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Venezuela, la fallita invasione anti-Maduro tra contractors e strani ribelli


Di Giovanni Giacalone

Continua a far discutere la fallita offensiva anti-Maduro messa in atto nella notte di domenica 3 maggio sulle coste del Venezuela e bloccata dall’esercito di Caracas ancor prima di iniziare. Un’offensiva dalle dinamiche talmente assurde che si fa fatica persino a definirla “operazione” e che ha visto coinvolti controversi ex militari bolivariani rifugiatisi in Colombia  ma anche ex militari statunitensi reinventatisi contractors e alla cui regia delle operazioni spicca il nome di Jordan Goudreau, ex Berretto Verde veterano pluridecorato di Iraq e Afghanistan, ben noto in Florida dove ha sede la sua società di sicurezza privata “Silvercorp”.
Intanto la televisione venezuelana di regime mostrava come trofeo le immagini dei passaporti e delle patenti di guida di Luke Alexander Denman e Airan Berry, i due contractors statunitensi catturati a Chuao assieme a una ventina di altri ribelli. In molti si sono ovviamente chiesti perchè i due ex militari abbiano deciso di mettere in atto un’infiltrazione clandestina in territorio nemico portandosi dietro i documenti. Come se non bastasse, a rendere ancor più assurda la faccenda c’è il fucile M4 da softair sequestrato dalle autorità venezuelane e mostrato assieme ad ulteriore equipaggiamento ritrovato a bordo del motoscafo.
Goudreau e soci venezuelani hanno accusato il leader dell’opposizione, Juan Guaido, di non aver rispettato i patti e come conseguenza di ciò l’ufficio della Procura Generale di Caracas ha emanato un mandato di arresto contro l’esponente politico che nel frattempo sarebbe scappato presso l’ambasciata di un Paese europeo non meglio precisato. Intanto Maduro punta il dito contro la Colombia e contro Trump che rimanda però le accuse al mittente: “Noi non c’entriamo. Se fossimo stati noi, le cose sarebbero andate diversamente”.

Lo sbarco mal riuscito e gli obiettivi incerti

Uno dei due contractors statunitensi ha dichiarato alle autorità venezuelane che l’obiettivo principale doveva essere quello di arrestare il Presidente venezuelano Nicolas Maduro per poi trasferirlo all’aeroporto di Caracas e metterlo su un aereo diretto negli Stati Uniti. Per far ciò, uno dei gruppi d’assalto avrebbe dovuto in qualche modo raggiungere l’aeroporto senza farsi individuare per poi prenderne il controllo.
Fonti governative venezuelane avanzano però ipotesi differenti, spiegando che il gruppo guidato da Robert Colina “Pantera” avrebbe dovuto inserirsi a Macuto per poi avanzare su Caracas con l’obiettivo di arrestare Maduro; i gruppi fermati tra Chuao e Puerto Cruz avrebbero invece dovuto coprire una distanza di circa 30 chilometri in direzione sud verso la città di Maracay per impossessarsi della base della 4a Divisione Blindata dell’esercito bolivariano.
E’ veramente difficile concepire come una sessantina di uomini male armati e senza l’adeguato addestramento possano mettere in atto un piano del genere, come già illustrato all’emittente statunitense Nbc da Ephraim Mattos, un ex Navy Seal che aveva visitato tempo prima uno dei campi di addestramento in territorio colombiano per fare un corso di medicina militare ad alcuni uomini poi rivelatisi del gruppo di Goudreau.
Uomini che avevano descritto il contractor come “membro della Delta Force e guardia del corpo di Donald Trump”. A quel punto Mattos (che non aveva mai sentito parlare di Goudreau), dopo aver visitato il sito della Silvercorp ed aver realizzato che si trattava di un “private contractor” e non un membro attuale di alcun corpo militare, lo aveva contattato via Instagram per avere chiarimenti, ma la conversazione non aveva avuto seguito.
Il resto della storia è ben nota, con Goudreau e l’ex ufficiale venezuelano Nieto Quintero che, ben lontani dal campo di battaglia, diffondevano un video ad operazione ancora in corso, denominandola “Gideon” e illustrandone gli obiettivi: “rovesciare il regime di narcotrafficanti e liberare i prigionieri politici”. In aggiunta, Goudreau rivendicava incursioni anche nell’est e nel sud del Paese. L’epilogo è però quello che il mondo intero ha potuto vedere, con otto ribelli uccisi a Macuto e gli altri umiliati davanti alle telecamere.

