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Unità nazionale e patriottismo ai tempi del coronavirus



Ieri, 17 marzo, si è celebrato senza manifestazioni il 159° anniversario dell’Unità d’Italia. In questa fase delicata e segnata dall’emergenza coronavirus vogliamo riproporvi questo interessante editoriale del professor Alessandro Campi apparso su “Il Messaggero”, in cui è segnalato come la fase della diffusione del Covid-19 abbia spinto il Paese a ritrovare la concordia, l’unità e il patriottismo. Uno sviluppo che, si augura Campi e noi con lui, sarà un risultato positivo se si saprà trasmettere oltre la fine dell’emergenza sanitaria.
Alessandro Campi – “Il neo-patriottismo diventi quotidiano“. Il Messaggero, 18 marzo 2020.
Centocinquantanove anni fa, come ieri, nasceva il Regno d’Italia. Con una legge d’un solo articolo, Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re D’Italia. Dal 1911, la data del 17 marzo è diventata festa nazionale: l’anniversario di un’unità nazionale che territorialmente s’è compiuta solo con la fine della Grande Guerra ma che sul piano politico e del sentimento collettivo secondo alcuni non si è mai realizzata per intero.
Ieri, per ricordare la ricorrenza, non ci sono state celebrazioni ufficiali, non consentite dall’emergenza sanitaria, ma solo dichiarazioni delle autorità: enfatiche per definizione ma anche cariche di un pathos autentico. L’unico tocco festoso è stata l’illuminazione notturna col tricolore di statue e monumenti. In realtà, mai come in questi giorni di dolore e apprensione si sono viste così tante bandiere esposte e sentite così tante dichiarazioni di fierezza nazionale. Un sentimento spontaneo e liberatorio delle tensioni che un’intera comunità sta accumulando, al quale si sono uniti – ed è una bella cosa – anche molti giovani sin qui poco avvezzi a maneggiare le parole e i simboli dell’amor patrio.
È un patriottismo rifiorito grazie a un concorso drammatico di circostanze. Il riflesso difensivo d’un Paese che nel momento acuto del bisogno, invece di ricevere aiuti e solidarietà concreta, s’è visto prima messo ai margini dalla comunità internazionale (tenuto a distanza persino dagli alleati europei) e poi aggredito dalla speculazione, come se s’aspettasse l’occasione per depredarlo. L’isolamento forzato che si è dovuto imporre a tutti gli italiani nelle loro case, privandoli della loro innata socialità. La paura incontrollabile che comporta dover combattere una guerra, come ci si ostina a rappresentarla con abuso di metafora, contro un nemico invisibile e proprio per questo assai subdolo. La sensazione finalmente diffusasi che in una simile emergenza le divisioni tra Nord e Sud, tra centro e periferia, tra Stato e Regioni, tra destra e sinistra contano davvero poco: se non ci si salva insieme il danno sarà pesantissimo per tutti. 
Infine, l’orgoglio: prima ferito dal sentirsi trattare come appestati e poi ritrovato grazie allo spettacolo d’una nazione che, dinnanzi all’avanzare del contagio, sta davvero dando il meglio di sé, con generosità e dedizione, pur tra ritardi e indecisioni che stavolta non si sa davvero a chi addebitare se non all’eccezionalità della situazione
