La vicenda del "Perlasca tedesco" Josef Schiffer

dic 18, 2014 0 comments



Di Enrico Peyretti

Un soldato tedesco, durante l'occupazione nel 1944-45, si comportò in modo molto umano con la popolazione locale di Pallerone, frazione della città di Aulla, in Lunigiana, aiutando quanti poté, salvando la vita a uomini arrestati che fece fuggire, restituendo ai contadini animali sequestrati dai suoi commilitoni. A guerra finita, fu protetto a sua volta dalla gente, dal comandante partigiano tenente Rossi, dal vescovo di Pontremoli, Giovanni Sismondo, dalle suore e dalle alunne del collegio Cabrini di Pontremoli, che, testimoniando per lui, lo sottrassero alle vendette dei vincitori sui vinti, che purtroppo in alcuni casi ci furono, a guerra finita.

Al momento della ritirata del suo esercito sconfitto, quel soldato aveva disobbedito all'ordine di far saltare la polveriera di cui, come maresciallo artificiere, era responsabile, per evitare alla popolazione altre gravi sofferenze e distruzioni. In effetti, minò la polveriera, ma ebbe cura di far passare le lunghe micce dentro alcune siepi, e lì sotto le tagliò: così, nel caso di un controllo superiore, tutto sarebbe apparso in regola, però il pericolo per il paese era sventato. Ma questo atto fu solo il coronamento di un comportamento costante, che quel maresciallo tedesco tenne per tutto il tempo dell'occupazione, a proprio rischio.

Si tratta del signor Josef Schiffer, di Düsseldorf. Egli tornò ad Aulla, il 12 marzo 1995, per ricevere una medaglia d'oro della città, memore e grata per la sua umanità, nel 50° della Resistenza e Liberazione. Fui invitato anch'io dal sindaco di Aulla, perché mi ero attivato per rintracciare in Germania questo «tedesco buono», di cui avevo sentito parlare fin da bambino (avevo nove anni e mezzo alla fine della guerra, periodo passato a Bagnone, in Lunigiana, il paese di mia mamma). Così, in quella occasione, potei conoscere e conversare a lungo col signor Schiffer (classe 1914, ma dimostra anche oggi, nel 2006, molti anni di meno), così che nacque tra noi una grande bella amicizia. Vidi allora come tantissime persone del luogo, coetanei o allora bambini, lo accoglievano con grande gioia, abbracciandolo come un vecchio amico, rivivendo ricordi comuni, scherzi, soprannomi, cene, partite di pesca. Dopo la guerra, era rimasto nel paese per una decina d'anni, stringendo tante relazioni di amicizia e di affetto, lavorando come camionista e autista di pullmanturistici. Non so quanti altri soldati tedeschi abbiano potuto far questo in Italia dopo il '45.

Egli è stato, pur senza usare questo termine, un obiettore di coscienza dentro la guerra, nei fatti. Sopra il diritto di guerra, ha sentito l'umanità. Sopra il dovere militare ha scelto il dovere umano. E questo, nonostante tutte le deformazioni che la guerra provoca in tutti, le persone sanno riconoscerlo. A cena, nel frastuono dell'allegria italiana, qualcuno gli disse: «Eravamo nemici, ora siamo amici. Questa è l'unica vera vittoria ». Quelli come lui incarnano la figura del «nemico buono» (cercata anche da Nuto Revelli in Il disperso di Marburg ), felice contraddizione di termini, nella quale è detta sia la situazione di violenza oggettiva, che tende a inglobare e usare totalmente le persone le une contro le altre, sia la superiore «libertà dalla violenza» ( Gewaltfreiheit è il termine tedesco per dire non violenza), nel cuore e nelle azioni, di chi ha chiaro il giudizio sui valori umani.

Ci sono persone che fanno azioni di pace dentro la guerra stessa, e ne superano il dominio, disobbedendo al suo preteso potere assoluto su ogni vita e volontà. Sono veri ricostruttori di pace tra le macerie umane della guerra.

Il signor Schiffer, quella volta ad Aulla, condivise con calore queste considerazioni, da quell'uomo semplice e schietto che è, un bello spirito, di aperta e lieta cordialità. La gente di Pallerone e di Aulla vide in lui la pace dentro la guerra, un seme di vita sotto la cappa della morte, e non l'ha più dimenticato.

Egli sapeva bene, fin dall'inizio, che quella guerra era perduta moralmente prima che militarmente, e voleva evitare sofferenze e danni alla popolazione.

Nel 1999, il presidente Scalfaro nominò Josef Schiffer commendatore della Repubblica, per il suo eroico comportamento, gravemente rischioso per un militare, su proposta di chi conosceva la sua storia. La consegna dell'onorificenza avvenne il 2 giugno, festa della Repubblica italiana, a Colonia, per mano del console dottor Fabrizio Marcelli. Pensai subito che un uguale onore gli doveva essere riconosciuto dal suo Paese, la Germania. E nel novembre 2003 è arrivata finalmente a Schiffer, che compiva 90 anni nel febbraio successivo, un'onorificenza tedesca. Joachim Erwin, oberbürgermeister della città di Düsseldorf, gli ha consegnato, in una sala dell'antica Rathaus, la bundesverdienstkreuz, croce al merito per il servizio alla Federazione.


Ero stato invitato a tenere un breve discorso nel quale ho voluto sottolineare ed evidenziare che il merito di Schiffer era stato precisamente l’azione di pace e di umanità dentro e contro la guerra, ad onore suo e della stessa Germania. Gli ho rivolto alcune domande per questa occasione.

Quando sei stato in Italia come soldato e qual era il tuo compito?
«Dalla prima metà del 1944. Ero artificiere, addetto a sorvegliare produzione e collaudo di polvere ed esplosivi».

Cosa pensavi della guerra? E qual era la tua posizione nell’esercito?
«Pensavo e penso che è il più grande delitto contro l’umanità. Perciò ho sempre cercato di comportarmi in modo umano. Ero dipendente, ma in Italia avevo piena responsabilità per la polveriera affidata a me».

Avevi paura in guerra?
«La paura maggiore, devo dire, era il pensiero dei bombardamenti sulla Germania, delle vittime inutili, specialmente bambini, e poi pensavo alla fine della guerra, a quelle che sarebbero state le rappresaglie sulla Germania dopo il regime nazista».

Quali episodi o momenti ricordi di più?
«Mi ricordo soprattutto l’aggressione alla Polonia del 1° settembre 1939». A Pallerone dirigevi la polveriera. Eri un soldato dell’esercito occupante.

Qual era il tuo rapporto con la popolazione?
«È stato sempre ottimo, per tutto il tempo. E sono sempre stato trattato bene da tutti. Durante la guerra sapevano che io aiutavo chiunque veniva da me. E venivano per tante diverse ragioni, e io facevo tutto il possibile per ogni aiuto».

C’erano altri nell’esercito tedesco d’accordo con te?
«Sì, il mio superiore diretto, che era a Corno, sapeva come mi comportavo, ed era d’accordo».

Cosa deve fare un uomo onesto, e anche una donna, oggi come sempre, che si trovi coinvolto in una situazione di guerra?
«Deve obbedire, sì, ma agire secondo la sua coscienza. Io sapevo quello che facevo e seguivo la mia coscienza. E se riceve un ordine ingiusto, non deve obbedirlo».

Nella tua città,quando ti invitano a parlare agli studenti, cosa dici?
«Cercate sempre di evitare le guerre: sono il massimo delitto contro l’umanità. E manifestate per le strade contro la guerra». 

Fonte:Avvenire del 2 gennaio 2007

http://www.miradouro.it/node/9591

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