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Le api sono il termometro dell’ecosistema impazzito


Di Francesco Bilotta

Un’ape è in grado di visitare in un solo giorno più di 7 mila fiori, rappresentando il principale «corriere del polline». Sono gli insetti impollinatori (o pronubi, perché favoriscono l’unione) a svolgere un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi e a consentire la riproduzione della maggior parte delle specie vegetali. Il 70% della produzione agricola mondiale dipende dall’attività svolta dagli impollinatori.

DELLE 100 PIANTE PIU’ IMPORTANTI A LIVELLO MONDIALE, 71 sono impollinate dalle api. Le 250 mila specie di Angiosperme (piante con fiori) presenti sul pianeta sono il risultato di un processo evolutivo in cui gli insetti impollinatori hanno avuto un ruolo determinante. Ma l’equilibrio tra insetti pronubi, coltivazioni e ambiente è sempre più compromesso e il declino delle api si sta manifestando in modo drammatico in tutto il mondo. Si calcola che negli ultimi 5 anni, a livello mondiale, sono andati perduti 10 milioni di alveari. In Italia, nello stesso periodo, sono almeno 200 mila gli alveari scomparsi. In molti paesi, negli ultimi 20 anni, la popolazione di api si è ridotta tra il 30 e il 90%.

Questa drammatica diminuzione è il risultato dell’azione svolta da pesticidi e riscaldamento globale, fattori che sommano i loro effetti sulle api. Sono i neonicotinoidi, insetticidi di sintesi che hanno un meccanismo d’azione simile alla nicotina, i principali responsabili della moria delle api. L’impiego di questi pesticidi, a partire dagli anni ’90, era stato visto con favore per la loro capacità di essere assorbiti dalla pianta e agire sugli insetti fitofagi. Ma questa caratteristica porta a gravi conseguenze: la linfa e le strutture floreali, contaminate dai neonicotinoidi, stanno producendo danni irreversibili sugli insetti impollinatori. Sono oltre 1500 gli studi scientifici effettuati in tutto il mondo che dimostrano la relazione tra impiego dei neonicotinoidi e declino delle api. La moria raggiunge livelli elevati in caso di grave intossicazione e negli impollinatori che sopravvivono si manifestano gravi alterazioni nel sistema immunitario, perdita delle capacità di orientamento, minore fertilità.

MA SOLO NEL 2018 L’UNIONE EUROPEA ha messo al bando tre delle sostanze più dannose: l’Imidacloprid e il Clothianidin della Bayer e il Tiamethoxam della Syngenta. Per un altro neonicotinoide, il Thiacloprid della Bayer, l’UE ha consentito l’uso fino al 30 aprile 2020. Sono insetticidi ampiamente usati in frutticoltura contro gli afidi e la mosca dell’olivo, ma anche in orticoltura per controllare i fitofagi della parte aerea delle piante. Tuttavia, sono ancora una decina i neonicotinoidi impiegati in agricoltura e di cui è stata documentata la tossicità su impollinatori e ambiente.

UNA RICERCA EFFETTUATA DALL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA e dall’Università di San Diego (California) ha dimostrato che anche l’assunzione di basse dosi di neonicotinoidi da parte delle api altera la loro capacità di volo, la velocità, la durata, la distanza coperta. Le api, intossicate dai pesticidi, subiscono alterazioni sensoriali che riducono la loro capacità di raccolta di nettare e polline e la capacità di impollinazione, manifestando quella che viene chiamata CCD (Colony Collapse Disorder) o «sindrome di spopolamento degli alveari». Gli alveari, costituiti da colonie di 20-25 mila individui, sono diventati ambienti tossici, con una riduzione della vita media delle api operaie che non riescono a completare il loro ciclo di vita (70-80 giorni). Secondo studi recenti, nel 75% del miele mondiale prodotto dalle api mellifere si registra la presenza di uno o più pesticidi, con una inevitabile intossicazione cronica degli insetti. Paradossalmente risultano più sane le api che vivono nei parchi e nei giardini delle città rispetto alle api il cui habitat si trova in zone agricole, dove si fa un uso massiccio di pesticidi. Il progetto «Api e Orti», risultato della collaborazione tra Università di Bologna, Conapi e Legambiente, mira a riqualificare il territorio urbano, piantando alberi e fiori in tutte le aree disponibili, lungo le strade e davanti alle case.