Il senso di comunità, è risaputo, si rafforza soprattutto nei momenti di smarrimento collettivo. Quando anche il più accanito degli individualisti, dinnanzi al buio e all’incertezza, cerca un Noi che lo protegga e rassicuri. Si comprende dunque questo patriottismo che sorge dall’angoscia e dal desiderio di non sentirsi soli in frangenti tanto cupi. E dunque va bene, persino commuove, l’inno nazionale cantato dai balconi, magari mescolato ad altre canzonette che fanno comunque parte del nostro immaginario popolare. Va bene il garrire di bandiere che si vede per le strade delle città, probabilmente le stesse che furono sfoggiate l’ultima volta che i nostri Azzurri, di qualunque disciplina, vinsero qualcosa. Va bene ripetersi, una certezza più che un augurio, “ce la faremo” e “andrà tutto bene”: in cuor nostro l’Italia è pur la signora con la cornucopia e lo stellone, l’abbondanza e la buona sorte, che un’antica iconografia ci ha lasciato in eredità e che sino alla penultima generazione era famigliare a tutti gli italiani. 
Ma sarebbe bello, ecco il punto, se questo sentimento patriottico – oggi certamente genuino ed evocato con passione – fosse meno intermittente e meno legato o ai nostri momenti di sciagura collettiva o ai fasti effimeri che seguono le vittorie sportive: perché non provare ad essere italiani, senza impennate retoriche ed esibizionismi sguaiati, anche nei momenti normali e tranquilli, quando è comunque richiesto – se si fa parte di una comunità e se ne condividono per davvero storia e valori – comportarsi, soprattutto nell’impegno professionale e nella vita civile, con responsabilità, onestà, spirito altruistico e senso della dedizione?
Sarebbe bello altresì se i richiami accorati alla concordia nazionale che oggi vengono dai partiti fossero la base costante della nostra vita pubblica, nella misura in cui l’unità d’Italia e il senso di appartenenza ad essa, per chi ci crede davvero, dovrebbero andare oltre le partigianerie o le divisioni imposte dalla lotta politica. Come il richiamo all’Italia non può essere appannaggio di una parte politica contro l’altra, come spesso è a accaduto e ancora accade, così dell’Italia come patria e come storia comune non ci si può ricordare solo quando la politica non sa che pesci prendere.
Il patriottismo, in altre parole, per essere credibile, cioè politicamente efficace e socialmente unificante, dovrebbe essere un senso del Noi continuo e permanente, ancorché silenzioso: non dunque un sentimento da esibire alla bisogna, al quale richiamarsi solo nei momenti di sconforto, ma la trama emotiva del tessuto sociale, capace di ispirare negli individui (e, va da sé, in chi li governa) comportamenti virtuosi e come tali rispettosi dell’interesse generale.
Il rischio altrimenti, specie per un popolo che ha una storica tendenza ad oscillare tra dissacrazione e melodramma, tra sentimentalismo e retorica, tra anarchismo e conformismo, è quello di passare rapidamente, in modo vacuo e incosciente, senza alcun senso della misura, dall’insofferenza verso ogni causa comune all’esaltazione nazionalistica, dal tricolore vilipeso nel nome del proprio “particulare” (ideologico o territoriale) al tricolore indossato come un’armatura, dall’anti-italianismo per eccesso di auto-denigrazione e di auto-flagellazione all’italianismo che sconfina nel buffonesco degli stereotipi che secolarmente ci sono stati appiccicati addosso.
Stiamo vivendo giorni difficilissimi, ma il peggio passerà – perché gli italiani, oltre che ottimisti tenaci, sono anche un popolo reso coriaceo da sofferenze e privazioni che vengono da lontano e di cui ancora si porta il ricordo. Torneranno giorni normali, ordinari e felici, durante i quali sarà bene ricordarsi dei vantaggi ma anche dei doveri che comporta essere, come individui, parte di una comunità. Soprattutto sarà bene ricordarsi che non si può essere patrioti – o cittadini con senso dello Stato – a comando o secondo convenienza. Lo si è sempre, nel bene e nel male, sapendo che per fortuna il primo vince, se non sempre, spesso.

