Erdogan mette a disposizione fino a 15 mila soldati per difendere il Qatar isolato nel Golfo arabico

Il Medio Oriente è sempre più in fiamme. E dalla martoriata Siria l'incendio si sta estendendo pericolosamente all'area del petrolio: il Golfo arabico. La "guerra delle petromonarchie" per il momento è "solo" diplomatica ed economica. ma l'escalation è tale che il rischio di un devastante conflitto armato si fa sempre più immanente. E così, al già imperante scontro sunniti versus sciiti, s'innesta quello, non meno inquietante, intrasunnita. Le ricadute di questa "guerra delle petromonarchie" investirebbero non solo i già precari equilibri regionali, ma si abbatterebbero anche sulle bollette petrolifere dell'Occidente, disastrando soprattutto le economie di quei Paesi, tra questi l'Italia, che più dipendono dall'"oro nero".
Sul campo si delineano nuove alleanze e altre si disfano. Riad contro Doha. E non solo. La vera posta in gioco non è la guerra al terrorismo, con le accuse pubbliche lanciate al Qatar da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Bahrein ed Egitto, di sostenere organizzazioni terroristiche, da Hamas a branche di al-Qaeda, ma addirittura, almeno fino al 2014, persino l'Isis. La vera posta in gioco è la leadership del mondo sunnita in funzione anti-iraniana.
Nel mirino del "fronte saudita", benedetto da Donald Trump nel summit di Riad del 18 maggio scorso, c'è anche la politica, considerata troppo autonoma e aperturista, seguita dal Qatar non solo nei confronti di Teheran, ma anche nelle relazioni, commerciali, economiche, politiche, con l'Europa. Quella in atto, peraltro, è anche una "guerra mediatica": Al Arabiya contro Al Jazeera, impegnate h24 a propagandare le rispettive, e confliggenti, verità.
Già adesso la "guerra delle petromonarchie" del Golfo ha due teatri su cui esercitarsi: la Siria e lo Yemen. Una guerra di cui, soprattutto dopo il duplice attacco terroristico di Teheran, è entrata a far parte il "Califfato" di Abu Bakr al-Baghdadi. L'Arabia Saudita, è bene ricordarlo, con il terzo budget militare al mondo, accresciuto peraltro con i contratti per la fornitura di armamenti (110 miliardi di dollari) stipulati dal presidente Usa e da re Salman il 18 maggio. A fianco di Riad si è subito schierato l'Egitto del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi, le cui commesse militari sono pagate in gran parte con i dollari emiratini. Il ricchissimo Qatar fa gola a molti e destabilizzarlo può ingigantire le casse di Paesi, come l'Egitto, alle prese con una gravissima crisi economica che potrebbe sfociare in rivolta di piazza.
Economia, geopolitica, nazionalismo e religione: è un mix di tutto questo la "crisi del Golfo". Un mix esplosivo. Nessuno può chiamarsi fuori dal gioco. Il tempo dei mediatori è finito. E' tempo di schierarsi. Di scegliere con chi stare, calcolarne rischi e benefici, allargando l'orizzonte al quadro regionale, monitorando le mosse di Mosca e Washington, per avere un posto in prima fila in una "Yalta mediorientale". Al-Sisi ha scelto Riad. Recep Tayyp Erdogan, Doha. Ed è una scelta pesante, tenendo conto della potenza militare della Turchia (il secondo esercito Nato) e della visione imperiale "neo-ottomana" che guida la politica estera del "Sultano di Ankara" a Oriente.
Nei giorni scorsi, Il Parlamento turco ha approvato con procedura straordinaria la legge che ratifica un accordo tra Erdogan e il sovrano qatarino Tamim bin Hamad al-Thani, uno dei primi leader mondiali a manifestare il suo sostegno a Erdogan dopo il fallito golpe del luglio scorso. La legge prevede che i soldati di Ankara possano essere dispiegati in una base vicino a Doha e impegna i due Paesi a un "mutuo soccorso" in caso di aggressioni esterne. Il presidente-padrone della Turchia ha ratificato la legge nella notte dell'8 giugno e Ankara è pronta a schierare in Qatar un contingente di 5 mila uomini, tra soldati e addestratori, che potrebbe aumentare a 15 mila.
Ankara, nell'arco geografico del Medio Oriente, sostiene diversi movimenti dell'Islam politico, come i Fratelli musulmani e Hamas, e ha rapporti cordiali con l'Iran sciita, dove il capo della diplomazia, Mevlut Cavusoglu, è stato in visita in piena crisi qatariota. Ma quella di Erdogan non è una scelta improntata alla gratitudine. Il sostegno di Ankara a Doha si spiega soprattutto esaminando il versante economico: secondo le cifre pubblicate dai media gli investimenti qatarioti in Turchia ammontano a 1,5 miliardi di dollari. Compagnie turche hanno ottenuto contratti per più di 13 miliardi di dollari per i progetti in vista della Coppa del Mondo di calcio prevista nel 2022. 

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