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"Pianeta Foresty", un progetto italiano per dare un aiuto concreto allo sviluppo sostenibile



Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo sempre più individui e associazioni si stanno impegnando per contribuire a rendere il mondo un posto più pulito e portare avanti un'idea sviluppo sostenibile.
Tra le eccellenze green italiane c'è da segnalare il progetto "Pianeta Foresty", nel 2014 tra i premiati al "Green Pride" insieme a Zolle e al comune di Gangi(1).

Specificatamente, l'associazione guidata da Fabrizio Caniglia si pone "con coraggio, l'obiettivo di contrastare le cause del riscaldamento globale attraverso la creazione di nuovi boschi ma, soprattutto, attraverso la sensibilizzazione delle persone ad uno stile di vita sostenibile", come riportato nel sito(http://www.foresty.it/pianeta-foresty.html) e dal 2009 è riuscita a coinvolgere migliaia di persone con l'utilizzo interattivo del ForestyKit, il quale permette di piantare un albero forestale e di testimoniare attraverso la community Bosco Foresty, la propria responsabilità ambientale, e solo nel 2014 con il progetto si è riusciti a piantare più di 3.000 nuovi alberi.



NOTE:
(1)http://www.panorama.it/scienza/green/assegnati-tre-green-pride-alle-eccellenze-sostenibili-italiane/

La svolta verde della Francia: soldi a chi va a lavoro in bicicletta



DI LEONARDO MARTINELLI

Pagati per andare in bicicletta: Ségolène Royal, ministro francese dell’Ecologia, ha annunciato una nuova misura, che sarà applicata già nei prossimi mesi, per stimolare l’uso della bici per recarsi sul posto di lavoro. Ebbene, il lavoratore che farà questa scelta riceverà 25 centesimi per ogni chilometro percorso. Sarà la sua impresa a pagare che però in cambio, per compensare la spesa, beneficerà di uno sgravio fiscale da parte dello Stato. 







Attualmente è appena meno del 5% dei francesi a usare le due ruote per raggiungere il posto di lavoro, anche se la bici è un mezzo di trasporto in forte espansione, grazie a progetti come Vélib, il programma pubblico di noleggio di biciclette a Parigi. La Royal ha presentato la novità come parte integrante di un pacchetto di misure anti-inquinamento. Una delle condizioni è che l’azienda sia volontaria nel voler offrire questa possibilità: almeno per il momento non ci sarà alcuna imposizione. Ma, in realtà, l’interesse è grande in questo senso e già una ventina di imprese (anche di dimensioni abbastanza grandi) sta portando avanti da un anno un progetto simile a livello sperimentale, tirando fuori di tasca propria le risorse per pagare il contributo chilometrico. 

Proprio sulla scia del successo di questa sperimentazione, la Royal ha deciso di estendere l’iniziativa a tutto il Paese e a ogni tipo di impresa, sia pubblica che privata. E soprattutto ha accettato di coprirne sostanzialmente le spese con finanziamenti pubblici. «È il primo vero riconoscimento ufficiale della bicicletta come mezzo di trasporto efficace e non inquinante», ha sottolineato Christophe Vernier, direttore dello sviluppo sostenibile della banca Crédit Cooopératif, una delle aziende ad aver portato avanti il progetto nell’ultimo anno.

FONTE:http://www.lastampa.it/2015/09/30/esteri/la-svolta-verde-della-francia-soldi-a-chi-va-a-lavoro-in-bicicletta-o7aoevABRyySwH7VrCwtTL/pagina.html

Le foreste boreali sono in pericolo

Näkymä Jauholanvaaralta etelään

http://websulblog.blogspot.it/2015/09/le-foreste-boreali-sono-in-pericolo.html

Articolo da Salva le Foreste

La foresta boreale è uno dei più grandi biomi della Terra, e fornisce servizi impagabili tanto alle comunità locali che al pianeta. Circa i due terzi di queste foreste sono in qualche modo gestiti, prevalentemente per la produzione di legno, mentre d’altro canto i servizi ambientali, dal controllo del clima alla protezione della biodiversità, non sono gestiti né contabilizzati. 







Fino ad oggi, la maggior parte delle foreste boreali a mantenuto la capacità di affrontare i fattori di disturbo, ma la velocità del cambiamento climatico e la sua ampiezza senza precedenti rappresentano ora una minaccia inquietante alla loro sopravvivenza. Per questo gli scienziati insistono sulla necessità di misure di gestione volte a contenere le minacce. Gli studiosi dell'Istituto Internazionale per analisi dei sistemi applicati (IIASA), del Natural Resources (Canada), e dell'Università di Helsinki (Finlandia) in un nuovo articolo pubblicato questa settimana sulla rivista Science, sostengono la necessità di incentivi economici e di una maggiore attenzione al bioma boreale nelle sedi internazionali.

"Le foreste boreali possono rappresentare il punto di svolta di questo secolo", sostiene Anatoly Shvidenko, ricercatore presso l' IIASA Ecosystems Services e Program Management. “Lamitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento di queste foreste, deve necessariamente ricevere una maggiore attenzione internazionale."

Le foreste boreali si estendono lungo le regioni settentrionali del Canada, della Russia, dell’Alaska, della Scandinavia, e costituiscono circa il 30% della superficie totale delle foreste del pianeta. Queste foreste svolgono un ruolo fondamentale nel sistema climatico terrestre, sequestrando l'anidride carbonica dall'atmosfera. Sono inoltre un importantissimo habitat mer numerose specie animali e vegetali, oltre a sostenere la vita nu molte comunità indigene.

Queste foreste però sono tra gli ecosistemi più colpiti dai cambiamenti climatici, con le temperature artiche e boreali in progressivo riscaldamento che oramai raggiunge il mezzo grado ogni decennio e rischiano di incrementare le proprie temperature tra i sei e gli undici gradi entro il 2100, secondo quanto delineato dallo scenario più pessimistico dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).

