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L’ambientalismo di destra: introduzione


Di Matteo Luca Andriola

Se c’è un tema intorno al quale da destra è cresciuta ed è venuta articolandosi una critica al modello liberale è il tema dell’ambientalismo. Certo, va ribadito, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta ‘destra industrialista’, facilmente influenzabile dai richiami produttivisti, nazionalconservatori, liberali, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, ma del tutto differente da un certo ecologismo progressista.
Il dibattito sull’ecologia è effettivamente datato: tracce di un interesse per l’ambiente a destra le ritroviamo in Francia e in Germania fra l’800 e il 900. L’invocazione di leggi naturali (patrimonio del cattolicesimo), il ritorno alla natura contro la città che corrompe, sono un cavallo di battaglia della vecchia destra reazionaria, proposta dai tradizionalisti come Maurice Barrès e Charles Maurras – quest’ultimo leader dell’Action française e dei Camelots du roi, gruppo monarchico ultranazionalista francese – entrambi sostenitori di una forma di regionalismo neofeudale e ruralista che unisce delocalizzazione dell’economia e ritorno alle radici ataviche. Maurras ha anche basato le sue teorie su una sintesi tra cattolicesimo e darwinismo applicato alla società, il cosiddetto darwinismo sociale: vi è cioè una sorta di ‘selezione naturale’ nel corpo sociale, fra individui e gruppi, che mette in evidenza la possibilità di gerarchizzazione naturale di chi è più debole. Questi due modi di difendere l’esistenza di leggi naturali destinate a governare la vita umana sono stati usati per giustificare il rifiuto e la necessaria difesa della società contro ciò che è estraneo.
Tutte suggestioni che ritroveremo durante l’occupazione tedesca e nella Repubblica di Vichy, quando le autorità di questo Stato fondato su concetti antitetici all’Illuminismo – il motto era Travail, Famille, Patrie in antitesi a Liberté, Egualité, Fraternité – valorizzeranno i contadini e il ritorno alla terra, considerati come i pilastri essenziali della rivoluzione nazionale, una politica ruralista tentata al fianco di una fondata sullo sviluppo industriale, basata sulla promozione del ritorno alle campagne, dato che la propaganda pétainista ha sempre messo avanti l’idea che “la terra non mente”. L’ecologismo moderno francese, non casualmente, che si strutturerà alla fine degli anni ’60, avrà fra i suoi padri l’intellettuale liberale Bertrand de Jouvenel, ex militante di estrema destra del 1930, legato al Parti populaire français dell’ex comunista Jacques Doriot, legato all’ambiente pétainista (1).
Ma è in Germania che l’ecologismo di destra ha una sua codificazione, dove nasce l’ecologia – termine coniato nel 1867 dallo zoologo Ernst Haeckel, istituito come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente – lì dove si affermano i Grüne, modello per i verdi di tutta Europa. Questo per il suo esser sintesi fra naturalismo e nazionalismo germanico, un’unione nata sotto l’influenza dell’irrazionalismo anti-illuminista di tradizione romantica, grazie al contributo di intellettuali di Ernst Moritz Arndt, difensore della causa contadina che lo portò a interessarsi della salvaguardia dell’ambiente. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo citano come il primissimo esempio di pensiero ecologista nel senso moderno del termine (2), fautore di una visione olistica fra uomo e ambiente (“Quando si considera la natura come connessione e interrelazione necessaria, tutto diviene egualmente importante.
Un arbusto, un verme, una pianta, un uomo, una pietra: nulla viene prima o dopo, tutto è parte di una singola unità”, scrive Arndt nel 1815 [3]), ma inesorabilmente legata a una visione del mondo critica verso il meticciato e per la preservazione della ‘germanità’, concetti ripresi dal discepolo Wilhelm Heinrich Riehl, che nel 1853 sosterrà: “Dobbiamo preservare la foresta, non solo affinché i nostri forni non divengano freddi nell’inverno, ma affinché permanga calda e gioiosa anche la pulsione vitale del popolo, affinché la Germania rimanga tedesca”, criticando lo sviluppo industriale e urbanistico, glorificando i valori agricoli rurali condannando la modernità, qualificandolo come il “fondatore del romanticismoagrario e dell’anti-urbanismo” (4). Saranno suggestioni che ritroveremo nel “movimento völkisch [che] aspirava a ricostruire una società determinata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito cosmico di vita” (5), e che unì il populismo etnocentrico al misticismo della natura, in una dura critica della modernità.
Il pensiero volkish e la “Rivoluzione Conservatrice” saranno al centro dell’analisi della seconda parte del dossier.
1 – continua.
1) Cfr. H. Amouroux, La Grande Histoire des Français sous l’Occupation, 10 voll., Éditions Robert Laffont, Parigi 1975-1993
2) Cfr. G. L. Mosse, The Mystical Origins of National Socialism, in Journal of the History of Ideas, vol. 22, n. 1, gennaio 1961, p. 81. Cfr. J. A. Goldstein, On Racism and Anti-Semitism in Occultism and Nazism, in L. Rothkirchen, Yad Vashem Studies 13, Ed. Yad Vashem, Gerusalemme 1979, pp. 53-72
3) Cit. in R. Krügel, Der Begriff des Volksgeistes in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung, Langensalza, 1914, p. 18
4) Cfr. K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, Meisenheim, 1970, p.
38. Il concetto di Großstadtfeindschaft non ha corrispettivi in italiano, ma indicherebbe l’ostilità al cosmopolitismo, all’internazionalismo e alla tolleranza culturale per le città in quanto tali. L’anti-urbanismo romantico è l’esatto opposto della critica attenta dell’urbanizzazione elaborata dal filosofo anarchico ed ecologista Murray Bookchin in Urbanization Without Cities, Montreal 1992 e in The Limits of the City, Montreal, 1986 (ed. it. I limiti della città, Feltrinelli, Milano 1975), o dagli autori eco-marxisti ed eco-socialisti
5) G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 29