IL DECLINO DELLE API E’ ACCENTUATO DAI CAMBIAMENTI climatici e dagli eventi estremi (troppo freddo o troppo caldo) che si accompagnano a tali cambiamenti. Numerose ricerche hanno dimostrato che la moria delle api raggiunge i livelli massimi in corrispondenza di gravi periodi di siccità e in presenza di forti sfasature stagionali. Uno studio del Centro ricerche di Bioclimatologia dell’Università di Milano ha confermato che l’aumento della temperatura del pianeta ha gravi conseguenze sulla salute delle api e, di conseguenza, sul sistema ecosistemico dell’impollinazione. La minore durata delle stagioni invernali e le temperature medie sempre più elevate stanno alterando il ciclo vitale di questi impollinatori, la loro capacità riproduttiva, la loro attività all’interno e all’esterno degli alveari. Inoltre, le temperature elevate hanno favorito la diffusione di acari e funghi negli alveari, che in molti casi hanno portato alla distruzione delle comunità.

L’ANDAMENTO CLIMATICO ANOMALO DEL 2019 IN ITALIA ha messo in evidenza quali conseguenze le sfasature stagionali possono determinare sulla vegetazione e sugli insetti impollinatori. I primi mesi dell’anno sono stati siccitosi e con fioriture anticipate, seguiti da un maggio freddo e molto piovoso, un giugno torrido e un luglio di temporali intensi con grandine e trombe d’aria alternati a ondate di calore. Le fioriture anticipate, in periodi in cui le temperature sono ancora troppo basse, non consentono alle api di svolgere il loro lavoro, perché non escono dagli alveari al di sotto dei 12-13 °C. Inoltre, in presenza di siccità i fiori non sono in grado di produrre nettare e polline e le api affamate devono usare il miele di riserva. Le temperature elevate determinano fenomeni di disidratazione delle piante e comportamenti anomali nelle api, con sciamature continue e l’istinto ad abbandonare gli alveari.

QUESTO «ISTINTO AD ANDARSENE» VERSO LATITUDINI più fresche è un fenomeno che viene osservato con molta attenzione da parte degli entomologi, perché le api fanno fatica a adattarsi alle nuove condizioni, al contrario delle farfalle. Il fenomeno della «fuga» dagli alveari che si trovano nelle aree più calde è destinato ad accentuarsi, con la conseguenza che molte piante perdono i loro specifici impollinatori, senza i quali generano esemplari sterili. Una alterazione nella composizione degli insetti impollinatori avrebbe gravi ripercussioni sul funzionamento degli ecosistemi, con una riduzione del numero delle specie vegetali e della produzione di cibo. Il declino delle api rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare del pianeta.


FONTE: https://ilmanifesto.it/le-api-sono-il-termometro-dellecosistema-impazzito/


VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articoli/le-api-sono-il-termometro-dell-ecosistema-impazzito

Fa discutere il titolo di Libero sul tempo: 'Fa freddo, allora il riscaldamento globale non esiste'



Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere un nuovo titolo di Libero, questa volta dedicata alle attuali temperature decisamente fredde che si stanno registrando in Italia. Più specificatamente, secondo la testata ciò sarebbe la prova del fatto che il riscaldamento globale non esisterebbe.

Inoltre, lo stesso direttore Vittorio Feltri ha decisamente criticato l'ormai notissima attivista ambientalista Greta Thunberg e il titolo e l'articolo di Libero è stato criticato da diverse testate, scientifiche e non.

Tra di esse, bisogna segnalare Wired e Focus e, inoltre, un articolo dell'accademico e scienziato Ugo Bardi sul Fatto Quotidiano sulla differenza tra meteo e clima ( affrontata anche da Marta Musso sul già citato post di Wired).

