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“Accordi di libertà”: il concordato di Craxi e Giovanni Paolo II


Di Verdiana Garau

Non un semplice convegno quello organizzato dalla Fondazione Craxi che si è tenuto lo scorso 18 Febbraio presso la Sala Zuccari in Palazzo Giustiniani a Roma sulla riforma dei rapporti tra lo Stato italiano, la Chiesa Cattolica e le altre confessioni religiose. Ad aprire il convegno l’intervento del Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati e i saluti della Presidente della Fondazione Craxi, Margherita Boniver. 
Nell’introduzione al convegno l’accento è stato subito posto su Bettino Craxi Presidente del Consiglio, che nel 1984 guidò e sostenne con la sua grande sensibilità e provvidenziale lungimiranza quel processo di pacificazione della società nazionale aprendo agli accordi di Villa Madama. Un atto pionieristico nella storia del nostro paese, da ascriversi come pietra miliare posta lungo il percorso della maturazione della nostra società italiana, degli individui e delle persone, nei confronti delle religioni all’interno del contesto della Repubblica italiana e dei rapporti di queste con lo Stato.  
Con gli accordi di Villa Madama del 1984, viene aperta una seconda fase di dialogo tra il nostro paese non solo con la Chiesa cattolica, ma con tutte le altre comunità religiose presenti sul territorio, come quella ebraica o la valdese. Sarà necessario risalire agli accordi dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 per ritrovare nella storia un simile evento.
Agli accordi di Villa Madama fanno riferimento grandi novità, dalla caduta dello stato confessionale, alle nomine dei vescovi, le nuove normative sui matrimoni civili e i provvedimenti sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Ma ancora più rilevante e da sottolineare, la svolta che arrivò sulla relazione tra CEI (Comunità Episcopale Italiana) e Vaticano. Ad oggi, come rilevato durante il convegno, sulle recenti parole di Gennaro Acquaviva, che fu Capo della Segretaria di Bettino Craxi,  il concordato pare quasi superato con l’arrivo di Papa Francesco e spira un vento di rinnovamento e la voglia di ritornare in modo sensibile sul punto.
Sempre continuando a citare Acquaviva, Craxi riuscì a fare ciò che la DC in quaranta anni non era ancora riuscita e come ha fatto notare Massimo Franco, mediatore del convegno, probabilmente il fatto che sia stato un esponente del partito socialista a compiere questo passo e a concludere gli accordi, resta ancora più significativo. Questo avvenimento fu ancora più rilevante se si pensa che costituì il vero punto di unione e di contatto tra PSI e PCI. A sua volta anche la Chiesa cattolica fu investita dalla necessità di rinnovarsi al cospetto di una società in via di trasformazione e il coro fu partecipato infine da tutti. 
“Le foglie secche” del concordato del ’29 andavano spazzate via e necessario era adattare i Patti Lateranensi ad una nuova società italiana. Dal 1984 al 2020 la Chiesa ha continuato a maturare profondamente e non ci sono più stati papi italiani, proprio ad accrescere il significare del senso universale della sua presenza nel globo e non soltanto in riferimento al paese italiano. 
Si ripresenta dunque oggi la necessità di comprendere più profondamente le ragioni di quegli accordi siglati a Villa Madama con Craxi, per poter procedere e giungere ad una rinnovata maturazione circa la considerazione della multipolarità religiosa, del suo ruolo in seno alla società, della sua considerazione e il suo posizionamento. Come fatto notare sempre da Massimo Franco, “ci saranno nuovi cambiamenti e nessun nuovo cambiamento potrà prescindere dagli accordi del 1984”. 
Il puntualissimo intervento di Benedetto Ippolito, autore di “Dallo Stato alla libertà religiosa”, ha offerto spunti importanti. Negli ultimi duecento anni molte sono state le tappe e le date degne di memoria sugli accordi tra Stato e Chiesa. Si chiudono i contenziosi ad esempio tra Regno d’Italia e Stato della Chiesa con la Legge delle Guarentigie che porteranno, nell’ epoca fascista subito successiva, agli importantissimi Patti Lateranensi voluti dal Duce nel 1929.
Da notare che nel caso della Legge delle Guarentigie e dei Patti Lateranensi, protagoniste furono le istituzioni. L’incontro si svolse tra stati. Sono vertici pubblici, massimali, che riguardano lo ius publicum ecclesiastico, a voler sottolineare la necessità di una formazione di un vero corpo diplomatico, una diplomazia pubblica, che si occupasse per conto della Chiesa dei rapporti istituzionali con gli stati laici. Dal 1929, questi rapporti e la presenza di questi vertici diverrà più discreta e si dovrà giungere dunque al 1984 con Bettino Craxi e gli accordi di Villa Madama perché un simile evento si ripeta. 
Il rapporto sancito con i Patti Lateranensi venne così modificato, poiché si era giunti ad uno scenario con partiti politici molto forti e il paradigma delle relazioni necessitava urgentemente di una revisione. Con gli accordi di Villa Madama, si incentrò prevalentemente l’attenzione sull’individuo e la persona e la parola “libertà” compare quasi ad ogni istanza dell’accordo. 
Fu il fior di conio per una nuova battitura dei rapporti tra istituzioni laiche e religiose. Il cittadino era da riportarsi protagonista e la novità principale dell’accordo, come già menzionato sopra, fu l’apertura di questo alle altre confessioni oltre la Chiesa cattolica. Il 1984 fu l’anno in cui Craxi e la cultura del Partito Socialista Italiano portano alla redazione del cosiddetto Vangelo Socialista, ma fu anche, non un caso, l’anno in cui Giovanni Paolo II rivoluziona la comunicazione della Chiesa nel mondo e la religione torna ad essere riconsiderata sul piano dell’impianto umano, dove il significato di cultura identitaria di un paese come l’Italia, si sovrappone e va a coincidere con le istanze delle libertà individuali sancite dalla nostra democratica costituzione. 
Un lavoro incompiuto, ma che resta a rappresentare il riconoscimento del pluralismo di un mondo che sta cambiando, dove fondamentale è salvaguardare la libertà religiosa, guardandosi innanzitutto dai fondamentalismi per difendere le istituzioni in seno alle stesse in nome della democrazia.
Nella pluralità religiosa in uno stato laico, a cui Bettino Craxi, i socialisti e tutto il paese, faceva appello ed in cui molti furono gli accordi stipulati con ogni singola comunità religiosa, la presenza islamica nel nostro paese resta ancora l’unica realtà a presentare certamente delle ruvidezze. La citazione che Ippolito ha riportato di Tommaso D’Aquino, in cui si dice che la religiosità ha a che fare con la personalità umana, dove la religione viene inserita dunque nella sfera della giustizia, è molto importante.
A proposito degli accordi con le varie confessioni che vengono riportate al centro del dibattito al fine di garantire piena libertà, viene fatto notare che ogni intesa portata a compimento è differente dall’altra, poiché necessario fu rispettare e resta necessario rispettare, tutti gli aspetti peculiari ad ogni confessione. 
Sono intese pragmatiche, in cui i sommi principi restano infine sanciti dalla nostra Costituzione italiana perché la separazione tra Stato e Chiese sia effettiva. Massimo Franco domanda: “quando si potrà applicare questo pragmatismo con le comunità islamiche?”. La domanda resta aperta. Gli accordi di Villa Madama non hanno soltanto avuto valenza storica, sono stati altresì fondamentali per la società occidentale ed europea tutta. 
L’On. Stefania Craxi cita Pietro Nenni nel suo discorso del 25 Marzo 1947, “La Repubblica che abbiamo fondato avrà un senso se sarà superato il Risorgimento”. La separazione tra potere spirituale e temporale si faceva tema di dibattito e fu Craxi certamente a dare la svolta finale quando, stipulati questi accordi, arrivò, anzi superò, la soglia liminare del possibile della vecchia Democrazia Cristiana. 
In nome della democrazia andava garantito il pluralismo religioso, con i fatti e le parole. L’On. Stefania Craxi ha portato l’attenzione anche su un dettaglio fondamentale del rapporto tra Stato e religioni, specificatamente relativo al nostro Paese italiano, ovvero che l’homo religiosus difficilmente sarà superabile dall’homo faber.
“Spesso si è creduto che la modernità e l’avanzamento tecnologico avrebbe spazzato via la religione dalla società, e non è stato così”. Al contrario è andata anche rafforzandosi. Il dialogo è il fattore su cui l’Onorevole ha sostanzialmente ribattuto, che riporta in primo piano le discrepanze e le conflittualità acuitesi soprattutto negli ultimi tempi, sugli scenari del Mediterraneo e del Medio Oriente. È stata l’Europa e il suo senso a ritrovarsi, per sancire una pacifica coesistenza delle religioni in nome della democrazia. 
Gli episodi di odio razziale, le persecuzioni e i massacri contro i cristiani che avvengono continuamente ogni giorno, il risorgere dell’antisemitismo, non hanno bisogno di strumentalizzazione politica, ma “di pace, fra popoli, fra stati, tra le religioni e nelle religioni.” È stato Davide Jona Falco a proseguire il convegno con un suo intervento che getta un nuovo amo, vitale se il dibattito vorrà essere proseguito e portare a maturazione nuove riflessioni su futuri accordi. 
Falco ha elencato in modo appropriato e accuratamente, quei punti e quelle leggi che hanno riguardato gli accordi tra lo Stato italiano e la comunità religiosa ebraica. “L’ebraismo”, ha sottolineato Falco, “non è soltanto una religione, ma un modo di vivere”. Gli accordi con la comunità ebraica che risalgono posteriori a quelli di Villa Madama e stipulati nel 1987, sono stati uno strumento altamente democratico e fondamentale. Oggi, ha fatto notare, non si ha ancora una vera legge in tema di libertà religiosa, anche perché alcune religioni non sono in grado di stipulare un accordo con lo Stato in mancanza di figure rappresentative delle comunità preposte alla cura del tema. Sicuramente, si dovrà certo procedere sulla via del sempre maggiore riconoscimento verso le differenze religiose. 
È stato poi il turno del Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, S.E. Paul Richard Gallagher, il quale ironicamente ha fatto subito cenno alla sua non italianità e posto soprattutto l’attenzione sull’importanza che costituirono i patti del 1929 e del 1984 per la Chiesa cattolica universale. Ritornare a riflettere su Craxi, ha detto Gallagher, e sul 1984, significa riflettere e parlare di radici culturali. Rinnova la sua gratitudine verso Craxi, S.E. il Segretario, sulle citate parole del Cardinale Achille Silvestrini. 
Lo spirito moderno con il quale la Chiesa dovrà e saprà affrontare questi cruciali temi, contro l’anticlericalismo risorgimentale, come il Craxi che fu un “umanista del socialismo italiano”, devono ritornare a dibattito. All’epoca, anche la Chiesa attraversava un periodo difficile, periodo che fu significativo per una presa di coscienza della trasformazione sociale in atto. 
Ricorda l’intesa sull’8×1000 e di quanto quel gesto fu simbolicamente un atto di riconoscimento nei confronti dei padri spirituali, che appunto, non andavano affamati, ma rispettati e curati: la negoziazione innanzitutto, perché ciascuno, nel modo migliore, esplichi le proprie funzioni nell’interesse di provvedere alla salvaguardia delle relazioni sociali in uno stato laico, che non ignori il fattore religioso che in Italia sarebbe impensabile, poiché sarebbe come ignorare le proprie radici e la sua storia. 
Quella di Craxi, aggiunge Gallagher, fu una “previsione profetica”, l’innesto democratico di una rilevanza estrema. Ci si continua ad interrogare se ci sia adeguata consapevolezza riguardo agli accordi del 1984 essendo questi ancora in corso e soprattutto circa le valutazioni che vengono prodotte in merito all’interventismo militare del nostro paese. Con Craxi, ha detto S.E., si dà vita ad una consapevolezza storica nell’intento di costruire, costruire insieme, per una nuova spiritualità che rivivifichi l’uomo. 
Il convegno si è concluso con l’intervento di Alessandra Trotta, moderatore della Tavola Valdese, ricordando di quanto i valdesi si siano resi protagonisti diretti, allora come oggi, per la consapevolezza e la responsabilità che arreca un simile dibattito, il quale porta a riflettere profondamente sulla peculiarità della laicità italiana, che non resta asettica e unicamente relegata a coltivarsi in privato, ma che si manifesta e che deve continuare a manifestarsi liberamente in pubblico. 
“Per noi”, ha detto Trotta, “fu una scelta coraggiosa, venendo noi da una tradizione separatista”. Il diritto comune non era un diritto neutro e la comunità conobbe travagli interiori prima di giungere ad accordi interni per potersi pronunciare in esterno e avanzare posizioni.  Scongiurando la presenza di privilegi religiosi che portano a considerare alcune religioni di serie A e altre di serie B, “Il compromesso per noi costituiva un rischio, il rischio del compromesso”. 
Trotta ha anche speso una nota sull’importanza dell’insegnamento religioso a scuola che oltre ad essere facoltativo non dovrebbe essere autoreferenziale alla religione cattolica; ha altresì sollevato un quesito sull’idea di escludere qualsiasi forma di finanziamento alle chiese. Il processo di civilizzazione che prevede accordi di libertà, ancora di più di libertà di espressione religiosa, essendo la spiritualità non scindibile da ogni procedere politico, non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo che non sia democratica ed universale e pronta all’occasione ad un sano riformismo. 