Steve Cutts - The Turning Point


Di Salvatore Santoru

L'illustratore ed animatore britannico Steve Cutts ha recentemente pubblicato un nuovo video.
In tale video, postato il primo gennaio 2020, viene ribaltato il rapporto tra l'essere umano e la natura

In esso, riporta Ecopost(1), Cutts ha espresso una decisa critica rivolta alla società contemporanea e alla sua relazione con l'ambiente e il mondo animale.

NOTA:

(1) https://lecopost.it/cambiamento-climatico/the-turning-point-il-nuovo-capolavoro-di-steve-cutts/

Adidas produce scarpe con la plastica recuperata dagli oceani. Già venduti un milione di paia


Sono già 4 anni che Adidas, il noto colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, adotta misure per ridurre l’inquinamento degli oceani riciclando i rifiuti di plastica delle spiagge e degli oceani nei panni, e poiché i consumatori hanno risposto bene nell’ acquisto di questa tipologia di prodotti,  la società ha deciso di fare un salto di qualità.



Ha prodotto e venduto circa un milione di paia di scarpe realizzate con plastica oceanica riciclando ben 11 milioni di bottiglie.
E’ infatti possibile realizzare un paio di scarpe con sole 11 bottiglie.
Nel 2017 sono state riutilizzate più di 5,5 milioni di bottiglie di plastica per produrre un milione di scarpe ecosostenibili” ha affermato il cEO di Adidas Kasper Rorsted.


I rifiuti di plastica riciclati vengono trasformati in un filato che da allora è diventato un componente chiave del materiale superiore delle calzature Adidas. Oltre alle scarpe, l’azienda lo ha anche utilizzato questo filato per realizzare le prime maglie da calcio ecosostenibili indossate da squadre famose in tutto il mondo.

Già dal 2015 il produttore di articoli sportivi ha iniziato a realizzare le scarpe in collaborazione con il gruppo ambientalista Parley for the Oceans, usando rifiuti di plastica intercettati sulle spiagge, come le Maldive, prima che potessero raggiungere gli oceani.
Parley for the Oceans è un’organizzazione che cerca di eliminare l’inquinamento plastico nei corsi d’acqua del mondo.
Siamo estremamente orgogliosi che Adidas si unisca a noi in questa missione e sta mettendo la sua forza creativa dietro questa partnership per dimostrare che è possibile trasformare la plastica oceanica in qualcosa di interessante“, ha detto Parley, fondatore dell’ organizzazione.
Per la produzione di queste scarpe inoltre, l’azienda ha ridotto anche l’impatto ambientale:
Continuiamo anche a migliorare le nostre prestazioni ambientali durante la produzione“, ha affermato Gil Steyaert, responsabile delle operazioni globali. “Questo include l’uso di materiali sostenibili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la prevenzione dei rifiuti.
Solo nel 2018, abbiamo risparmiato più di 40 tonnellate di rifiuti di plastica nei nostri uffici, negozi al dettaglio, magazzini e centri di distribuzione in tutto il mondo, sostituendolo con soluzioni più sostenibili“.
Questa tipologia di scarpe è disponibile sia dai rivenditori Adidas sia online su Amazon, ma non possono considerarsi molto economiche. In base al modello scelto il prezzo si aggirerebbe intorno ai 100 Euro al paio, ma il prodotto è stato finora ben accolto dai consumatori sia per la qualità che lo contraddistingue, sia per la provenienza.
L’abbigliamento e le scarpe firmati Adidas Parley, realizzati con plastica oceanica sono disponibili a questo link.
(Fonte foto: Parley for the oceans)

