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Bologna: martedì 19 gennaio incontro dell'estrema destra europea e in Piazza Nettuno ci sarà un presidio antifascista

Estrema Destra a Bologna: sede 'ignota', in Piazza Nettuno presidio anti-fascista


Non è ancora nota la sede dell'incontro di "Alliance for Peace and Freedom", il partito politico dell'estrema destra europea che fa capo a Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, ma, da quanto si apprende non si organizzeranno cortei o momenti aperti al pubblico, e il luogo dell'incontro, a quanto pare, non verrà reso noto. 
Come annuncia Fiore sul profilo Facebook, i rappresentati politici si incontreranno in città per "stabilire una rete europea a livello istituzionale" che metta insieme coloro che "lavorano quotidianamente per affrontare le sfide sui territori, come la crisi economica e sociale e i problemi di ordine pubblico".
Sicuramente il meeting non passerà inosservato e il timore di dispordini c'è. Netto il commento del Sindaco Virginio Merola: "Non hanno niente di meglio da fare nella vita che venire a rompere a questa città?". 
Intanto i sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil, l'Anpi, l'Arci e Libera hanno organizzato un "presidio antifascista" davanti al Sacrario dei Caudti di Piazza Mettuno in risposta alla presenza "intollerabile e offensiva nei confronti della Resistenza - si legge nella nota - Bologna non è terra per tutte quelle forze di estrema destra che non si vergognano di richiamarsi ai valori del fascismo, della xenofobia e del razzismo". 
FOTO:Fiore e altri membri dell'Alliance for Peace and Freedomhttp://alliance-for-peace-and-freedom.com

L'utilizzo mediatico del termine "fascismo" nel linguaggio politico e comune come strumentale sostituzione a quello di "cattiveria"

Di Ferdinando Kustermann
Scrive Gad Lerner che il deprecabile motteggio di Matteo Salvini verso Maria Elena Boschi (definita “sculettante”) è fascismo linguistico.  Non maleducazione, non sessismo, non pessimo gusto, bensì fascismo linguistico.
Un passo avanti della neolingua, che attinge però sempre a termini antichi, a vocaboli morenti di cui si lima il senso per aumentarne lo spettro. Un po’ come dire che lo stupro della tassista di Roma non è un crimine orrendo, ma “fascismo sessuale”.
Deve essere che viene, Gad, dalla grande famiglia degli intelletti antifascisti. L’importante, si capisce, è evitare di far luce e chiarire per bene quel che si considera fascista e quel che no. È fascismo ciò che è male o, se volete, è fascismo ciò che non piace, nell’attualità come nella storia.
Spregiano, gli illuminati dell’antifascismo, tutto ciò che è fascismo. È fascista la finanza, sono fascisti i padroni, la guerra, il razzismo. Sono fasciste le forze armate, i poliziotti, i carabinieri, i mafiosi. Erano fascisti i generali argentini, i colonnelli greci, Pinochet, Nixon, Kissinger, Batista, il generale Custer, David Crockett e Don Vito Corleone con i suoi sgherri impomatati. Erano fascisti gli antichi romani, con l’aggravante dell’aver inventato il saluto (romano, per l’appunto), i crociati, i conquistadores. Erano fascisti i giuliano-dalmati tutti, ma per precisione glielo domandavano sempre prima di gettarli giù nelle foibe. Era fascista pure Stalin, ma solo perché lo ha detto l’antifascista Krusciov. Era forse era un po’ fascista pure Pol Pot, ma su Mao non si sbilanciano perché il libretto rosso gli ricorda gli anni belli del fervore universitario. E’ fascista Don Camillo, ma pure un pò Peppone che in fondo gli vuol bene.
Spregiano, gli accademici dell’antifascismo, tutto ciò che è fascismo. Senza rimanere troppo sull’astratto. Ed allora è fascista il berlusconismo, è fascista la Lega, ultimamente pure Renzi, sono fascisti gli Ultras ma anche la tessera del tifoso lo è. E’ fascista l’Islam, è fascista Israele ma anche gli antisemiti lo sono; è fascista il burqa ma è fascista anche qualunque politico lo voglia vietare in Europa. Sono fascisti gli omofobi, i cattolici, il Vaticano, spesso il Papa (ma non Francesco), sono fascisti gli scafisti, è fascista l’Isis, è fascistissimo Putin.
Ha superato, la neolingua dei paleo-imbecilli, persino le soglie della metafisica dove viene insegnato, sulla scia dei fascistissimi Aristotele e San Tommaso, che il male come entità non esiste ma che si tratta di una carenza di bene. Suonerebbe male, alle loro orecchie, che a non esistere sia il fascismo come male assoluto e che si tratti in realtà solo di una carenza di antifascismo.
Viene in mente, riflettendoci, quel capolavoro del cinema francese del 1972 dal titolo “L’avventura è l’avventura”: la scena in cui il giovane ed incendiario studente marxista spiega con fervore al padre, Lino Ventura, che il capitale è fottuto, la quinta repubblica è fottuta, la società dei consumi è fottuta, le auto – dice indicando la sua cabriolet – sono fottute. Lino Ventura scorge dietro al sedile una bottiglia molotov, la accende e la lancia sulla macchina che si infiamma. A quel punto dice al figlio “vedi, non c’è bisogno che mi spieghi, ho capito. L’auto è fottuta”. Il figlio rimane basito a fissare il rogo e con livore pronuncia il più mortifero degli insulti: fascista! Coglieva in anticipo, questa parodia d’oltralpe, quel non senso che in Italia ci sfugge ancora oggi. Merito forse del regista, quel geniaccio di Claude Lelouch. Il fascista, Claude Lelouch.