La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco


Di Emanuel Pietrobon

Il 27 marzo ha avuto luogo un evento memorabile, che è già entrato nella storia: la messa straordinaria di Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta. Lo scenario, già suggestivo di per sé, è stato ulteriormente arricchito dall’elevata dose di simbolismo che la gerarchia cattolica ha scelto di utilizzare e dall’effetto visivo garantito dalla pioggia incessante.
Spettacolo perfetto, curato nei minimi dettagli: si è parlato di tempesta sullo sfondo di un diluvio, si è parlato di fede vacillante e paura sullo sfondo della più grave pandemia della storia recente, che ha distrutto decenni di false sicurezze e obbligato miliardi di persone a rivedere le proprie esigenze, a modificare forzatamente il proprio stile di vita, si è fatto appello a Dio, un’entità invisibile e trascendente, in un’epoca che in Occidente significa irreligiosità, ultralaicismo e ateismo militante, ma che nel resto del tempo significa persecuzioni religiose, nuovi scismi, conflitti inter-religiosi, ascesa di fondamentalismi e nuove forme di spiritualità, risvegli identitari e terrorismo nel nome della fede.
Iconico è stato il momento in cui il pontefice si è diretto verso il crocifisso svettante sulla piazza più importante della cristianità occidentale, camminando faticosamente, con passo zoppicante e sotto la pioggia battente. Un’immagine che resterà impressa nell’immaginario collettivo per anni, decenni, perché simboleggia perfettamente la durezza del momento storico che sta vivendo l’umanità, ed anche la situazione che stanno affrontando la civiltà occidentale e la chiesa cattolica.
Il compito di uno statista non è mai semplice: su di lui pesa come un macigno la responsabilità di dover raggiungere, se non superare, le vette scalate dai predecessori. Nel caso della chiesa cattolica, si parla di dover ereditare il peso di due millenni di storia, due millenni di protagonismo indiscusso nella costruzione di intere civiltà, dall’Europa all’America Latina, sullo sfondo del contributo inestimabile dato all’arte, alla scienza, alla cultura, alle relazioni internazionali.
I pontefici vengono eletti per due motivi: preparare e guidare la transizione da un’epoca all’altra, e plasmare il nuovo mondo non appena la transizione finisce.
È così da (quasi) sempre: Pio XI ha preparato il terreno per lo storico papato di Pio XII, così come Giovanni XXIII ha gettato i semi per l’entrata della chiesa nella guerra fredda, poi vissuta pienamente da Paolo VI e Giovanni Paolo II, mentre mentre Benedetto XVI, il mite teologo, è stato sicuramente un pontificato di transizione.
Tornando alla funzione straordinaria del 27 marzo, la piazza vuota è anche la metaforica rappresentazione della condizione attuale della chiesa cattolica in Occidente, che ha smesso da diversi decenni di essere il baricentro della cristianità, optando per la fine della storia e, quindi, per l’acquisizione di una nuova identità a-identitaria. Neanche il compimento parziale delle profezie huntingtoniane sul risveglio delle civiltà ha avuto effetti sul dormiente e post-storico Occidente, e non è un caso che nel dopo-Ratzinger la chiesa cattolica abbia smesso di guardare e pensare ad esso come il proprio punto di riferimento.
Il futuro della chiesa è altrove, in quelle che l’attuale pontefice ha definito le “periferie del mondo”, ed è altamente probabile, anzi è sicuro, che non ci sarà alcun “effetto Francesco” nei paesi occidentali, perché il loro destino è inevitabilmente post-cristiano – e, conseguentemente, anche anti-cristiano (ma questo è un altro argomento ancora).
Un effetto Francesco non ci sarà neanche in America Latina, anche qui si tratta più di certezze che di probabilità, dove i cattolici stanno rapidamente diminuendo in ogni paese, dal Messico a Cuba, fino all’Argentina. Le complicità con le dittature militari e la lotta contro l’incompresa teologia della liberazione hanno spianato la strada per la de-cattolicizzazione, la strategia geo-religiosa di Washington e gli scandali sessuali e finanziari del clero hanno fatto il resto.
Ma allora, quali sono queste periferie di cui parla il pontefice? Sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale ed orientale, due aree brulicanti di vita e fede, dalle quali proviene la stra-grande maggioranza dei nuovi sacerdoti, che poi vengono anche mandati in Europa per sopperire alla mancanza di clero autoctono.

