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Slavoj Zizek vs Jordan Peterson, il dibattito sold-out tra i due influenti pensatori contemporanei- VIDEO



Di Salvatore Santoru

Recentemente si è svolto un dibattito tra due influenti pensatori contemporanei, Jordan Peterson e Slavoj Zizek.
Il dibattito, presentato dal professore del Ralston College Stephen Blackwood, si è svolto al Sony Centre di Toronto e verteva sulla felicità, il capitalismo e il marxismo.

Sia lo psicologo canadese conservatore Peterson che il filosofo sloveno neo-marxista Zizek hanno concordato nella critica all'attuale sinistra liberal e, allo stesso tempo, hanno argomentato le loro divergenze sul pensiero di Karl Marx.


Il confronto col populismo secondo Slavoj Zizek

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Scrive Zizek, ieri sul 
Corriere della Sera: “Donald Trump è un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato da Trump”. E’ una verità generale, riproducibile negli Usa come in Europa: l’affermazione delle forze populiste non è avvenuta “a scapito” delle sinistre, ma per mano di queste, del loro fallimento, delle macerie che hanno lasciato nella rappresentanza degli interessi popolari. Il dilemma Donald Trump (dei Donald Trump di tutto il mondo, da Le Pen a Grillo) si risolve non accanendosi contro il sintomo, ma svelandone le cause. Ancora Zizek: “Trump promette negli Usa quel che nessuno, a sinistra, si sognerebbe di proporre: mille miliardi di dollari di grandi lavori pubblici per aumentare l’impiego”. Ancora una verità generalizzabile: è il populismo che promette resistenza alla globalizzazione liberista. 

.....

Prosegue il filosofo sloveno: “La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori […] Per fare un minimo di politica di sinistra, per lo meno in un senso tradizionale, bisogna essere nazionalisti di destra, e per perseguire le politiche di austerità bisogna essere moderati di sinistra”. Il ghigno dell’élite intellettuale, giornalistica, politica, universitariache bacchetta dai propri troni culturali quel popolo rozzo che escogita false soluzioni di destra ai propri problemi sociali, talvolta addirittura negati (“sono i contadini ricchi e bifolchi che hanno votato per la Brexit”, “è il suprematista bianco che vota per Trump”), non fa che rafforzare il giudizio (che non è un pre-giudizio, ma un vero e proprio giudizio post-festum) di quel popolo sulla sinistra, intesa nel suo complesso.
 “Proprio poiché la recente esplosione del populismo di destra è il sintomo del fallimento della sinistra liberale odierna, il nostro compito non può limitarsi a combattere Trump e Le Pen. Se lo facessimo, perseguiremmo quella che in medicina si chiama “remissione sintomatica”: sei ammalato, l’effetto è che provi dolore, prendi gli antidolorifici ma la malattia è sempre lì. Le critiche a Trump non sono che cure sintomatiche: il vero compito è analizzare che cosa non ha funzionato nella sinistra moderata e liberale”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.militant-blog.org/?p=14029

IL FILOSOFO NEOMARXISTA SLAVOJ ZIZEK CONTRO LA BREXIT: 'L'OPINIONE POPOLARE NON HA SEMPRE RAGIONE'




Di Salvatore Santoru

In un'intervista condatta da Benjamin Ramm per "Open Democracy" il filosofo neomarxista e psicanalista Slavoj Žižek ha detto la sua sulla Brexit(1).
Zizek ha sostenuto che la sopravvivenza dell'Unione Europea è troppo importante per essere messa a referendum e ha dichiarato che "l'opinione popolare non ha sempre ragione" e che a volte "penso che uno deve violare la volontà della maggioranza". 
Zizek è noto dei filosofi politici contemporanei più noti e interessanti ed era già conosciuto per le sue posizioni di parziale critica alla democrazia liberale e a quella diretta, tanto che diverso tempo fa sostenne che "La grande maggioranza - me compreso - vuole essere passiva e affidarsi a un apparato statale efficiente che garantisca il funzionamento dell'intero edificio sociale, per potersi dedicare in pace alle sue attività"(2) e che "La gente sa quello che vuole": no, non lo sa e non vuole saperlo, ha bisogno di una buona élite. Ed è per questo che un bravo politico non si limita a difendere gli interessi del popolo: è grazie a lui che i cittadini scoprono ciò che "vogliono davvero"(3).

