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L’Ucraina celebra Natale e scisma. Poroshenko: “Via i legami con Mosca”

Il Natale a Kiev ha un significato molto più politico del solito
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Di Lorenzo Vita
Il Natale a Kiev ha un significato diverso quest’anno. Molto più politico del solito, visto che arriva a poche giorni dalla proclamazione della Chiesa autocefala ucraina.
Ieri, nella cattedrale di Santa Sofia, si è celebrata la prima messa solenne della Chiesa indipendente. Alla presenza del presidente Petro Poroshenko, la cerimonia è stata officiata dal Metropolita Iepifani, 39 anni, primate della Chiesa ucraina: “È un momento storico. Le porte della nostra Chiesa sono aperte a tutti, ma sappiamo che c’è ancora molto lavoro da fare per rafforzare l’unità degli ortodossi in Ucraina”, ha detto il primate ai fedeli riuniti nella cattedrale.
Un messaggio che ha un significato non solo religioso, ma anche squisitamente politico, ribadito in maniera ancora più netta da Poroshenko, che ha detto senza mezzi termini: “Con questo rito abbiamo spezzato gli ultimi legami che ci associavano a Mosca e alle sue fantasie sull’Ucraina”. Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni.
L’indipendenza della Chiesa ortodossa di Kiev ha avuto come primo obiettivo quello di marcare le distanze con Mosca nella sfida che da anni vede coinvolte Russia e Ucraina, ma più in generale Oriente e Occidente. La decisione del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, può essere letta infatti sotto il profilo religioso, ma anche sotto il profilo internazionale.
Se è vero che il Patriarcato di Costantinopoli ha garantito l’autocefalia della Chiesa di Kiev anche per riaffermare il proprio potere nei confronti della Chiesa di Mosca, è evidente che la decisione della Chiesa ucraina di “secedere” dalla Chiesa russa è diventata una questione di politica internazionale. Tanto che anche il Dipartimento di Stato americano, come spiegato su questa testata, è intervenuto a sostegno dell’indipendenza del clero ucraino. Per gli Stati Uniti si tratta di libertà religiosa: ma le motivazioni effettive sono più profonde, e legate al fatto che molti ritengono il cristianesimo orientale una sorta di longa manus culturale e diplomatica di Vladimir Putin.
Così, una questione legata alla tradizione della Chiesa orientale, si è trasformata in un caso diplomatico. Ed è arrivata in una delle fasi più acute dello scontro fra Russia e Ucraina, con la questione del Mar d’Azov non ancora risolta e il Mar Nero che ribolle anche con l’ingresso di navi della Nato nel suo specchio d’acqua. I due Stati non sembrano intenzionati a cedere di fronte alle prete dell’avversario. E mentre i confini continuano a essere rafforzati, la spaccatura fra i due Paesi diventa, come visto, anche culturale, toccando le corde della fede. Che in Europa orientale ha ancora un fortissimo connotato politico: lì, l’appartenenza religiosa e quella nazionale sono ancora fortemente legate fra loro, come ricordato su questa testata.
E mentre Kiev festeggiava il suo Natale come Chiesa indipendente, a Mosca, il Patriarca Cirillo, che ha officiato la messa nella cattedrale del Cristo Salvatore, ha accusato il governo ucraino di voler “distruggere” l’ortodossia in Ucraina: “L’hanno trasformata in un teatro dell’assurdo”. Assente Putin, che ha preferito partecipare alla messa a San Pietroburgo. Ma il Natale, quest’anno, sembra essere passato in secondo piano.
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