Cagliari:lo studentato occupato Sa Domu cerca tatuatori per convention a condizioni ben precise ..."solo se sono antifascisti"


Fonte:http://www.castedduonline.it/cagliari/centro-storico/22949/sa-domu-cerca-tatuatori-a-cagliari-ma-solo-se-sono-antifascisti.html

Sa Domu cerca tatuatori per la prossima Tattoo Convention di cagliari. Ma a condizioni ben precise, quelle indicate dai ragazzi del centro sociale occupato: "Stiamo ampliando il numero di tatuatori che parteciperanno alla Tattoo Circus. Necessarie condizioni per poter entrare a far parte dell'evento sono l'adesione ai principi dello studentato: antifascismo, antirazzismo e antisessismo.
Inoltre l'evento così come il luogo dove verrà tenuto è a carattere anticapitalista così come lo spirito che dovrebbe accompagnare chi lo vive. Questo significa che lo scopo non è quello di fare pubblicità agli studi né quello del mero tornaconto economico personale.
Le due serate, infatti, servono per la raccolta fondi che verranno destinati a progetti che si realizzeranno all'interno dei territori palestinesi e kurdi dove sono attualmente in corso guerre di resistenza".

"Bella Ciao" non è mai stata l'inno della Resistenza come comunemente si pensa, lo era semmai "Fischia il Vento"