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Fonte: Salva le Foreste

La Terra è più verde del previsto: oltre 3 milia miliardi di alberi



Quando multinazionali prive di scrupoli iniziarono l'ormai celeberrimo disboscamento della foresta amazzonica per costruire centri commerciali e complessi residenziali, il mondo ebbe per un attimo la percezione che il processo avrebbe presto dato il “la” ad un disegno molto più ampio finalizzato ad estirpare il cuore verde del pianeta e a rimpiazzarlo con uno molto più grigio e molto meno pulsante.







Con sommo stupore degli addetti ai lavori e di un grande pubblico recentemente diventato iper-sensibile in materia di ambiente, pare invece che le specie vegetali continuino a proliferare sulla Terra e che il numero di alberi presenti al mondo superi di gran lunga le più rosse previsioni, andando ad attestarsi intorno alle 3 mila miliardi unità complessive.


Il primo censimento planetario del patrimonio boschivo sul pianeta Terra, condotto dai ricercatori di Yale ha infatti evidenziato una quantità di alberi tale da consentire, in linea ipotetica, l'accesso a circa 422 tronchi per ogni individuo, a fronte di stime della vigilia che ipotizzavano l'esistenza di un rapporto uomo albero di sole 61 unità a testa ...

L'ampia opera di censimento è stata realizzata mediante il ricorso ad oltre 430 mila rilievi che hanno evidenziato l'esistenza di un'enorme quantità di alberi, per lo più collocata nelle zone tropicali e subtropicali del Pianeta, fino ad oggi sfuggita ai satelliti e alle riprese aeree volte a quantificare il numero complessivo di alberi sulla Terra.

Se la ricerca pubblicata su Nature consente all'umanità di tirare un sospiro (è proprio il caso di dire) di sollievo e di intravedere un futuro migliore per le sorti del Globo e dell'ecosistema, resta logicamente inalterato il problema relativo alla suddivisione delle aree verdi ed è logico che, agli occhi di chi si trova costretto a vivere in un soffocante centro urbano, la scoperta dell'esistenza di piante localizzate in prossimità dei tropici potrebbe importare molto poco.

Con l'auspicio che il numero degli alberi continui a crescere e che i vari disboscamenti si arrestino al minimo indispensabile e alle reali esigenze abitative degli abitanti del Pianeta, non resta dunque che consolarci con il vasto censimento di Yale e lasciarci le preoccupazioni amazzoniche alle spalle, giusto per voltar pagina.



FONTE:http://news.emergeilfuturo.it/scienza-e-tecnologia/2152-la-terra-e-piu-verde-del-previsto-oltre-3-miliardi-di-miliardi-di-alberi.html

http://crepanelmuro.blogspot.it/2015/09/la-terra-e-piu-verde-del-previsto-oltre.html

(FOTO:http://terraverdecap.com)/

Il pensiero di Alexander Langer:tra pacifismo,ambientalismo,socialismo e cristianesimo




Di Pino Suriano

«Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto ed entrare in contatto con tutti. Il nostro aiuto è aperto a tutti, così come per tutti vale la nostra preghiera. Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze. Ma che cosa ci spinge a farlo? L’amore per il prossimo. Dobbiamo prendere sul serio la tanto declamata carità cristiana, senza mezze misure». Era un ragazzo di quindici anni a scrivere queste parole. Voleva amore così, Alexander Langer (1946-1995). Nel testo brillava la parola amore, ma ce n’era una più potente, ripetuta cinque volte, battente come un tamburo: la parola più bella, quella delle grandi aspirazioni, la parola “tutto” (tutti/tutte).