FOTO: https://www.nextquotidiano.it/perche-ce-global-warming-se-fa-freddo-libero/

Cop21 apre i battenti, ecco le fasi della conferenza di Parigi sul clima

Cop21 apre i battenti, ecco le fasi della conferenza di Parigi sul clima


La 21esima Conferenza sui cambiamenti climatici Cop21, in programma a Parigi dal 30 novembre all'11 dicembre, riunirà 196 paesi e attirerà quasi 50mila partecipanti, tra cui 25.000 delegati ufficiali di governi, organizzazioni intergovernative, agenzie delle Nazioni Unite, Ong e società civile.
L'obiettivo è quello di ottenere, per la prima volta in oltre 20 anni di negoziati, un accordo globale vincolante sul clima, coinvolgendo tutte le parti e volto a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi centigradi. Il fischio d'inizio per i lavori è in programma per domani. Il primo giorno sarà dedicato a circa 150 capi di Stato e di governo che lanceranno ufficialmente la Cop21 con un invito all'azione contro il riscaldamento globale.

Il 2015 potrebbe essere l’anno più caldo mai registrato



http://www.internazionale.it/notizie/2015/11/25/il-2015-sembra-essere-l-anno-piu-caldo-mai-registrato

La temperatura media sulla superficie terrestre supererebbe la soglia simbolica di un grado centigrado di riscaldamento dall’inizio dell’industrializzazione (1880-1889).





 Lo rileva un rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale, diffuso a cinque giorni dall’apertura della conferenza Onu sul clima a Parigi.

FOTO:http://www.ilgiornale.it

Gli orsi polari sopravviveranno allo scioglimento dei ghiacci



Di Francesca Buoninconti
Sono il simbolo delriscaldamento globale, minacciati di estinzione dalloscioglimento delle calotte polari. Gli orsi polari, però, potrebbero sopravvivere anche senza le loro prede preferite: lefoche. Lo suggerisce uno studio dei ricercatori del Museo Americano di Storia Naturale, pubblicato su Plos One. Secondo i nuovi calcoli, i candidi plantigradi potrebbero salvarsi cacciando caribù e oche delle nevi sulla terraferma.





Gli orsi polari, Ursus maritimus, sono abituati a non alimentarsi per giorni nel periodo estivo, ma con le dovute limitazioni. Con l’innalzamento delle temperature, infatti, il ghiaccio manca per periodi sempre più lunghi e il grasso accumulato nel periodo primaverile, cibandosi di cuccioli di foca e carcasse di trichechi e di cetacei, non basta più. Ma fortunatamente (per loro) il cibo sulla terraferma c’è, e secondo le osservazioni condotte in Canada da Linda Gormezano e Robert Rockwell del Museo Americano di Storia Naturale, sembra anche che gli orsi inizino a sfruttarlo.
“Gli orsi polari sono molto opportunisti, tanto che è ormai ampiamente documentato il loro consumo di diversi tipi di cibo sulla terraferma” ha dichiarato Rockwell, che ha studiato l’ecologia artica della baia di Hudson occidentale per quasi 50 anni. “L’analisi degli escrementi e le osservazioni dirette ci hanno mostrato che orsi polari subadulti, gruppi familiari e anche alcuni maschi adulti stanno già mangiando piante e altri animali, durante il periodo in cui il ghiaccio è più sottile e non consente loro di cacciare le foche“. Infatti sulla costa occidentale della baia di Hudson, nella provincia di Manitoba, gli studiosi hanno osservato questi mammiferi cacciare anche i caribù.
Gomezano e Rockwell hanno così calcolato il bilancio energetico tra i costi della caccia e l’apporto calorico di prede come il caribù, ma anche di oche delle nevi e delle loro uova. E hanno scoperto che probabilmente le risorse della terraferma sono più che sufficienti per sopperire al bisogno energetico degli orsi polari. Un orso, quindi, dovrebbe mangiare in media un caribù ogni 27 giorni per scongiurare la fame: una frequenza più o meno simile ai ritmi con cui caccia le foche. Inoltre, dal momento che in primavera gli orsi polari giungono sulle coste sempre prima, potrebbero arrivare sulla terraferma proprio nella stagione in cui i caribù partoriscono e le oche delle nevi depongono le loro uova. Cuccioli e uova sarebbero quindi pasti sostanziosi e soprattutto facili da ottenere, senza un grosso dispendio energetico. “Queste specie potrebbero diventare una componente cruciale della dieta degli orsinella stagione estiva” ha specificato Rockwell, consentendo così la sopravvivenza della specie.
Finora gli studi precedenti, infatti, hanno dipinto una situazione catastrofica: dal 2068, gli orsi polari rimarranno bloccati sulla terraferma per circa 180 giorni l’anno, e la maggior parte dei maschi adulti (tra il 28% e il 48%) morirà di fame. Ma questi studi non tengono conto dell’assunzione di cibo sulla terraferma: un adattamento che potrebbe ridare speranza alla conservazione di questa specie. Se la nuova situazione funzionerà nel lungo periodo, però, dipende da diversi fattori, come il tasso di successo nella caccia, e se le oche e i caribù si adatteranno ai cambiamenti climatici e riusciranno a sopportare la pressione predatoria.
Riferimenti: Plos One Doi: 10.1371/journal.pone.0128520