Chi è Jordan Goudreau?

Con il passare delle ore inizia ad emergere un quadro sempre più chiaro sul regista dell’operazione, il canadese Jordan Goudreau, tre medaglie di bronzo da veterano di Iraq e Afghanistan, indicato da chi lo ha conosciuto sul campo come ottimo tiratore; un ex Berretto Verde con in passato anche un’esperienza nell’esercito canadese. Dopo il ritorno alla vita da civile, nel 2018 aveva deciso di aprire la Silvercorp, azienda di sicurezza privata, per focalizzarsi sulla prevenzione delle stragi nelle scuole, problema particolarmente sentito oltre-Oceano.
Il business della sicurezza privata è però piuttosto inflazionato negli Usa e Goudreau, a detta del suo ex socio Drew White, aveva obiettivi ben più lungimiranti ed orientati all’estero: “voleva fare una società di contractors in stile BlackWater”. Nel febbraio del 2019, durante un concerto a Cucuta, città colombiana vicino il confine col Venezuela, l’ex Berretto Verde abbracciava l’idea di guidare un gruppo di ribelli per scardinare il regime di Maduro. Se l’iniziativa fosse riuscita, sarebbe stato un “colpaccio” per l’azienda di Goudreau, sia dal punto di vista finanziario che della fama. Su Maduro c’è una taglia di Washington e inoltre il contractor avrebbe potuto contare sui finanziamenti di facoltosi oppositori con i quali era entrato in contatto (o per lo meno, così credeva), oltre che su eventuali vantaggi legati al business una volta instauratosi il nuovo governo.
Non risulta ancora pienamente chiaro in che modo Goudreau si sia realmente presentato ai ribelli, se come membro delle forze speciali Usa, della Delta Force, guardia del corpo del Presidente Trump, agente della Cia. Vero è che lo US Secret Service e la Cia hanno entrambi dichiarato di non aver mai contrattato Goudreau; successivamente arrivava poi la comunicazione di un portavoce del Bojangles’ Coliseum di Charlotte che illustrava come Goudreau non fosse mai stato contrattato come guardia di sicurezza al convegno di Trump del 28 ottobre 2018. Ciò in seguito a una foto pubblicata sul profilo Instagram della Silvercorp dove Goudreau appariva vestito da “bodyguard” proprio in quell’occasione.

Se n'è andato il giornalista Italo Moretti: fu inviato Rai e direttore del Tg3


Di Salvatore Santoru

Se n'è andato, all'età di 86 anni, l'ex inviato Rai Italo Moretti(1).
Moretti, che nel 1995 fu anche direttore del Tg3, fu inviato per diversi anni in America Latina e documentò le critiche situazioni politiche presenti in diverse nazioni, tra cui il Cile, l'Uruguay e l'Argentina.

Proprio a proposito del Cile, lo stesso Moretti fu uno dei primi giornalisti che si recò a Santiago dopo il golpe di Pinochet e documentò la repressione attuata dal suo regime.
Inoltre, documentò anche la tragica vicenda dei desaparecidos dell'Argentina.

NOTA: 

(1) https://tv.fanpage.it/morto-italo-moretti-giornalista-e-inviato-rai-ed-ex-direttore-del-tg3/
http://tv.fanpage.it/

FOTO: fanpage.it

Flavio Bolsonaro inguaia il padre Jair


Di Andrea Massardo

Flavio Bolsonaro, figlio del presidente del Brasile, è stato messo sotto indagine dalla corte di giustizia del Paese perché sospettato di esser parte di un ingente giro di tangenti che implicherebbe anche la moglie. Sebbene il caso fosse stato chiuso con un nulla di fatto negli anni scorsi, recentemente i pubblici ministeri brasiliani hanno deciso di riaprire la questione che, a loro detta, necessita di ulteriori accertamenti. L’indagine risale al periodo in cui il figlio del presidente brasiliano Jair Bolsonaro ricopriva il ruolo di legislatore a Rio de Janeiro; coincidenza temporale che ha spinto i giudici a riaprire le indagini, nonostante lo stop da parte della corte suprema federale meno di un anno fa.