Di solito si perde, a una certa età, questa passione adolescente per il “tutto”, “senza mezze misure”. Forse a lui non accadde mai: l’età e l’esperienza lo portarono a scoprirne i limiti, ma mai si spense. Lo scrisse con magnifica chiarezza nel discorso in memoria dell’attivista Petra Kelly, il 21 ottobre del 1992: «Forse è troppo arduo essere individualmente (…) dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere».
Era la scoperta della distanza, incolmabile, tra aspirazioni e realizzazione. Ne aveva preso coscienza, eppure era fatto così, Alex Langer, innamorato del “tutto”, innamorato del “troppo”. Anche quando, nella sua vita, c’erano tutti gli stereotipi dell’uomo di successo, abbastanza per sopprimere le domande più scomode coi bagliori accecanti della propria riuscita: era parlamentare europeo dal 1989, era divenuto primo presidente del neo costituito Gruppo Verde, aveva fondato il movimento ecologista, combattuto centinaia di battaglie, la sua presenza era richiesta ovunque in Italia e all’estero, per molti giovani era un modello. Tutto questo, però, non strappava il suo io dalle domande più scomode. Nel suo computer, dopo la morte, fu trovato un file datato 4 marzo 1990. C’erano domande durissime rivolte a sé: «Vivresti effettivamente come sostieni si dovrebbe vivere?». E un’altra, sconvolgente: «Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà?».
Nel mondo d’oggi nessuno fa sconti agli altri, Alex non ne faceva a se stesso. «Tu – si chiedeva ancora – che ormai fai il militante da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia; ma da dove prendi le energie per fare ancora?». Era il testo di una lettera ritrovata tra le sue carte inedite, ripresa da Marco Boato nella bellissima introduzione al libro Le parole del commiato. Alexander Langer dieci anni dopo pubblicato nel 2005 per le edizioni Verdi del Trentino.
Oggi, per il ventennale, Boato torna sugli scaffali con un nuovo ritratto, Alex Langer. Costruttore di ponti, editrice La Scuola, mandato in libreria, non per caso, lo stesso giorno della Laudato si’ di papa Francesco («il vero ispiratore dell’enciclica di Francesco – ha scritto su Repubblica Adriano Sofri – è stato lui, credetemi»). «Alex ha perseguito ostinatamente la pace, e, insieme, la custodia del creato. Ha inseguito con tenacia questi ideali. Ne ha fatto la sua passione e la sua vita», scrive il cardinale Loris Capovilla nell’introduzione.
Di questa tensione ha vissuto Alex. Di questa, forse, è morto. Accadde il 3 luglio del 1995, esattamente venti anni fa. Morì suicida, appeso a un albero di albicocche sulle colline di Firenze. «Non ce la faccio più», lasciò scritto. Tra le sue parole anche un breve e potente testamento. «Non siate tristi, continuate in ciò che è giusto». Perché quel gesto? Per il peso insopprimibile di questa aspirazione, ha detto chi lo ha conosciuto, come Adriano Sofri. Forse. Eppure chiederselo servirà a poco: la risposta è per sempre chiusa nello scrigno di quella sua coscienza tormentata degli ultimi mesi. E più che le domande sul gesto, restano vive le domande per l’oggi. E dunque cosa ci lascia Alexander Langer, il fondatore dei Verdi (per la verità fu molto altro e molto più), celebrato il 3 giugno scorso al Parlamento europeo e il 3 luglio alla Camera dei deputati?
Ci testimonia, direi, l’origine più bella dell’impegno politico: una passione, uno struggimento, un amore per le cose. Non per qualcosa in particolare, ma per tutto. Non solo un ottimismo di realizzazione, non un legalismo rabbioso, non il sogno utopistico di un mondo migliore (i riferimenti a soggetti politici di oggi non sono puramente casuali), ma una passione presente, per ciò che c’è, per “tutto” ciò che c’è.
L’aveva respirata a casa sin da bambino, questa tensione al tutto. Era di famiglia ebraica, un contesto dove nulla, per cultura religiosa, è staccato dal tutto. Non ci rinunciò quando si lanciò, anima e corpo, in un’esperienza politica discutibile, ma di certo ancorata a quella tensione: Lotta Continua. Nel 2004, intervistato per Tracce da Luigi Amicone, Adriano Sofri lo spiegò perfettamente: «La vera natura di Lotta Continua e la vera differenza dagli altri gruppi sta in una certa vocazione umana più intensa. Insomma, una vera avventura di rapporto con gli altri. Questo darsi tutto a tutti, torna in uno degli episodi finali di questa nostra storia, la morte di Alex Langer, vittima di questa aspirazione e della sua inevitabile sorte di soccombere». Era lo stesso darsi tutto a tutti cui aspirava a quindici anni.
Il «sacro egoismo»Poi arrivarono gli anni dell’ambientalismo, la “svolta verde”, la quale, per la verità, non fu svolta ma la tappa naturale di un percorso: Alex, infatti, mai la disancorò da quella prospettiva totale con cui si era sempre mosso, lontana anni luce dalla prospettiva particolaristica con cui sembrano muoversi oggi tanti suoi successori della galassia verde. A ispirare il suo ecologismo fu, infatti, il riconoscimento di un valore straordinario in tutte le cose, in tutto l’essere, nella vita di ciascun uomo, compreso quello del domani, e di tutte le creature. Si incontravano così ambientalismo e pacifismo, in questo sguardo stupefatto sulle cose, nella percezione della loro intrinseca sacralità, da proteggere prioritariamente rispetto a ogni progetto umano di potere.
Eppure non sarebbero da elogiare, questa tensione e questa passione, se fossero rimaste utopiche, infantili, cioè se non avessero portato con sé anche lo spettacolo di ragionevolezza e di realismo che Alex seppe donare, a partire dai suoi presupposti teorici. «Di fronte alla malferma salute della biosfera – scriveva – le scelte che fanno bene al pianeta sono per forza di cose anche scelte che fanno bene a noi stessi (…). È sacro egoismo tra i meglio investiti». Non un astratto animalismo altruista, dunque, ma una “egoistica”, e sacra, centralità dell’uomo. E il suo monito ecologista non partiva dal catastrofismo oggi tanto diffuso, ma da una tensione positiva dell’umano: «Non basteranno la paura della catastrofe ecologica, o i primi infarti e collassi della nostra civiltà. Ci vorrà una spinta positiva».
La ragione contro i catastrofismi, dunque, ma anche contro i fantasiosi complottismi che esentano il popolo dalle proprie responsabilità (penso alla cultura pentastellata) per farne una sorta di vittima da riscattare: «Le cause dell’emergenza ecologica non risalgono a una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo».