La soia OGM si mangia l’ Amazzonia, l’ambiente da chi viene difeso?


Di Luca Tomberli
La soia per gli allevamenti è una delle principali cause della deforestazione dell’ Amazzonia. La foresta tropicale più estesa, il polmone  del pianeta, l’habitat naturale più grande per la biodiversità rischia di scomparire. Il WWF in occasione della giornata mondiale dell’Ambiente del 5 giugno denuncia la scomparsa di un quinto della superficie della foresta amazzonica in 50 anni ( http://www.wwf.it/news/notizie/?8380 ).  In Brasile e in Bolivia le piantagioni di soia hanno contribuito in maniera decisiva a modificare l’ecosistema naturale. Il disboscamento, l’inquinamento del terreno e dei corsi d’acqua vengono barattati per produrre del mangime per animali.

La disamina del WWF, pur essendo condivisibile, non mi sembra che colga il nocciolo del problema. Se non si ha il coraggio di analizzare in profondità le motivazioni di un tale scempio, si rimane ancorati ad una sensibilizzazione di maniera che convoglia le proteste in un vicolo cieco. Le diverse lotte ambientaliste che si alternano dagli anni ottanta non hanno modificato più di tanto l’indirizzo della società. Se si vuole capire il perché della “stagnazione della causa ambientalista” lo si può trovare nella collusione dei suoi dirigenti con il mondo economico finanziario. I membri direttivi del WWF sono stati implicati in grandi disastri ambientali. Ad esempio Luc Hoffmann, attuale vicepresidente emerito del WWF internazionale, nel 1970, era il proprietario dell’Icmesa di Seveso, quell’industria chimica che in seguito ad una esplosione rilasciò nell’ambiente una grande quantità di diossina.

Al momento  le associazioni ambientaliste che vanno per la maggiore stanno coprendo l’inquinamento ambientale più pericoloso, le scie chimiche, che sta modificando il pianeta attraverso operazioni di aerosol  che rilasciano nell’ambiente metalli pesanti e polimeri biocompatibili. Legambiente, il WWF e Green Peace  lanciano il grido di allarme sul riscaldamento globale dovuto all’ anidride carbonica e invece  preferiscono tacere sulla geoingegneria clandestina. Che sia una manovra diversiva? Bah! Visti i messaggi nascosti che lanciano nelle loro campagne, come riportato dal blog  Altrainformazione ( http://www.altrainformazione.it/wp/2010/10/06/wwf-una-storia-poco-nobile/ ), viene da  pensare che i gruppi dirigenziali, in barba ai buoni propositi degli iscritti, non lavorano per il bene comune.