La Giornata della Terra è oggi, dal 1970



La Giornata della Terra si festeggia lunedì 22 aprile, ed è la più nota e importante ricorrenza internazionale sull’ecologia e la protezione dell’ambiente. Il doodle di Google di oggi è dedicato proprio a questa giornata: per questo racconta alcuni primati di altri esseri viventi, come quello dell’albatro urlatore (Diomedea exulans), l’uccello con la maggiore apertura alare del mondo, e quello dei celacanti (Latimeria), due specie di pesci considerati le specie animali più antiche.
La Giornata della Terra – che in inglese si chiama Earth Day – si celebra ogni anno il 22 aprile e fu indetta per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 1970, seguendo gli intenti del movimento ecologista degli Stati Uniti. È un momento per festeggiare, ma anche un’occasione per informare sullo stato dell’ambiente e dare consigli su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Fu scelta come data il 22 aprile perché cade un mese e un giorno dopo il “tradizionale” equinozio di primavera. Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente.
Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente portò Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università e altre istituzioni accademiche, associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).
Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In oltre 45 anni, la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.

Alcuni consigli per la Giornata della Terra

L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale, ma nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:
  • l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
  • seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
  • aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
  • mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
  • l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
  • se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di categoria A, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
  • rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.

POLONIA: COME SI VIVE CIRCONDATI DAL CARBONE

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DIDA La miniera di Bełchatów, Polonia, 2018. (Carlo Dojimi)
Di Marina Forti
Il belvedere affaccia su una conca nerastra, percorsa da grandi tubature metalliche e macchinari industriali. È la miniera di lignite di Bełchatów, in Polonia: profonda trecento metri, lunga nove chilometri e larga tre. Un cartellone mostra ai visitatori la mappa del terreno e spiega che la miniera “cammina”, lo scavo avanza in direzione ovest. La lignite alimenta la centrale elettrica sul lato opposto della conca: un edificio imponente che racchiude decine di turbine, cinque torri di raffreddamento e due camini che rilasciano un fumo denso e scuro.
Bełchatów è la più grande centrale elettrica a carbone in Europa. E allo stesso tempo è un’anomalia. Con l’accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015, l’Unione europea si è impegnata ad abbandonare il carbone, visto che è il combustibile più inquinante, è dannoso per la salute ed è la prima fonte di emissioni di anidride carbonica che riscaldano l’atmosfera terrestre.
Tra il 2025 e il 2030, secondo le ultime decisioni della Commissione europea, sarà eliminato ogni finanziamento pubblico per gli impianti a carbone. Ma la Polonia, con i suoi 38 milioni di abitanti, va in controtendenza: è l’unico paese europeo che progetta nuovi impianti e nuove miniere, in particolare di lignite, il carbone più inquinante.
L’argomento del governo polacco è semplice: il carbone assicura l’80 per cento dell’energia elettrica del paese – il 90, secondo il parlamento europeo. “È la base della nostra energia e non intendiamo abbandonarla”, ha detto il primo ministro Mateusz Morawiecki durante il suo discorso di insediamento, il 12 dicembre 2017. Ne ha fatto una questione di indipendenza energetica, contro l’ipotesi di importare gas naturale dalla Russia: l’ha chiamata “alternativa patriottica”.
Così, mentre il resto d’Europa comincia a disinvestire dal fossile nero, Varsavia annuncia nuove miniere e progetta di aggiungere oltre dieci giga watt di potenza alle sue centrali a carbone, di cui 3,2 in impianti attualmente in costruzione.
Morawiecki conta su una certa benevolenza: la Commissione europea permetterà al governo polacco di sovvenzionare le sue centrali a carbone. Inoltre, ha il sostegno di alcune grandi compagnie di assicurazione europee. Una rete di attivisti – tra cui l’organizzazione italiana Re:Common e Greenpeace – ha calcolato che Allianz, Munich Re e Generali dal 2013 a oggi hanno investito circa 1,3 miliardi di euro e sottoscritto almeno 21 contratti per assicurare alcune centrali a carbone in Polonia. Intanto però, delle cinquanta città più inquinate d’Europa, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, trentacinque sono in Polonia. Tra queste c’è anche Katowice, 300 chilometri a sud di Varsavia, capoluogo del Voivodato della Slesia, che per ironia della sorte nel dicembre 2018 ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima.

