I Silenzi di Colonia e Stoccolma

gen 15, 2016 0 comments
COLONIA
Di Fabio Bolzonar
Il primo gennaio 2016 il capo della polizia di Colonia, Wolfgang Albers, rilasciò un comunicato stampa nel quale si felicitava che la notte di Capodanno fosse trascorsa pacificamente. Alcuni giorni dopo, come ben sappiamo, il governo tedesco lo rimosse precipitosamente dal suo incarico. Albers non fu l'unico a non aver prestato attenzione alle disgustose violenze commesse a Capodanno. Per due giorni le reti televisive pubbliche di Colonia non parlarono di quegli eventi, malgrado l'assembramento di un migliaio di uomini che circondavano, molestavano e derubavano centinaia di donne nel centro città fosse un fatto che difficilmente poteva passare inosservato.
Con il montare dello scandalo di Colonia si è venuto a sapere che violenze commesse per lo più da giovani richiedenti asilo sono avvenute in altre città tedesche ed europee.Inoltre sembra che il fenomeno non sia completamente nuovo. Lunedì 11 gennaio il quotidiano Svedese Dagens Nyheter riportò la notizia, subito rilanciata dai media internazionali, che nel 2014 il festival culturale e musicale "We are Sthlm" che richiama ogni anno a Stoccolma circa 170.000 giovani fu turbato da svariate aggressioni ai danni di ragazze da parte da bande di giovani richiedenti asilo per la maggior parte venuti dall'Afghanistan senza la loro famiglia. Come nel caso di Colonia, la polizia non divulgò informazioni delle violenze sebbene queste portarono a numerosi denunce per molestie, fra le quali una per stupro. Interrogato sul perché le forze dell'ordine non avessero informato degli eventi, il portavoce della polizia di Stoccolma ha risposto con un laconico "non lo so".
È difficile giustificare i silenzi di Colonia e Stoccolma. Non soltanto perché l'opinione pubblica ha il sacrosanto diritto di essere informata, anche su degli odiosi crimini, ma anche perché quei silenzi non risolvono certo alcun problema. Certamente non risolvono quello dell'accrescersi del razzismo contro profughi e migranti. Anzi. Il tentativo di nascondere la notizia ha probabilmente un effetto boomerang in quanto provoca indignazione nell'opinione pubblica, accresce lo scetticismo sull'effettiva capacità delle autorità di regolare i nuovi flussi migratori e alimenta la campagna dei movimenti d'ultradestra. I silenzi di Colonia e Stoccolma sollevano inoltre forti dubbi sulla capacità delle autorità pubbliche di porsi domande fondamentali e cercare delle risposte in merito all'accoglienza di nuove popolazioni. Sembra ormai sempre più evidente come la questione centrale sia quella di capire se e fino a che punto sia possibile una coesistenza culturale pacifica con i nuovi migranti e profughi venuti per lo più da paesi islamici. Sebbene il problema riguardi svariati ambiti del vivere civile, esso è molto più evidente quando vengono presi in considerazione i rapporti quotidiani fra le persone. In tale proposito, ad esempio, è necessario sapere se migranti e profughi siano disposti ad accettare il rispetto e le libertà che ormai quasi tutti i paesi Europei riconoscono a donne, minori e omosessuali ovvero quei principi basilari del vivere comune che costituiscono l'essenza più immediata dell'identità di un paese.
In un editoriale di qualche giorno fa il quotidiano britannico The Guardian invitava i suoi lettori a non essere timidi nel porsi domande difficili relative all'accoglienza di migranti e profughi. Questo sensato suggerimento non è stato certo seguito dalle autorità tedesche e svedesi che con la compiacenza dei mass-media hanno preferito ignorare un grave episodio di violenza che richiama la necessità di interrogarsi sulle questioni della coesistenza culturale. Tuttavia ignorare un problema non facilita certo la sua risoluzione e questa non è possibile senza parlarne apertamente. Sembra necessario un dibattito pubblico sul tema dell'immigrazione che affronti il nodo centrale del multiculturalismo. Di questo dovrebbero farsi carico in primo luogo le forze politiche superando le irritanti contrapposizioni fra un buonismo vacuo e un ritorno di xenofobia che nella maggior parte dei paesi europei sembrano dominare la scena pubblica.

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