Anche se è tutto collegato torniamo ad occuparci nello specifico del problema della deforestazione. La quasi totalità delle piantagioni di soia del continente americano sono ogm e gestite dalle multinazionali agrochimiche che si adoperano per non avere contrasti da parte della politica. Così, distruggendo le risorse del mondo, la Monsanto e sorelle  “creano” nuovi luoghi dove poter impiantare delle monocolture ogm.  Ciò si incastra perfettamente con gli interessi finanziari delle multinazionali del fast food, come Mc Donald’s, desiderose di trovare mangime a basso costo per alimentare quel bestiame che verrà trasformato in puzzolenti hamburger, ma soprattutto è in accordo con quell’idea di controllare l’umanità attraverso un cibo devitalizzato, che abbassa le nostre difese immunitarie e ci rende dipendenti dalle multinazionali farmaceutiche .



Così il primo livello di assoggettamento è servito. Non mi sembra che i membri direttivi delle associazioni ambientaliste più famose si adoperino per interrompere neanche il primo grado di quel circolo vizioso,  imposto  dalle multinazionali, che sta distruggendo il pianeta. Ci vogliono ben altre forze per liberare la terra da questi predatori. Le dobbiamo trovare dentro di noi.

Geoingegneria e manipolazione climatica: chi controlla il tempo che fa?

Che il clima stia cambiando sotto ai nostri occhi è ormai accettato da tutti, ma siamo solo noi gli artefici di questo cambiamento?
Geoingegneria Di Andrea Degl'Innocenti
Estati torride di terra secca e assetata, primavere scosse da nubifragi e alluvioni. Che il clima stia cambiando sotto ai nostri occhi è ormai accettato da tutti. Il dibattito si è spostato su altri aspetti della questione: il cambiamento è solo frutto del nostro stile di vita, conseguenza inevitabile dell'inquinamento atmosferico? Oppure esistono altri fattori, che non siamo in grado di controllare? Quanto influiscono sul meteo i sempre più numerosi esperimenti di manipolazione climatica? E a che scopo vengono effettuati? Per combattere il surriscaldamento globale oppure per accelerarlo?
La questione, in rete, è annosa e rischia di dividere in categorie contrapposte chi invece sta dalla stessa parte. Da un lato gli ambientalisti, concentrati sulla lotta all'inquinamento, sulla riduzione delle emissioni nocive, sul cambiamento degli stili di vita; dall'altro i cosiddetti “complottisti”, convinti invece che ogni azione intrapresa in tal senso sia destinata a fallire miseramente, non andando a colpire i veri artefici del crimine climatico.
Comunque la si voglia mettere, entrambi i ragionamenti partono da presupposti solidi. 1. È dimostrato scientificamente che l'inquinamento causato dalla produzione industriale e dai nostri stili di vita ha un impatto determinante nei cambiamenti del clima; 2. Esistono numerosi esperimenti che studiano come modificare artificiosamente il clima, causare pioggia o siccità, innescare tornado e nubifragi.
Di seguito ci avventureremo sul terreno accidentato della manipolazione climatica, partendo dai fatti più evidenti per spingerci oltre, a gettare uno sguardo su alcune teorie più articolate, difficili da dimostrare ma non per questo meno degne di essere approfondite o prese in considerazione. Partendo dal presupposto che non esiste alcun conflitto ex ante fra chi predica un passaggio a stili di vita più sostenibili e chi vuole indagare i tentativi di condizionare la vita sul pianeta.
Qualche tempo fa il prestigioso quotidiano britannico The Guardian pubblicava sul proprio sito internet la mappa qui sotto.