NOTE:

(1)https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/slavoj-zizek-benjamin-ramm/slavoj-i-ek-on-brexit-crisis-of-left-and-future-of-eur

(2)http://stagliano.blogautore.repubblica.it/2013/05/01/la-lezione-di-zizek-agli-oltranzisti-della-democrazia-diretta/

(3)http://icoeisuoigattai.blogspot.it/2013/04/lultima-trappola.html

FOTO:https://it.wikipedia.org

Russia,Slavoj Zizek: "La vera bestemmia è l'accusa dello stato"

Di Slavoj Žižek
 Le componenti delle Pussy Riot* (la Rivolta della figa) accusate di blasfemia e di odio verso la religione? La risposta è semplice: la vera bestemmia è l’accusa dello stato in quanto tale, configurando come reato di vilipendio della religione qualcosa che era chiaramente un atto politico di protesta contro la cricca dominante. Ricordiamo la vecchia battuta di Brecht tratta dall’Opera da tre soldi: “Cos’è la rapina di una banca rispetto alla fondazione di una nuova banca?”
Nel 2008, Wall Street ci ha dato la nuova versione: Cos’è è il furto di un paio di migliaia di dollari , per cui si va dritti in prigione, rispetto alle speculazioni finanziarie che privano decine di milioni di persone delle loro case e dei loro risparmi, e vengono poi ricompensate con aiuti di stato di grandezza sublime? Ora, abbiamo avuto un’altra versione dalla Russia, dal potere dello stato: Che cosa è una modesta provocazione oscena delle Pussy Riot in una chiesa rispetto all’accusa contro Pussy Riot, questa gigantesca provocazione oscena dell’apparato statale, che irride ogni nozione di rispetto della legge e dell’ordine?”
L’azione delle Pussy Riot era cinica? Ci sono due tipi di cinismo: il cinismo amaro degli oppressi che smaschera l’ipocrisia di chi detiene il potere e il cinismo degli stessi oppressori che violano apertamente i principi che proclamano. Il cinismo delle Pussy Riot è del primo tipo, mentre il cinismo di chi è al potere – perché non chiamare la loro brutalità autoritaria un Prick Riot (Rivolta del cazzo) – appartiene al secondo genere, molto più inquietante.
Già nel 1905, Leon Trotsky definì la Russia zarista come “una combinazione viziosa della frusta asiatica e del mercato azionario europeo.” Questa definizione non vale forse ancora di più per la Russia di oggi? Non annuncia la nascita della nuova fase del capitalismo, il capitalismo con i valori asiatici (che, naturalmente, non ha nulla a che fare con l’Asia e tutto a che fare con le tendenze antidemocratiche del capitalismo globale di oggi). Se intendiamo per cinismo il pragmatismo spietato del potere, che deride in segreto i propri principi, allora le Pussy Riot sono l’incarnazione dell’anti-cinismo. Il loro messaggio è questo: LE IDEE CONTANO.
Si tratta di artiste concettuali nel senso più nobile della parola: artisti che incarnano un’Idea. Questo è il motivo per il quale indossano i passamontagna: maschere di de-individualizzazione, di anonimato liberatorio. Il messaggio dei loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono un’Idea. Ed è per questo che sono una minaccia: è facile imprigionare gli individui, ma provate a imprigionare un’Idea!
Il panico di chi detiene il potere – rivelato dalla loro reazione brutale, ridicolmente eccessiva – è quindi pienamente giustificato. Più agiscono brutalmente, più le Pussy Riot diventeranno un importante simbolo. Già ora il risultato delle misure oppressive è che le Pussy Riot sono un nome familiare letteralmente in tutto il mondo.
È il sacro dovere di tutti noi evitare che le coraggiose persone che compongono le Pussy Riot non debbano pagare sulla loro pelle il prezzo del loro diventare un simbolo globale.


Traduzione di Maurizio Acerbo.

*Pussy Riot
 
Fonte: http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/5341-la-vera-bestemmia-slavoj-%C5%BEi%C5%BEek-sulle-pussy-riot
[Fonte originale: http://chtodelat.wordpress.com/2012/08/07/the-true-blasphemy-slavoj-zizek-on-pussy-riot/]

 http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/8686-qla-vera-bestemmiaq-slavoj-iek-sulle-pussy-riot.html