Flavio inguaia il padre

Nonostante il caso fosse già noto alla stampa e, volente o nolente, avesse arrecato danni d’immagine alla famiglia, la notizia della riapertura delle indagini arriva in un brutto momento per il presidente, occupato a contrastare la nuova ascesa politica di Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo la decisione della corte suprema federale di scarcerare il leader del partito nazionale dei lavoratori di sinistra, i deputati fedeli a Bolsonaro hanno già iniziato a lavorare ad una proposta di legge che possa rimetterlo dietro alle sbarre. Lula, accusato di corruzione, è stato rimesso in libertà in quanto non soggetto a condanna definitiva; decisione questa che potrebbe far da storico in caso di sentenza di colpevolezza per Flavio Bolsonaro: ma a quale prezzo? A meno di una legge ad hoc successiva ad un ipotetica condanna, la stessa proposta legislativa studiata appositamente per il caso di Lularischierebbe di colpire anche il figlio dell’attuale presidente brasiliano: con un ulteriore danno di immagine per l’esecutivo brasiliano. Viceversa, fermare i lavori significa lasciare Lula a piede libero, accettando il rischio di avere costantemente la sua figura politica con il fiato sul collo, pronto a sfruttare ogni minimo errore.
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Bolivia, il nipote dell'autoproclamata presidentessa Áñez ha avuto legami con i narcos


Di Salvatore Santoru

Da alcuni giorni alcune testate sudamericane stanno parlando di una vicenda che riguarda l'autoproclamata presidentessa della Bolivia, l'esponente del 'Movimento Social Democratico' Jeanine Áñez.
Più specificatamente la vicenda riguarda un nipote della stessa Áñez.
Come riportato da El Diario(1), il nipote della presidentessa Carlos Andrés Añez Dorado fu arrestato nel 2017 mentre trasportava mezza tonnellata di cocaina in un aereo della Bolivia insieme a Fabio Andrade Lima Lobo.
Lobo è il figlio di Carmen Lima Lobo, candidata del MAS (il partito dell'ex presidente Morales) e di Célimo Andrade, ex membro dell'influente cartello colombiano di Cali(2).
Inoltre, riporta sempre El Diario, quando ci fu l'arresto il governo riconobbe la militanza della Lobo e ricordò che lo stesso Andrade Lima Lobo aveva comunque un legame familiare diretto con Hugo Vargas Lima Lobo, il sindaco di San Joaquin nominato dall'MNR in alleanza con Unidad Democratica (il partito dell'attuale presidentessa Añez) e con Oscar Vargas Lima Lobo, ex candidato dell'UD all'Assemblea del Dipartimento di Beni. 
NOTE:
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L’ascesa della destra religiosa in America Latina