Gli attivisti e il governo
“Abbiamo urgente bisogno di una transizione energetica”, dice Ewa Sufin-Jacquemart, che nel 2011 ha contribuito a fondare 
Strefazieleni (Zona verde), una delle prime associazioni ambientaliste in Polonia. “Ma il nostro governo continua a promettere solo carbone. Nessuna strategia per l’efficienza energetica, nessuno standard sui carburanti, le energie rinnovabili sono addirittura ostacolate. Il governo ci dice che consumare carbone è segno di crescita economica e quindi va bene”. Osserva che su una cosa si trovano d’accordo i due principali partiti del paese, Piattaforma civica (liberali) e Diritto e giustizia (destra nazionalista): sostenere l’industria carbonifera.
Da un paio d’anni però si parla molto di smog”, continua l’attivista. “L’inquinamento atmosferico è diventato un tema di conversazione. Senti discutere di allerta smog, di benzo(a)pirene e di particolato, ci sono perfino nuove app che misurano l’inquinamento”. Il 22 febbraio la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato la Polonia per aver ripetutamente superato i limiti di inquinamento atmosferico tra il 2007 e il 2015.
Per evitare sanzioni, Varsavia ha annunciato nuove misure antismog, con incentivi per migliorare l’isolamento termico delle abitazioni. “In realtà il governo non vuole imporre standard sui carburanti e sui combustibili domestici”, osserva Łukasz Adamkiewicz, ricercatore di Fundacja #13 (Fondazione #13), un centro di studi sul clima e le energie rinnovabili. È diverso al livello locale, spiega: alcune regioni hanno cominciato a imporre norme più strette per i sistemi di riscaldamento. “Gli scarti di carbone, quelli troppo impuri per andare nelle centrali elettriche, sono venduti a un prezzo più basso per riscaldare le abitazioni. È un guadagno importante per le compagnie minerarie, e il governo non vuole levarglielo”.

Auto: dieci consigli su come inquinare di meno

Auto: dieci consigli su come inquinare di meno
L'Anci, Associazione nazionale dei Comuni italiani, ha messo insieme un breve vademecum con dieci consigli per ridurre l'impatto che il nostro utilizzo dell'automobile ha sull'ambiente. E ha proposto questo vademecum con un video d'animazione.

Dovremo organizzarci tutti, con il massimo del'impegno, per non utilizzare le automobili e dovremmo anche fare in modo di muoverci il più possibile con mezzi collettivi con basso impatto ambientale.
In alcuni casi però, se ciò non è ancora possibile, è importante imparare a usare meglio questo mezzo per ridurre il suo impatto sull’aria e l’ambiente e di conseguenza anche sulla salute di tutti noi.
Naturalmente si tratta di accorgimenti che non devono in nessun modo "lavarci la coscienza" e sdoganare il traffico veicolare laddove invece è possibile individuare un'alternativa. Soprattutto in città questa alternativa è veramente alla portata di tutti, tra mezzi pubblici e biciclette.

Economia circolare. Ford pensa al bambù per le proprie auto

Che il mondo dell’industria si stia muovendo verso soluzioni e materiali sostenibili è ormai una realtà consolidata. Materiali rinnovabili, bio-based o comunque riciclabili a fine vita, fanno parte di molti settori, come ad esempio quello dell’automotive.

 Tra questi Ford, che sta sviluppando numerose soluzioni per le proprie componenti, come appunto il bambù.
“Entro pochi anni – scrive l’azienda – gli interni delle automobili potrebbero essere costituiti da componenti ad alta resistenza ottenuti dalla combinazione tra bambù e plastica”. Mentre Janet Yin, materials engineering supervisor presso il Nanjing Research & Engineering Center di Ford dichiara: “Il bambù è incredibile. È vigoroso, flessibile, totalmente rinnovabile e abbonda in territori come la Cina e in molte altre parti dell’Asia”.

Il bambù, materiale del futuro per le nostre auto

Le caratteristiche del bambù sono infatti note. È una pianta a rapidissima crescita – cresce di quasi un metro al giorno e raggiunge il pieno della crescita tra i 2 e i 5 anni dalla piantumazione – è estremamente resistente e flessibile, ed è un materiale di origine naturale, capace quindi di assorbire la CO2 durante il processo di crescita. Utilizzando questo materiale quindi si riducono le emissioni del cosidetto Life Cycle Assestment. L’Ovale Blu sta quindi studiando le possibili potenzialità per impiegare il materiale nelle componenti interne dei veicoli, valutandone anche la combinazione con materiali plastici, che ne aumenterebbero ulteriormente la resistenza. Secondo i vari test effettuati “il vegetale risponde complessivamente meglio rispetto ad altre fibre, sia sintetiche che naturali. Inoltre, è stato riscaldato a oltre 100° per testarne la capacità di resistenza al calore”.
L'interno di un motore alimentato a idrogeno, in questo caso della casa americana Ford. Foto Ford.
L’interno di un motore alimentato a idrogeno, in questo caso della casa americana Ford. Foto Ford.