Gli “Uroboro” del capitalismo: gli esempi di McDonald’s ed Ecosia

Di Daniele Florian
L’ Uroboro, detto anche Oroboro o Uroboros, è un antico simbolo utilizzato nell’ alchimia e nell’ ermetismo, raffigurante un serpente che si morde la coda, ricreandosi continuamente in uno strano anello, formando così un cerchio.
L’ Uroboro rappresenta la natura ciclica delle cose, l’ eterno ritorno della vita e della morte, e tutto ciò che trova il proprio inizio dopo aver raggiunto la propria (apparente) fine.
E’ vagabondando per il sconfinato mondo del web (e su segnalazione di un amica ecologista) che pochi giorni fa mi sono imbattuto in Ecosia, il motore di ricerca che si autodefinisce “ecologico”.
Incuriosito da quale meccanismo potesse permettere ad un algoritmo di ricerca di aver salvato fino ad oggi 20,781,576 metri quadrati di foresta amazzonica (questa la dichiarazione sul sito) ho cercato qualche spiegazione.
In definitiva, il benefit ecologico non avviene ad ogni ricerca effettuata, ma solo qualora l’ utente clicchi su uno dei banner pubblicitari esposti all’ interno del motore. Ecosia infatti si appoggia in realtà ai motori di ricerca di Bing e Yahoo, e l’ 80% dei ricavi dovuti agli sponsor (ovvero l’ 80% della parte che Bing cede ad Ecosia) viene devoluta per sostenere un progetto di protezione della foresta pluviale gestito dal WWF.
Un pò più contorto del previsto, in effetti.
Ecosia, inoltre, garantisce di disporre di server alimentati ad “energia verde”, ma questa affermazione non è molto trasparente dal momento che i server utilizzati per la ricerca sono appunto quelli di Bing e Yahoo, e questi non dimostrano l’ utilizzo di particolari precauzioni ecologiche, se non la presentazione di un progetto futuro di alimentazione per il 90% dei server grazie all’attività energetica idroelettrica delle Cascate del Niagara.
Oltre alle perplessità lasciate da questo meccanismo, l’ esempio di Ecosia può portarci ad analizzare uno dei processi sociali ormai maggiormente diffusi e grazie al quale ilmodello consumistico procede a grandi passi.
Se da un lato è vero che con un click su questi banner il WWF avrà due centesimi in più per difendere un ebano venezuelano, così perchè non dovremmo pensare a quei due centesimi che Bing porterà alle casse di Microsoft, finanziando un colosso internazionale responsabile delle tante fabbriche-lager di Foxconn nelle quali lavoratori sottopagati ogni giorno valutano seriamente l’ idea del suicidio?
Siamo di fronte ad uno spettacolo già visto e rivisto, quello della soluzione proposta insieme al problema, della redenzione dal peccato del consumismo grazie ad un consumo ulteriore, e di un meccanismo davvero ben congegnato per suggestionare e moltiplicare le vendite di qualsiasi prodotto.
Come suggerisce Slavoj Zizek, è sufficiente entrare in un qualsiasi Starbucks per scoprire iniziative come il “Shared Planet”, grazie al quale la catena alimentare asserisce di favorire il commercio equo e solidale più di ogni altra azienda al mondo, garantendo agli agricoltori un prezzo equo per il loro duro lavoro.
Insomma un modo rapido, indolore e vicino a casa per garantire un futuro migliore a tanti bambini Guatemalesi.
Perchè una comunità agricola per garantirsi i diritti debba appoggiarsi ad una multinazionale e al suo relativo immenso sistema di distribuzione rimane un mistero, ma chiudiamo un occhio.
Che dire poi di McDonald’s, bersaglio preferito dai boicottatori di tutto il Mondo, e di cui sono ben note le criticità esposte anche in questo blog, dall’ utilizzo di OGM in collaborazione con Monsanto alla violazione dei diritti umani nelle fabbriche vietnamite produttrici di giocattoli.
Tuttavia McDonald’s è fiero di presentare i suoi progetti umanitari, tra i quali spicca la celebre Fondazione per l’ Infanzia Ronald McDonald’s, “organizzazione no profit che crea, trova e sostiene progetti che contribuiscono a migliorare in modo diretto la salute e il benessere dei bambini in tutto il mondo”, e sul cui sito possiamo venire a conoscenza della aberrante possibilità di donare il 5×1000 a McDonald’s!
Tutti questi esempi, oltre che mostrare palesi contraddizioni nel rispetto dei diritti umani da parte di questi organi, mettono alla luce la vera natura di queste iniziative pseudo-umanitarie: non sarebbe infatti necessario apportare il nome di un prodotto a progetti di questo tipo se il tutto non fosse solo un mero tentativo di campagna pubblicitaria di bassissimo livello.
Sfruttando gli stessi principi morali nel rispetto dei quali l’ opinione pubblica si oppone al modello consumistico, il mondo produttivo riesce a convincere il consumatore ad un ulteriore acquisto, considerato ora un “acquisto buono”, un “consumo sociale”, di un“capitalismo etico”.
Ma che il capitalismo sia ricco di contraddizioni non è cosa nuova: contraddizioni interne ed esterne, che portano significati fuorvianti ai termini di “produzione” e di “progresso”, che causano gli stessi problemi che il capitalismo si trova ad affrontare, e a causa dei quali esso è inevitabilmente condannato a collassare su sè stesso in quella crisi che è la crisi di un intero apparato sociale ed economico.
Attendere a braccia conserte ogni prossimo sviluppo può essere però pericoloso, quando la crisi che stiamo attraversando colpisce direttamente e realmente anche la sfera sociale, ambientale ed umana del nostro pianeta; e d’ altro canto non è certo grazie ai sandwich ecologici del pagliaccio Roger che la faunea del Borneo sentirà un miglioramento. Piuttosto vale forse la pena riconsiderare le nostre stesse abitudini di vita, sapendo che non è solo un boicottaggio che garantisce processi equi di produzione, che una qualsiasi scelta politica è reale solo se condivisa e che ai serpenti, per fermali, gli si deve tagliare la testa.

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