Di Wayne Madsen

Il recente colpo di Stato in Bolivia che ha rovesciato il Presidente Evo Morales non era solo un normale putsch di destra aiutato e favorito dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, ma anche metteva al potere politici affiliati a un movimento protestante fondamentalista in ascesa in America Latina che può essere definito “cristo-fascista”. Molte delle sette protestanti di estrema destra e al di fuori del mainstream che prendono potere in Guatemala, Colombia, Brasile e ora Bolivia denunciarono il cattolicesimo romano tradizionale in America Latina come eretico e persino filo-comunista. Sulle principali religioni protestanti, le sette fondamentaliste le considerano irrimediabilmente liberali, oltre che eretiche. Il colpo di Stato militare in Bolivia che ha rovesciato il presidente eletto democraticamente Evo Morales comportava un servizio attivo di alto livello e ritirava alti ufficiali delle forze armate boliviane, alcuni addestrati e indottrinati nella famigerata “School of the Americas” degli Stati Uniti, nota dal 2001 come Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHINSEC), con sede a Fort Benning, in Georgia. Uno dei tirocinanti della School of the Americas era il generale Williams Kaliman, ex-comandante delle forze armate boliviane che ordinò a Morales di dimettersi. Il servizio di Kaliman al colpo di Stato non fu molto apprezzato dai suoi padroni, i cristiani fondamentalisti, tra cui l’attuale presidentessa della Bolivia Jeanine Ánhez Chávez. Una delle sue prime mosse dopo aver preso il potere fu licenziare Kaliman da capo delle forze armate e sostituirlo col generale Carlos Orellana. Ánhez era il secondo vicepresidente del Senato e assunse la presidenza boliviana dopo che Morales e gli alti dirigenti del partito Movimento per il socialismo (MAS) al governo furono costretti a dimettersi dai militari.
In linea coi principi del cristofascismo in America Latina, Ánhez non solo rifiuta il cattolicesimo romano ma anche le credenze tradizionali degli indigeni aymara in Bolivia come “sataniche”. Morales fu il primo nativo aymara ad essere eletto presidente. Durante il suo mandato, Morales migliorò le condizioni di vita degli aymara e degli altri poveri in Bolivia storicamente trattati come cittadini di seconda classe dalla ricca popolazione europea del Paese. Sotto la direzione dei capi golpisti cristo-fascisti, le case di Morales ed altri funzionari del MAS furono saccheggiate dai ribelli e il governo Morales e i funzionari dei media furono attaccati fisicamente. Bolivia TV, Nueva Patria Radio e giornali a sostegno di Morales furono chiusi dai putschisti. La bandiera Wiphala della Bolivia, la seconda bandiera ufficiale della Bolivia che rappresenta le 36 tribù indigene del Paese, fu stata bruciata dai rivoltosi golpisti. Secondo quanto riferito, la pianificazione del colpo di Stato in Bolivia fu sostenuta dal segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo, primo direttore della Central Intelligence Agency del presidente Donald Trump e membro cristo-fascista della deviazione di destra della Chiesa presbiteriana, la Chiesa evangelica presbiteriana. Altri ex-alunni della School of the Americas furono identificati tra i complottisti del colpo di Stato boliviano, tra cui Manfred Reyes Villa, ex-ufficiale, candidato alla presidenza, sindaco di Cochabamba e governatore del dipartimento di Cochabamba, nonché il generale Remberto Siles Vasquez, il colonnello Julio César Maldonado Leoni, il colonnello Oscar Pacello Aguirre e il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara.
Uno dei maggiori politici cristo-fascisti che sostenevano il colpo di Stato contro Morales era Luis Fernando Camacho, capo di una dubbia “associazione civica” di Santa Cruz. I media boliviani lo descrissero come “estremista di destra” e “fascista cristiano”. Camacho era anche collegato al croato-boliviano Branko Marinko, fuggito negli Stati Uniti nel 2009 dopo che lui e altri complottardi tentarono di rovesciare il governo del MAS ed assassinare Morales. Le discutibili attività commerciali di Camacho furono denunciate dei “Panama Papers”, che dimostravano che possedeva una società panamense offshore chiamata Navi International Holding SA. Funzionari del governo boliviano fedeli a Evo Morales, costretto a chiedere asilo politico in Messico, sostengono che il colpo di Stato ero supportato a diversi politici stranieri di estrema destra e di destra, tra cui il presidente colombiano Ivan Duque; il suo burattinaio politico, l’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe; Il presidente neo-fascista brasiliano Jair Bolsonaro e i senatori degli Stati Uniti Marco Rubio (repubblicano-Florida), Rick Scott (repubblicano-Florida), Ted Cruz (repubblicano-Texas) e Robert Menendez (democratico-New Jersey). Tutti i senatori sono strettamente legati agli oligarchi cubani espatriati che, per la maggior parte, vivono nel sud della Florida.
Il putsch contro Morales ebbe inizio nei ranghi della Policía Nacional de Bolivia (PNB). Il capo della polizia che ordinò la rivolta della polizia è il colonnello Vladimir Calderón, dai forti legami con un gruppo influenzato dalla CIA di Washington, gli Addetti della polizia dell’America Latina negli Stati Uniti d’America (APALA). Poco prima del colpo di Stato, Trump parlò alla Conferenza annuale ed esposizione internazionale dell’Associazione internazionale dei capi della polizia (IACP) a Chicago, altro collegamento della CIA e campo di reclutamento di agenti nella polizia, compresi dell’America Latina. Nel 2018, l’IAPP accolse il colonnello Calderon, il primo capo del colpo di Stato, come membro. Va anche notato che uno dei finanziatori dell’IAPP sia del candidato presidenziale democratico del 2020, la Bloomberg Foundation del candidato Michael Bloomberg.
Il colpo di Stato in Bolivia seguiva il modello delle azioni presidenziali iniziali di Bolsonaro in Brasile. Bolsonaro è un altro fondamentalista cristo-fascista che, sin dalla nomina, lavorò per estromettere Morales dal potere. I primi passi della nuova ministra degli Esteri boliviano, Karen Longaric, fu rompere le relazioni diplomatiche col Venezuela, espellere il personale dell’ambasciata venezuelana, riconoscere l’opposizione del governo venezuelano di Juan Guaido appoggiato dalla CIA, espellere diplomatici cubani e arrestare medici cubani. Le azioni intraprese contro i medici cubani rispecchiano quella di Bolsonaro in Brasile e del presidente Lenin Moreno in Ecuador, che allontanò il proprio Paese dalle politiche progressiste divenendo un cane da guardia di CIA e Pentagono. Il colpo di Stato in Bolivia aveva una strana somiglianza col tentato putsch del 2010 da parte della polizia nazionale ecuadoriana contro il Presidente Rafael Correa, alleato di Morales della Bolivia. Correa fu preso in ostaggio presso l’ospedale della polizia di Quito per gran parte della giornata, per poi essere liberato dai militari ecuadoriani leali.
TRADUZIONE DI ALESSANDRO LATTANZIO PER http://aurorasito.altervista.org/