Epidemia coronavirus, due approcci strategici a confronto


Di Roberto Buffagni

Propongo una ipotesi in merito ai diversi stili strategici di gestione dell’epidemia adottati in Europa e altrove. Sottolineo che si tratta di una pura ipotesi, perché per sostanziarla ci vogliono competenze e informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche che non possiedo e non si improvvisano. Sono benvenute le critiche e le obiezioni anche radicali.
L’ipotesi è la seguente: lo stile strategico di gestione dell’epidemia rispecchia fedelmente l’etica e il modo di intendere interesse nazionale e priorità politiche degli Stati e, in misura minore, anche delle nazioni e dei popoliLa scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica.
Gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due:
  1. Non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese)
  2. Si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano).
Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. Questa quota è più o meno ampia a seconda delle capacità di risposta del servizio sanitario nazionale, in particolare del numero di posti disponibili in terapia intensiva. A quanto riesco a capire, infatti, il Coronavirus presenta le seguenti caratteristiche: alta contagiosità, percentuale limitata di esiti fatali (diretti o per complicanze), ma percentuale relativamente alta (intorno al 10%, mi pare) di malati che abbisognano di cure nei reparti di terapia intensiva. Se così stanno le cose, in caso di contagio massiccio della popolazione – in Germania, ad esempio, Angela Merkel prevede un 60-70% di contagiati – nessun servizio sanitario nazionale sarà in grado di prestare le cure necessarie a tutta la percentuale di malati da ricoverarsi in T.I., una quota dei quali viene così condannata a morte in anticipo.
La quota di pre-condannati a morte sarà più o meno ampia a seconda delle capacità del sistema sanitario, della composizione demografica della popolazione (rischiano di più i vecchi), e di altri fattori imprevedibili quali eventuali mutazioni del virus.
La ratio di questa decisione sembra la seguente:
  1. L’adozione del modello 2 (contenimento dell’infezione) ha costi economici devastanti
  2. La quota di popolazione che viene pre-condannata a morte è in larga misura composta di persone anziane e/o già malate, e pertanto la sua scomparsa non soltanto non compromette la funzionalità del sistema economico ma semmai la favorisce, alleviando i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza sanitaria e sociale nel medio periodo, per di più innescando un processo economicamente espansivo grazie alle eredità che, come già avvenuto nelle grandi epidemie del passato, accresceranno liquidità e patrimonio di giovani con più alta propensione al consumo e all’investimento rispetto ai loro maggiori.
  3. Soprattutto, la scelta del modello 1 accresce la potenza economico-politica relativa dei paesi che lo adottano rispetto ai loro concorrenti che adottano il modello 2, e devono scontare il danno economico devastante che comporta. Approfittando delle difficoltà dei loro concorrenti 2, le imprese dei paesi 1 potranno rapidamente sostituirsi ad essi, conquistando significative quote di mercato e imponendo loro, nel medio periodo, la propria egemonia economica e politica.
Naturalmente, per l’adozione del modello 1 sono indispensabili due requisiti: un centro direzionale politico statale coerentemente e tradizionalmente orientato su una accezione particolarmente radicale e spietata dell’interesse nazionale (tipici i casi britannico e tedesco); una forte disciplina sociale (ecco perché l’adozione del modello 1 da parte della Francia sarà problematica, e probabilmente si assisterà a una riconversione della scelta strategica verso il modello 2).
L’adozione del modello 1, insomma, corrisponde a uno stile strategico squisitamente bellico. La scelta di sacrificare consapevolmente una parte della popolazione economicamente e politicamente poco utile a vantaggio della potenza che può sviluppare il sistema economico-politico, in soldoni la scelta di liberarsi dalla zavorra per combattere più efficacemente, è infatti una tipica scelta necessitata in tempo di guerra, quando è normale perché indispensabile, ad esempio, privilegiare cure mediche e rifornimenti alimentari dei combattenti su cura e vitto di tutti gli altri, donne, vecchi e bambini compresi, nei soli limiti imposti dalla tenuta del morale della popolazione, che è altrettanto indispensabile sostenere.
Gli Stati che adottano il modello 1, dunque, non agiscono come se i loro concorrenti fossero avversari, ma come se fossero nemici, e come se la competizione economica fosse una vera e propria guerra, che si differenzia dalla guerra guerreggiata per il solo fatto che non scendono in campo gli eserciti. La condotta di questo tipo di guerra, proprio perché è una guerra coperta, sarà particolarmente dura e spietata, perché non vi ha luogo alcuno né il diritto bellico, né l’onore militare che ad esempio vieta il maltrattamento o peggio l’uccisione di prigionieri e civili, l’impiego di armi di distruzione di massa, etc. Per concludere, la scelta del modello 1 privilegia, nella valutazione strategica, la finestra di opportunità immediata (conquistare con un’azione rapida e violenta un vantaggio strategico sul nemico) sulla finestra di opportunità strategica di medio-lungo periodo (rinsaldare la coesione nazionale, diminuire la dipendenza e vulnerabilità della propria economia dalle altrui accrescendo investimenti statali e domanda interna).