Urbi et Orbi: così il Papa ha parlato alla storia


Di Andrea Muratore

Sbaglia chi vuole leggere l’immagine di Papa Francesco solo, in mezzo a Piazza San Pietro intento a pregare prima della benedizione “Urbi et Orbi” come un’attestazione di debolezza, l’immagine di una forma di tramonto del Sacro nella nostra società e, in un certo senso, del declino della forza sociale del cristianesimo.
La realtà è che queste immagini vanno direttamente nei libri di storia e ci confermano come la Chiesa, istituzione imperiale millenaria, abbia in sè la forza e l’energia di capire i momenti di crisi e di mandare messaggi alla società e al mondo che hanno un impatto spirituale, umano, morale ma anche fortemente politico.
Così è dall’antichità a oggi: da quando poco dopo il 450 Papa Leone prima convinse Attila a fare marcia indietro dalla sua marcia sull’Italia e poi si operò per limitare i danni del saccheggio dei Vandali alla Città Eterna, fino a oggi. Quanti davano questa istituzione finita dopo le dimissioni nel 2013 di Papa Benedetto XVI, interpretate come una sconfitta ma, in realtà, dimostrazione della capacità di dare, nel XXI secolo, dimensione umana anche agli affari eterni?
E potremmo continuare: la Chiesa e il cristianesimo cattolico sono stati dati per morti o declinanti durante la cattività avignonese, in occasione dell’avanzata degli Ottomani tra XV e XVI secolo, dopo la caduta di Costantinopoli, di fronte alla Riforma Protestante e alle guerre di religione, dopo la Rivoluzione Francese, nell’era di Napoleone, dopo le infamanti accuse seguite alla seconda guerra mondiale, nel corso delle persecuzioni nell’Europa dell’Est, infine oggi nell’era dell’individualismo feroce, dell’esasperazione del relativismo dell’ideologia neoliberista in declino.
Eppure, ogni volta la profezia è stata smentita: per un Lutero che emergeva, una serie di papi si sono adoperati alla Controriforma; la Francia rivoluzionaria e il culto della Dea Ragione sono durati lo spazio di un mattino, e anche quando il Vaticano confinava con i militari del Terzo Reich Papa Pio XII non ebbe paura a scendere nel quartiere San Lorenzo di Roma devastato dalle bombe degli Alleati. Segno di una capacità di leggere il segno dei tempi e di agire in maniera estremamente flessibile sul piano politico che hanno pochi eguali nella storia.
E oggi siamo qui, a contemplare gli ammonimenti di un uomo apparentemente solo, ma in realtà al centro di un colonnato e di una piazza che abbracciano l’intero pianeta. Lanciando un avvertimento ben preciso (https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html): “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Di fronte al coronavirus, quello di Francesco è un messaggio spirituale, ma anche un manifesto per il mondo che verrà. La sintesi di un ragionamento sulla dottrina sociale della Chiesa che ha coinvolto Paolo VI (con l’enciclica Popolorum progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens), Benedetto XVI (Caritas in veritate) nello sviluppare una visione critica degli eccessi della società degli uomini economici, dello svilimento del lavoro, del consumismo sfrenato. A cui Francesco si è aggiunto con l’enciclica Laudato sì, che chiude il cerchio e indica una direzione, un grande spunto per una riflessione profonda sulla modernità. Da cogliere al più presto.

Quello scontro all’interno della Chiesa sull’immigrazione


Di Francesco Boezi

In Vaticano esistono almeno due sensibilità sul tema dell’immigrazione: una è quella di papa Francesco e della maggior parte delle alte gerarchie. Quella “aperturista”, per cui “accogliere” è sempre un diritto assoluto; l’altra è quella del cardinal Robert Sarah, del cardinale Raymond Leo Burke, del cardinale Gherard Ludwig Muller e di pochi altri. Quella “restrittiva”, per cui “accogliere” è sì corretto, ma solo salvaguardando l’identità. 
Bisogna stare attenti a non semplificare troppo. Incasellare questo o quel porporato dentro a una determinata area politica può far comodo a qualche partito, ma non aderisce alla realtà. Certo, le frasi sulla gestione dei fenomeni migratori del prefetto della Congregazione per il culto divino e per la disciplina dei sacramenti hanno fatto discutere e sono rimbalzate sulla maggior parte dei media. Il cardinale, tra le varie affermazioni che ha fatto, ha attaccato quelle “strane associazioni umanitarie” che imperversano per l’Africa, svuotando di fatto un continente che potrebbe ritrovarsi privato di buona parte della forza lavoro.
Ma Robert Sarah – va sottolineato – non voleva segnare un solco tra la sua visione e quella del Santo Padre. Chi lo conosce sa che il porporato guineiano non metterebbe mai in discussione l’autorità del pontefice della Chiesa cattolica. Certo, allo stesso modo è difficile immaginare che il prefetto possa finanziare una Organizzazione non governativa, come ha invece fatto il progressista Reinhard Marxquando ha donato 50mila euro a Lifeline. Sarah, semmai, è da tempo iscritto a quel filone di pensatori, con a capo Benedetto XVI, che segnalano da tempo come l’Occidente stia rischiando di sparire. Tanto come entità culturale quanto come entità geopolitica. Lo aveva già scritto in Dio o niente, il primo dei tre libri con i quali l’ex arcivescovo di Conakry ha diffuso il suo manifesto spirituale. 