E dall’utopia dei “sistemi perfetti”, tanto temuta da T. S. Eliot, sapeva ben guardarsi, perché dell’umano conosceva, e anzi apprezzava, il limite. «Io sento, e ciascuno di noi probabilmente sente, che non ce la farei a vivere in una di quelle utopie che a volte noi stessi propaghiamo: i nostri stessi scacchi sono forse uno scampato pericolo».
Spesso e volentieri, ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita del 2005, il cardinale Angelo Scola non aveva in bocca altro nome. Lo citava spesso e volentieri in contrapposizione ai suoi successori come modello di uno sguardo attento al creato e alla salvaguardia dell’uomo, del suo nascere e del suo morire. Erano temi su cui non barava, Alex Langer. «Voler assumere il potere (…) di scegliere anche che tipo di esseri viventi non devono più riprodursi e devono sparire, significa veramente voler diventare come Dio. Io credo che qui si tocchi nel profondo il limite. Non è un caso che anche in tutte le leggende e mitologie l’idea dell’homunculus, cioè dell’uomo fatto in provetta o comunque dell’uomo fatto su misura, sia sempre stata in un certo senso l’estrema bestemmia, forse anche l’estremo del patto col diavolo».
O, ancora, sull’aborto scriveva: «Ma anche per chi, come me, era e resta favorevole alla depenalizzazione ed alla destatalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, non è possibile non definire spaventoso il numero di aborti praticati e cercarvi rimedi, e non riconoscere un dovere etico di prevenire ed evitare la scelta dell’aborto, come tante altre scelte contrarie alla vita senza per questo criminalizzare alcuno».
Oltre i recintiRagionevolezza fu anche, per lui, il superamento di recinti politico-culturali. Mettersi dalla parte della Chiesa, negli anni Ottanta, era una sorta di reato in certi ambienti di sinistra. Osò sfidare il dogma, come fanno spesso gli uomini di ragione. Accadde, per esempio, nel 1987. Era stato pubblicato, il 22 febbraio di quell’anno, un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede dal titolo “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione”, firmato dal prefetto di allora, cardinal Joseph Ratzinger.
Alex, assieme ad altri ambientalisti fiorentini, prese carta e penna per scrivere un testo di sostegno a quello di Ratzinger. «Siamo persone impegnate nel movimento ecologista e verde, in maggioranza non cattolici. Desideriamo esprimere soddisfazione e apprezzamento per la recente presa di posizione». Tra le ragioni del consenso una era imponente: «Il rifiuto della delega a esperti (biologi, medici, eccetera), alla tecnica o all’uomo come soggetti donatori di vita e di morte su comando. Perché – qui si citava Ratzinger – “nessun uomo può pretendere di decidere l’origine e il destino degli uomini”».
Da sinistra partirono accuse di ogni tipo: si parlò di “oscurantismo verde” e “maschilismo verde”, per le posizioni considerate antiabortiste. Rossana Rossanda lo attaccò sul Manifesto, lui rispose sullo stesso giornale, il titolo era una domanda: “E se Ratzinger avesse qualche ragione?”. «Non me la sento – scrisse – di rifiutare o di non cercare momenti comuni di dialogo e di impegno tra chi si trova unito su obiettivi importanti e condivisi». Torna in mente il titolo del libro di Boato: Costruttore di ponti. Naturalmente Alex non mancò di sottolineare differenze di vedute con Ratzinger (legate, per esempio, alle sperimentazioni su piante e animali) ma c’era in lui quella saggezza, tratta da Shakespeare e tanto cara anche a don Luigi Giussani, che lo portava a dire: «Ci sono oggi più cose tra cielo e terra di quante non se ne riescono ad afferrare con categorie politiche».
Quella apertura alla Chiesa, affermata e difesa, divenne anche spunto per azioni concrete di dialogo. Su quella futura alleanza con il mondo cattolico, ha raccontato il suo amico ecologista Stefano Borselli, «lavorò per mesi», anche con un incontro “discreto” nella sede di Comunione e liberazione. Non molto tempo prima, inoltre, c’era stato il referendum sul nucleare: una vittoria per quelli come lui, ma seppe vederne i limiti. Era rimasto, diceva, un dibattito tra esperti: l’aspetto scientifico-economico, e non quello umano, era emerso con più forza; l’elemento della paura, non uno slancio etico, aveva orientato la scelta. «Solo alcuni cristiani – riconobbe al Meeting di Rimini del 1988 – tra cui il Movimento Popolare, hanno impostato correttamente quel dibattito, così che molta gente è rimasta sepolta nel frastuono dei diversi pareri di esperti».
Prima di Beppe GrilloE sempre a proposito di ragionevolezza, ben prima di Beppe Grillo affermò che la cultura ecologista non era, e non poteva essere, «né di destra e né di sinistra». E ben prima della Laudato si’ di papa Francesco, fu lui a diffondere il concetto, bellissimo, di «conversione ecologica». Non aveva scelto la parola a caso e ne spiegò le ragioni: «Preferisco usare questa espressione, piuttosto che termini come rivoluzione, riforma o ristrutturazione, in quanto meno ipotecata e in quanto contiene anche una dimensione di pentimento, di svolta, di un volgersi verso una più profonda consapevolezza e verso una riparazione del danno arrecato. Inoltre nel concetto di “conversione” è meglio implicita anche una nota di coinvolgimento personale, la necessità di un cambiamento personale ed esistenziale». L’ecologismo non poteva che essere, cioè, una posizione capace di investire l’io, unica possibile origine di un cambiamento autentico.
Le risposte per meAlex Langer lo affermava qui con l’impeto ottimistico dei grandi costruttori. Lo confidò agli amici, negli ultimi giorni della sua vita, con la lealtà degli uomini umili: «Tutti cercano risposte da me, ma io non ho risposte nemmeno per me stesso». Queste parole, ancora oggi, sfidano l’illusione di ogni attivismo staccato dall’impegno con il proprio bene, e drammaticamente ci ridicono che il più coerente impegno per l’umanità non risolve il più autentico e profondo bisogno della persona umana, la domanda sulla propria felicità e il proprio destino. Oggi, venti anni dopo, possiamo tornare a guardarlo sì per le sue battaglie, ma soprattutto per quella immensa, sconfinata, totalmente umana passione al tutto, chiedendo per noi il suo impegno con le cose, chiedendo la sua stessa coscienza del nostro limite. E aprendoci alla domanda su chi, o cosa, possa compiere questa grande aspirazione al tutto. Sempre continuando «in ciò che è giusto», senza «essere tristi», proprio come ha chiesto lui.