Materiali bio-based per Ford

La casa automobilistica con sede a Detroit non è nuova a queste iniziative. Fin dai primi anni del millennio lavora per impiegare materiali di origine naturale, al posto di quelli provenienti da fonti fossili. Oggi sia all’interno che all’esterno delle auto dell’ovale blu vengono utilizzate almeno otto bioplastiche. Dalla soia, all’olio di ricino, dalla paglia di grano, alla fibra di kenaf, la cellulosa, il legno, la fibra di cocco e le bucce di riso. Mentre recentemente ha reso noto un progetto per impiegare plastica derivata dall’agave, pianta utilizzata per distillare la tequila, il celebre liquore messicano. L’economia circolare è anche questa: un’economia che impiega materiali naturali, rinnovabili, in grado di ridurre gli impatti di tutti i processi produttivi.

Scoperta di pesticida naturale a Sassari fa il giro del mondo

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Di Salvatore Santoru

Un team di ricercatori dell’Università di Sassari ha scoperto un potente pesticida naturale in grado di proteggere le colture e in tal modo di salvaguardare l'ambiente.




La ricerca, come riportato da un articolo di "Sardegna Oggi"(1) è stata coordinata dal ricercatore di Entomologia dottor Luca Ruiu e il team responsabile della ricerca è stato composto dalle dottoresse di ricerca e attuali borsiste dell'Università di Sassari Maria Giovanna Marche e Maria Elena Mura e dal dottore di ricerca ed ex collaboratore della Bioecopest Giovanni Falchi.
La scoperta del pesticida naturale, più precisamente del batterio brevibacillus laterosporus,è stata anche riportata sulla rivista Scientific Reports di Nature(2).


NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1)http://www.sardegnaoggi.it/Scienza_e_Tecnologia/2017-03-18/35351/Parassiti_ko_piante_e_ambiente_protetti_Pesticida_naturale_scoperto_a_Sassari_fa_il_giro_del_mondo.html


(2)http://www.nature.com/articles/srep43805

Il “Green Friday” di Patagonia, 10 milioni di dollari per l’ambiente

Di Matteo Bartocci
10 milioni di dollari a decine di organizzazioni ambientaliste non-profit in tutto il mondo. In un giorno solo. E’ il frutto della donazione di Patagonia, l’azienda dell’outdoor californiana che ha deciso di destinare al “pianeta” il 100% delle vendite del famigerato Black Friday del 25 novembre scorso. Tutto il ricavato nei negozi e on line sul sito Web patagonia.com di quel giorno è andato in beneficenza (hashtag #Loveourplanet)
La risposta dei clienti è stata sorprendente.
Secondo l’azienda fondata dall’alpinista Yvon Chouinard, infatti, le previsioni erano di 2 milioni, invece è stato ricavato 5 volte tanto: “Molti dei nostri clienti hanno definito questa nostra iniziativa una “raccolta fondi per la Terra.  Accanto a molti fedeli clienti, abbiamo coinvolto migliaia di persone che non avevano mai acquistato un capo Patagonia in precedenza. È davvero incoraggiante essere testimoni del genuino interesse che tante persone dimostrano nel compiere decisioni di acquisto allineate a solidi valori ambientalisti — e del desiderio di essere maggiormente e più direttamente coinvolte nelle varie attività locali a tutela dell’ambiente. Il generoso gesto d’amore compiuto dai nostri clienti nei confronti del pianeta ci permette di devolvere questa somma a centinaia di piccole organizzazioni di attivisti ambientalisti che operano in tutto il mondo”.

ECCO COME GLI USA VEDEVANO TARANTO NEL 1977, SECONDO UN CABLOGRAMMA DI WIKILEAKS

Taranto anni '70

Fonte: Wikileaks
Confidenziale
1. Il consulente governativo ha recentemente fatto un viaggio in Puglia, una regione nell’estremo sudest dello stivale italico. Un resoconto generale sulla Puglia sarà fatto in seguito. Il presente cablogramma si limita a descrivere la situazione di Taranto.


Wikileaks su Taranto


2. Sintesi: Taranto è una nuova città dell’acciaio nel vecchio meridione d’Italia. E’ considerata un banco di prova in Italia per l’industria di base ad alta intensità di capitale come mezzo per stimolare lo sviluppo economico nel Sud Italia. La maggior parte degli osservatori ritiene che l’esperimento non abbia avuto successo.
Taranto è afflitta da diversi problemi: è una città dove è presente un unico gruppo industriale, senza un’adeguata pianificazione locale e nazionale, con un’amministrazione locale inefficiente e una classe politica scadente e spesso corrotta. A questi motivi di sofferenza si aggiunge la prospettiva di una crescente disoccupazione a causa della fine del boom edilizio locale e della sovrapproduzione mondiale dell’acciaio.
Fine della sintesi.

