quanto avvenuto non in un focolaio di instabilità perenne, ma in una località del Kenya ritenuta, in linea teorica, abbastanza sicura. Ma vicino al buco nero somalo, questione irrisolta di lungo termine della politica internazionale.

E qui veniamo a un punto fondamentale, quarto ed ultimo: la responsabilità delle organizzazioni che si occupano di arruolare e inviare volontari e cooperanti nei Paesi dell’Africa e del resto del mondo. Risulta fondamentale un coordinamento a tutto campo tra queste organizzazioni e le autorità, italiane e locali, per preservare la sicurezza e l’operatività dei nostri concittadini in loco. Le organizzazioni di volontariato hanno una grande responsabilità nel promuovere attivamente la sicurezza e la formazione delle persone inviate sul campo: conosco personalmente esempi di organizzazioni che, dal Perù al Mozambico, dalla Bosnia al Togo, intrattengono una relazione virtuosa con autorità nazionali e locali per rendere utile e sicuro il lavoro dei volontari. Altre, purtroppo, mancano della serietà necessaria per supportare le innegabili energie di chi, magari con l’intenzione di cambiare il mondo, magari con la semplice buona volontà, parte per Paesi lontani e complessi.

Sotto il profilo del contrasto al terrorismo e degli sviluppi geopolitici, in conclusione, la liberazione di Silvia Romano ha mostrato l’abilità strategica di Al-Shabaab, organizzazione terroristica che ha acquistato una crescente capacità operativa sul terreno somalo e ha inoltre ottenuto un indubbio successo di “immagine” riconsegnando Silvia in buona salute e riuscendo, tramite un suo portavoce, addirittura a parlare ai microfoni di Repubblicacome un rappresentante di uno Stato sovrano, arrivando a discutere della destinazione dei soldi del riscatto: “In parte serviranno ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la jihad, la nostra guerra santa. Il resto servirà a gestire il Paese: a pagare le scuole, a comprare il cibo e le medicine che distribuiamo al nostro popolo, a formare i poliziotti che mantengono l’ordine e fanno rispettare le leggi del Corano”. Il modus operandi dell’organizzazione dimostra una raffinatezza strategica e narrativa mancante ad altri gruppi terroristici, esaltando di conseguenza la pericolosità di un gruppo terrorista di cui, troppo spesso, non si è parlato con abbastanza approfondimento e di cui preoccupa la presenza stabile in un Paese strategico per la sua vicinanza alla giuntura tra Oceano Indiano e Mar Rosso e allo scenario etiope e nilotico, teatro della partita geopolitica per l’acqua che anima l’Africa.  Di Al Shabaab sentiremo ancora parlare: e un nemico così insidioso potrebbe essere difficile da scalzare.

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/il-caso-silvia-romano-le-questioni-aperte/

La guerra di spie dietro il blitz in Somalia


Di Lorenzo Vita

L’operazione con cui è stata riportata a casa Silvia Romano ha ormai tutta l’aria di essere un intrigo internazionale in cui – a esclusione della famiglia della cooperante – il vincitore è solo uno: la Turchia. Il coinvolgimento dei servizi turchi è apparso da subito fondamentale nella gestione della trattativa tra i sequestratori e l’intelligence italiana. Ma quello che è apparso come un certificato del ruolo imprescindibile del Mit è stata una foto che ha fatto circolare in queste ore l’agenzia turca Anadolu e che mostra Silvia Romano sorridente dopo il dissequestro con indosso un giubbotto anti proiettile con i simboli della bandiera turca. Foto che è stata smentita dagli 007 italiani.
Un’immagine eloquente. E se qualcuno avesse avuto ancora delle perplessità sul ruolo turco e sull’importanza politica di questa liberazione, ci hanno pensato gli 007 di Recep Tayyip Erdogan a fugare ogni dubbio. L’operazione serviva al governo italiano per far tornare in patria una concittadina rapita, ma serviva soprattutto per far capire pubblicamente i nuovi equilibri nel ginepraio somalo.