TITOLO ARTICOLO ORIGINALE:"L’ecologismo della ragione. In ricordo di Alexander Langer, strano ambientalista “ratzingeriano”

FONTE:http://www.tempi.it/ecologismo-della-ragione-ventanni-fa-moriva-suicida-alexander-langer#.Vel5MRHtmko

Viktor Schauberger: il genio dimenticato

Viktor Schauberger era un genio le cui idee erano molto più avanti del suo tempo. Ha lavorato come “Capo forestale” nelle Alpi austriache dove trasse inspirazione per le sue straordinarie intuizioni sulla natura dell’acqua e come può essere gestita per farci rimanere in buona salute con l’osservazione sugli effetti incredibili dei vortici dell’acqua apprendendo come sfruttare l’energia pulita abbondante e come generare un fulmine da un getto d’acqua nebulizzata. Schauberger profetizzò la crisi ambientale che stiamo vedendo oggi, prevedendo che se non cominciamo ad amare piuttosto che sfruttare il nostro mondo, noi sicuramente ci distruggeremo. Ha dimostrato come ladeforestazione potrebbe esaurire il mondo delle acque, provocando deserti e caos climatico.




 Alla domanda sulla nostra tecnologia, “In quale altro modo potrebbe essere fatta?” La sua risposta fu “Esattamente l’opposto di quel che si è fatto oggi!”
Il testo che segue a cura di Adelia Bertetto è tratto da http://www.tdf.it/Italy/neoumanesimo/Viktor_ita.htm
Di nazionalità austriaca, Viktor Schauberger (1885-1958) come guardia forestale al servizio del principe Adolf Von Schaumburg-Lippe era responsabile di più di21.000 ettari di foresta e passava ore ad osservare la natura, il modello per eccellenza da capire e da copiare (“kapieren und kopieren”). Era un ambiente ancora pressoché intatto: con l’attuale degrado ambientale sarebbe probabilmente difficile ripetere le sue osservazioni.
L’acqua ha la massima densità, il cosiddetto punto di anomalia a +4 °C. Le sue molecole raggruppate in strutture tridimensionali (3-D) insieme alla polarità elettrica le permettono di sciogliere le sostanze. Gelando, l’acqua aumenta del 9% in volume, ma è più leggera che allo stato liquido. Nelle sorgenti di montagna, l’acqua ha appunto la massima densità. Nelle sue memorie, Schauberger parla di suo padre che effettuava il trasporto di tronchi lungo i torrenti, ma solo di notte e preferibilmente con la luna piena perché di giorno l’acqua esposta ai raggi del sole diventa pigra e “dorme”. Di notte invece ritorna vitale e riesce a trasportare tronchi di peso specifico superiore. Nei torrenti di montagna le trote, anche in mezzo ad una forte corrente riuscivano a restare lungo tempo praticamente immobili e se fiutavano un pericolo nuotavano veloci risalendo la corrente. Sapendo che l’acqua di un torrente di montagna è più fredda vicino alla sorgente e la sua temperatura aumenta man mano che se ne allontana, Schauberger organizzò un esperimento per capire il fenomeno della trota stazionaria. Fece versare100 litridi acqua riscaldata,500 metripiù a monte di un punto di forte corrente, dove una trota era solita passare molto tempo. Il torrente aveva un volume di flusso di vari metri cubi d’acqua il secondo e100 litridi acqua non alteravano quindi in modo significativo la temperatura. Tuttavia la trota, fino a quel momento tranquilla, poco dopo l’immissione dei100 litricominciò ad agitarsi e, nonostante i suoi sforzi, fu trasportata dalla corrente verso il basso riuscendo a risalire solo dopo un certo tempo. Ciò confermò l’intuizione di Schauberger sull’importanza della temperatura (anche una differenza di0.1°Cincide sul comportamento dell’acqua corrente). Un altro episodio, per me straordinario, è quello delle pietre che “ballano”. Nelle notti fredde di luna piena, Schauberger osservò pietre di forma ovale che dal fondo di un laghetto di montagna, attirandosi e respingendosi, con un movimento circolare risalivano in superficie. Le pietre di forma diversa restavano sul fondo. Secondo Schauberger, il fenomeno era spiegabile come l’effetto combinato del freddo che aumenta l’energia levitazionale biomagnetica e della composizione metallifera delle pietre, soprattutto silice (SiO2) e silicati.

In base a queste ed altre osservazioni, Schauberger cominciò a formulare il principio di “implosione”, collegando il movimento delle trote all’idea di Johannes Kepler del movimento planetario che influenza anche il movimento dei fluidi. L’umanità (la scienza) e la natura procedono in modo diverso. La natura tende a spostare le sue masse in senso planetario: implosione. La scienza segue una linea retta: esplosione. L’implosione è il moto alla base della vita, dall’esterno verso l’interno, secondo una linea spirale-concentrica. Per Schauberger esplosione significa involuzione, demolizione, distruzione, mentre implosione è invece evoluzione, costruzione, vita. In natura, ambo le forze sono presenti – espressione della bipolarità – ma predomina l’implosione. Anche la forza di demolizione ha in natura un carattere positivo: scomposizione degli organismi morti e loro integrazione in nuove forme di vita organiche, una continua azione di riciclo. Come osserva Callum Coats, è difficile descrivere i vari dispositivi inventati da Schauberger sulla base del principio dell’implosione e dell’energia del vortice, a causa della sovrapposizione di disegni, diagrammi, date, nomi: Repulsine, Klimator, motore ad implosione, motore a suzione, motore trota, sottomarino biotecnico. Tutte queste macchine, alimentate ad aria o ad acqua, avevano un funzionamento silenzioso e poco costoso, erano di forma ovale e sfruttavano il principio della creazione del “vuoto biologico” (per dettagli tecnici, cfr. Callum Coats, op. cit., cap. 21 “Implosion”).



Nell’inverno1918 aLinz c’era penuria di combustibile e il principe Adolf von Schaumburg-Lippe aveva problemi economici. In alta montagna i tronchi e gli alberi da abbattere abbondavano. Il problema era come trasportarli a valle. Schauberger costruì uno scivolo di legno, a sezione ovale, di50 km, con un andamento sinuoso. Per far galleggiare i tronchi lungo lo scivolo era necessario un apporto di acqua fredda e quindi in determinati punti, tramite valvole si faceva uscire l’acqua che si era riscaldata e veniva convogliata acqua fresca di ruscelli vicini. Nonostante lo scetticismo generale, il sistema funzionò. Schauberger fu nominato consulente statale per gli impianti di trasporto del legname con uno stipendio superiore a quello dei suoi omologhi con titoli accademici. Ciò creò gelosie e complotti e alla fine Schauberger rinunciò all’incarico. Per anni lavorò alle dipendenze dell’imprenditore austriaco Steinhard costruendo vari impianti di trasporto del legname lungo i torrenti in Austria, Iugoslavia, Turchia.