La vera storia di Daniela Carrasco, la “Mimo” simbolo dei manifestanti cileni


Di David Puente

Era una storia troppo strana quella diffusa a fine novembre tra i social e i media italiani, e non solo. Daniela Carrasco, la “Mimo” diventata simbolo dei manifestanti cileni, secondo molti sarebbe stata trattenuta dai Carabineros il 19 ottobre 2019 e trovata impiccata e senza vita il giorno successivo dopo essere stata stuprata e percossa dagli agenti fino alla morte.
La versione ufficiale riporta, al contrario, che l’autopsia non ha riscontrato segni di violenze e che Daniela sia morta suicida. Nel frattempo, in Italia, durante il corteo di ieri a Roma di “Non una di meno” si sono visti manifesti e alcune manifestanti truccate in viso come Daniela.
Ciò che rende la storia più strana è come sia giunta in Europa e in Italia a distanza di un mese dalla sua morte, come mai in Cile se ne sia parlato fino a un certo punto – liberamente anche tramite dibattiti televisivi dove accusavano i Carabineros – e come ci sia la totale mancanza di una dichiarazione o accuse da parte della famiglia della ragazza.
Ho contattato via Twitter l’account dell’associazione delle avocatesse femministe del Cile (“Abogadas Feministas Chile” – @Abofemcl) per saperne di più, soprattutto dopo un loro thread pubblicato il 22 novembre. Ho avuto modo di parlare direttamente con Daniela Watson Ferrer, responsabile delle comunicazioni dell’associazione che si occupa pro bono del caso per la famiglia della ragazza trovata senza vita in Cile.



Il tweet di Daniela Watson Ferrer dove chiede ai media e ai cittadini di smettere di condividere notizie false su Daniela Carrasco “la Mimo”.

L’intervista

Quale è il ruolo dell’associazione in questa vicenda?
«Non appena siamo venute a conoscenza della vicenda, occupandoci con maggior attenzione di donne vittime di violenza, abbiamo raggiunto la famiglia e ci siamo offerte di lavorare per loro pro bono. Si tratta di una famiglia povera che ha affrontato e sta affrontando molte difficoltà».
Su Twitter la vostra associazione ha parlato del ritrovamento di una lettera della ragazza legata al suicidio. Confermi?
«Si, la lettera esiste ed è stata lei a lasciarla».
Quindi la famiglia pensa che sia stato un suicidio?
«La famiglia prosegue la tesi del suicidio che, viste le prove in mano, risulta quella plausibile. Comunque non scartiamo eventuali novità».
Voi e la famiglia non avete riscontrato qualche elemento che porti a pensare a violenze e percosse subite sul corpo della ragazza?
«No. In ogni caso abbiamo fatto fare delle perizie da parte di terzi sul corpo e sulla lettera, ma i risultati potrebbero tardare e forse dovremmo aspettare un anno prima di consultarli».
Online si sostiene che la ragazza fosse stata trattenuta dai Carabineros la sera prima di essere trovata senza vita. Vi risulta?
«No, si trovava insieme alla sua famiglia. Capisci quanti rumors ci sono in questa storia?».