***
Alla luce di quanto delineato a proposito degli Stati che adottano il modello 1, è più facile descrivere lo stile etico-politico degli Stati che adottano il modello 2.
Nel caso della Cina, è indubbio che il centro direttivo politico cinese sappia molto bene che la competizione economica è componente decisiva della “guerra ibrida”. Furono anzi proprio due colonnelli dello Stato Maggiore cinese, Liang Qiao e Xiangsui Wang, che negli anni Ottanta elaborarono il testo seminale sulla “guerra asimmetrica”[1]. Credo che il centro direzionale politico cinese abbia scelto, pare con successo, di adottare il modello 2 per tre ragioni di fondo: a) il carattere spiccatamente comunitario della tradizione culturale cinese, nella quale il concetto liberale di individuo e il concetto cristiano di persona hanno rilievo scarso o nullo b) il profondo rispetto per i vecchi e gli antenati, cardine del confucianesimo c) una valutazione strategica di lungo periodo, riassumibile in queste due massime di Sun Tzu, il pensatore che più ispira lo stile strategico cinese: “La vittoria si ottiene quando i superiori e gli inferiori sono animati dallo stesso spirito” e “Una guida coerente permette agli uomini di sviluppare la fiducia che il loro ambiente sia onesto e affidabile, e che valga la pena combattere per esso.” In altri termini, penso che la direzione cinese abbia valutato che il vantaggio strategico di lungo periodo di preservare e anzi rafforzare la coesione sociale e culturale della propria popolazione superasse il costo di breve-medio periodo del danno economico, e della rinuncia a profittare nell’immediato delle difficoltà degli avversari. Perché “le vie che portano a conoscere il successo” sono tre: 1. Sapere quando si può o non si può combattere 2. Sapersi avvalere sia di forze numerose che di forze esigue 3. Saper infondere uguali propositi nei superiori e negli inferiori.”
Nel caso dell’Italia, la scelta – per quanto incerta e mal eseguita – del modello 2 credo dipenda dalle seguenti ragioni. 1) Sul piano culturale, dall’influsso della civiltà italiana ed europea premoderna, infusa com’è di sensibilità precristiana, contadina e mediterranea per la famiglia e la creaturalità, poi parzialmente assorbita dal cattolicesimo controriformato e dal barocco: un influsso di lunghissima durata che continua ad operare nonostante la protestantizzazione della Chiesa cattolica odierna, e nonostante l’egemonia culturale, almeno di superficie, di liberalismo ideologico e liberismo economico 2) Sempre sul piano culturale, dal pacifismo instaurato dopo la sconfitta nella IIGM e perpetuato prima dalle sinistre comuniste e dal mondo cattolico, poi dalle dirigenze liberal-progressiste UE; un pacifismo che genera espressioni buffe come “soldati di pace”, e la negazione metodica della dimensione tragica della storia 3) Sul piano politico, sia dal grave disordine istituzionale, ove i livelli decisionali si sovrappongono e ostacolano reciprocamente, come s’è palesato nel conflitto tra Stato e Regioni all’apertura della crisi epidemiologica; sia dalle preoccupazioni elettorali di tutti i partiti; sia dalla fragile legittimazione dello Stato, antico problema italiano 4) sul piano politico-operativo, dalla sbalorditiva incapacità delle classi dirigenti, nelle quali decenni di selezione alla rovescia e abitudine a scaricare responsabilità, scelte e relative motivazioni sulle spalle dell’Unione Europea hanno indotto una forma mentis che induce sempre a imboccare la linea di minor resistenza: che in questo caso è proprio la scelta di contenere il contagio, perché per scegliere la via del triage bellico di massa (comunque la si giudichi, e io la giudico molto negativamente) ci vuole una notevolissima capacità di decisione politica.
In altre parole, la scelta italiana del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché. Però lo siamo stati, e di questo dobbiamo ringraziare i nostri antenati defunti, i Lari[2] il cui culto, sotto diversi nomi, si perde nei secoli e millenni; e che senza saperlo, oggi onoriamo e veneriamo facendo tutto il possibile per curare i nostri padri, madri, nonni, anche se non servono più a niente.
Farebbe sorridere Sun Tzu e forse anche Hegel constatare che i due modelli impongono metodi operativi di implementazione esattamente opposti rispetto allo stile strategico.
L’implementazione del modello 1 (non conteniamo il contagio, sacrifichiamo consapevolmente una quota di popolazione) non richiede alcuna misura di restrizione della libertà: la vita quotidiana prosegue esattamente come prima, tranne che molti si ammalano e una percentuale non esattamente prevedibile ma non trascurabile di essi, non potendo ottenere le cure necessarie per ragioni di capienza del servizio sanitario, muore.
L’implementazione del modello 2 (conteniamo il contagio per salvare tutti i salvabili) richiede invece l’applicazione di misure severissime di restrizione delle libertà personali, e anzi esigerebbe, per essere coerentemente effettuato, il dispiegamento di una vera e propria dittatura, per quanto morbida e temporanea, in modo da garantire l’unità del comando e la protezione della comunità dallo scatenamento delle passioni irrazionali, cioè da se stessa. Operativamente, la direzione esecutiva del modello 2 dovrebbe essere affidata proprio alle forze armate, che possiedono sia le competenze tecniche, sia la struttura rigidamente gerarchica adatte.
Concludo dicendo che sono contento che l’Italia abbia scelto di salvare tutti i salvabili. Lo sta facendo goffamente, e non sa bene perché lo fa: ma lo fa. Stavolta è facile dire: right or wrong, my country.