La mappa mondiale della geoingegneria realizzata da ETC Group
Si tratta di una mappa mondiale della geoingegneria prodotta dall'ETC Group, un'organizzazione internazionale che si batte per l'ambiente, la sostenibilità e i diritti umani. La geoingegneria consiste appunto nell'applicazione di tecniche artificiali di intervento umano sull'ambiente fisico, dall'atmosfera, agli oceani, alla biosfera, crisosfera, idrosfera, litosfera.
Allegato alla mappa vi è un interessantissimo documento che elenca - suddividendoli geograficamente paese per paese e nominando le istituzioni, gli enti e le multinazionali coinvolte - tutti gli esperimenti sul clima effettuati nel corso degli anni. Secondo tale dossier i primi esperimenti si sono svolti sul finire degli anni Quaranta in Honduras ad opera della United Fruit Company, oggi Chiquita, che ai tempi esercitava un potere enorme su una larga fetta dell'America del Sud.
Il documento si compone in tutto di 115 pagine piene di dati certificati che attestano un proliferare di esperimenti su come modificare il clima terrestre, per vari scopi. I più frequenti sono quelli riguardanti l'aumento o la diminuzione delle piogge; solo l'Italia ne conte ben sette differenti, dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Gli ultimi sono quelli del progetto Climagri, all'interno del quale sono stati realizzati test di riduzione della pioggia.
Il documento dimostra in maniera inequivocabile che sono in corso, da ormai più di sessant'anni, studi ed esperimenti su come manipolare il clima terrestre, condotti dai governi di tutto il mondo con il contributo di imprese private, istituti, multinazionali. Fin qui parliamo di dati di fatto incontestabili. Ci sono invece alcune domande a cui non è possibile rispondere in maniera altrettanto lineare: quali capacità di manipolazione climatica sono state raggiunte negli anni attraverso lo sviluppo della tecnica? Quanto questi esperimenti influiscono sui cambiamenti climatici? Con quali scopi vengono effettuati?
Il perché non sia possibile fornire risposte certe lo si intuisce: mancanza di documentazioni, reticenza da parte dei media e della classe politica ad affrontare apertamente queste tematiche, oscurantismo e tentativi di nascondere i veri scopi delle operazioni in questione. Ciò che possiamo fare è presentare le varie teorie, vagliare le ipotesi ed usare il buon senso per provare a rispondere – ovviamente non in via definitiva – ai tanti interrogativi che ci affollano la mente quando ci addentriamo in questioni così delicate.
LO SVILUPPO DELLA TECNICA
Partiamo con lo stato dell'arte. Secondo la scienza e la ricerca ufficiali la capacità umana di influire sul clima è minima. D'altra parte è ipotizzabile che molti esperimenti sul clima si svolgano all'interno di operazioni segrete finanziate dai governi e gestite dai servizi d'intelligence; che dunque i loro risultati non vengano divulgati pubblicamente né acquisiti all'interno del sapere scientifico condiviso. Alcuni dati sembrano dimostrare che la capacità di manipolazione climatica va molto oltre la posizione ufficiale della comunità scientifica.
Un recente articolo del Daily Mail riporta che un'equipe di scienziati assoldati segretamente dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan, sono stati in grado di generare 50 potenti temporali ad Abu Dhabi. Già nell'aprile 2007 il governo cinese annunciava fiero di aver provocato la prima nevicata artificiale sulla città di Nagqu. È dimostrato che si possono generare artificialmente tornado anche di grandi dimensioni, di cui si sta persino provando a trarre energia pulita.
D'altronde basta tornare con la mente agli esperimenti del prof. Pier Luigi Ighina per rendersi conto che condizionare il meteo non è cosa poi così fantascientifica. Davanti alle telecamere di Report, in una puntata di qualche anno fa, lo scienziato scomparso nel 2004, collaboratore in gioventù di Guglielmo Marconi, mostrava come addensare o disperdere le nuvole tramite uno strumento da lui realizzato: un'elica coperta di polvere di alluminio che a seconda del senso di rotazione si caricava positivamente o negativamente ed aveva effetti opposti sulle nubi, ora attirandole, ora respingendole.