È giusto imporre il crocifisso nelle scuole? Secondo l'arcivescovo cattolico Reinhard Marx no

Risultati immagini per Reinhard Marx
Di Alessio Mannino
Quante volte abbiamo dovuto subire la polemica sul crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici in Italia? Un’infinità. E’ una diatriba tutta simbolica e tutta italiana che gli opposti estremismi, cattolico e laico, ci infliggono da quando è nata la Repubblica. Nella cui Costituzione, va ricordato, sono stati recepiti quei Patti Lateranensi di mussoliniana memoria che poi, nel 1984, Craxi, aggiornò ai tempi.
Ma in altre nazioni europee, i pastori del gregge di Santa Romana Chiesa non ne hanno mai fatto un motivo dirimente di scontro politico-religioso. Prendiamo la Germania, in cui i cattolici convivono coi protestanti. Là il presidente della Conferenza Episcopale tedesca, Reinhard Marx, in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung ha attaccato il presidente del Land della Baviera, il cristiano-sociale Markus Söder, che la settimana scorsa ha varato una direttiva che impone di appendere il crocifisso in ogni locale pubblico: «chi lo vede solo come un simbolo culturale – ha dichiarato il prelato – non ne ha compreso il significato. La croce viene espropriata in nome dello Stato».
Parole chiarissime. Ma se non fossero abbastanza chiare, proviamo a tradurle: la Croce, immagine iconica del Cristianesimo, non è solo e non è tanto l’emblema di una civiltà storicamente sviluppatasi sotto la sua ombra, perché ciò sarebbe riduttivo e svilente rispetto al suo significato più autentico e profondo, che è di più e al tempo stesso di meno.
Di più, poichè a chi lo guarda con gli occhi della fede parla della fede in un Dio che si sarebbe fatto uomo prendendo su di sé la sofferenza di tutti gli altri uomini. Non certo, quindi, una generica trasfigurazione del sentimento sacro così come si è sedimentato nei secoli in Europa, ma l’adesione ad un mistero e ad una buona novella che è, o meglio dovrebbe essere, interiore, personale, spirituale, e non semplicemente esteriore, sociale, civile.
Ma, messo a confronto con la concezione che ne fa una bandiera, il crocifisso significa anche di meno, nel senso che si rivolge a chi, la suddetta fede, la possiede e la coltiva davvero, e non indiscriminatamente a chiunque abiti in un certo punto cristianizzato della Terra.
Non può essere, in ogni caso, il marchio, l’allegoria, la metafora visiva di uno Stato. Perché altrimenti, sembra dire Marx, si finirebbe col confondere paganamente Cesare e Dio, tornando al cesaropapismo che ha caratterizzato nel male i rapporti fra potere temporale e potere ecclesiale per tanto, troppo tempo.
Fonte e articolo completo: http://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/reinhard-marx-crocifisso-scuola/

Titolo articolo originale: "È giusto imporre il crocifisso nelle scuole?"

QUANDO L’ASTROLOGO CATTOLICO SILVANO PANUNZIO ANNUNCIÒ PER IL 1989 LA FINE DEL COMUNISMO(ED ERA IL 1976)

Di Gianluca Marletta
Correva l’anno 1976: i vertici e la base della Chiesa Cattolica erano intenti a “dialogare col Comunismo” che appariva anche agli occhi di molti credenti come un futuro inevitabile. Ma, dalle pagine della sua misconosciuta rivista di teologia e studi tradizionali METAPOLITICA, lo studioso di esoterismo e oblato benedettino Silvano Panunzio -straordinaria figura di pensatore autenticamente cattolico e, al contempo, universalista- formulava un annuncio che, all’epoca, poteva sembrare follia: “il regime sovietico NON PUO’ SUPERARE QUESTA DATA”!
Ma leggiamo un estratto di quest’articolo dal titolo “Le stelle della Russia e del mondo”, pubblicato con lo pseudonimo di “Vega” nel primo numero della rivista METAPOLITICA, uscita il 29 settembre del 1976:
“La prossima grande congiunzione Nettuno-Saturno si avrà ai primi di febbraio del 1989. Il regime sovietico non può superare questa data, in pratica 70-72 anni. (…) Nel 1989, precisamente il 28 dicembre, si avrà anche l’ultima grande doriforia di pianeti (allineamento) del nostro secolo; e questa doriforia che si manifesterà nel Capricorno influisce in modo particolare su Mosca.
(…) Sappiamo che, fin dal 1950, i Russi “in attesa” interpretavano i 42 mesi simbolici (qui anni) indicati nell’Apocalisse come il tempo per l’assedio della Città Santa e delle bestemmie della Bestia (Ap. XI-2; XIII-5) nel senso del termine finale dell’oppressione sovietica, e aspettavano con trepida speranza quella data. I Russi hanno avuto in parte ragione perché il 1959 (1917+42) é cominciato il nuovo corso di Kruscev con l’allentamento del rigore e una certa liberalizzazione (…): astrologicamente, il sistema nato con il 1917 ricevette un primo colpo. Ma, ripetiamo, il colpo definitivo é intorno al 1989 per il concorso di una grande complessità di fenomeni”.
Cosa dire? Forse é meglio concludere con le parole con cui lo stesso Panunzio chiuse il suo articolo nel lontano 1976:
“Il lettore ricavi, da tutto ciò, quello che preferisce. L’essenziale é vigilare e pregare”.

BERGOGLIO CAMBIA IL RITO DELLA “LAVANDA DEI PIEDI”: SI POTRANNO SCEGLIERE ANCHE LE DONNE



Di Daniele Vice

Papa Bergoglio ha stabilito che per il rito della Lavanda dei piedi potranno essere scelte anche le donne.  Con un decreto ufficiale della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti, il Papa ha voluto ammettere a questa liturgia anche persone di sesso femminile. In realtà, già durante il Giovedì Santo dello scorso anno, il Pontefice aveva compiuto il rito sui piedi di alcune donne. Da oggi, però, non sarà più uno strappo alla regola, ma una prassi consentita ufficialmente.
Il rito della Lavanda dei piedi è una liturgia molto importante e simbolica per la religione cattolica: con un gesto così umile, si ripercorrono le ultime ore di vita di Gesù e la sua volontà di donarsi fino alla fine per la salvezza del genere umano. Lavare i piedi altrui simboleggia l’amore tangibile per il prossimo. Di solito, spetta ai pastori scegliere le persone che prendono parte a questo rito, tra laici, religiosi, persone sane o malate, ragazzi e adulti, celibi e sposati.

FONTE:http://www.interris.it/2016/01/22/83644/cronache/papa/bergoglio-cambia-il-rito-della-lavanda-dei-piedi-si-potranno-scegliere-anche-le-donne.html

Chiesa e Lega: una lunga storia di amore e odio

Di Matteo Luca Andriola
L’ASSE SU BIOETICA E FAMIGLIA. Il partito nordista e il mondo cattolico si trovano allineati su temi come la bioetica, la famiglia e la difesa dell’identità cristiana, ma entrano in collisione quando il Carroccio fa sfoggio del suo animo più regionalista. Specie negli Anni 90.
La Cei, tramite il cardinal Ugo Poletti e il vescovo Camillo Ruini, diffonde Evangelizzazione e testimonianza della carità (8 dicembre 1990), contro le «chiusure particolaristiche»; su Famiglia Cristiana nel novembre 1992 (e su L’Osservatore Romano e l’Avvenire), usciranno interventi di alti prelati contro il voto leghista perché anticristiano: «Allo stato attuale ‘nessuna benedizione’ può venire dai vescovi, perché corrisponderebbe a una legittimazione del particolarismo».
LE FRECCIATE DI BOSSI. In quella fase abbonderanno le dichiarazioni anticlericali bossiane («I preti pensino all’anima, lascino stare la politica»), e la Lega si barcamenerà fra posizioni filoprotestanti («Potremmo suggerire a tanti cittadini del Nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare […] ai civilissimi Paesi protestanti che credono in Dio e in Gesù Cristo ma non riconoscono l’autorità del papato») e panteiste (contro «il Dio che ci raccontano a catechismo») fino ad arrivare, oltre alle divise padane, all’introduzione di riti pagani (il rito dell’ampolla del dio Po, il dio Eridano, la ripresa del mito identitario celtico-longobardo e il Sole delle Alpi, una “swastica stilizzata”, fino al culto carismatico del leader), grazie anche alla cospicua presenza di militanti provenienti dalle file dell’estrema destra, come Mario Borghezio, o simpatizzanti della “Nuova destra” di Alain de Benoist, come Gilberto Oneto, direttore dei Quaderni padani ed ex vignettista della Voce della fogna di Marco Tarchi.