Le domande a questo punto sono molte. Perché passare da Ankara quando Mogadiscio è nota per avere dai tempi della decolonizzazione rapporti proficui con le nostre unità di intelligence? Perché non avvertire in maniera chiara gli Stati Uniti? E soprattutto qual è il prezzo politico pagato con questa mossa? Dubbi che è difficile chiarire fino in fondo ma su cui è possibile iniziare a dare delle prime risposte. Che partono da una premessa: in Somalia è andata in corso una vera e propria operazione diplomatica e di spionaggio che ha svelato un enorme sommovimento strategico all’interno del territorio somalo. Ed è il primo punto da cui partire per comprendere perché l’Italia ha di fatto dovuto delegare l’operazione al Mit e ai servizi somali.
Come si è arrivati a questo è facile da comprendere. Una fonte qualificata ha svelato al Fatto Quotidiano il retroscena della ritirata della diplomazia e dell’intelligence italiana nel corso degli ultimi anni dal territorio somalo, con il risultato che quella rete di rapporti invidiata da tutti (anche dagli stessi Stati Uniti e dalle potenze europee) adesso è totalmente depotenziata. Un depotenziamento su cui pesa anche la fine del mandato di Abdullai Ghafow dal ruolo di capo dei servizi segreti somali, uomo che era stato addestrato anche dagli italiani. Insomma, a Mogadiscio l’Italia conta sempre meno. E non è un caso che a questa ritirata (sicuramente non strategica) sia arrivata la penetrazione di un Paese come la Turchia che invece da anni ha avviato un lento e costante processo di inserimento nei gangli del Paese, tanto che Erdogan ha ormai assunto il ruolo di protettore delle sorti della Somalia. Un ruolo che sta stretto soprattutto agli Emirati Arabi Uniti, che invece vogliono sfruttare il caos dell’Africa orientale per inserirsi in una partita in cui sfidano da un alto Erdogan ma dall’altro lato il suo finanziatore occulto: il Qatar dei Fratelli Musulmani. Tanto è vero che Roma avrebbe chiesto anche informazioni ad Abu Dhabi, che però stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe chiesto una partita ben più elevata che riguardava la Libia.
E qui si arriva al punto dolente: la Libia. Perché se è vero che la Turchia ha dimostrato di decidere le sorti della Somalia, è altrettanto vero che il prezzo da pagare non riguarda soltanto l’immagine di un’Italia che si ritira dal Corno d’Africa, ma anche di una possibile e inquietante contropartita libica. Gli Emirati avrebbero chiesto all’Italia il cambio di casacca: sostegno a Khalifa Haftar e non al nemico di Tripoli. La Turchia, che invece si trova con noi a convivere difficilmente nel sostengo a Fayez al Sarraj, probabilmente otterrà più libertà d’azione in campo libico: operazione Irini permettendo che però, va ricordato, per ora vede solo una nave francese nelle acque del Mediterraneo.
L’intricato gioco di spie e di diplomazia tra Italia e Turchia ovviamente non poteva non coinvolgere gli Stati Uniti. Washington sembra non aver apprezzato affatto le decisioni prese da Roma insieme ad Ankara. E così anche Londra. E per Repubblica il governo si aspetta una richiesta di informazioni dagli alleati Usa nel prossimi giorni. Del resto è abbastanza chiaro come dalle parti del comando Usa per l’Africa non possa essere vista troppo di buon occhio questa missione per liberare Romano. Vero è che sono due alleati Nato, ma è anche vero che esistono degli equilibri e delle strategie che per gli Stati Uniti è essenziale coordinare. Come giustificare il pagamento di un riscatto milionario a una milizia affilata ad Al Qaeda che caccia e droni statunitensi bombardano con sempre maggiore intensità da qualche anno? E soprattutto in cosa consiste il presunto scambio di favori in Libia quando gli stessi americani dubitano sia dell’interventismo turco che della leadership di Sarraj? L’Italia si trova in un intricato gioco di equilibri e probabilmente a Washington non piace questo espansionismo dell’intelligence turca senza una chiare definizione dei ruoli. Soprattutto se a condurre il gioco è un elemento come Erdogan che più volte ha mostrato di non seguire la linea dettata dalla Nato, sia in Siria che nel Mediterraneo orientale.

Medio Oriente, Libia, Mediterraneo, Europa: gli scenari problematici che attendono l’Italia



Con piacere vi presentiamo questa conversazione di Salvatore Santoru col giornalista esperto di questioni di geopolitica e forze armate Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 Gaiani si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche.