Di Luciano Granozzi
Non preoccupatevi: non si tratta di un falso. La circolazione di Bella ciao, durante la Resistenza, è documentata. Tuttavia essa risulta per lo più circoscritta alle zone del reggiano o attorno a Bologna. E in generale fu cantata pochissimo, a vantaggio soprattutto di un’'altra canzone, Fischia il vento, riconosciuta nell'immediato dopoguerra come il canto della Resistenza per antonomasia e come l'’inno semi-ufficiale delle Brigate Garibaldi.
C'’erano anche molte altre canzoni abbastanza popolari, seppure non in linea con la componente comunista. Come La Badoglieide, ironica, sarcastica, del tutto irriverente nei confronti del re e del suo primo ministro ex fascista: «O Badoglio, o Pietro Badoglio / ingrassato dal Fascio Littorio / col tuo degno compare Vittorio / ci hai già rotto abbastanza i coglion»; o come l’'altra – Pietà l'’è morta scritta da Nuto Revelli. Lo scrittore Beppe Fenoglio, nel Partigiano Johnny, la definisce come una «vera e propria arma contro i fascisti». E in effetti il verso finale «Tedeschi e fascisti fuori d'’Italia!», scandito sulle note di un’'aria della Prima guerra mondiale, ha un timbro abbastanza impressionante e una qual certa solennità.
Ma torniamo a Bella ciao, semi sconosciuta. Come e quando cominciò a diventare popolare? Siamo ormai a quasi vent'anni dalla conclusione della guerra. In quel periodo dei primi governi di centro-sinistra si compie quella cheCesare Bermani, autore di uno studio pionieristico sul canto sociale in Italia, riprendendo il concetto da Hobsbawm chiama «l’'invenzione di una tradizione». Accade cioè che Bella ciao, cantata durante la Resistenza soltanto da sparse formazioni emiliane, venga sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni ufficiali alla ben più consueta Fischia il vento.
E perché mai? Fischia il vento aveva molti difetti. Innanzitutto la musica. Visto che il testo era stato innestato sull'aria di una canzonetta sovietica, composta nel 1938 da Michail Isakovskij e Matvei Isakovic, nella quale si parlava dell'’amore per la bella Katiuscia di un soldato impegnato a difendere «la sua terra e la sua patria». Ma ben più imbarazzanti erano gli espliciti riferimenti socialisti e comunisti: «Fischia il vento, infuria la bufera, / scarpe rotte eppur bisogna andar, / a conquistare la rossa primavera, / dove sorge il sol dell’'avvenir». Passi per «il sol dell’'avvenir», tipico della vecchia simbologia socialista. Il guaio era che la primavera di cui si parlava nella canzone fosse incontestabilmente rossa; quando al massimo, coi governi di centro-sinistra, poteva tollerarsi il rosa pallido.
Bella ciao, al contrario, era assai più politically correct. Poco importava se molti partigiani del Nord non se la ricordavano affatto. Infatti, col suo riferimento all'’«invasor» di memoria risorgimentale e solo a quello –la canzone poteva andare benissimo non solo al Partito socialista, appena approdato al governo, ma anche alla Democrazia cristiana e persino alle Forze armate. Siamo più o meno al ventennale della Resistenza, cioè nel momento in cui la Resistenza si tricolorava come non mai, diventando il fondamento della «Repubblica nata dalla Resistenza». Le associazioni partigiane, protese nel massimo sforzo di ricerca di strumenti di unificazione, aderirono (sia pure con qualche opposizione della base) a questa definitiva conciliazione tra le varie anime della Resistenza, che trovò il proprio inno in Bella ciao in sostituzione diFischia il vento.
Inoltre ci fu un dettaglio di non poca importanza. Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi(ricercatori di musica popolare) una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha «trovato l’'invasor» era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine. Non parve vero di aver rintracciato l'’anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione della coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata e il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con uno spettacolo dal titolo Bella ciao.
Questa versione delle mondine era davvero attendibile? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all'Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l'’autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e Daffini e parte un nuovo studio. Si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine, ma non c'’è dubbio che la versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. E infine, nel 1974, saltò fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934. È’ Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come «tante genti che passeranno» e «bella ciao», glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli, futuro autore di Papaveri e papere (politicamente più nero che rosso), ma la Siae dell’'epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito.
A questo punto la vicenda delle origini della canzone si è fatta troppo ingarbugliata e non vale più la pena di seguirla in dettaglio. Cosa se ne impara? Si può capire che in Italia, pur in presenza di un movimento partigiano tra i più estesi d’'Europa, e che ha prodotto canzoni bellissime perché le canzoni sono sempre compagne delle lotte popolari, è stato particolarmente difficile avere un unico inno della Resistenza antinazista e antifascista. In Italia, patria del fascismo, fu difficile sintetizzare in una sola canzone un momento storico che racchiudeva in sé una guerra di liberazione, ma anche una guerra civile e una guerra di classe.
Nulla di paragonabile alla «marsigliese della resistenza» dei francesi: Les Partisans: chant de la Libération, creato nel 1943 a Londra e poi reso popolarissimo dalla magnifica interpretazione di Yves Montand. Il testo della canzone dei partigiani francesi è degno delle tradizioni rivoluzionarie di quel Paese e colpisce oltre che per il radicalismo dei riferimenti sociali –- Ohé partisans Ouvriers et paysans / C’'est l'’alarme!, Ohé partigiani, lavoratori e contadini / Questo è l'allarme! -– anche per la risolutezza dell'’invito alla lotta armata: «Camarades / Sortez de la paille / Les fusils, la mitraille, / Les grenades. / Ohé! les tueurs / A la balle et au couteau / Tuez vite! / Ohé! saboteur / Attention à ton fardeau / Dynamite». (Compagni / Fuori dalla paglia / I fucili, la mitraglia, / Le granate. / Ohé, uccisori all'arma bianca e da fuoco / uccidete presto! / Ohé! Sabotatore / Attento al tuo fardello / Dinamite).
Eppure tra i francesi un canto così cruento fu accettato nella sua rappresentazione simbolica del riscatto nazionale e non è mai stato seriamente contestato. Mentre in Italia una canzone particolarmente mite come Bella ciao ha continuato a lungo ad apparire come di parte.