La Lega paladina dell”Occidente cristiano’

Questo non significa che non ci siano cattolici leghisti. Anzi.
La Croce diventa un collante identitario contro l’immigrazione, specie se islamica, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando Bossi e i suoi diventano paladini dell’“Occidente cristiano”.
Come dimenticare poi l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, ultracattolica, dal 1990 al 1994 responsabile della Consulta Cattolica della Lega lombarda e del Carroccio?
Bossi ha dovuto sempre tener conto della Consulta, guidata dal senatore Giuseppe Leoni, uno dei fondatori del movimento.
PIVETTI CONTRO IL CARDINALE MARTINI. Una realtà che arriverà a dividersi quando la Pivetti attaccherà il cardinale Carlo Maria Martini (definendolo «craxiano» e «tangentista», attaccando così anche il collega Leoni, che nel 1993 riceve un avviso di garanzia per la vicenda di un finanziamento illecito in veste di responsabile editoriale di una radio locale, un reato poi prescritto), favorendo la nascita dei ‘Cattolici per il popolo’ (Leoni), impegnati nel sociale, e i ‘Cattolici per l’identità’ (Pivetti).
Ma poco importa: anche se divisi in casa – la Pivetti però abbandonerà il partito perché critica verso la svolta secessionista – i cattolici nella Lega (o “Cattolici Padani”), saranno gli alfieri della tradizione da difendere a ogni costo, contro quello che potrebbe minare l’identità cattolica della Padania, come moschee, aborto, eutanasia e fine vita, matrimoni gay e inseminazione artificiale, con una radicalità che neanche i Comitati civici di Luigi Gedda e i settori più conservatori della Dc avevano mai manifestato negli Anni 50.
LA «RICRISTIANIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ». A prova di tale intransigenza ci sono le dichiarazioni della Pivetti in un convegno tenutosi nel 1993, dove propose di «ricristianizzare la società».
«Un cattolico», spiegava, «non può riconoscere sempre e a chiunque il diritto di manifestare la sua religione. Le fedi religiose non possono essere messe tutte sulle stesso piano. Solo quella cattolica è una religione rivelata per cui non possiamo sottoscrivere acriticamente l’ articolo 18 della dichiarazione dei Diritti dell’ uomo, quello che sancisce per tutti piena libertà di credo religioso».
Nel 1994 la presidente della Camera arrivò a commemorare in Francia i cattolici controrivoluzionari della Vandea, nemici monarchici della Rivoluzione – indossando la croce vandeana –, una simpatia che la Lega ‘condivide’ con certi settori dell’estrema destra.

Il Carroccio: «Tettamanzi? Un buonista amico dei comunisti»

Questo ha permesso una grande flessibilità, col Carroccio che da una parte attacca prelati come l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, considerato un «buonista amico dei comunisti e degli immigrati musulmani», e dall’altra crea un asse privilegiato con gli ecclesiastici ultraconservatori, che vedono nell’Islam il ‘male assoluto’.
BIFFI CONTRO I MUSULMANI. È il caso del vescovo di Como Alessandro Maggiolini e dell’ex arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi (secondo cui i governi europei dovrebbero «privilegiare l’ingresso degli immigrati cattolici» perché i musulmani «nella stragrande maggioranza vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra umanità, individuale e associata»).
Un asse che ha portato la Lega, nel gennaio 2001, a contrastare anche alcuni non-cattolici che però italiani lo sono al 100%, bloccando – con An, Forza Italia e Udc – l’intesa dello Stato con la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova e l’Unione Buddista Italiana.
LA CROCIATA CONTRO I TESTIMONI DI GEOVA. L’onorevole leghista Luciano Dussin sostenne che «le garanzie offerte a Testimoni e buddisti rischiano di esporre la società italiana a pericoli di estrema gravità».
Borghezio, dal canto suo, disse che «c’è un’espansione delle sette religiose e un problema di compatibilità con il nostro ordinamento», il tutto in sintonia con associazioni cattoliche di destra come il Gris (Gruppo di ricerca e di informazione sulle sette, gruppo di privati cattolici che dagli Anni 80 analizzano tutte le confessioni non cattoliche avversandole, anche se cristiane) e il cardinal Biffi, che già nel novembre 1985 organizzò nella sua Bologna convegni contro i Testimoni di Geova, che gli «rubavano» i fedeli.

Lo strano asse con i lefebvriani

La Lega, però, non si limita a instaurare rapporti con i cattolici “istituzionali”: per anni è stata considerata vicina al movimento lefebvriano, che non riconosce la sovranità papale, col quale condivide il cattolicesimo della tradizione (con messa in latino), usato «all’occorrenza come elemento di identità padana».
IL FILO-PADANISMO DEL MOVIMENTO. Spiega Maurizio Ruggiero, lefebvriano, collaboratore della Lega e animatore di Sacrum Imperium, esistente dal 1989: «Noi siamo […] antimoderni, o meglio premoderni. Rifiutiamo la modernità. Si intende, quella ideologica […] La destra a cui noi ci rifacciamo è una destra metafisica di tipo tradizionalista e comunque sempre antecedente al 1789».
Pure Famiglia e Civiltà – movimento tradizionalista filolefebvriano – non nasconde le proprie simpatie per la Lega: «È quindi naturale che gli ambienti leghisti veri […] e i cattolici tradizionalisti seri e impegnati si considerino vicini […]. La Lega riprenderà a crescere e sarà determinante se riprenderà in modo deciso le battaglie in difesa della nostra identità, delle nostre tradizioni, di valori dei nostri popoli».
Un filo-padanismo che non esclude Famiglia e Civiltà da un contemporaneo apparentamento con la destra radicale, vedi Forza Nuova e, nella Verona di Tosi, con gli skinhead e la destra istituzionale.
«CAMERE A GAS? USATE PER DISINFETTARE». Peccato che il movimento lefebvriano, la Fraternità sacerdotale San Pio X, non sia il massimo della presentabilità: nonostante il capogruppo al Senato Federico Bricolo abbia espresso nel 2009 gioia per la revoca della scomunica che estraniava i lefebvriani dalla Chiesa dal lontano 1988 («Si chiude oggi un doloroso periodo che aveva visto i difensori della tradizione cattolica e del magistero costante e continuo della Chiesa allontanati, esiliati dalla chiesa romana»), le esternazioni negazioniste di don Floriano Abrahamowicz secondo cui «le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no», già celebrante di messe in latino per Padania Cristiana di Borghezio (altra associazione catto-padana) e vicino a Forza Nuova, hanno allontanato il Carroccio, almeno ufficialmente, da questa realtà.
RELIGIONE COME STRUMENTO DI CONSENSO. Resta il fatto che per la Lega, come spiega lo studioso Ilvo Diamanti, «la religione viene usata come strumento di consenso partigiano ed elettorale», anche se non è la Dc.
I suoi amministratori partecipano alle sagre, venerano il patrono e la storia locali, finanziano restauri delle chiese e dei musei di arte sacra, chiedono la benedizione della scuola o dell’ufficio comunale da inaugurare al parroco o al vescovo, ma il partito, non predicando dogmi, pur avendo membri cattolici e ferventi, è pronto a barcamenarsi – come già fatto in passato – fra intransigenza e indipendenza qualora debba prevalere la ragion politica.