Note :
[1] Liang Qiao e Xiangsui Wang, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, LEG Edizioni 2011
[2] v. https://www.romanoimpero.com/2018/07/culto-dei-lari.html


Il Coronavirus è un'arma letale per l’Italia


Di Fabio Conditi

Le conseguenze economiche del Coronavirus rischiano di essere per l’Italia un’arma letale, così come il virus è pericoloso per alcune tipologie di persone.
Quello che sta terrorizzando gli italiani in questi giorni, non è un virus che può uccidere un corpo sano e dotato di un sistema immunitario funzionante, ma un virus che se introdotto in un corpo già malato e debilitato per altri motivi, può effettivamente essere molto pericoloso. Per questo motivo  dobbiamo essere particolarmente attenti per le persone più a rischio.
Anche le conseguenze economiche negative per l’Italia, dovute al Coronavirus, sarebbero piuttosto ridotte in una nazione normale, con una economia sana e dotata di un sistema immunitario-economico funzionante, cioè capace di difendere il suo territorio, il suo popolo e le sua sovranità. Purtroppo non abbiamo più da anni un sistema immunitario-economico funzionante e quindi l’attuale emergenza sanitaria rischia di aggravare una situazione già particolarmente debilitata da anni. Le politiche di austerity di tagli alla spesa pubblica, ha reso il nostro sistema sanitario “carente” nella gestione della quotidianità, figuriamoci cosa può succedere oggi che dobbiamo affrontare una piccola emergenza come quella legata al Coronavirus.
Nel 1980 i posti letto per le cure acute, compresi quelli per le terapie intensive, erano in Italia 922 per ogni 100.000 abitanti, quasi 1 ogni 100 abitanti. Oggi, dopo i tagli alla spesa sanitaria che abbiamo subito soprattutto negli ultimi 20 anni, siamo scesi sotto la media europea e siamo arrivati a 275 posti letto per ogni 100.000 abitanti, circa 1 su 400 abitanti.
L’emergenza dovuta al Coronavirus che stiamo vivendo in questi giorni è tutta qua, è l’incapacità del nostro sistema sanitario di gestire il picco emergenziale che questa influenza produrrà, determinando la morte delle persone più a rischio, semplicemente perchè mancano le strutture ed il personale necessario a curarle.
Biotecnologi-Grafico-virus