25 aprile: l'Italia è passata dalla dittatura fascista ad essere una "democrazia" imperfetta e corotta dipendente dagli USA, fu realmente una totale liberazione ?



Di Salvatore Santoru

Oggi 25 aprile si celebra la giornata della Liberazione.
Come tradizione, i politici terranno i soliti discorsi triti e ritriti sul dovere di rimanere ancorati alla memoria del passato, si faranno le solite sfilate e messe "laiche" per celebrare i "martiri" di quegli anni più la grande festa dell'Unità con concerto finale, ci saranno i soliti litigi via social network e non, tra chi dice che "quando c'era il Duce si stava meglio" e chi invece ha nostalgia dei partigiani, mentre i neofascisti più rigorosi saranno in lutto, e gli antifascisti più radicali godranno nel rivedere le immagini di Piazzale Loreto.
Intanto, saranno ben pochi quelli che ricorderanno quei tempi con una visione un pò più imparziale di quella tramandata dai padri, dai nonni e dai bisnonni o di quella di stampo ideologico.

Difatti, a 60 anni da quei tragici eventi, sarebbe ora di dire le cose come stanno, senza artifici, e gli idealizzazioni che hanno costruito l'immaginario della " guerra di liberazione ".

La realtà, dura e cruda, è che una reale "liberazione" non ci è stata, ma l'Italia è passata dalla tremenda dittatura fascista e dall'essere per pochi anni una colonia tedesca, a diventare una "democrazia" imperfetta e corrotta colonia degli USA(1) e lo è tutt'ora, e le basi militari statunitensi nonché la continua manovalanza offerta per le guerre degli USA e della NATO in giro per il mondo lo stanno a dimostrare.
Per fare un'esempio recente anche se magari non calza del tutto a pennello, nella sostanza è successa più o meno la stessa cosa che è avvenuta in Iraq con la caduta del regime di Saddam Hussein, una dittatura sanguinaria che dopo aver oppresso il suo popolo è stata fatta fuori dai partigiani iracheni sostenuti dagli USA e dalla Gran Bretagna con bombardamenti e spesso finanziamento economico, ma gli "Alleati" si sono ben guardati dal far arrivare al potere le forze più democratiche sostenendo quelle più consone ai loro interessi.

In Italia, al di là della retorica pomposa e demagogica che da una parte e dall'altra domina da sessant'anni, ciò che è successo non è stato poi così diverso.