Il femminino cristiano

Di Lawrence Sudbury
Ad un’analisi comparata il Cristianesimo si presenta, insieme alle altre “Religioni del Libro”, come il sistema spirituale più fortemente improntato alla “mascolinizzazione della Divinità”: le sue basi si fondano su un rigido monoteismo maschile (derivato dall’Ebraismo), la Rivelazione avviene per mezzo di un Messia uomo e la presenza divina nel contingente si esplica attraverso un “pneuma”, lo Spirito Santo, che ha anch’esso, pur nella sua indifferenziazione sessuale, connotazioni prettamente maschili sia all’interno della sfera grammatico-semantica sia nell’immaginario popolare.
Insomma, lungo tutto l’arco storico dello sviluppo cristiano il femminino sacro appare, dal punto di vista prettamente teologico, completamente assente.
Né c’è da stupirsene: in fondo il Cristianesimo deriva dalla religione di un popolo come quello ebraico la cui cultura sociale si connota come assolutamente androcentrica, con una rigida separazione tra uomo e donna e, soprattutto, con una forte gerarchizzazione dei ruoli, tale per cui la sfera del Sacro viene vissuta come rigorosamente limitata, dal punto di vista della funzione cultuale, alla parte maschile, sia in ambito sacerdotale prima della distruzione del Tempio (il levitismo risulta propriamente destinato alla sfera solare-mascolina), sia, dopo la diaspora, in ambito di studio e insegnamento (il rabbinato è esclusivamente maschile sia nell’Israelitismo tradizionale che in quello classico, mentre l’Israelitismo riformato che, in alcune sue accezioni accoglie la componente femminile  sia nelle Bar Sheva che nella struttura rabbinica non è, in fondo, che una costruzione moderna, databile al XIX secolo, in cui l’inserzione delle donne nella funziona sacrale risulta, più che altro, una concessione alle mutate condizioni sociali).
Come se questo non bastasse, la riflessione proto-teologica e la propagazione della fede cristiana avvengono, inizialmente, ad opera di Paolo di Tarso, proveniente dalla tradizione farisaica e quindi evidentemente legato ad un’ottica di separazione delle funzioni tale per cui giunge a ricordare alle donne che nell’assemblea liturgica devono tenere il velo e “devono tacere” (1 Corinti 14:34), rimanendo sottomesse al marito (pur in un’ottica di sostanziale pari dignità)[1]. C’è addirittura chi è arrivato ad accusare Paolo di evidente misogenia, in particolare per la sua volontaria scelta celibataria, in netta contrapposizione con la consuetudine rabbinica[2].
In realtà, tratti di misoginia (o, comunque, di esclusione femminile) sono rinvenibili lungo tutto l’arco storico cristiano, indipendentemente dalla suddivisione in diverse Denominazioni.
Così, pur essendo le donne, fin dall’inizio della Chiesa paleocristiana, membri importanti del movimento, gran parte delle informazioni sul loro lavoro viene trascurato all’interno del Nuovo Testamento, evidentemente scritto e interpretato da uomini. In età patristica, gli uffici di insegnante e ministro sacramentale sono riservati agli uomini nella maggior parte delle Chiese d’Oriente e Occidente: Tertulliano, il grande padre latino del II secolo, scrive che “Non è permesso ad una donna parlare in chiesa. Né può insegnare, battezzare, fare offerte, né rivendicare per sé alcuna funzione propria di un uomo, meno di tutti l’ufficio sacerdotale[3], mentre Origene (185-254 d.C.), dichiara che “anche se è concesso alla donna di mostrare il segno della profezia, tuttavia non le è permesso di parlare in un’assemblea[4].
Come naturale sviluppo di questa concezione, sia nella Chiesa cattolica che in quella ortodossa orientale, il sacerdozio e i ministeri ad esso legati (Vescovo, Patriarca, Papa) vengono limitati agli uomini: il primo Consiglio di Orange (441) arrivò, infine, a proibire in toto anche l’ordinazione delle donne al diaconato.
E’ vero che con l’istituzione del monachesimo cristiano altri ruoli influenti si resero disponibili per le donne (a partire dal V secolo, i conventi cristiani fornirono l’opportunità ad alcune di sfuggire dalla vita strettamente matrimoniale, acquisendo alfabetizzazione e cultura e giocando un ruolo religiosamente più attivo), ma la posizione femminile, nonostante gli apporti teologici di figure come Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila (in seguito dichiarate Dottori della Chiesa Cattolica Romana), rimase comunque defilata e, in fin dei conti, sempre sottomessa.
Le cose non cambiarono con la Riforma, anzi, con l’abolizione luterana dei conventi femminili, visti come “luoghi di schiavitù”, si tolse alle donne anche l’unica possibilità di partecipazione attiva alla vita ecclesiastica, mentre la posizione tradizionale di supremazia maschile e di ambito sacrale riservato unicamente alle componente virile (almeno fino al XX secolo e con eccezioni all’interno di alcuni gruppi come i Quaccheri e i Movimenti pentecostali), rimase inalterata: John Knox (1510-1572)  giunse a negare alle donne il diritto di governare anche in ambito civile[5], il teologo battista John Gill (1690-1771) commentò 1 Corinzi affermando che, sulla base di Genesi 3:16. “la ragione per cui le donne non devono parlare in chiesa, o predicare e insegnare pubblicamente, o essere interessate nella funzione ministeriale è perché questo è un atto di potere e autorità, di regola e di governo e quindi contrario a quella soggezione che Dio nella sua legge impone alle donne rispetto agli uomini[6] e John Wesley (1703-1791), fondatore del Metodismo, pure permettendo che le donne potessero parlare pubblicamente nelle riunioni della Chiesa se “sotto uno straordinario impulso dello Spirito[7], sostanzialmente confermò la leadership maschile.
Dopo questa brevissima disamina (che, per altro, tace i numerosissimi commenti di autorevoli guide di tutte le Chiese cristiane sulla “diabolicità” femminile, causa prima di cacce alle streghe protrattesi fino al XVIII secolo), potrebbe sembrare impossibile che, in nuce, nascoste da innumerevoli tentativi di negazione, esistano, alla base del Cristianesimo, parallele all’idea di una divinità mascolina, anche consistenti tracce di culto del femminino sacro.
Se, però, sgombriamo la mente da ogni sovrastruttura, non risulta difficile vedere come vi siano diverse divinità femminili che possono vantare il titolo di “dea cristiana”: Maria, la madre di Gesù, è la prima figura che viene in mente, ma c’è anche Maria Maddalena, la “Dea dei Vangeli” che la Chiesa ha rifiutato di riconoscere come moglie di Cristo e, probabilmente, co-Messia (e va notato che vi sono addirittura teorie, in realtà poco provate, riguardo al fatto che, “Maria”, cioè in ebraico “Miriam”, potrebbe non essere un nome, ma un titolo delle sacerdotesse della Dea a Siloe[8]) e sussiste il fatto, quantomeno strano, che il termine ebraico per “Spirito Santo”, “Ruah”, sia femminile…
È così impossibile pensare allo Spirito Santo come una dea cristiana e non un membro di una misteriosa invisibile Trinità tutta maschile? O, più provocatoriamente, non è possibile ipotizzare, parallelamente alla Trinità maschile, una Trinità femminile di Dio-madre (simboleggiata da Maria), Dio-figlia (Maria Maddalena) e Dio-spirito (Ruah)?
In fondo, lo Spirito Santo compare al battesimo di Gesù in forma di colomba, cioè dell’animale che è stato a lungo un simbolo della Dea nel Vicino Oriente antico e che mai prima di quel momento viene utilizzato per simboleggiare un Essere divino maschio.
Altrove, d’altra pare, si è già analizzato come l’idea di una divinità femminile non fosse, in realtà, così aliena alla cultura ebraica il cui il Cristianesimo si forma. Possiamo aggiungere che nel Vecchio Testamento, una “dea Sophia” è più volte menzionata nei Proverbi, nel Cantico dei Cantici e nelSiracide e se anche nel Cristianesimo greco-romano, probabilmente a causa dei pericoli dello gnosticismo, le immagini bibliche di un Dio al femminile vennero presto soppresse, nelle parti in cui si parla di Ruah troviamo che è proprio questo “spirito” che all’inizio della creazione crea vita abbondante nelle acque, che in seguito rende il grembo di Maria fecondo e che, in tutta la Bibbia ha il compito di prendersi cura dei fedeli, di consolarli e di guarirli, incarnando tutti gli aspetti che, atavicamente, sono propri della Dea Madre.
È, dunque, possibile ipotizzare che la tradizione patriarcale dominante abbia solamente prevalso su altre tradizioni, portando ad una visione della donna come destinatario passivo della creazione di Dio e di Maria come prototipo dell’umanità redenta, in una totale eclisse della concezione di Dio come madre.
Così i Cristiani di tutto il mondo si sono abituati a pensare il “Padre Nostro” come preghiera per eccellenza, non rendendosi conto che essa affronta solo il lato maschile della Divinità e rifiutando di ammettere la possibilità che il Signore avesse una moglie, come apparirebbe logico pensare, ad esempio leggendo nella Genesi che Dio Padre, in alcuni passi, si rivolge chiaramente a qualche compagno, ad esempio con espressioni quali “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza[9]“. In un numero notevole di tradizioni religiose il pensare (come, comunque, hanno fatto alcuni mistici ebraici) ad una sessualizzazione della creazione non comporterebbe alcun problema, ma se davvero dobbiamo ritenere, proprio sulla base del versetto della Genesi citato, che esista una similitudine profonda tra Divinità e esseri umani, è proprio sulla base della sessualizzazione umana che non risulterebbe poi così scandaloso interpretare l’atto creativo come un atto sessuale tra una divinità maschile fecondante e una divinità femminile fecondata, che, conseguentemente, formerebbero una prima coppia divina.
Ma torniamo al testo evangelico propriamente detto. Nel tentativo di svelare il mistero delle “Marie” del Nuovo Testamento, è importante notare, anzitutto, che i Vangeli sono nati in un secondo tempo, come registrazione di una storia orale: anche senza addentrarci nello specifico cronologico, è un fatto che gli studi più recenti[10] confermino quanto sia improbabile che qualcuno degli scrittori del Nuovo Testamento in realtà conoscesse il Gesù storico dal momento che le prime testimonianze evangeliche, le Epistole di Paolo, furono scritte intorno al 51-57 d.C. e gli altri libri vennero probabilmente redatti alla fine del I secolo. Molti dei racconti biblici su Maria madre di Dio e Maria Maddalena furono, dunque, scritti 50 anni o più dopo la morte di Gesù e se a ciò si aggiunge che tutti gli studiosi concordano sul fatto che evidentemente l’attuale Bibbia ha subito aggiunte, eliminazioni e modifiche di traduzione nel corso dei secoli e che, in realtà, i suoi testi come li conosciamo oggi non possono dirsi interamente compilati fino al IV secolo d.C., non è difficile comprendere come si possa essere ingenerato un passaggio tra piano simbolico e piano letterale, con una modifica anche sostanziale dei significati. Diventa, allora, fondamentale cercare di re-inserire i racconti evangelici nel loro contesto storico-culturale per formulare ipotesi sulla visione protocristiana.