3. Taranto riveste un interesse particolare come banco di prova per l’utilità dell’industrializzazione come soluzione ai difficili problemi dello sviluppo economico del Sud Italia.
A prima vista, Taranto rappresenta un paradosso. È una piccola città (250.000 abitanti), ha il più grande e più moderno stabilimento siderurgico d’Italia, il più alto reddito pro capite del Sud (e sostanzialmente più alto della media nazionale) e, fino a tempi recentissimi, poca disoccupazione e nessuna violenza urbana. Nonostante questi importanti vantaggi, Taranto appare povera e dimessa e sono quasi tangibili un’atmosfera di crisi e un generale umore di insoddisfazione. Le recriminazioni volano in ogni direzione mentre i tarantini fanno fatica a comprendere perché le loro (esagerate) aspettative di prosperità e occupazione stabile a tempo pieno (in seguito alla costruzione di un moderno impianto siderurgico) rimangono insoddisfatte e perché la loro città appare sempre più caotica e meno efficiente col passare dei mesi.
4. L’acciaio: Lo stabilimento siderurgico, ITALSIDER (di proprietà dello Stato), domina la città. Fu iniziato nel 1960 ed è oggi uno dei più moderni ed efficienti al mondo, con una capacità di produzione di 10, 5 milioni di tonnellate all’anno. Impiega 21.000 persone (per il 97 per cento da Taranto e provincia), e il suo indotto ne impiega altre 10.000. Italsider, insieme al suo indotto, ha un libro paga corrente di 170 milioni di dollari all’anno e, inoltre, spende 265 milioni di dollari all’anno per l’approvvigionamento di forniture e servizi in Italia, 200 milioni dei quali sono spesi nella sola Puglia. Questa iniezione di ricchezza e occupazione ha praticamente raddoppiato la popolazione di Taranto (da 130.000 nel 1960 a 250.000 nel 1976), ha incrementato di 7 volte e mezza il reddito medio pro capite durante lo stesso periodo, e fino a poco fa, aveva praticamente eliminato la grave piaga della disoccupazione. Questi indiscutibili benefici sono stati accompagnati, tuttavia, dalla distruzione quasi completa dell’agricoltura tradizionale della provincia circostante, dal costo della vita forse più alto di tutto il meridione, e da un’espansione urbana brutta e caotica. Inoltre, l’atteso sviluppo generale di un gran numero di piccole e medie imprese non si è verificato. Oggi, lo spettro della disoccupazione risultante dalla sovrapproduzione mondiale di acciaio ha stimolato un nuovo dibattito su ciò che non ha funzionato in questa città che ruota intorno ad una sola fabbrica.

5. E’ cosa comune, oggi, tra i cittadini residenti, attribuire la colpa di tutte le loro sofferenze all’Italsider, benché l’avessero accolta a braccia aperte e con aspettative irrealistiche nel 1960. Gli indici sono anche puntati contro i politici e il governo (locale e nazionale). In tutte le accuse sembra esserci un fondo di verità. Italsider è rimasta troppo a lungo distaccata dai problemi della città. Le autorità cittadine hanno fatto poco per controllare o coordinare l’inevitabile crescita e, in buona sostanza, hanno lasciato che i problemi relativi al traffico, alle abitazioni, e simili, si risolvessero da soli. Per esempio, il traffico nell’ora di punta (30.000 persone) verso Italsider doveva attraversare un ponte girevole intasato ad una sola corsia. Per porvi rimedio, la città cominciò a discutere della costruzione di un ulteriore ponte nel 1960; 17 anni più tardi il nuovo ponte fu finalmente aperto al traffico.
6. Anche il governo nazionale avrebbe potuto fare meglio. La holding statale IRI decise di costruire uno stabilimento siderurgico a Taranto in parte perché la città possedeva un sito idoneo, ma anche per alleviare l’allora grave situazione di disoccupazione (e massiccia immigrazione) e per stimolare lo sviluppo economico in quest’area depressa del Sud. La creazione di Italsider produsse una città ruotante attorno ad una sola industria. Il governo non intraprese l'ulteriore passo di cercare di stimolare una crescita più equilibrata tramite industrie secondarie che potevano essere trainate dalla “locomotiva” Italsider. L’agricoltura fu trascurata quasi fino al punto della distruzione. L’area cantieristica dell’IRI fu ridotta a semplice manutenzione delle navi. Mentre le autostrade e superstrade furono sostanzialmente migliorate, l’aeroporto fu chiuso perché non sicuro, mentre le linee ferroviarie e il porto vennero trascurati. Per esempio, l’unico ammodernamento della ferrovia a binario unico che va da Taranto a Bari, costruita nel 1865, è consistito nell’installazione di luci di segnalazione elettriche. Nonostante queste condizioni, il traffico si è più che quadruplicato dalla II Guerra Mondiale. Il porto (tranne le banchine costruite da Italsider stessa) è rimasto allo stesso modo antiquato.
7. in breve, ci sono stati molti errori e molte opportunità mancate. Non c’è dubbio che si poteva fare meglio, ma QUANTO meglio è l’oggetto dell’accesso dibattito. La maggior parte dei pianificatori concorderebbe sul fatto che il Sud necessita maggiormente di industrie più piccole, meno sofisticate e a più alta intensità di manodopera se si tratta di ridurre il suo secolare surplus di manodopera e raggiungere una solida base di crescita e sviluppo economico.