Inoltre, dal dopoguerra lo Stivale è stato governato per anni e anni da forze politiche dipendenti dalle maggiori "potenze imperialiste", la Dc dagli USA e il PCI dall'Urss, e diversi ex gerarchi e personalità del regime fascista si sono riciclate tra i democristiani e i comunisti, divenendo spesso tra i più intransigenti antifascisti(2), ed inoltre sin da subito l'Italia è diventata terra di scontro tra USA e URSS con la famigerata "strategia della tensione"(3) con cui gruppi neofascisti, così come antifascisti e/o di estrema sinistra, sono stati abilmente usati per portare caos e terrore e per evitare qualunque tentativo di "indipendenza italiana", si pensi ai "misteri" degli omicidi di Enrico Mattei(4) e di Aldo Moro(5), colui che voleva rendere l'Italia una potenza regionale indipendente dal dominio statunitense e da quello sovietico.
A tal proposito, non bisogna nemmeno dimenticare il ruolo di certe fazioni "deviate" del Vaticano e della massoneria (P2 ecc) e di altri poteri forti e dei servizi segreti e parasegreti(Gladio ecc), o della mafia nel garantire lo status quo del dopoguerra, questione che si può ben capire dal fatto che i mafiosi tornarono a dettare legge in Sicilia e nell'intera Italia dallo sbarco del 43 ( con gli aiuti della CIA ), e grazie a stragi ,terrorismo e favoritismo dei gruppi politici più contigui ai loro interessi (di destra o sinistra poco importa ) continuarono a insanguinare l'Italia, mentre personaggi come Pio La Torre ( noto per essere stato un grande nemico delle basi NATO ), Peppino Impastato, Salvatore Borsellino e Giovanni Falcone furono uccisi, e questi ultimi guarda caso avevano individuato il "terzo livello" della mafia(6), ovvero gli interessi di certe fazioni dello Stato dietro gli interessi mafiosi, e andando più in alto, gli interessi di vari poteri forti più quelli di certe fazioni "deviate" dell'establishment statunitense come è stato già ricordato.
Intanto, mentre si continuerà a tenere alto il "mito della liberazione", l'Italia è libera solo in apparenza (e nessuno lo vuole negare né denigrare le conquiste avvenute dal 45), mentre nella sostanza una reale Liberazione sarebbe necessaria, una reale Liberazione con cui ci si possa finalmente voltare pagina, e lasciare ai libri di storia i fantasmi del tragico passato vissuto.

Note:

La strage di Odessa e la situazione ucraina

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Di Salvatore Santoru

Il 2 maggio ad Odessa , nell'Ucraina dell'est , 38 persone sono morte a causa di un'incendio applicato nella " Casa dei sindacati ", sembra da parte dei miliziani di Pravy Sector , un'organizzazione armata considerata di estrema destra.

Lo scrittore di origine moldava Nicolai Lilin nella sua pagina Facebook che ha anche scritto una riflessione a tal proposito .

Ne riporto un'estratto :

"  L'orrore va mostrato, condiviso e sofferto, almeno in una millesima parte. L'orrore esiste. Lo stesso orrore che vivono in questi giorni i civili in Ucraina, catapultata in una serie di violenze inaudite che prendono sempre più piede e rischiano di diventare la ripetizione dello scenario balcanico. Stamattina non ho visto nessun giornale pubblicare in prima pagina questa foto e mi sono arrabbiato. Perché tutti noi dovremmo avere davanti agli occhi le conseguenze di una politica corrotta, il modo in cui si sta concretizzando il piano di conquista economico-politico dei territori post-sovietici. Le persone arse vive nella città di Odessa erano dei civili, non erano spie, militari o rappresentanti del governo russo. Erano persone impaurite nascoste all'interno dell'edificio, nel tentativo di sfuggire alla furia omicida dei provocatori squadristi. Sono stati bruciati vivi e nessun giornalista occidentale ha avuto coraggio di raccontare - o nessun giornale si è preso la responsabilità di pubblicare - la loro storia in modo coerente, perché ufficialmente siamo dalla parte degli insorti. Perché in fondo non abbiamo ancora capito se ci serve il gas russo o se accetteremo la proposta delle compagnie americane. Perché l’ennesimo bamboccio politico italiano ha fatto carino con il Cesare americano qualche settimana fa "

Oltre alla strage di Odessa, c'è da dire che la situazione ucraina risulta veramente tesa e complicata e sempre più spesso si assiste a scontri e violenze da una parte e dall'altra e risulta ancora lontana una risoluzione pacifica tra il nuovo governo ucraino e i protagonisti delle rivolte di piazza Maidan e i separatisti filorussi. 

Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe (e dintorni ):un pò di storia


Di Mirco Giubilei

Si celebra oggi la Giornata del Ricordo. In questa giornata, che è stata decretata solennità civile nazionale con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004, si vuole commemorare le vittime delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La storia

 Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il fronte orientale italiano, al confine con le attuali repubbliche di Slovenia e Croazia (Istria), fu teatro di uno degli eccidi più crudeli della storia recente. L’Istria era al tempo territorio italiano. Il regime fascista si era rivelato particolarmente feroce nei confronti delle popolazioni slave che abitavano, insieme agli italiani, quelle terre. In un discorso tenuto a Pola nel 1920, quando ancora non aveva conquistato il potere a Roma, Benito Mussolini pronunciò questo discorso: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Nel ventennio fascista venne attuata una durissima politica di “assimilazione” delle popolazioni locali, consistenti nell’italianizzazione  di tutti i nomi e i toponimi, la chiusura delle scuole slave, il divieto dell’uso in pubblico di lingue slave. Alla violenza culturale si associò, molto spesso, anche quella fisica.
Nell’aprile del 1941 Italia e Germania attaccarono la Jugoslavia. Le truppe nazifasciste conquistarono rapidamente il paese e lo smembrarono. L’Italia ottenne l’amministrazione diretta della Dalmazia e di parte della Slovenia.


La politica di italianizzazione forzata si scontrò con un movimento di resistenza locale sempre più forte e, tra il 1942 e il 1943, le truppe di occupazione fasciste si resero protagoniste di autentici massacri.
Dopo la caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e il successivo armistizio (8 settembre 1943), i territori della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vennero occupati dalle forze tedesche che attuarono una repressione feroce sulla popolazione, anche italiana. Anche la Germania tuttavia capitolò e la resistenza jugoslava riconquistò le proprie terre.
Il rancore maturato negli anni dell’occupazione italiana alimentò una reazione violentissima da parte dei partigiani slavi. Migliaia di italiani, ex gerarchi fascisti, ma anche semplici cittadini di lingua italiana, vennero massacrati e, in molti casi, gettati (anche vivi) nelle foibe. Le foibe erano dei profondissimi pozzi naturali, scavati nel corso dei secoli dalle acque che erano penetrate nel terreno carsico.



Coloro che riuscirono a salvarsi da una morte crudele furono tuttavia costretti a fuggire verso l’Italia. Venne attuata dunque una violentissima operazione di “pulizia etnica”.
Le vicende dell’immediato dopoguerra al confine istriano per lunghi decenni sono state avvolte nel mistero e nel silenzio. Solo negli anni Novanta, dopo la dissoluzione della Repubblica Jugoslava e l’indipendenza di Croazia e Slovenia, è stata fatta luce su questa terribile pagina della storia europea.
In tutte le città italiane e in Istria sono previste oggi manifestazioni per celebrare la Giornata del Ricordo.

Titolo originale:Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe | LA STORIA

Fonte:http://www.mondoinformazione.com/notizie-italia/giornata-del-ricordo-per-le-vittime-delle-foibe-la-storia/84368/