Questo grafico mostra perchè è necessario adottare misure eccezionali per rallentare il contagio che comunque si diffonderà. Dobbiamo ridurre il picco delle persone che in determinato momento hanno bisogno di ricevere cure adeguate. Visto che 40 anni fa la capacità di gestire infetti simultaneamente era pari a 4 volte quella attuale, è chiaro il motivo per cui si parla di emergenza sanitaria nonostante il Coronavirus sia poco più che una normale influenza stagionale.
Purtroppo oggi, con i vincoli di bilancio che ci impone l’Unione Europea, ma soprattutto con le politiche di austerity che ci siamo imposti negli ultimi decenni, invece di aumentare la capacità di curare i malati, con investimenti per nuovo personale e maggiori posti letto, si cerca di rallentare il contagio in modo che i malati si distribuiscano su un periodo più lungo, sperando che il sistema sanitario riesca a reggere l’emergenza anche se chiaramente sottodimensionato.
È la stessa logica per la quale si riducono i costi della manutenzione del territorio o delle infrastrutture, sperando che non si verifichino le condizioni di allagamento, frane e crollo di ponti, che invece si ripresentano ormai con sempre maggiore frequenza. La causa però non è l’aumento degli eventi eccezionali, ma il fatto che la riduzione della spesa comporta anche la riduzione della soglia di sicurezza, oltre la quale un evento produce danni e quindi viene considerato eccezionale.
Nel caso della sanità, ciò che risparmiamo mantenendo un sistema sanitario sottodimensionato, lo perdiamo amplificato per gli effetti secondari che questi eventi producono :
  • un aumento dei costi per l’utilizzo della sanità privata, che era già arrivato a livelli consistenti senza l’emergenza dovuta al Coronavirus;
  • un costo sociale e produttivo enorme per il sistema economico, che dovrà subire una ulteriore recessione dopo anni di politiche di austerity che lo avevano già indebolito.
Così come consiglio a tutti di mantenere efficienti le difese immunitarie del nostro organismo per affrontare serenamente l’eventuale contagio del Coronavirus, anche per l’economia italiana è necessario aumentare l’efficienza dei nostri sistemi bancario, sistema fiscale e del debito pubblico.

Ashoka Mody – Italia: la crisi che potrebbe diventare virale


Di Ashoka Mody *

Il coronavirus minaccia di trasformare la crisi economica e finanziaria italiana in una crisi globale.

Il coronavirus sta precipitando l’Italia in una crisi economica e finanziaria che ha il potenziale di innescare un caos finanziario mondiale.Il principale anello debole della catena economica globale è l’Italia, che nel 2019 era già sotto forte tensione e ora sta minacciosamente cedendo dinanzi ad altri cruciali problemi globali: Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania.

Anche se nei prossimi mesi il coronavirus (ufficialmente Covid-19) sarà contenuto, è già alle porte una crisi finanziaria che si irradierà dall’ epicentro italiano. Eppure i leader europei sembrano procedere come se fosse tutto normale. Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), afferma che il coronavirus non è ancora tale da causare “uno shock di lunga durata“. Il suo staff e quello di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia, stanno ancora valutando la gravità del problema, indulgendo in una pericolosa noncuranza. La BCE e i governi europei non riescono ad affrontare il pericolo rappresentato da una crisi finanziaria italiana. E non c’è più tempo per prepararsi allo sforzo globale che sarà necessario per contenerne conseguenze.

Il punto di rottura dell’economia e della finanza italiana

Nei due decenni da quando l’Italia ha adottato l’euro, gli italiani sono diventati più poveri. L’economia del paese permane in una recessione economica quasi perpetua.

Il sistema politico disfunzionale italiano dà la sensazione di un temporary fast-pizza. Per quasi mezzo secolo, i governi italiani hanno mancato di investire nel futuro del Paese. Tutti comprendevano che l’Italia avrebbe avuto difficoltà a sopravvivere senza la stampella della sua lira flessibile, che di tanto in tanto si deprezzava. Ma l’arroganza dei leader europei ha portato l’Italia nella morsa della zona euro, dove l’euro è troppo forte per l’economia italiana, e l’interesse reale – il tasso di interesse corretto per l’inflazione – è troppo alto per un’economia che non cresce.