Negli ultimi giorni la già precaria situazione libica è tornata ad essere, nuovamente, incandescente. Al Serraj ha rifiutato la tregua proposta dal generale Haftar, che pochi giorni fa si è autoproclamato Presidente della nazione nordafricana.
In qualità di analista di lunga data ed esperto di questioni geopolitiche e militari internazionali, lei cosa ne pensa dell’attuale stato in cui versa il paese e quali ritiene essere gli obiettivi e gli interessi degli attori geopolitici e militari coinvolti ?
1- La situazione militare in Libia è rimasta in stallo per circa un anno, con Haftar che guadagnava progressivamente terreno cercando di conquistare, senza riuscirci, Tripoli. L’intervento turco, sia diretto che indiretto tramite l’invio di mercenari siriani, ha parzialmente rovesciato la situazione.
Più specificatamente, la controffensiva turca ha permesso di riconquistare tutta la costa della Tripolitania fino all’ovest, fino ai confini della Tunisia, e di respingere a sud le truppe di Haftar.
Questo parziale successo militare iniziale delle forze di Tripoli ha messo relativamente in difficoltà Haftar, che ha cercato di prendere il controllo politico della Cirenaica cioè della parte della Libia già controllata dal suo esercito, attuando una sorta di golpe contro il Parlamento di Tobruk e contro il governo di Baida.
Un’iniziativa tesa a costituire un governo in mano ai militari fedeli ad Haftar che non è piaciuta nemmeno ad alcuni suoi alleati.
In questo momento la situazione dipende strettamente dai paesi esterni. La Turchia sostiene Tripoli e senza l’aiuto turco il governo di al-Sarraj sarebbe finito.
Gli Emirati, l’Arabia Saudita, la Russia e l’Egitto sostengono Haftar ma sempre con maggiori perplessità, vista l’inconcludenza della sua azione militare. La vera grande assente da tutto questo scenario è l’Europa e l’Italia in particolare che negli ultimi mesi, complice anche il Covid-19, si è completamente disinteressata della crisi libica.
Crisi libica nella quale purtroppo, non siamo stati più protagonisti già dall’avvento dell’attuale governo.
2- Nell’ambito dell’informazione ‘mainstream’, non raramente il conflitto libico è spesso letto sotto una lente per così dire “manichea” e che non tiene conto delle contraddizioni o dei diversi interessi degli opposti schieramenti. Inoltre, si fa poco cenno al ruolo dei paesi e/o delle potenze che risultano coinvolte nel sostegno o nel finanziamento delle stesse parti belligeranti.
A tal proposito, è interessante a tal riguardo il ruolo della Turchia e del Qatar nel sostegno alle forze di Al Serraj. Come considera il supporto di tale ‘asse’ e quali ritiene potrebbero essere, a grandi linee, gli interessi strategici di Doha e di Ankara nel contesto libico ?
2- Il supporto turco è fondamentale per Tripoli, così come quello degli Emirati e dei sauditi lo è per Haftar. Ormai le fazioni libiche dipendono strettamente dagli aiuti militari, dai soldi e dal supporto che ricevono dall’esterno e questo condiziona molto i possibili sviluppi della situazione libica. La Turchia gioca un ruolo di potenza regionale in diverse aree del mondo, tutte quelle in cui un tempo si estendeva l’Impero Ottomano, dall’Asia centrale ex sovietica all’Oceano Indiano: basti pensare alle basi militari istituite sul Mar Rosso in Sudan, nel Golfo Persico in Qatar e soprattutto a Mogadiscio, nella Somalia che fu colonia italiana.
Quindi, nell’intervento militare anche in Libia vedo una conferma del neo-ottomanesimo di Erdogan, che è comunque anche un elemento infarcito di aspetti religiosi perché la Turchia oggi è il portabandiera della Fratellanza Musulmana e anche questo contribuisce a renderla invisa a molti paesi arabi, in particolare a sauditi ed emiratini che stanno cercando di eliminare l’ideologia islamista dal mondo arabo per modernizzarlo e dargli un’impronta più vicina all’Occidente.
3- Sempre a proposito della Turchia, c’è da dire che essa è notoriamente sostenitrice di una linea di politica estera “neo-ottomana” e islamista. D’altronde, negli ultimi anni Ankara è diventata sempre più importante anche per l’organizzazione dell’Islam politico più nota e influente globalmente, ovvero sia la Fratellanza Musulmana.