La regolazione dei corsi d’acqua e la gestione dell’acqua

Invitato dal Prof. Philipp Forchheimer (1852-1933), ingegnere idraulico, ad esporre alla facoltà di agraria di Vienna le sue idee sul moto naturale dell’acqua, Schauberger si trovò di fronte un ambiente scettico e ostile. Il rettore sgarbatamente gli intimò di dire in poche parole cosa si doveva fare per regolare i corsi d’acqua senza provocare danni e Schauberger rispose: “Wie das Saubär brunzt” (come piscia il cinghiale mentre cammina). In effetti, il cinghiale compie una serie di movimenti ritmici che in forma grafica danno curve orizzontali e verticali a forma di spirale: una curva spaziale cicloide. Schauberger cercò con ogni mezzo di salvare il Reno e il Danubio, due fiumi morti, senza successo.

Forzare l’acqua in canali e condotte cilindriche significa imprigionarla e privarla della sua energia. Nelle centrali idrauliche, a parte il problema delle dighe e del loro impatto ambientale, l’acqua è convogliata in condotte cilindriche in condizioni di enorme pressione e poi scaraventata contro le lame di turbine di acciaio dove è letteralmente frantumata e l’ossigeno dissolto è centrifugato all’esterno. Al termine di questo processo di disintegrazione fisica ed energetica, l’acqua impoverita di ossigeno è immessa nei torrenti o nei fiumi con un impatto sui pesci e la vita acquatica. Schauberger aveva al riguardo soluzioni alternative meno negative e anche per la purificazione dell’acqua proponeva un approccio ecologico, un impianto per produrre acqua di ottima qualità (“Edelwasser”) con la stessa composizione chimica e biologica delle acque di sorgente, partendo da acqua piovana, fluviale, marina, anche sporca, secondo un metodo molto diverso da quelli tradizionali:

“La sterilizzazione secondo tutti i tipi abituali di clorazione avviene con l’ossigeno in status nascendi che col tempo può provocare danni ai tessuti e la formazione di cancri nelle persone, negli animali e nella piante. Con il mio metodo, la sterilizzazione e la depurazione sono effettuate con tubi ad alta tensione oppure con i cosiddetti tubi a capillare doppio a torsione e la rigenerazione avviene in apparecchiature speciali”. L’apparato aveva una camera a sezione ovale dove l’acqua era raffreddata a4 °C, fatta ruotare in un vortice ad alta velocità con aggiunta di minerali e anidride carbonica.”.

Nonostante l’ostilità degli ambienti accademici, Schauberger stava diventando famoso. Le sue idee avevano interessato Mussolini e vi erano stati contatti con rappresentanti di Francia, Romania e Bulgaria. L’industriale Ludwig Roselius organizzò un incontro con Hitler a Berlino (10 luglio 1934) di cui esistono più versioni: secondo Schauberger l’incontro fu molto breve e il Fűhrer si mostrò interessato; secondo il rapporto ufficiale del consigliere ministeriale Willuhn grande antagonista di Schauberger, Hitler invece lo considerò uno “Schwindler” (impostore). L’incontro si concluse in un nulla di fatto, ma era solo la prima battuta con la gerarchia nazionalsocialista.

Nel 1943 Schauberger fu posto di fronte all’alternativa di dirigere un gruppo di tecnici e fisici detenuti nel campo di concentramento di Mauthausen o di essere impiccato. Le condizioni, anche se non così disumane come nel famigerato campo di lavoro “Dora” dove venivano costruite le V2 (Vergeltungswaffen), erano penose. Secondo le testimonianze ufficiali rese dopo la guerra da due superstiti del gruppo di prigionieri, Schauberger fece di tutto per assicurare condizioni umane a questi suoi collaboratori e tirare per le lunghe i lavori di tipo militare (la famosa Wunderwaffe o arma miracolosa con cui i Tedeschi speravano ancora di vincere la guerra). A questo periodo risalgono vari esperimenti biotecnici e la costruzione di dispositivi sperimentali, tra cui un disco volante. Questa “Fliegende Untertasse”, sperimentata vicino a Praga nel febbraio 1945 “che raggiunse in tre minuti un’altezza di15.000 metrie una velocità orizzontale di2.200 kml’ora, era stata costruita secondo un modello che avevo elaborato nel campo di concentramento di Mauthausen insieme con ingegneri e tecnici di altissimo livello selezionati tra i prigionieri.[…] A mia conoscenza la macchina fu distrutta per ordine di Keitel poco prima della fine della guerra. A questa vicenda erano interessati anche molti tecnici dell’industria dell’armamento che […] mi invitarono ad esporre i principi della produzione di una zona atomica a pressione ridotta che si sviluppa in pochi secondi quando si fa muovere l’aria o l’acqua in senso radiale e assiale, in presenza di un gradiente di temperatura decrescente”.

In questo campo di ricerche, i Tedeschi erano più avanzati degli Americani. Ben prima della fine della guerra, sia gli Americani che i Russi, molto interessati ai “cervelli” europei, si erano organizzati per accaparrarsi Von Braun e il suo gruppo di ricercatori di Peeneműnde ed altri tecnici e scienziati considerati interessanti. Materiale e documenti di Schauberger furono confiscati dai Russi e dagli Americani che tennero Viktor sotto continua sorveglianza per sei mesi, nel timore che fosse prelevato dai Russi e anche perché interessati alle possibilità dell’energia atomica da lui studiate. “Attraverso le mie ricerche ho gradualmente imparato a riconoscere le energie atomiche ‘costruttive’. Vorrei menzionare che le energie atomiche tenute segrete dagli Americani, non mi hanno mai interessato e che sono pronto ad impegnarmi per iscritto a non occuparmi in futuro, né a livello teorico né a livello pratico, di queste forze distruttive. Le energie atomiche da me studiate sono fondamentalmente diverse da quelle degli Americani. Con le energie atomiche pregiate da me studiate non c’è esplosione né fuoco; al contrario il prodotto di decadimento è acqua e le definisco quindi energie atomiche di ‘prima classe’. Con le energie atomiche di ‘seconda classe’ applicate dagli Americani, il prodotto di decadimento è fuoco”.