In questa foto non c’è Daniela Carrasco. La ragazza ritratta è una studentessa che ha voluto fare un omaggio a Daniela.
A proposito di rumors, dai tweet della vostra associazione mi sembra di capire che ci sono delle accuse verso la famiglia di guadagnare denaro grazie alla morte della ragazza. Cosa ci racconti a riguardo?
«No, non hanno accusato la famiglia. Pare che ci siano delle persone che avrebbero fatto delle illustrazioni o prodotti su Daniela alludendo alla sua causa. Pensiamo che questi siano altri rumors perché non abbiamo prove che qualcuno lo stia facendo davvero, ma ci teniamo a precisare che in ogni caso la famiglia non è coinvolta».
Mi hai detto che la famiglia è povera e che vive diverse difficoltà. C’è qualche forma di aiuto, anche economico con un crowdfunding, che gli utenti possono dare?
«No, al contrario. Vogliono essere lasciati in pace anche nel poter piangere la loro perdita in santa pace».
Da una parte il dubitare nella versione del suicidio e dell’autopsia, dall’altra il timore che qualcuno usasse la morte della ragazza per dare forza alle manifestazioni. In questi casi chi ha diffuso le notizie non verificate doveva essere più cauto. Cosa ne pensi?
«È esattamente quello che abbiamo voluto comunicare nei nostri comunicati diffusi nei nostri account social».



Una delle immagini diffuse da parte di chi sostiene che sia stata maltrattata.

Conclusioni

Due erano le tesi diffuse, quella ufficiale dell’autopsia e quella della denuncia di violenza da parte dei manifestanti e attivisti cileni. I dubbi erano tanti, così come le ombre. Le risposte fornite dall’associazione ci mostrano un quadro più chiaro di come stanno le cose, di quanto non si debbano diffondere notizie infondate – la tesi delle violenze – e soprattutto di quanto la famiglia di Daniela Carrasco voglia essere lasciata in pace.

Mistero sulla morte di "el Mimo" trovata impiccata. Ipotesi omicidio: "Torturata e uccisa"


Di Giorgio Catania

Daniela Carrasco, 36 anni, artista di strada nota come “El Mimo”, è stata trovata impiccata, in uno dei quartieri periferici di Santiago del Cile. Ne dà notizia CNN Chile. La donna aveva preso parte alle proteste contro il carovita, che da più di un mese  stanno infiammando il Cile. Il corpo è stato ritrovato domenica 20 Ottobre e la perizia è stata consegnata ai genitori nella giornata di mercoledì 20 Novembre. Sui canali social, secondo il giornale Elpatagonico, iniziano a circolare versioni secondo cui l’ultima volta, prima di essere ritrovata morta, la donna era detenuta dai carabineros. 

LA MIMO, todos me duelen, pero a ella no me la puedo sacar d la mente.

Daniela Carrasco, artista callejera chilena. La última vez que se la vio con vida era detenida por los carabineros. Luego de eso la encontraron muerta, ahorcada, colgada de una reja de un parque

Visualizza l'immagine su Twitter

28.400 utenti ne stanno parlando
Inizialmente l’ipotesi del suicidio era la più accreditata ma successivamente si è cominciato a pensare ad una morte “simbolica”, in seguito a torture e violenze sessuali, che servisse come monito per le donne cilene che stanno continuando ad invadere le strade in segno di protesta contro il governo.
Il collettivo femminista Ni Una menos sostiene quest’ultima ipotesi e, attraverso un post sui social, ha affermato che “Daniela è stata violentata, torturata, nuovamente violentata fino al punto di toglierle la vita”. Ad avvalorare questa tesi, la rete di attrici cilene che denuncia che Daniela ”è stata rapita dalle forze militari nei giorni della protesta il 19 ottobre”. 
Tuttavia, stando  ai rapporti del medico legale ed alle dichiarazioni della Procura, la morte sarebbe dovuta a “soffocamento” per impiccagione e sarebbero stati escluse lesioni fisiche attribuibili a violenze sessuali. Al momento, il National Institute of Human Rights (NHRI) non ha ricevuto un reclamo formale per questo caso, che è ancora sotto indagine della Procura. 
Nel frattempo, il presidente cileno Sebastian Piñera ha recentemente ammesso gli errori e gli abusi commessi dalla polizia nella gestione dell’ordine pubblico.“C’è stato un eccessivo uso della forza, ci sono stati abusi e i diritti di tutti non sono stati rispettati”- ha dichiarato il presidente durante una conferenza stampa al palazzo presidenziale, assicurando che “la violenza e gli abusi non resteranno impuniti”e che garantirà la necessaria assistenza affinché “le procure e i tribunali possano indagare e fare giustizia”. 
Cosa sta succedendo in Cile - Dal 14 Ottobre il Cile è avvolto in una violenta spirale di proteste. Inizialmente l’ondata di malcontento popolare ha avuto come bersaglio i costi eccessivamente elevati di farmaci, assicurazioni sanitarie, bollette della luce e quelli del sistema educativo, che nel corso degli anni hanno condannato migliaia di famiglie all’indebitamento. Di recente, l’ultimo incremento del prezzo del biglietto della metropolitana, che dunque si somma ad un generale aumento del costo della vita, ha costituito la classica goccia che fa traboccare il vaso, spingendo migliaia di studenti e di comuni cittadini a scendere in piazza in segno di protesta, da Santiago de Chile alle città minori.
Nemmeno la recente promessa del presidente Piñera di garantire (ad Aprile 2020) lo svolgimento di un referendum per la redazione di una nuova Costituzione ha potuto sedare l’ondata di proteste. Fino ad oggi, gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno causato 22 morti e oltre 2000 feriti.