Tenendo conto che comunque questa organizzazione presenta diverse anime al suo interno, ritiene che il coinvolgimento di Ankara e degli stessi Fratelli Musulmani è o possa diventare oggetto di preoccupazione per l’Italia e l’Occidente in quanto possibile veicolo di ulteriore radicalizzazione ideologico/religiosa nell’area nordafricana ?
3- La Fratellanza Musulmana è un movimento recente che nasce in Egitto negli anni venti del secolo scorso e affronta la questione in maniera diversa. Difatti, considera la democrazia lo strumento attraverso il quale gli islamisti possono prendere il potere per poi costruire una società basata sulla Sharia, sulla legge islamica. Ad esempio, l’attuazione piena del programma della Fratellanza l’abbiamo visto in Egitto, quando Mohammed Morsi vinse le elezioni democraticamente e poi impose gradualmente delle norme sempre più rigide con l’obiettivo di imporre la Sharia come unico faro, anche a livello legislativo, del paese. In seguito, le rivolte popolari e soprattutto l’intervento militare lo hanno rovesciato.
Erdogan sta cercando di fare la stessa cosa con tempi diversi, ciò perché la Turchia è un paese moderno e a lungo secolarizzato e in cui, da Ataturk fino ad Erdogan, la religione aveva un peso relativo e non politico. Il tentativo di Erdogan di islamizzare la società turca non è ancora completato e incontra degli ostacoli, anche tra gli intellettuali.
L’imperialismo della Turchia, che se ci pensiamo è paradossale visto il PIL ridicolo che ha in confronto ai paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, ci dice due cose: la prima è che la Turchia ha una classe dirigente di prim’ordine, non parlo solo di Erdogan ma anche di ministri come quello degli Esteri Çavuşoğlu, e ha inoltre una forza politica e diplomatica che fa invidia a diversi paesi.
Invece l’Italia, nonostante il PIL nettamente superiore rispetto alla Turchia, non riesce a svolgere nel Mediterraneo un ruolo di potenza regionale neppure paragonabile a quello della Turchia che pure ha una ricchezza molto inferiore alla nostra.
Quindi, la qualità della classe politica turca fa la differenza e la scarsa qualità della nostra è uno dei limiti alla capacità di esercitare una reale influenza almeno su scala regionale, anche in contrasto alla penetrazione turca nel Mediterraneo.
Poi, l’Italia non ha ancora deciso se i turchi sono alleati o meno, dal momento in cui anche noi sosteniamo Tripoli il cui governo però dipende da Ankara e non più da noi perché i turchi l’hanno sostenuta militarmente, cosa che Roma si è rifiutata di fare.
Inoltre, non abbiamo ancora deciso se i turchi sono una minaccia o meno anche sul piano dello sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo. Quindi, diciamo che l’Italia (e anche l’Europa) non è riuscita a decidere quale strategia attuare e quali sono gli interessi in gioco in tutta quest’area.
Il problema è che gli altri lo hanno già deciso e noi rischiamo di arrivare tardi.
4- Ultimamente, pare che Russia e Egitto si stiano ‘allontanando’ dal sostegno ad Haftar, mentre Emirati e Arabia Saudita sembrano ferme nel loro appoggio.Come legge le recenti prese di posizione russe ed egiziane?
4- Russia ed Egitto, essendo paesi coinvolti con l’Europa, hanno sempre assunto una posizione favorevole ai negoziati di pace. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, Mosca ha permesso che 1400 contractors russi affiancassero le truppe di Haftar pagati dagli Emirati Arabi Uniti mentre l’Egitto fornisce armi e fa transitare dal suo territorio mezzi e armi diretti ad Haftar.
Gli Emirati, nonostante siano più distanti, sono il vero motore delle forze di Haftar sia in termine di mezzi che di denaro.
La diplomazia degli Emirati, così come quella dell’Arabia Saudita, non parla tanto di Libia però agisce molto nel supporto ad Haftar mentre Russia ed Egitto parlano tantissimo di Libia a livello diplomatico e il loro supporto ad Haftar ha una rilevanza inferiore anche se non dobbiamo dimenticare che senza il confine terrestre tra Egitto e Libia Haftar faticherebbe a ricevere i rifornimenti che giungono in parte per via aerea dagli Emirati.