Agricoltura ecologica

Dopo la guerra Schauberger si concentrò sui problemi agricoli. Già negli anni ’20, Rudolf Steiner (1861-1925) , aveva delineato i principi della biodinamica in agricoltura elaborando vari preparati per migliorare la qualità del concime e del compost. Anche in questo campo, Schauberger parte dall’osservazione diretta; le sue ricerche meriterebbero un capitolo a sé. Mi limiterò a citare alcuni punti: uso di aratri in rame per non disturbare il campo magnetico del suolo; brevetto insieme al tecnico Rosenberg (1950) sul rivestimento in rame delle superfici dei macchinari agricoli; aratro a spirale, metodi di compostaggio, camera di fermentazione ovale per produrre il “fluido amniotico”, una miscela di elementi di argento, zinco, oro, rame, silicio, calcare e acqua da far ruotare secondo il moto planetario e applicando altri accorgimenti, con generazione di biomagnetismo.

Il processo di crescita per Schauberger è soprattutto un problema di energia, un processo di equilibrio tra l’energia geosferica e quella atmosferica. Nella sequenza di carica/scarica di energia del processo di crescita, la differenza di tensione elettrica tra l’atmosfera ela Terraè di estrema importanza. Tra le due polarità di tensione occorre una forma di isolamento. Schauberger insiste molto sulla “pelle” chela Terradeve avere attorno a sé stessa. Il suolo non deve mai essere nudo bensì deve essere coperto da un manto vegetale. Per Schauberger si è instaurato un ciclo perverso: distruggendo le foreste, si rovina la qualità dell’acqua; un’acqua deficitaria e concimi artificiali non consentono una produzione agricola sana, con effetti negativi sull’organismo. È invece fondamentale rispettare il ciclo idrologico completo e garantire un gradiente di temperatura positivo che favorisce la penetrazione dell’acqua nel terreno. Nel ciclo idrologico parziale – quello che prevale attualmente – il gradiente di temperatura è negativo perché la temperatura del terreno è in genere più calda di quella dell’acqua piovana. Con la distruzione delle foreste cambia il tipo di evaporazione. L’acqua non passa più attraverso gli alberi (organismi viventi) e la quantità di acqua fornita dagli oceani non è più temperata dalla traspirazione delle foreste. La falda freatica si abbassa, gli alberi non riescono più a captare le sostanze nutritive che distribuiscono alla vegetazione più bassa, il vapore acqueo sale a livelli superiori dove è maggiormente esposto a raggi ultravioletti e gamma che dissociano le molecole d’acqua separando l’ossigeno dall’idrogeno. L’idrogeno sale, l’ossigeno si deposita verso il basso e l’acqua scompare, un vero e proprio “corto circuito biologico”. Le conseguenze le vediamo: variazioni atmosferiche repentine, bruschi aumenti della temperatura, salinità eccessiva del terreno, siccità in certe zone e inondazioni in altre. L’unica soluzione è un rimboschimento massiccio del pianeta.

Il viaggio in America

Karl Gerchsheimer (di origine tedesca e probabilmente al servizio del Counter Intelligence Corps) era contrario alla tecnica dell’esplosione seguita da Von Braun e, interessatosi alla teoria dell’implosione convinse il magnate americano Robert Donner ad attirare Schauberger in America. Il 9 maggio 1958 fu firmato il primo contratto con Viktor e suo figlio Walter che partirono per New York il 25 giugno 1958. Viktor aveva insistito ad inserire nel contratto una clausola secondo cui il suo soggiorno in America non doveva superare tre mesi. Su questo soggiorno permangono punti oscuri e controversi (cfr. per maggiori dettagli Callum Coats, op. cit., “What happened in America” pag.15 e segg.). Indubbiamente da ambo le parti vi furono incomprensioni e diffidenze e le aspettative erano diverse. Ai termini dell’ultimo contratto firmato con il consorzio Donner-Gerscheimer, tutti i modelli, disegni, prototipi e dati diventavano proprietà del consorzio e Viktor e suo figlio Walter si impegnavano a mantenere il completo silenzio su qualsiasi elemento connesso con l’implosione. Viktor aveva accettato l’offerta americana di finanziare la realizzazione dei suoi prototipi in quanto ormai sfiduciato circa la possibilità di farlo in Europa. In America si convinse però che le sue idee sarebbero state sfruttate in chiave capitalistica o bellica, cioè esattamente in maniera contraria alle sue intenzioni. Ripartì per l’Europa il 19 settembre e morì a Linz il 25 settembre.

A parte l’interesse espresso in passato da Americani e Russi (difficile sapere se siano in corso ricerche non portate a conoscenza del pubblico su alcuni temi di Schauberger), varie pubblicazioni UFO ed esoteriche continuano, in malafede, a presentare Schauberger come il costruttore dei dischi volanti di Hitler.

Il primo biografo di Schauberger è stato lo svedese Olof Alexandersson e il suo libro Levande Vattnet (1976) è stato tradotto in inglese nel 1982 (Living Water – Viktor Schauberger and the Secrets of Natural Energy – Gateway Books, Bath, UK e edizioni successive).

Callum Coats ha dedicato più di 15 anni di studi a Schauberger e ne ha tradotto in inglese gli scritti in tre volumi: The Water Wizard, The Fertile Earth, Schauberger’s Revolution (Gateway, Bath 1997).

Nel Regno Unito Schauberger conta vari seguaci che a seconda dei loro interessi sviluppano vari suoi temi. Segnalo Alan Hall per le proprietà strutturali ed energetiche dell’acqua e il suo ruolo nella trasmissione di informazioni e, per le virtù terapeutiche dell’acqua (aspetto studiato anche da Schauberger), il gradevole libro di Charlie Ryrie “The healing energies of water”, 1998 Gaia Books Limited – London.