Bolivia, il Sole 24ORE: 'Con Morales il PIL è aumentato e la povertà è diminuita'


Di Salvatore Santoru


Secondo il Sole 24 ORE la recente crisi della Bolivia sarebbe un 'paradosso'.
Più specificatamente e stando ad un articolo di Roberto Da Rin, la nazione sudamericana è stata interessata da una forte crescita economica negli ultimi anni e il tasso di povertà è diminuito drasticamente(1). 
Inoltre, sempre secondo i quotidiano di Confindustria, negli ultimi anni il PIL boliviano è cresciuto a un tasso superiore al 4 per cento e nel 2019 potrebbe arrivare al 4,1 per cento.
Stando all'articolo, con Morales si avrebbe avuta una gestione migliore delle precedenti ma la sua lunga permanenza al potere ha creato sfiducia e diffidenze anche tra i suoi ex sostenitori. 
NOTA:

In Bolivia c’è stato un colpo di stato?



La scorsa settimana il presidente della Bolivia Evo Morales ha annunciato le sue dimissioni dopo che i militari gli avevano “suggerito” di lasciare il potere, in seguito a settimane di proteste nate in seguito alle controverse elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre. Insieme a Morales si sono dimessi anche il vicepresidente e i presidenti di Senato e Camera. Lo stesso Morales ha lasciato il paese, mentre centinaia di dirigenti e funzionari del suo partito si sono rifugiati nelle ambasciate della capitale boliviana.
Morales, che era al potere in Bolivia da 14 anni e alle controverse elezioni aveva appena ottenuto un quarto mandato da presidente, ha definito quello che è avvenuto un “colpo di stato”, ma sui media internazionali e nel resto del mondo questa definizione non ha incontrato molto successo. Né l’Unione Europea né gli Stati Uniti hanno definito quello che stava accadendo un “golpe”: anzi, gli Stati Uniti hanno esplicitamente appoggiato le scelte dei militari e dell’opposizione, così come avevano ripetutamente chiesto le dimissioni di Morales durante le settimane di protesta che hanno preceduto le dichiarazioni dell’esercito e le dimissioni del presidente.
L’ostilità degli Stati Uniti non è sorprendente, visto che Morales è un leader apertamente socialista che ha spesso accusato gli americani di imperialismo e di intromissioni negli affari dei paesi dell’America Latina. Nei suoi lunghi anni al governo, Morales ha intrapreso numerose misure a favore degli indios, che costituiscono la maggioranza della popolazione della Bolivia, e per la riduzione della povertà, ma è stato accusato di aver gestito il potere in modo autoritario. Con lui e a sostegno della tesi del golpe si sono schierati i principali leader della sinistra europea e americana: dallo spagnolo Pablo Iglesias al candidato alle primarie dei democratici Bernie Sanders.
Anche se sostanzialmente nessun grande media statunitense e quasi nessun media europeo ha definito “colpo di stato” quello che è avvenuto in Bolivia, e l’espressione “golpe” è stata citata solo in quanto accusa mossa da Morales e dai suoi sostenitori, l’agenzia di stampa Associated Press ha provato ad analizzare la questione da un punto di vista neutrale partendo dalla definizione di “colpo di stato”. In un articolo pubblicato questa settimana, l’agenzia ha scritto che in genere un golpe si definisce come un cambio di governo ottenuto con la minaccia o l’uso della violenza da parte di un attore interno allo stato.
In Bolivia c’è stato un cambio di governo, ma si discute su quanto o meno sia stata usata la violenza. I manifestanti che hanno protestato contro Morales sono stati molto spesso violenti: hanno rapito e torturato diversi deputati, dirigenti e amministratori del partito di Morales, hanno incendiato le loro case (compresa quella dello stesso Morales) e si sono scontrati con la polizia (tre manifestanti sono morti e altre decine sono rimasti feriti). Esercito e polizia, però, non hanno partecipato direttamente agli attacchi contro il governo.