Un grande disegno strategico coinvolge le guerre libica e siriana ed è il confronto tra la Lega araba (in tal caso Egitto, Arabia Saudita e Emirati) e la Fratellanza Musulmana, quindi il Qatar e la Turchia, quest’ultima un paese islamico ma non arabo.
Tra l’altro, il tentativo turco di penetrare nel mondo arabo è ostacolato anche dal fatto che gli arabi ricordano bene quanto duro e atroce sia stato il dominio ottomano sul mondo arabo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale e ciò rende più difficoltosi i rapporti tra turchi e arabi.
Nel Nord della Siria, come a Tripoli, il confronto è tra il mondo arabo e l’espansionismo turco e non a caso gli Emirati, che furono tra i maggiori sostenitori del fronte anti-Assad, oggi sono tra i migliori amici di Damasco e chiedono allo stesso Assad di riprendere l’offensiva contro le milizie filo-turche, le stesse che offrono i mercenari che combattono per il governo di Tripoli.
Anche in questo caso, l’osservazione da fare è che l’Italia e l’Europa sono totalmente estranei da questo scenario, ma non così la Russia, che anche “sottotraccia” gioca la sua parte in Libia e in Africa.
5- Sempre a proposito di questa tematica, ritiene che il sostegno saudita ad Haftar e quello qatariota ad Al Serraj possano costituire un’inasprimento della “guerra civile” che si starebbe combattendo all’interno del mondo islamista ? E se sì, come considera il ruolo dell’Iran in tale contesto?
5- Vi sono due crisi diverse. La crisi interna al mondo sunnita vede il conflitto tra la parte più laica del mondo arabo e l’asse, di matrice islamista, Turchia/Qatar che è legata alla Fratellanza Musulmana.
Altra cosa è invece il confronto tra il mondo sunnita, che costituisce la maggior parte del mondo musulmano, e quello sciita in quella che fino a ieri era la “Mezzaluna Sciita”, che andava dagli Hezbollah libanesi all’alauita (quindi sempre sciita) Assad, al governo scita iracheno e all’Iran.
Contro di essi il mondo arabo non ha esitato ad entrare, in funzione anti-sciita, anche a compromessi con le forze estremiste e infatti le milizie jihadiste attive per anni in Siria contro Bashar Assad sono state sostenute dai paesi arabi, dalla Turchia e anche dall’Occidente: Non dimentichiamo che quello di Assad è un governo laico e la sua eliminazione veniva vista come l’eliminazione di un pezzo importante di questa Mezzaluna sciita.
Oggi le crisi con l’Iran sono evidenti, anche se vi sono delle interessanti intersezioni tra le due crisi che interessano il mondo islamico.
Ad esempio il Qatar ha buoni rapporti con l’Iran e potrebbe, un domani, diventare uno dei paesi chiave nel cercare di appianare i rapporti conflittuali tra Riad e Tehran, che è un ruolo che già anche altri paesi arabi stanno ricoprendo, penso al Kuwait o all’Oman.
Meglio tenere conto che le crisi in atto nel Medio Oriente arabo/islamico, soprattutto in una fase il cui prezzo del petrolio sta crollando, rischiano di travolgere tutta la regione.
Nel senso che una conflittualità accesa, in un momento in cui mancheranno le risorse finanziarie generate dall’export energetico, rischia di provocare un disastro economico per tutta quell’area che dovrebbe essere interesse di tutti i protagonisti regionali scongiurare.
Detto questo, penso che difficilmente il mondo arabo e anche persiano potrebbero tollerare l’espansionismo turco e quindi sconfiggere i turchi in Libia e cacciarli dalla Siria resterà ancora a lungo una priorità per buona parte del mondo arabo sunnita.
L’Iran attualmente ha grosse difficoltà finanziarie, ad esempio nel sostenere il regime siriano, che infatti si sta avvicinando a paesi arabi sunniti come l’Egitto e persino gli Emirati Arabi Uniti che sino all’altro giorno erano sostenitori della ribellione siriana.
6- Alcuni analisti hanno sostenuto che l’attuale pandemia globale sia stata accompagnata da un un’ondata di infodemia e, inoltre, dal ricorso all’information warfare o ‘guerra dell’informazione’ dir si voglia.