Proprio sulla base di documenti storici altri, non legati direttamente al dato religioso, veniamo a scoprire che Erode Antipa divenne signore del Paese attraverso l’antico rito dello “Sposalizio Sacro” con l’Alto Regina Marianna, una sacerdotessa della Triplice Dea Mari-Anna-Ishtar, che era popolarmente adorata al tempo di Cristo e che aveva come santuario le tre torri del tempio o “Magdala”[11]. Non è forse una informazione che ci mette una “pulce nell’orecchio”? Non viene forse naturale riflettere su ciò che sappiamo realmente (o su quanto poco sappiamo) delle “Marie” del Nuovo Testamento?
È nel tentativo di riempire i numerosi “buchi” delle nostre conoscenze in materia che, nel tempo, sono state sviluppate una serie teorie, seppur non sempre basate su prove circostanziali, riguardo a queste enigmatiche figure.
Una delle più ardite (e inquietanti) tra esse riguarda la possibilità che Maria madre di Dio e Maria Maddalena fossero la stessa persona[12]. La presenza, piuttosto insistita, di una visione della divinità come madre e sposa allo stesso tempo all’interno della teologia delle religioni precristiane mediorientali può, teoricamente, permettere una indagine in questo senso né osta l’apparente contraddizione nella visione teologica più strettamente dogmatica tra verginità della madre di Dio e concezione popolare della Maddalena come peccatrice redenta, nel momento in cui, negli stessi corpi teologici, troviamo più volte il titolo di “vergine” conferito a dee sessualmente attive o a loro rappresentanti simboliche (ad esempio, a Babilonia, le prostitute sacre del Tempio sono spesso chiamate “vergini” con chiaro riferimento ad una verginità morale sebbene non fisica)[13]. Va, inoltre, notato come l’unione rituale di una sacerdotessa del tempio e di un re “disposto a morire per il suo popolo”, abbia come risultato, all’interno del mondo mesopotamico (da cui, è il caso di ricordarlo, gli Ebrei derivano) i cosiddetti “nati da vergine” o “figli divini”[14], esattamente con gli stessi termini con cui Cristo viene identificato. Su queste basi, è ipotizzabile, quantomeno a livello di possibilità e sulla scorta di risultanze storico-sociali coeve (ad esempio il matrimonio con Giuseppe, che negli apocrifi viene indicato come un vecchio che sposa una bambina, così come d’uso proprio per le bambine dedicate nei templi per preservarne la purezza fino all’età adulta), che Maria madre di Dio fosse stata dedicata a un tempio della Dea quando era piccola, divenendo una sacerdotessa atta al matrimonio ierogamico. Nel momento in cui un numero piuttosto notevole di prove indica, come vedremo, la possibilità che la Maddalena fosse una sacerdotessa del Tempio, potremmo anche arrivare a pensare ad una identità tra le due figure, identità che, comunque, rimane non provabile storicamente.
Molto più provabile è, invece, appunto, la qualifica sacerdotale della Maddalena. Quattro elementi evangelici possono essere interpretatiti senza forzature in questo senso.
Il primo è proprio il suo titolo di “Maddalena”, quasi identico a “Magdala”, che si è osservato in precedenza essere il nome della triplice torre del tempio della dea Mari-Anna-Ishtar, cosicché letteralmente, “Maria di Magdala” significherebbe “Maria del Tempio della Dea”, cosa che, di per sé, non contrasta neppure con la tradizione cristiana che vuole Maria come originaria della città di “Migdal”, nota come “il villaggio di colombe”, perché Migdal era il luogo in cui venivano allevate le colombe sacre proprio per il tempio della dea[15].
In secondo luogo, Maria viene popolarmente conosciuta come una prostituta, così come le sacerdotesse della dea erano definite “prostitute sacre”, o, in forma più alta, “hierodulae”. Queste prostitute erano considerate malvagie dai leaderebraici del tempo (non tanto su base sessuofobica ma come rappresentanti di una divinità altra ed eretica rispetto a Geova) e numerosi commentari rabbinici le additano al disprezzo pubblico[16], il che spiegherebbe perché l’associarsi di Gesù ad una donna di questo tipo provocherebbe il biasimo dei suoi discepoli.
In terzo luogo, Maria Maddalena è identificata in Marco e Luca come la donna posseduta da sette demoni che Gesù scaccia da lei. Ebbene, i “sette demoni” erano da sempre parte di un rituale simbolico del tempio della dea conosciuto come “la discesa di Inanna”, una delle cerimonie più antiche a noi note, registrata anche nell’Epopea di Gilgamesh e spesso praticata nel tempio di Gerusalemme di Mari-Anna-Ishtar[17].
Infine, forse l’elemento più interessante in questo senso è l’unzione di Gesù con olio sacro da parte della Maddalena, un evento che (stranamente) viene registrato in tutti e quattro i Vangeli del Nuovo Testamento a indicarne la sua pregnanza di significato: l’unzione della testa del Gesù con olio (come descritta in Marco 14:3-4) è un simbolo inconfondibile delle “Nozze Sacre”, la più importante cerimonia eseguita dalle sacerdotesse del tempio della dea madre.
L’immagine più comune, al di fuori del dogma cattolico, relativa alla Maddalena, è comunque quella di “sposa di Cristo” e non vi è di che stupirsi: molti dei Vangeli gnostici (venerati, in fase iniziale, dalla Chiesa cristiana e poi estromessi dal cannone) ritraggono Maria Maddalena come “discepolo più amato di Cristo“, riferendo che Gesù spesso la baciava sulla bocca e che arrivò a chiamarla “donna che sa tutto“, tanto che alcuni discepoli andarono da lei per conoscere gli insegnamenti di Cristo dopo la morte di quest’ultimo[18]. Nei Vangeli, la Maddalena è raffigurata seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare i suoi insegnamenti (Luca 10:38-42) e come colei che unge con olio i piedi del Cristo asciugandoli con i suoi capelli (Giovanni 11:2, 12:3) e se tre dei Vangeli riportano che era ai piedi della croce, tutti e quattro i Vangeli affermano che era presente alla tomba di Gesù e il Vangelo di Giovanni sottolinea che dopo la risurrezione Cristo apparve a Maria Maddalena per prima: statisticamente Maria Maddalena è menzionata nel Nuovo Testamento di gran lunga più spesso che Maria madre di Dio.
Margaret Starbird[19] ha dimostrato con numerose prove che, sulla base di questi dati, Maria Maddalena fosse a lungo (almeno fino al XIV o XV secolo) percepita da molti Cristiani come sposa di Cristo e madre di suo figlio e, soprattutto, come essa fosse una principessa di Betania, della linea genealogica di Beniamino (e la nobiltà di sangue era una dei requisiti essenziali per divenire sacerdotessa del tempio).
Ciò fa sì che anche dal punto di vista politico una “ierogamia” tra una principessa-sacerdotessa della dea e un discendente della linea davidica avrebbe avuto senso. Da tempo molti studiosi hanno ampiamente documentato[20] il fatto che Gesù fosse sostenuto dai gruppi nazionalisti che volevano rovesciare i Romani e mettere un “figlio di Davide” sul trono di Gerusalemme (e, infatti, vi sono consistenti elementi per ritenere che Egli fu crocifisso non per bestemmia, cosa che sarebbe stata assurda da parte dei Romani, ma per sedizione, come dimostrano sia il tipo di punizione comminata, tipica per gli insorti, sia il “titulus crucis”) e se davvero una fazione forte di zeloti avesse voluto Gesù sul trono, di certo avrebbe visto di buon occhio che fosse sposato con una moglie “adatta”. In quest’ottica la Starbird suggerisce che le nozze di Cana fossero, in realtà, la storia simbolica del matrimonio ierogamico di Gesù con Maria di Betania: potrebbe non essere casuale che “Cana” sia la radice di “zelota” in ebraico (“Cananaios”)  e la trasformazione dell’acqua in vino potrebbe rappresentare la nuova alleanza per il popolo di Gerusalemme tra stirpe di David e seguaci del culto della dea[21]. D’altra parte, la ierogamia, una cerimonia per rinnovare la terra, era, a volte, seguita dalla morte simbolica del Redentore/re/sposo, chiamato a sacrificare il proprio sangue per il popolo e ciò era particolarmente presente proprio nel culto di Ishtar, in cui lo sposo della dea, veniva unto (una pratica pre-ierogamica già attestata nell’Epopea di Gilgamesh), sacrificato simbolicamente, scendeva agli inferi, riceveva le lamentazioni della sposa (vicariamente la sacerdotessa di Ishtar) e risorgeva a nuova vita per la salvezza dei fedeli. In questo quadro, avrebbe un forte significato anche il fatto che il Cristo preconizzi il proprio sacrificio proprio nel momento nell’unzione da parte di Maria (Marco 14:8-9)[22].
Di fatto, vi sono forti evidenze di un culto congiunto di Maria Maddalena e della Madonna (e non è senza significato il fatto che la Maddalena fosse sempre dipinta a destra della Madonna, segnalandone, così una importanza maggiore) almeno fino alla campagne contro gli Albigesi e vi è addirittura chi pensa che Notre Dame fosse dedicata a lei e non alla Madre di Dio[23].
Che senso avrebbe avuto un culto così diffuso e prolungato nel tempo (l’ultimo tempio dedicato alla Maddalena, nel sud della Francia, fu distrutto solo nel 1781) se Maria di Magdala fosse stata “solo” una santa come altre, una seguace di Cristo come moltissime presenti nella schiera di discepoli che accompagnava Gesù?  Non possiamo, piuttosto, pensare ad una tradizione sotterranea, combattuta dalla Chiesa ufficiale, che vedeva nella Maddalena una co-redentrice, il lato femminino della redenzione e la sposa ierogamica di Cristo?
Una ulteriore traccia di questo culto, costretto dalla Chiesa alla clandestinità, è presente nella devozione alla Madonna Nera, che ha prosperato in numerose aree d’Europa. Perché una Madonna nera? Molte speculazioni sono state fatte a tale proposito ma quelle che appaiono più verosimili hanno base scritturale: la sposa del Cantico dei Cantici dice: “Sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme” (Cantico dei Cantici 1:5), mentre, riguardo ai principi caduti di Gerusalemme, troviamo “Ora il loro aspetto è più nero di fuliggine, sono riconosciuti per le strade” (Lamentazioni 4:8): insomma, ancora una volta abbiamo a che fare con uno sposalizio e con la nobiltà davidica… Se poi teniamo conto che numerosi studi[24] hanno teso a collegare le “Vergini nere” al culto di Iside (spesso rappresentata come “nera” perché in lutto per la morte del dio Osiride), molto popolare al tempo di Cristo, di nuovo ci troviamo a fare i conti con aspetti del culto della dea e del “femminino sacro” che, scacciati dalla “porta” del Cristianesimo, sembrano essere rientrati dalla “finestra”, attraverso allusioni, dissimulazioni, tracce rimaste nonostante gli sforzi censori della Chiesa ufficiale.
Intendiamoci, sempre e solo di tracce si parla (e spesso tracce diversamente interpretabili) e, conseguentemente, di possibilità, ipotesi di ricerca, labili indizi.
Eppure, tali indizi esistono e apparirebbe assurdo non tenerne conto solo in virtù di una forzata “mascolinizzazione del Divino” che sembra contrastare con la visione religiosa di tutti gli altri popoli antichi, inclusi quelli dai quali proprio il Cristianesimo ha avuto origine.
Note