Ighina, le cui teorie non sono mai state riconosciute dalla comunità scientifica, sosteneva anche di aver inventato un macchinario capace evitare i terremoti: una sorta di grande valvola attraverso la quale trova sfogo l'energia racchiusa nel sottosuolo. In fatto di condizionamento atmosferico Ighina non è certo l'unico esempio di scienziato fuori dal coro. Ancor prima di lui furono in molti a studiare i comportamenti dell'energia e della sua trasmissione. Nikola Tesla, nell'ultimo periodo della sua vita, stava lavorando ad un metodo di trasmissione dell'energia senza fili detto teleforce, ribattezzato dai media statunitensi “raggio della pace” o “raggio della morte” per via delle sue potenzialità distruttrici. Alla sua morte molti dei documenti dello scienziato furono sequestrati dalle autorità governative statunitensi e bollate come top secret.
Riprendendo gli studi di Tesla, negli anni Ottanta il fisico texano Bernard J. Eastlund, del MIT di Boston, registrò una serie di brevetti, di cui il primo chiamato “Metodo ed attrezzatura per modificare una regione dell’atmosfera, magnetosfera e ionosfera terrestre”. I suoi brevetti furono in seguito segretati e infine utilizzati per lo sviluppo del laboratorio Haarp, High Frequency Active Auroral Research Program, che ha lo scopo dichiarato di studiare l'effetto delle onde elettromagnetiche sulle comunicazioni, ma che secondo alcune teorie viene utilizzato per intervenire artificialmente sul clima.
Così un rapporto della Duma, il parlamento russo: “Sotto il programma HAARP, gli Stati Uniti stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza. Il significato di questo salto è comparabile al passaggio dall’arma bianca alle armi da fuoco, o dalle armi convenzionali a quelle nucleari”.
QUALE INCIDENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI?
Scie chimiche
C'è chi sostiene che sostanze in grado di modificare il clima vengano già comunemente immesse nell'atmosfera sotto forma di scie chimiche.
È verosimile che lo sviluppo della tecnica sia giunto al punto di poter condizionare in maniera sensibile il clima. Resta da rispondere alle altre domande. Innanzitutto, queste eventuali tecniche vengono utilizzate? E a quali scopi? La risposta a queste domanda è oltremodo complessa. Navigando in rete è facile imbattersi in teorie che vedono la mano dell'uomo dietro a qualsiasi evento climatico estremo occorso negli ultimi anni. Tali teorie, per quanto affascinanti, sono spesso prive di prove concrete e arrivano a negare l'eventualità (evidente) che una catastrofe possa essere anche generata da cause naturali.
D'altra parte esistono trattati e documenti che dimostrano che sono in atto tentativi, più o meno concreti, di intervenire sul clima. Nel gennaio 2002 Italia e Stati Uniti firmarono un accordo chiamato “Cooperazione Italia-Usa su scienza e tecnologia dei cambiamenti climatici”. Il progetto aveva l'obiettivo dichiarato di sviluppare tecnologie per le energie rinnovabili, ma all'interno del rapporto si leggeva che fra gli scopi vi era la “esecuzione di attività di ricerca eco-fisiologica su diversi siti sperimentali italiani dove vengono modificate artificialmente le condizioni ambientali a cui è esposta la vegetazione” e la “progettazione di tecnologie per la manipolazione delle condizioni ambientali con particolare riferimento al controllo della temperatura e della concentrazione atmosferica di CO2”.
Più recentemente due ingegneri dell'Università di Harvard hanno annunciato l'intenzione di immettere solfati nell'atmosfera attraverso dei palloni aerostatici: una sorta di spray che sarebbe in grado di riflettere parte dei raggi solari, diminuendo così la temperatura del pianeta. L'esperimento si svolgerebbe per adesso soltanto su aree ristrette, ma i due non negano l'ipotesi di un futuro uso più esteso del metodo.
D'altronde c'è chi sostiene che sostanze in grado di modificare il clima vengano già comunemente immesse nell'atmosfera. Secondo una teoria molto diffusa in rete, miliardi di nanoparticelle verrebbero quotidianamente diffuse attraverso le cosiddette scie chimiche, scie di pulviscoli bianche e persistenti rilasciate in cielo da aerei non segnalati. Senza addentrarci nei dettagli della teoria, facilmente rintracciabile sul web, è curioso notare che una recente scoperta proveniente ancora da Harvard sembrerebbe confermare alcune intuizioni dei teorici delle chemtrails.
Secondo l'articolo del Daily Mail, che riporta i risultati dello studio, l'atmosfera sarebbe cosparsa in quantità diversa di “particelle atmosferiche della dimensione di una frazione di capello umano [che] potrebbero influire sul cambiamento climatico”. L'articolo non spiega da dove provengano tali particelle: potrebbero ad esempio essere frutto delle combustioni prodotte da inceneritori, automobili, ecc. D'altronde non si può escludere l'eventualità che siano state rilasciate appositamente nell'atmosfera per manipolare artificialmente il clima.
A QUALE SCOPO?
Sui motivi che spingono fondazioni, multinazionali, governi ad investire nella ricerca sulla manipolazione del clima il web è prodigo di spiegazioni, ma avaro di dati certi e credibili. La versione ufficiale fornita dagli enti coinvolti vuole, quasi in tutti i casi, che le ricerche sul clima siano effettuate per combattere il surriscaldamento globale o studiare i possibili scenari futuri.
Ma è pur vero che in passato esperimenti climatici sono stati effettuati per ben altri scopi. Bellici ad esempio. Alcuni documenti dei servizi segreti ormai desecretati testimoniano come negli anni della guerra in Vietnam gli Stati Uniti, nella cosiddetta Operazione Popeye, tentarono di prolungare la stagione monsonica sul Laos caricando le nuvole di ioduro d'argento.
Potrebbero poi sussistere motivazioni economiche. Sebbene si opponga ad ogni teoria cospirazionistica, Naomi Klein nel suo Shock Economy descrive minuziosamente come le multinazionali più potenti del pianeta traggano profitti enormi dai cataclismi ambientali, dai disastri, persino dal surriscaldamento globale. “Date le temperature bollenti, sia climatiche sia politiche, – scrive la giornalista canadese – i futuri disastri non avranno bisogno di cospirazioni segrete. Tutto lascia pensare che, se le cose restano come sono ora, i disastri continueranno a presentarsi con intensità sempre più feroce. La generazione dei disastri, dunque, può essere lasciata alla mano invisibile del mercato. Questa è un'area in cui il mercato funziona davvero”.
Esiste un'altra infinità di teorie, più o meno originali e fantasiose, sui motivi che stanno alla base della manipolazione climatica. Ciò che è importante ricordare è che seppure tali esperimenti fossero condotti in buona fede con lo scopo di limitare i mutamenti climatici, mettere le mani sul clima è di per sé un gioco rischioso e dalle conseguenze imprevedibili. Come avverte uno studio condotto da un team di scienziati di varie nazioni e riportato sul sito della European Geosciences Union, “una soluzione geoingegneristica ai cambiamenti climatici potrebbe causare una notevole riduzione delle piogge e avere effetti indesiderati per la Terra ed il genere umano”.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/clima/geoingegneria_manipolazione_climatica.html