Traduzione di Antonella Recchia per PeaceLink

ARTICOLO COMPLETO SU http://www.peacelink.it/ecologia/a/43363.html

L'energia della Terra, un'opportunità da sfruttare



Di Gianmarco Tedesco

Mi accingo a parlarvi delle notevoli possibilità di utilizzo della risorsa forse madre, forse più intima perché deriva proprio da tutto ciò che dà la vita: l'energia della terra, l'energia geotermica.Per definizione l'energia geotermica è quella forma di energia legata al calore della terra, che come tale può trovare ampio utilizzo e nella produzione di energia elettrica e nella produzione di energia termica.





Essendo un sistema di produzione energetica che io definirei "invasiva", perché l'energia geotermica (al pari dell'attività estrattiva di gas e petrolio) prevede delle perforazioni, delle estrazioni ed eventualmente delle reiniezioni di fluido, è importante se non fondamentale, conoscere "cosa" andiamo a perforare. È fondamentale conoscere quello che in gergo si chiama "serbatoio geotermico". Una sua conoscenza accurata eviterebbe l'insorgenza di fenomeni come, ad esempio, la mancata produzione o il rapido esaurimento di fluido. Cosi come quando compriamo un'automobile cerchiamo di sceglierla in funzione delle nostre necessità, evitando sprechi, evitando macchine troppo veloci e troppo costose, scegliendo quindi anche in funzione di ciò che il mercato offre, al pari, anche l'energia geotermica non può essere adoperata solo in funzione di ciò che vogliamo farne, ma anche e sopratutto di ciò che la risorsa offre. Per produrre energia elettrica, solo pochi posti sono veramente "ideali" e Taranto non è uno di questi. Esistono casi molto interessanti di geotermia ad alta temperatura ed uno dei più famosi è in Italia; la centrale di Valle Secolo in Toscana è in grado di produrre centinaia di megawatt di potenza elettrica. Tutto ciò, a Taranto, sarebbe impossibile e quindi se qualcuno vi proporrà il contrario o è ignorante o è in malafede. Molto più interessante, nel nostro caso, sarebbe indagare la possibilità di utilizzare il calore delle terra per il riscaldamento ed il raffrescamento di locali grazie a quella tecnologia che va sotto il nome di pompe di calore geotermiche. Fate attenzione, ho adoperato il verbo "indagare" proprio perché anche io voglio mantenermi cauto sull'argomento, evitando di creare facili entusiasmi, ma sono certo del fatto che un "uso termico" della risorsa, piuttosto che elettrico, potrebbe avere un maggiore interesse ed una maggiore diffusione. Così come il solar cooling trova ampia applicazione nelle regioni nordiche dove la richiesta di fresco, nei mesi estivi, è minore, le pompe di calore geotermiche potrebbero essere adoperate nelle regioni meridionali dove la necessità di riscaldamento, nei mesi invernali, è minore. Ma che cos'è un pompa di calore geotermica? Sarebbe forse più facile comprendere prima cosa sia una pompa di calore.



Si definisce pompa di calore una macchina a ciclo inverso che trasferisce calore da un corpo a temperatura più bassa (l'aria fredda esterna) verso un corpo a temperatura più alta (l'aria interna della casa); tutto questo a spese del consumo di energia elettrica.Anche il condizionatore è una macchina a ciclo inverso, dove togliamo calore ad un corpo freddo (l'aria interna della casa) cedendolo ad un corpo caldo (l'aria esterna dell'ambiente). Le macchine a ciclo inverso, potremmo dire, realizzano una cosa "contro natura" vale a dire trasferire calore dai corpi freddi verso i corpi caldi. Quale sarebbe, quindi, il vantaggio nell'utilizzo di una pompa di calore geotermica? Io, personalmente, individuo almeno due vantaggi, il primo ingegneristico ed il secondo ambientale.