[1] Ef. 2, 25-33
[2] K.M. Rogers, The Troublesome Helpmate, University of Washington Press 1966, pp. 48 ss.
[3] Tertuliano, De Virginibus Velandis, Cap.91.
[4] Origene,  Fragmenta ex Commentariis in Epistulam I ad Corinthios, II.16.
[5] J. Knox, Il Primo Squillo di Tromba Contro il Mostruoso Governo delle Donne, Unicopli 2003, passim.
[6] J. Gill, An Exposition of the New Testament, Vol.II, Cap.6.
[7] J. Wesley, Notes on the New Testament, Vol.2.
[8] R.E. Friedman, The Hidden Face of God, HarperOne, 1996, pp. 63 ss.
[9] Gen. 1:26.
[10] Da Loisy a Kirby a Kirsop Lake, etc.
[11] K. Hassel, The Formation of the Christian Gospel, Michigan State University Press 1999, pp. 119 ss.
[12] Come si ipotizza, ad esempio, in R. Klunbach, The Virgin Prostitute, Elman Publisher 1994, passim.
[13] J. Bronson, The Roots of the Mystery, Routger Press 1997, passim.
[14] Ivi.
[15] A.C. Williman, Mary of Magdala, BSSB Publishing 1990, passim.
[16] G. Davis, Ishtar, Benson&Bridget 1993, pp. 71-72.
[17] Ivi, pp. 83 ss.
[18] L. Picknett, Maria Maddalena. La Dea Occulta del Cristianesimo, L’età dell’Acquario 2005, passim.
[19] M. Starbird, The Woman with the Alabaster Jar, Inner Tradition 2001, passim.
[20] Fin dai tempi di S.G.F. Brandon, Jesus and the Zealots, Manchester University Press 1967, passim.
[21] B. Underwierd, The Christian Goddess, Eerdeman 2006, pp. 119 ss.
[22] M. Starbird, Citato, pp. 94 ss.
[23] G. Coubiard, Notre Dame, Maupass 1994, passim.
[24] Barnes, Mitula, Prozniewski , etc.

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