Gli effetti della grande siccità

 Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/gli-effetti-della-grande-siccita/
Notizie dagli Stati Uniti riguardo la siccità che ultimamente sta affliggendo tanti paesi.
La zona del Midwest è stata la più colpita con la siccità più dura da 50 anni.
La produzione di cereali del Midwest nel 2012 è destinata a calare del 17% e i prezzi di mais, soia e grano cominciano a “lievitare”.
Come conseguenza della grande siccità vi sono raccolti abbastanza scarsi e terreni abbandonati.
Le alte temperature estive hanno reso i terreni aridi e in molti hanno abbandonato le fattorie.
Gli USA sono tra primi esportatori mondiali di cereali e il primo fornitore di mais e grano con oltre il 50% delle esportazioni globali: molte nazioni dipendono dal grano degli Stati Uniti.
Secondo molti studiosi ed analisti, se molte situazioni come questa perdurano vi è il rischio per il futuro del verificarsi di guerre per la fame e rivolte nei paesi più poveri.
Gli effetti del riscaldamento globale “si fanno sentire” e non ci sono solo i ghiacciai e la Groenlandia che ”si sciolgono” ma anche altre conseguenze come vediamo.
Anche in Italia le coltivazioni “estive” dei pomodori sono “stressate” dalla grande siccità come lo sono anche le coltivazioni di uva e si parla già di milioni di euro di danni per raccolti scarsi e al di sotto della normalità.
Anche gli allevamenti di suini, bovini e pollame sono colpiti dalla grande siccità e diminuiscono la produzione ordinaria: per esempio in queste condizioni le mucche producono meno latte.
Quindi la grande siccità ha effetti devastanti sulle economie già “provate” dalla crisi economica.