IL FUTURO DELLA SIRIA TRA RUSSIA E TURCHIA

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Intervista di Marianna Di Piazza a Gianluca Pastori
Di Marianna Di Piazza
«Dal punto di vista economico tra Russia e Turchia gli accordi sono molti, ma in campo politico sono emerse importanti rivalità». Gianluca Pastori, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore e fondatore di SeSaMo, Società per gli Studi sul Medio Oriente, analizza i rapporti tra i due Paesi sullo sfondo della guerra civile siriana.
Il 23 gennaio ha avuto luogo ad Astana, in Kazakistan, la prima conferenza che avrebbe potuto portare a una soluzione di pace in Siria. Su cosa si è fondato l’incontro organizzato da Russia, Turchia e Iran?
«La conferenza rientra nella strategia di immagine che la Russia sta perseguendo da diversi anni. Putin vuole dimostrare di essere capace di svolgere un ruolo attivo sul piano politico, a differenza di ONU e Stati Uniti. Ognuna delle parti in gioco ha i propri interessi geopolitici in Medio Oriente: nessuna è disposta a sacrificare veramente i suoi obiettivi. Il risultato è stato un prolungamento del cessate il fuoco. A dimostrazione che anche i Paesi promotori dell’incontro stentino a trovare un accordo sugli assetti futuri della Siria».
Russia e Turchia vivono da anni relazioni complesse: sono partner in economia, ma avversari in geopolitica. Che cosa lega i due Paesi?
«Dal punto di vista economico gli accordi sono molti, soprattutto in campo energetico. La Turchia rappresenta una delle principali vie di sbocco per le risorse russe: petrolio e gas sostengono l’economia di Mosca, in particolare dopo le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea in seguito alla crisi ucraina».
Con lo scoppio della guerra civile in Siria i rapporti tra i due Paesi sono cambiati?
«L’abbattimento del bombardiere russo ha segnato una rottura profonda tra i due Paesi»«Sì, ma non è venuta meno la mutua dipendenza economica. In campo politico sono emerse importanti rivalità: la Russia ha sempre considerato, fin dai tempi dell’Unione Sovietica, la Siria come il suo principale accesso al Mediterraneo; per la Turchia invece la Siria rappresenta un grosso problema dato che ha appoggiato i movimenti indipendentisti curdi per infastidire e destabilizzare un vicino potenzialmente ingombrante. Nel novembre 2015,  con l’abbattimento del cacciabombardiere russo, si è registrato il momento più basso nelle relazioni tra Mosca e Ankara, un segnale del fatto che tra i due Paesi si è consolidata una rottura profonda sulla tematica siriana».
A un certo punto però la Turchia si è avvicinata alla Russia sulla questione siriana. Da cosa deriva questo cambiamento di posizione?
«Credo che il governo turco abbia riconosciuto di non poter portare avanti la sua agenda massimalista. La Turchia puntava esplicitamente all’abbattimento di Assad e alla sostituzione del suo regime, ma Ankara ha fatto mente locale sul fatto che questo risultato è ormai impossibile da raggiungere. Avvicinarsi alla Russia rappresenta quindi la possibilità se non altro di cercare di condizionare gli sviluppi futuri, nel senso di una soluzione di compromesso».
Nelle relazioni tra Russia e Turchia, la Siria rimane quindi nel mezzo. C’è davvero intenzione di risolvere la crisi siriana?
«La Siria è come un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Russia e Turchia hanno visioni fondamentalmente contrastanti di quello che deve essere il futuro del Paese. Né Mosca né Ankara sono pronte ad andare veramente a fondo della questione. Molto probabilmente le due parti dovranno ancora avvicinarsi l’una all’altra e in tutto questo la volontà siriana, sia quella di Assad che quella dell’opposizione, conta abbastanza poco. Qualunque convergenza tra Russia e Turchia sarà di tipo tattico e questo si capisce bene dall’approccio di Erdogan e Putin verso le relazioni internazionali: una visione ancora ottocentesca, da politica di potenza».

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