Osteggiato tutta la vita dalla casta dei funzionari e dallo establishment accademico, Schauberger non esitava ad affermare che la scienza sbaglia (“macht alles verkehrt”), procede in senso contrario alla natura (naturunrichtig) ed è responsabile del degrado ecologico ed economico. “Mi giudicano pazzo e forse hanno ragione. In tal caso, un pazzo in più o in meno al mondo non ha importanza. Se però ho ragione e la scienza sbaglia, il Signore abbia pietà dell’umanità”.

La natura, come l’essere umano, è un sistema aperto e in evoluzione.

La scienza è un circolo chiuso che funziona secondo determinate regole che i nuovi arrivati devono rispettare. Gli studenti non sono spronati a pensare in maniera critica e difficilmente quindi, oseranno andare contro corrente. In nome dell’obiettività, la scienza preferisce alle percezioni sensoriali quelle legate alla lettura di strumenti di misura. Le idee insolite sono bocciate o ridicolizzate. Dopo essersi sganciata dalle chiese, la scienza vorrebbe assumerne il ruolo dogmatico. Il suo tallone di Achille è l’alleanza con il business. Il ricercatore che va controcorrente mette in gioco la sua credibilità e la sua carriera. Si pensi, solo in tempi recenti, all’ostilità feroce della medicina tradizionale nei confronti dell’omeopatia e al trattamento riservato a Stephan Riess e a Jacques Benveniste!

Come Nikola Tesla per l’elettricità, Viktor Schauberger è un precursore e le sue idee sono in anticipo di un secolo. Alcune affermazioni suonano provocatorie: il cuore non è una pompa ma “è pompato”, gli uccelli “non volano” ma “sono volati”, i pesci non nuotano, ma “sono nuotati”, il sole è probabilmente un corpo freddo e oscuro ecc. (cfr. per dettagli Callum, op. cit., pag.188 e segg.).

Il suo messaggio centrale, di estrema attualità, è che la nostra tecnologia e i nostri processi industriali seguono il moto usato dalla natura per decomporre e dissolvere la materia, mentre per costruire la natura sceglie altre vie (principio del moto cicloide spirale). “L’attuale tecnica è un tragico errore o un crimine intenzionale in quanto usa le forze distruttive per l’azionamento di macchine, motori, ecc. che la natura applica per demolire tutto quanto non è suscettibile di sviluppo. Tutto il mondo civilizzato che ha promosso questo sviluppo finirà in un vicolo cieco. In questa maniera sono state e continuano ad essere assurdamente dissipate le migliori materie prime, nell’erronea credenza di tenere sotto controllo la natura. L’output è nettamente inferiore all’input, un esercizio del tutto non redditizio sotto il profilo economico. A parte l’uso irrazionale delle materie prime per ottenere energia motrice, vi è stata un’altra conseguenza economica estremamente pericolosa in quanto l’energia così ottenuta produce temperature che favoriscono processi di putrefazione e la sopravvivenza di pericolosi batteri e sviluppano anche gas pericolosi. La resa di macchine e motori alimentati in questa maniera è molto ridotta”. Foresta, terreno, acqua sono i tre fattori principali per la vita sulla terra.La Terraè un organismo vivente, dotato di intelligenza. La natura è il grande alchimista, un impianto avanzato di riciclo.

Il senso profondo della natura è la trasformazione, la metamorfosi che non avviene mai secondo una linea retta bensì attraverso apparenti deviazioni e stadi intermedi. Anche l’essere umano passa attraverso varie trasformazioni (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) e il bozzolo è il cadavere abbandonato dallo spirito. L’acqua e il sangue trasmettono il sapere delle generazioni precedenti. Pensare come la natura è pensare biologico anziché logico. Seguire la natura è accettare il processo di evoluzione. Bisogna passare dalle leggi fisiche della meccanica a quelle spirituali dell’energia. L’essere umano è un biosensore e come tale non deve rinunciare all’osservazione diretta, alla sua percezione sensoriale che apporta elementi di conoscenza quali uno strumento artificiale non può dare. La parcellizzazione disciplinare porta ad esperti microsettoriali, incapaci di una visione olistica, dimenticando che il tutto è un qualcosa di più della semplice somma delle sue parti.

Negli anni ’30 la gente rideva della profezia di Schauberger che un giorno una bottiglia d’acqua sarebbe stata più cara di una bottiglia di vino. Si può ancora riderne, ora? Schauberger ha previsto le catastrofi legate ai cambiamenti climatici, le piogge acide, la morte effettiva e ‘qualitativa’ degli alberi, i danni delle monoculture, la desertificazione, il cancro come pestilenza della nostra epoca, le future guerre per l’acqua ecc.

Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) immaginava l’universo come una nave spaziale in viaggio secondo una traiettoria a spirale, dall’esterno verso l’interno, dal punto di partenza alfa verso omega, dove omega è la sfera del divino cui l’essere umano arriverà una volta completato il suo percorso evolutivo. Parafrasando questa immagine, si potrebbe affermare che l’essere umano è parte integrante dell’astronave Terra che porterà nel suo viaggio i nostri discendenti su altri pianeti. L’essere umano non deve quindi dimenticare che il suo sangue si compone fino al 90% di acqua.

L’acqua siamo noi!

Lasciamo ai nostri discendenti un’eredità pesante: scorie nucleari a lunga vita (la durata delle radiazioni di plutonio è di 10.000 anni). L’opzione di smaltimento per i residui ad alta attività è il deposito geologico in profondità in strati argillosi o miniere di salgemma in disuso. Permane però il problema di comunicare con il futuro, cioè indicare in maniera decifrabile tra decine di secoli che si tratta di una zona mortale. Almeno piantiamo alberi su vastissima scala, anche se dovranno passare due o tre secoli per avere una foresta sana: l’albero come un Davide di fronte a Golia, le scorie radioattive.

Spero con questo articolo di avviare un dibattito sulle idee di Viktor Schauberger.

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