Motivo ingegneristico

Se durante i mesi invernali l'aria fredda esterna ha un andamento oscillante, dovuto all'alternarsi del dì e della notte, dovuto alle variazioni di temperatura giornaliere, questo sali e scendi di temperatura potrebbe mettere la macchina a rischio di mal funzionamenti. A circa 1.5 m. di profondità, la terra ha una temperatura media e costante nel tempo pari a 15°C e potrebbe essere usata per sottrarle calore cedendola all'aria interna alla casa.


Motivo ambientale

Il consumo di energia elettrica in una pompa di calore è tanto maggiore quanto minore è la temperatura dell'aria esterna (mentre il consumo energetico di un condizionatore è tanto maggiore quanto maggiore è la temperatura dell'aria esterna); in parole povere se devo produrre calore consumo meno energia se la temperatura esterna è di 15 °C piuttosto che se la temperatura esterna è di 10 °C. Poiché il terreno ha una temperatura media di 15 °C conviene produrre calore col terreno piuttosto che con l'aria esterna. Questo assume una connotazione ancora più forte se si confrontano le pompe di calore geotermiche con impianti di riscaldamento a combustibile dove il calore è generato dalla combustione di gas metano. Adoperando pompe geotermiche non solo consumeremmo meno energia elettrica ma risparmieremmo il consumo di gas metano.

Spero di aver semplificato questo concetto che è alla base delle macchine a ciclo inverso. Come tenta di chiarire questa immagine, le pompe di calore geotermiche sono costituite da tre blocchi: lo scambio di calore col terreno, la pompa di calore e lo scambio di calore con la casa



Avendo una temperatura fissa di 15 °C, queste macchine hanno COP (Coefficient of Performance) molto alti, variabili tra 4-5.Così come nelle semplici questioni della vita è giusto dare ma anche ricevere per sentirsi pienamente appagati e soddisfatti, anche la terra vorrebbe raggiungere questo equilibrio ed è per questo motivo che queste macchine sono in grado di cedere calore alla casa in inverno (sottraendo calore alla terra) ma anche in grado di sottrarre calore alla casa in estate (cedendo calore alla terra) e per questo la terra stessa non viene scompensata perché in inverno cede calore ed in estate lo assorbe mantenendo invariato il suo equilibrio idrogeologico.

Ecco uno schema riassuntivo del principio di funzionamento di una pompa di calore geotermica.

Schema di funzionamento estate/inverno di una pompa di calore

Un altro aspetto positivo è che queste macchine non prevedono l'estrazione di fluido geotermico, si tratta di sistemi passivi. Se ho un terreno che per esempio non posso coltivare, non posso trattare perché inquinato (faccio un esempio a caso, il primo che mi viene in mente) nulla mi vieta di praticare un foro nel terreno per tirarci fuori calore. Qualsiasi cosa che nascerà sul terreno contaminato di Ilva potrà essere scaldato e raffreddato utilizzando quel terreno che per decenni è stato maltrattato, abusato, e contaminato. Ho cercato di illustrativi molto semplicemente quali possano essere i vantaggi ingegneristici ed ambientali dall'utilizzare una pompa di calore geotermica piuttosto che una pompa di calore elettrica o un riscaldamento a metano. Ho cercato di farlo in modo semplice e chiaro. Come vi ho detto sin dal primo momento, l'intento di questi articoletti non è quello di discutere in modo accademico di queste tecnologie bensì farle conoscere a chi probabilmente questi termini li ha ascoltati ma mai pienamente compresi. In più, il fine ultimo di questi articoletti, nella mia visione del corso di ecodidattica, è quello di fornire una sensibilità energetica applicata al caso Taranto. La nostra città è stata ed è trattata dai più come un postribolo di gente ignorante, indolente ed egoista ed in parte forse è così, ma solo in parte. Il corso di ecodidattica deve preservare il fine, nobile secondo me, di puntare tutto sulle competenze delle prossime generazioni. Fintanto che avremo giovani ignoranti ed inconsapevoli, continueremo a creare uomini tarantini del domani ignoranti ed inconsapevoli, e Taranto continuerà ad essere in balia delle manipolazioni esterne. Quando invece riusciremo a creare e a coltivare la sensibilità energetica, politica e sociale nei nostri ragazzi bè allora vorrà dire che staremo iniziando a creare uomini tarantini del domani sensibili ai temi energetici e alle politiche sociali, meno egoisti e meno indolenti. Questa è la mia idea di ecodidattica.

FONTE:http://www.peacelink.it/ecologia/a/42892.html

FOTO:http://www.losatech.it

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