Secondo Associated Press quello di cui invece si può discutere è se i militari abbiano o meno minacciato Morales. Quello che sappiamo per certo è che domenica il capo dell’esercito, il generale Williams Kaliman, ha pubblicato un comunicato in cui con un linguaggio piuttosto cauto suggeriva a Morales di dimettersi. Il governo non veniva esplicitamente minacciato né sono stati formulati ultimatum. La questione sarebbe quindi semantica: quelle dei generali erano minacce oppure no?
Il fatto che Morales sia una figura politicamente così polarizzante, sostenuto dalla sinistra e spesso odiato dalla destra, rende la questione particolarmente divisiva. Cinque anni fa, invece, durante il colpo di stato militare in Thailandia (arrivato, come quello boliviano, in seguito a un’elezione controversa) media e osservatori internazionali ebbero molti meno dubbi quando si trattò di definire “golpe” l’intervento dell’esercito.
Nell’utilizzare questa definizione furono aiutati dal fatto che i militari thailandesi non cercarono minimamente di mascherare le loro azioni e annunciarono immediatamente la loro intenzione di governare il paese: una cosa che, per ora, i militari boliviani non sembrano intenzionati a fare. Per il momento la vicepresidente del Senato Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente del paese, anche se in Senato non era presente il numero legale necessario ad approvare la sua nomina. Quale ruolo l’esercito deciderà di giocare nelle prossime settimane rimane per il momento poco chiaro.
Un’altra considerazione che Associated Press avrebbe potuto fare è che in genere non si usa la parola “colpo di stato” per descrivere la caduta di un governo in seguito a una protesta popolare. Per esempio, la caduta del presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovich nel 2014 viene in genere definita “rivolta” o addirittura “rivoluzione” (è il nome della pagina Wikipedia su quegli eventi). Quasi nessuno, inoltre, parlò di “golpe” in occasione della deposizione del presidente egiziano Hosni Mubarak nel 2011 (anche se in seguito alle sue dimissioni l’esercito prese il controllo diretto del paese).
La caduta di Morales è arrivata dopo tre settimane di proteste, che hanno causato tre morti e numerosi feriti. Come hanno notato anche i sostenitori di Morales, dietro le manifestazioni c’era spesso una coalizione reale e numerosa, che oltre ai tradizionali nemici di Morales (la destra bianca, benestante e spesso razzista del paese) comprendeva anche abitanti di aree povere ed ex sostenitori di Morales delusi da questa o quella politica del governo, oltre a numerose persone insoddisfatte dalla volontà del presidente di ricandidarsi a tutti i costi per un quarto mandato presidenziale. In seguito alle proteste Morales aveva annunciato nuove elezioni, ma sembra difficile pensare che si sarebbe dimesso senza l’intervento dell’esercito.
Un’altra questione è quella della legittimità del governo Morales. L’opposizione – insieme all’Organizzazione degli Stati Americani (finanziata dal governo degli Stati Uniti e con sede a Washington) – accusa Morales di aver truccato le elezioni del 20 ottobre per ottenere la vittoria al primo turno. Morales, infatti, era dato sicuro vincitore da tutti gli osservatori, ma se non fosse riuscito a superare di più di dieci punti il secondo classificato avrebbe dovuto affrontare un rischioso secondo turno (altre organizzazioni americane sostengono che finora non ci sono prove di brogli ).
Altri ricordano che Morales abbia cercato di cambiare la Costituzione per ottenere il diritto a candidarsi per un quarto mandato, e che quando un referendum ha respinto la sua proposta si è basato su una sentenza del tribunale supremo, considerato a lui vicino, per ottenere il diritto a candidarsi. Ma per quanto le scelte di Morales siano discutibili (e lo sono, anche da parte dei suoi sostenitori), anche un governo illegittimo o dittatoriale può essere oggetto di un golpe. Quello compiuto nel 2017 dall’esercito dello Zimbabwe contro il dittatore Robert Mugabe, per esempio, è stato definito “colpo di stato” in modo pressoché unanime.

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