A suo dire, quali sarebbero i paesi che vi avrebbero fatto maggiormente ricorso e quali obiettivi si nasconderebbero dietro la diffusione di notizie false o di ‘mezze verità’ e, d’altro canto, quanto potrebbe essere realmente rilevante tale fenomeno ?
6- Io credo che stiamo dando un peso eccessivo a problemi definiti nuovi ma che non lo sono affatto. La guerra dell’informazione, la propaganda e la disinformazione ci sono sempre state, già venivano usate dai Fenici nel commercio e in guerra dai Babilonesi. La diffusione di informazioni false per creare consenso o il fatto che una nazione enfatizzi gli aiuti dati ad altri paesi e, d’altro canto, minimizzi i propri problemi interni fa parte di una logica che è vecchia come il mondo.
Poi, diciamo che il vero problema nelle società evolute e per evolute intendo democratiche (e non parlo della Cina, dove non c’è libertà di stampa e un giornalista se cerca di indagare sul numero reale dei morti può scomparire) è l’appiattimento informativo e la mancanza di inchieste.
Parlando dei media italiani, basti vedere l’appiattimento sul Coronavirus come unico tema di tg, giornali e talk show ormai da tre mesi, anche con lo scopo di fare audience.
In questo contesto ci scoppia in faccia la Libia e sono mesi che i media non se ne stanno occupando e la Libia è un problema di cui l’Italia si dovrebbe occupare quasi tutti i giorni.
Questo penso sia un problema vero insieme alla credibilità di un sistema informativo martellante sul coronavirus nel diffondere notizie fornite da fonti autorevoli quali esperti, medici e scienziati che ogni settimana modificavano le loro valutazioni smentendo persino le loro stesse precedenti affermazioni.
Io non sono preoccupato della diffusione di notizie propagandistiche, un aspetto che è sempre esistito e sta al buon senso di ognuno di noi documentarsi su più fonti oggi facilmente accessibili.
Inoltre, non darei tutta la rilevanza che viene data oggi a questo fenomeno, che anche a livello internazionale in certi ambienti (come nella NATO) viene enfatizzato. Insomma, la propaganda la fanno tutti e non è un mistero e non mi sembra una cosa così scandalosa da accettare.
7- Nei primi tempi dell’emergenza, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità si è contraddistinta per prese di posizione contraddittorie o che hanno fatto abbastanza discutere.
Tenendo anche conto di alcuni episodi oscuri presenti nel passato dello stesso dirigente Tedros Adhanom, crede che l’OMS non sia comportata a dovere ?
E, inoltre, come legge la possibile vicinanza della stessa istituzione a quella parte dell’establishment occidentale tendenzialmente di matrice ‘globalista’?
7- Io credo che il problema di questa crisi è costituito da un approccio ideologico ai problemi pragmatici. Io non mi fido dell’OMS perché l’OMS è troppo infiltrata da interessi politici e dall’influenza di alcuni Stati.
Faccio un esempio: se c’è un paese che ha saputo affrontare benissimo questa crisi pandemica è Taiwan ma quello che ha fatto viene tenuto in scarsa evidenza perché non fa parte dell’OMS a causa del veto cinese.
Se devo prendere atto che l’Oms è posta sotto l’influenza della più grande dittatura comunista del mondo è chiaro che come cittadino non posso fidarmi di un’istituzione che si rivela succube, o comunque prona, ad una dittatura che tiene sotto scacco 1 miliardo e mezzo di persone. Se valuto che l’OMS ha contribuito all’insabbiamento dell’epidemia in Cina come posso fidarmi di quell’organismo dell’ONU?
Se c’è una lezione che il mondo e anche l’Italia deve apprendere dal coronavirus è che l’ideologia e il politically correct non servono a nulla e aggravano i problemi concreti.
Se l’Italia avesse chiuso i confini e imposto quarantene a fine gennaio (e qualcuno lo propose), probabilmente non avremmo avuto tutti i problemi che abbiamo avuto: ma allora si disse che il virus era il “fascioleghismo”, che bisognava “abbracciare cinesi” e mangiare involtini primavera.