Il coronavirus ha colpito l’Italia in modo crudele, non solo in termini di vite umane in pericolo, ma perché minaccia di paralizzare le regioni della Lombardia e del Veneto, poli produttivi che negli ultimi due decenni hanno evitato all’economia italiana un destino economico ancora più cupo.

Le vulnerabilità finanziarie dell’Italia sono enormi. Il peso del debito pubblico italiano, pari a circa 2.400 miliardi di euro, è maggiore di quello tedesco, che ammonta a 2.000 miliardi di euro. Il rapporto debito / PIL del governo italiano è aumentato inesorabilmente. Il sistema bancario italiano è seduto su un gigantesco cumulo di attività finanziarie, pari a circa cinquemila miliardi di euro. Mentre le molte banche italiane in crisi hanno venduto (spesso per pochi centesimi) gran parte dei prestiti in sofferenza che i loro mutuatari non stavano rimborsando, la redditività delle banche risulta anemica a causa dei tassi di interesse estremamente bassi e poiché i mutuatari sono ancora in difficoltà, in un ambiente a crescita zero. Il rapporto tra valore di mercato e valore contabile del patrimonio netto anche delle banche più forti d’Italia – Intesa Sanpaolo e UniCredit – rimane ben al di sotto di uno, il che implica che i mercati ritengono che alla fine gran parte delle attività detenute da queste banche saranno cancellate.

* Ashoka Mody insegna alla Princeton University ed è autore di Euro. Una tragedia in nove atti, di prossima pubblicazione in Italia.  


Traduzione di Carmenthesister per Voci Dall'Estero


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LIBIA: BERLINO CERTIFICA L’ININFLUENZA DELL’EUROPA E LA CANCELLAZIONE DELL’ITALIA


Di Leoniero Dertona

Si chiude la conferenza di Berlino sulla Libia che, a suo modo, ha segnato un momento storico. Da un lato abbiamo certificato la totale ininfluenza di un’Europa avvolta nelle proprie contraddizioni sulla scena  globale, dall’altro la completa sparizione dell’Italia come paese dotato di politica estera e di dignità.


I risultati sono teoricamente buoni:un cessare il fuoco con auspicio ONU e la promessa di una conferenza interlibica per risolvere la contrapposizione Tripoli-Sarraj e Bengasi-Haftar, con il blocco degli interventi stranieri, turco islamico per il primo, russo egiziano per il secondo. In pratica, senza una forza militare sul campo ed alle frontiere, solo vuote parole al vento, ed altro tempo per Haftar per chiudere la partita sul campo ora che ha tagliato anche il cordone petrolifero per tripoli. Il Generale può contare su denari degli Emirati e Sauditi per pagare i propri mercenari e forniture dirette dalla frontiera egiziana. Zarraj ha il supporto turco e dei fratelli islamici ormsu scoperto, come si vede nel successivo video, nel trasferire estremisti dal fronte siriano a quello nordafricano.
Wasn’t this supposed to be a “covert” operation?

Footage is allegedly showing Syrian rebels in a jet, getting transferred to Libya in support of UN-backed government in Tripoli.

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Questi gentili signori sono ora ai nostri confini e ben agguerriti. Per fermarli ci vorrebbe un vero blocco aereo e navale per il quale non mancano i mezzi, ma la volontà ed il coraggio. Come scriveva il Manzoni uno, se il coraggio non l’ha, non se lo può dare.
I risultati quindi di Berlino sono come un romanzo di Asimov: bello, ma fantascienza. Nessuno vuole mettere gli i stivali dei propri soldati o le prue delle proprie navi in Libia e quindi tutto questo resterà lettera morta. In questo dramma il nostro presidente del consiglio ha portato una vena di comicità, come potete vedere qui

Macron caccia Conte dalla prima fila e pure lo irride. Del resto la nostra politica estera, in mano a dilettanti, non conta assolutamente nulla, e si è trasformata in una sorta di commedia leggera, alla Lino Banfi nella parte dell’emigrato pugliese. Una tangibile dimostrazione di quanto ormai contiamo poco internazionalmente.

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