Cartaginese sarà lei

Di Marco Travaglio
Appassionante questo dibattito a colpi di “fascista” e “destro”. Ma soprattutto attuale. Da un momento all’altro potrebbe saltar su uno a urlare “babilonese che non sei altro!” e un altro a rispondergli “sei peggio dei cartaginesi!”: nessuno ci farebbe più caso. La politica italiana si conferma la prosecuzione delle guerre puniche con altri mezzi, infatti i politici scrivono in alfabeto cuneiforme, al massimo usano ideogrammi che capiscono solo loro. A sinistra, vent’anni fa, si rise a crepapelle quando B. si fabbricò il fantoccio del comunismo. Ora gli stessi che ridevano riesumano il fantoccio del fascismo, nel tentativo di dare un senso all’esistenza del Pd, altrimenti piuttosto imperscrutabile. Solo che i fascisti, più o meno ex, sono tutti alleati del Pd: metà nel Pdl che sostiene il governo Monti col Pd e metà in Fli che sta nel Terzo Polo con cui il Pd sostiene il governo Monti e vuole allearsi anche dopo le elezioni. Però i fascisti sarebbero Di Pietro (che mai ha governato con B. e i fascisti) e soprattutto Grillo. L’idea che Grillo parli un linguaggio fascista poteva venire giusto a un Bersani: giuste o sbagliate che siano le cose che dice, Grillo parla il linguaggio di Grillo e basta aver visto un suo spettacolo o comizio per saperlo. Solo che quando dava del ladro a Craxi e dello “psiconano testa d’asfalto” a B., a sinistra faceva comodo. Ora che prende per i fondelli anche Napolitano, Bersani e Violante, ricordando gli inciuci della sinistra con B. sulla tv, il conflitto d’interessi, la giustizia e la loro congenita allergia al rinnovamento, diventa la reincarnazione del Duce. Il bello è che Bersani, dandogli del fascista, è sinceramente convinto di smentire Grillo che gli dà del trapassato: non s’accorge che così conferma di essere rimasto comunista, un Flinstone della politica, un fossile del ’900, imbalsamato nei tic e nelle etichette del secolo scorso di cui peraltro gli sfugge la drammaticità, appiattito com’è su una conoscenza basica, da abbecedario, Peppone & don Camillo. “Fascista!” gli esce spontaneo, come al Dottor Stranamore partiva il braccio teso. “Fascista!” si urlava a sinistra negli anni 70 contro chi, come Montanelli, steccava nel coro della cultura dominante. Una sera Costanzo lo invitò in tv e Scalfari trovò la cosa disgustosa, perché il vecchio Indro era un “fascista” (anche se, diversamente da lui era stato condannato a morte dai fascisti). Camilla Cederna, lombrosianamente, scrisse che Montanelli aveva addirittura “il cranio fascista”. Lorsignori, in quanto “de sinistra”, avevano il monopolio della democrazia e chi non la pensava come loro andava ghettizzato, confinato nel lazzaretto degli appestati. Salvo poi ottenere la riabilitazione se diventava “funzionale” alla causa: accadde a Montanelli nel ’94 quando (non perché fosse di destra o di sinistra ma perché era un uomo libero) attaccò B. (non perché fosse di destra, ma perché era pericoloso.) Ecco: quanti, nella sinistra politica e giornalistica, hanno attaccato B. perché erano di sinistra e non perché lo reputassero pericoloso (tant’è che ogni tanto ci andavano a letto?). Ora, non potendo più sventolare lo spaventapasseri di B., anche perché è loro alleato, s’inventano un nuovo nemico, ma senza fantasia: la “nuova destra populista” e, te pareva, “fascista”. Strano che Ezio Mauro, che viene dalla cronaca e non dal sinedrio, per levarsi d’impaccio nella rissa interna a Repubblica, caschi nel vecchio giochino di recintare la zona dei buoni (“il campo democratico”) per escluderne “la destra peggiore”, che poi sarebbe chi non scioglie ditirambi a Napolitano nella sua guerra personale alla Procura di Palermo. La destra migliore ora è proprio Montanelli, che per Repubblica era la peggiore (come i magistrati antimafia, che diventano buoni solo da morti). Meno male che B. si è fatto, almeno per un po’, da parte: così, dopo vent’anni, tutti possono vedere cos’è davvero la sinistra italiana. E capire chi ha regalato all’Italia 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia cristiana e 20 di berlusconismo.

 Da Il Fatto Quotidiano del 28/08/2012.

 http://triskel182.wordpress.com/2012/08/28/cartaginese-sara-lei-marco-travaglio/

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

Di Alessandro Marzo Magno
Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l'Italia, invece, niente.
Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l'Italia preferisce l'oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.

L’isola di Rab oggi
Nel 1941 l'Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l'idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.
Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull'isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant'altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.

Bambini internati a Rab
Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant'anni fa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant'Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all'azione dell'alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d'acqua dolce).
Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all'interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell'XI corpo d'armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell'esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell'esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l'8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po' le pene.

Internati nel campo di Rab
Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L'episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un'inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l'acqua, ma persino usarla per lavarsi.
Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all'inverosimile, suscitano l'intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull'isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli.

80 grammi di pane al giorno
Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.
Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull'isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall'Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull'Adriatico. Con la resa dell'Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto».

Rab, il cimitero
Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un'orazione funebre, mai l'ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l'Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall'Italia fascista.

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