Un esempio che spiega che i problemi vanno affrontati in modo pragmatico e non nel nome dell’ideologia e del politicamente corretto, se no si trasforma un piccolo problema in un disastro globale.
8- Volgendo lo sguardo sull’Unione Europea, come valuta la ‘reazione’ di Bruxelles all’emergere della pandemia e ai prevedibili effetti negativi in campo economico e politico ?
8- Io trovo che l’UE ha dimostrato di non esistere e non mi ha sorpreso.
L’Europa ha sempre fallito ogni volta che doveva aiutare paesi in difficoltà, penso alla Grecia per dirne uno che è sotto gli occhi di tutti da più di dieci anni ormai.
Quindi, l’Europa non esiste e quello che mi sorprende è che in Italia si continui ad attendere dall’Europa segnali che, se dovessero mai arrivare, arriveranno per noi molto tardi e magari fra un anno (come il Recovery Fund), e quando arriveranno saranno usati per sostenere la Germania e solo marginalmente noi.
Quindi, l’Europa non è di supporto all’Italia in questo momento se non in termini marginali. 
L’Europa non esiste, dobbiamo prenderne atto: questo non vuol dire uscire dall’UE ma cominciare a dotarci di strumenti nazionali con i quali affrontare la crisi economica.
9- Sempre a proposito dell’UE, ritiene che il blocco egemone, ovvero sia l’asse franco-tedesco, possa “utilizzare” l’emergenza Coronavirus per consolidare ed aumentare la propria influenza o, al contrario, pensa che proprio tale critica situazione possa contribuire a rendere più ‘equa’ la stessa Unione e fare in modo che la tanto decantata ed invocata “solidarietà europea” diventi realtà ?
9- Mi sembrano tutte sciocchezze propagandistiche: la solidarietà europea non esiste e sarebbe grave se la politica ci credesse davvero.
Il fatto è che l’idea che l’Europa sia un condominio in cui tutti gli inquilini sono uguali è una sciocchezza, l’Europa è un terreno di confronto comune nel quale ognuno dei maggiori player cerca di esprimere la sua influenza.
Ed è chiaro che francesi e tedeschi, avendo demograficamente e come PIL una forza maggiore degli altri, esercitano un’influenza maggiore che non è sempre detto sia convergente. Spesso hanno divergenze ma, allo stesso tempo, hanno sempre trovato un maggiore interesse nel ricomporre le loro divergenze per mantenere la leadership piuttosto che farsi la guerra l’un altro sostenendo altri paesi.
Quindi, se in Italia qualcun pensa che la Francia possa schierarsi con noi contro la Germania sul sostegno finanziario all’Italia rischia di prendere una clamorosa cantonata perché l’egemonia francese in Europa dipende dall’intesa che ha sempre trovato con la Germania e viceversa.
Quindi, dobbiamo smetterla di pensare che l’Europa sia un parco giochi dove tutti i bambini possono giocare nello stesso modo: l’Italia ha fatto tanti errori perché la politica spesso non si è occupata abbastanza dell’Europa e dei suoi meccanismi come è accaduto anche nelle ultime trattative.
Gli stessi media internazionali hanno raccontato, e sono stati impietosi, su come il governo italiano sia stato economicamente sprovveduto: in Italia i media non ce lo dicono ma basta leggere un giornale o vedere una tv straniera per saperlo.
L’Europa è fallita, noi possiamo continuare a pensare che sia un parco giochi e prendere calci mentre oggi persino il Copasir (che è uno strumento che sta lavorando egregiamente) si sta preoccupando del fatto che la crisi finanziaria generata dal Covid- 19 aumenterà le scalate straniere alle aziende, agli asset strategici italiani.
E per straniere intendo i tanti paesi interessati a mettere le mani nella nostra industria, che il nostro governo sta lasciando colpevolmente da sola, e saranno soprattutto francesi e tedeschi i favoriti in questa gara agli acquisti in saldo delle aziende italiane perché in ambito Ue è facilitata l’acquisizione di aziende tra paesi partner.
Anche i cinesi sono molto aggressivi in questo settore e hanno una lobby molto forte all’interno del nostro governo. In definitiva mi preoccupa soprattutto il fatto che in Italia ci sono molti filo-tedeschi, filo-francesi, filo-cinesi, filo-americani e filo-russi ma mi pare ci siano troppo pochi filo-italiani.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *