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Chi era Hugo Chavez



Di Andrea De Luca
http://andreainforma.blogspot.it

Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, operato nei mesi scorsi di cancro, è morto a Caracas. Lo ha annunciato in tv il vice presidente e suo delfino designato, Nicolas Maduro. I funerali di Chavez si svolgeranno venerdì 8 marzo.

Chavez è stato presidente del Venezuela dal 1999 alla morte. Promosse la sua visione di socialismo nazionale, integrazione dell'America Latina e anti-imperialismo. Fu inoltre un acceso critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense. Chávez fondò il Movimento Quinta Repubblica dopo aver organizzato, nel 1992, un fallito colpo di Stato contro l'allora presidente Carlos Andrés Pérez. Chávez fu eletto presidente nel 1998 grazie alle sue promesse di aiuto per la maggioranza povera della popolazione del Venezuela e fu rieletto nel 2000, nel 2006 e nel 2012. In patria Chávez ha lanciato le Missioni Bolivariane, i cui obiettivi sono quelli di combattere le malattie, l'analfabetismo, la malnutrizione, la povertà e gli altri mali sociali. In politica estera si è mosso contro il Washington consensus sostenendo modelli di sviluppo economico alternativi, richiedendo la cooperazione dei paesi più poveri del mondo, specialmente di quelli sudamericani. I suoi critici gli rimproveravano di essere stato un populista autoritario e l'amicizia con alcuni stati non democratici, come Cuba, e con Stati le cui modalità di governo, pur formalmente democratiche, sono criticate dall'Occidente, come la Libia nel periodo di Mu'ammar Gheddafi e l'Iran, mentre i suoi sostenitori lo consideravano un rivoluzionario socialista impegnato per la giustizia sociale.

Per approfondire: Hugo Chavez (da Wikipedia)

Fonte:http://andreainforma.blogspot.it/2013/03/chi-era-hugo-chavez.html

Gli stipendi italiani sono tra i più bassi d'Europa



Secondo un report dell'Istat, ad ottobre 2010, la retribuzione oraria lorda di un lavoratore dipendente del Belpaese, espressa in termini nominali (senza tener conto del potere di acquisto), è inferiore di circa il 14,6% a confronto con quella della Germania, del 13% nel paragone con il Regno Unito e dell'11% con la Francia! Insomma siamo sì in Europa ma con gli stipendi più bassi piazzandoci  al 12° posto nella classifica "salari" della Ue ben al di sotto della media della zona euro! Nel particolare in Italia la retribuzione oraria lorda si attesta intorno a 14,5 euro. Più in generale nella graduatoria europea, i valori più elevati si registrano in Danimarca (27,09 euro), Irlanda (22,23 euro) e Lussemburgo (21,95 euro), quelli più bassi in Bulgaria (2,04 euro), Romania (2,67 euro), Lettonia e Lituania (rispettivamente 3,78 euro e 3,44 euro). Quanto al rapporto, pubblicato dall'Istituto di statistica all'inizio della settimana, si tratta di una rilevazione quadriennale sulla struttura delle retribuzioni, armonizzata a livello europeo. L'indagine analizza il mese di ottobre perchè sono limitati gli effetti della stagionalità e la presenza di giorni festivi. Dalla rilevazione, viene sottolineato, sono escluse oltre alle attività del settore agricolo, quelle della pubblica amministrazione in senso stretto (amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria). Inoltre, spiega l'Istat, «nei confronti internazionali, al fine di tenere in considerazione le differenze della durata del lavoro e dei sistemi nazionali di welfare, è utilizzato generalmente l'indicatore della retribuzione lorda oraria». Il risultato sono, viene evidenziato, «dati armonizzati a livello europeo» che «permettono il monitoraggio, a cadenza quadriennale, dell'andamento del mercato del lavoro e delle retribuzioni nei diversi Paesi, fornendo rilevanti informazioni per l'orientamento delle politiche del lavoro e la valutazione del grado di competitività delle economie nazionali». Il 65% delle famiglie italiane valuta che il proprio reddito è inferiore al necessario ed è aumentata la quota di coloro che hanno un reddito insufficiente a coprire i consumi. E' l'allarme di Bankitalia in due studi in cui avverte che in crisi sono soprattutto giovani e affittuari. Nel complesso dagli studi emergono chiari segnali di difficoltà delle famiglie nel riuscire a risparmiare la quantità di risorse desiderata: la quota di quelle che ritengono di avere effettive possibilità di risparmio si è collocata su livelli storicamente bassi, intorno al 30% dalla metà dello scorso decennio (contro il 50% degli inizi degli anni '90). E l'incremento più diffuso di coloro che nel 2010 hanno segnalato un reddito inferiore a quanto ritenuto necessario si è verificata tra i nuclei che vivono in affitto, in cui il capo-famiglia è operaio oppure disoccupato, pensionato, impiegato a tempo parziale. Alcune famiglie, rileva Bankitalia, hanno risentito della crisi più di altre: in particolare, per i nuclei a basso reddito, per quelli giovani e per gli affittuari quasi tutti gli indicatori esaminati hanno registrato un peggioramento. E la propensione al risparmio è ulteriormente diminuita dopo il 2008 ed è aumentata la quota di famiglie con reddito insufficiente a coprire i consumi, in particolare per le famiglie a basso reddito: la metà dei nuclei appartenenti a questa classe ha entrate insufficienti a ripagare i consumi. L'aumento degli squilibri, osservano ancora gli economisti della Banca d'Italia, è messo in luce anche dall'incremento della concentrazione della ricchezza: tra il 2008 e il 2010 la quota di ricchezza netta posseduta dai tre quartili di reddito più bassi è diminuita a vantaggio della classe più elevata. L'esigua frazione di ricchezza detenuta dai nuclei giovani si è ridotta ulteriormente. Se si considera una misurazione della povertà, che oltre al reddito, prenda in considerazione anche la ricchezza, emerge un peggioramento di tali indicatori fra il 2008 e il 2010, in misura particolarmente accentuata tra giovani e affittuari. Nel 2010 le famiglie povere di reddito e ricchezza al netto della casa di residenza erano l'8,8%, in lieve aumento rispetto al 2008. Tra quelle giovani invece l'incidenza della povertà è aumentata di quasi tre punti fino a raggiungere il 15,2%. Per gli affittuari la percentuale è ancora maggiore, pari al 26,1%, in aumento di 3,5 punti tra le ultime due rilevazioni.

Fonte:http://freeskipper.blogspot.it/2013/03/in-italia-gli-stipendi-piu-bassi-deuropa.html

Migliori università al mondo: italiane fuori dalla top 200

Il Beckman institute dell'ateneo californiano CalTech.
Il Beckman institute dell'ateneo californiano CalTech.

Fonte:Wall Street Italia

Gli atenei universitari italiani restano fuori dalla classifica dei 200 piu' rispettati al mondo, mentre nella classifica stilata da Times utilizzando i dati Thomson Reuters in cima al podio si piazza anche quest'anno il California Institute of Technology.

I brand piu' noti hanno resistito all'assalto del gruppetto di inseguitori. Al secondo e terzo per reputazione ci sono Oxford e Stanford, che hanno scalzato Harvard, quarta. A ruota segue il Massachussets Institute of Technology (MIT di Boston), che ha superato Princeton e Cambridge, scese di un gradino e "relegate" al sesto e settimo posto.

Nella classifica di quest'anno, che anticipa il lancio ufficiale alla conferenza Going Global del British Council che si terra' a Dubai, gli atenei italiani sono molto indietro. Nella fascia 251-275 si trovano l'Universita' di Milano, la Milano Bicocca e Trieste. Piu' indietro Bologna, Trento e Torino, piazzatesi tra il 276esimo e il 300esimo posto.

Anche nel Times Higher Education World Reputation Rankings del 2012 nessuna universita' italiana era riuscita a entrare nella top 200. Al suo terzo anno, la graduatoria si basa su un'indagine a invito che coinvolge migliaia di ricercatori di tutto il globo, offrendo una visione d'insieme senza eguali nel mondo accademico.

"Almeno 50 mila accademici - ha spiegato Phil Baty, driettore delle graduatorie Times Higher Education - hanno fornito la loro visione interna su tre cicli annuali di indagine".

http://www.wallstreetitalia.com/article/1515720/istruzione/migliori-universita-al-mondo-italiane-fuori-dalla-top-200.aspx

Un incendio distrugge la Città della scienza

Ansa

Di Andrea De Luca

Ieri, in tarda serata, è scoppiato un gravissimo incendio alla Città della scienza di Napoli. Le fiamme hanno provocato danni ingentissimi alla struttura: restano solo i muri perimetrali mentre l'interno dei padiglioni è devastato. L'incendio fortunatamente non ha causato feriti in quanto il lunedì è giorno di chiusura settimanale. All'esterno della struttura tra i dipendenti si sottolinea come sia molto improbabile che un incendio del genere possa essersi sviluppato per cause accidentali. Per questo, non si esclude una pista dolosa che deve però ancora trovare conferma. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha dichiarato: "Mi sembra che dietro le fiamme ci sia una mano criminale. Ora dobbiamo affidarci completamente alla magistratura per indagini il più approfondite possibili".



Link: Città della scienza

Fonte:http://andreainforma.blogspot.it/2013/03/un-incendio-distrugge-la-citta-della.html

L’Italia è in bancarotta



Di Paolo Cardenà

L’anno scorso hanno chiuso i battenti quasi 380.000 mila imprese, oltre mille al giorno. Secondo quanto riportato di recente dalla CGIA di  Mestre, almeno un'impresa su due, delle piccole e medie imprese rimaste, pagano a rate i propri collaboratori, o si indebitano per poterlo fare. Stanno  anche accumulando debiti tributari crescenti, o ricorrono al credito esterno per poter sostenere il carico fiscale. La pressione fiscale,  per le imprese, è del 75% o forse più. Mentre il livello in rapporto al Pil ha superato la soglia del 44%.

Dall’inizio della crisi, i titoli di credito (assegni bancari o postali, cambiali, tratte ecc. ecc.) che alla scadenza non hanno trovato copertura sono cresciuti quasi del 13%.

Sempre secondo quanto ci riferisce l'Associazione di Mestre, le sofferenze bancarie in capo alle aziende hanno subito un incremento del 165%.


A proposito di banche, abbiamo la banca più antica del mondo, il Monte Paschi, che è in bancarotta e negli ultimi quattro anni sono stati necessari ben due interventi statali  per rianimarla e prolungarne l’agonia: il primo con i Tremonti Bond, il secondo con Monti Bond. Costo complessivo dell'operazione, oltre 4 miliardi di euro, pari all'intero gettito IMU sulla prima casa.  Sarebbe curioso indagare approfonditamente anche sugli altri gruppi bancari, al fine di capire l’esatto stato di solvibilità e l’utilizzo che è stato fatto della montagna di derivati che hanno in pancia.  Che siano stati utilizzati anche  per abbellire i conti? Non lo sappiamo, ma se è vero che pensare male si commette peccato, è anche vero che talvolta ci si azzecca.


Pochi giorni fa, è emerso che nei bilanci dell'Inps  c’è un buco di oltre 10 miliardi di euro, e sempre lo stesso ente, in base ai dati del 2011, fa sapere che in Italia le prestazioni pensionistiche inferiori ai 1000 euro, sono  il 77% del totale, e oltre  2,4 milioni di pensionati, invece, ricevono un assegno inferiore a 500 euro mensili. Somme che, vista l'esiguità e il crescente costo della vita, condannano  i percettori   a vivere in condizioni di crescente  indigenza e ovvia difficoltà, soprattutto in età avanzata. 

I disoccupati sfiorano i 3 milioni.  Il tasso disoccupazione   è intorno al 12%, mentre quella giovanile è prossima al 40%, con picchi vicini al 50% al sud. Fuori del perimetro dei dati appena enunciati, c’e un numero considerevole di cassaintegrati in forza ad aziende che non avranno mai la possibilità di riprendersi da questa crisi, e presto diverranno disoccupati in pianta stabile proiettando il tasso di disoccupazione ben oltre il 15%. 
A dimostrazione di quanto appena affermato a proposito  del crescente stato di povertà, proprio pochi giorni fa, il sito Zerohedge, ha diffuso un'analisi secondo la quale il tasso di rischio di povertà italiano ha superato quello della Spagna. Non solo, ma in un'altra analisi diffusa dallo stesso sito, emerge che il tasso di disoccupazione giovanile ha superato quello del Portogallo attestandosi oltre il 38%, un livello analogo a quello della Grecia di  appena 2 anni fa.


Nell’ultimo anno, nonostante la spremitura di tasse operata dal Governo Monti con il sostegno congiunto  del Pd e del Pdl, il debito pubblico è aumentato di oltre 80 miliardi di euro superando la barriera dei 2000 miliardi, attestandosi a quasi il 128% del PIL.  Ormai si viaggia speditamente verso i parametri greci.

Nello stesso periodo il PIL è crollato del 2,4%, e se dovessimo allungare l’orizzonte ai 5 anni precedenti, osserveremmo che la crescita nazionale si è contratta di oltre il 7% dall’inizio della crisi.

La  produzione industriale è crollata a livelli che non si vedevano da decenni, così come sono crollati consumi precipitati sotto i livelli del 2001. Un numero considerevole di famiglie confermano che possono arrivare a fine mese solo intaccando i risparmi accumulati in una vita, o dalle generazioni passate.


Un numero sempre più significativo di comuni e regioni, sono in difficoltà finanziarie e sempre più prossimi alla bancarotta. 

Le pubbliche amministrazioni  statali devono alle imprese circa 70 miliardi di euro, che si sommano agli ulteriori  70 miliardi che devono pagare le autonomi locali, arrivando all'iperbolica cifra di 140 miliardi. Queste somme non rientrano nel perimetro del debito pubblico e, se così’ fosse, il rapporto debito/Pil schizzerebbe oltre il 140%; ammesso che ci siano investitori disponibili a comprare il debito pubblico per pagare i debiti delle Pa.


Le imprese italiane, negli ultimi sei anni, ossia dall'inizio della crisi, hanno perso oltre 500 miliardi di euro di fatturato. La cancelliera Angela Merkel, non più tardi di qualche settimana fa, ha affermato che con ogni probabilità, l'attuale crisi, si protrarrà per almenoaltro 5 anni. E arriviamo così  a undici anni di crisi. Ci dicono che dobbiamo lavorare oltre 40 anni, e ci può anche stare. Ma in queste condizioni significa trascorrere oltre un quarto della vita lavorativa e professionale in profonda crisi. E non è affatto escluso che quelle che verranno in seguito non siano ancor più frequenti o meno profonde di quella attuale.
Il rischio è quello di convivere con recessioni economiche per buona parte della carriera professionale. Questo, è semplicemente impossibile.

Paghiamo una novantina di miliardi all'anno per interessi sul debito pubblico, che si autoalimenta e cresce per inerzia. Questo, nella sua connotazione attuale, e in un simile ambiente, è semplicemente impagabile.


Siamo all'ingovernabilità totale e, con ogni probabilità, passeranno ancora lunghi mesi prima di poter avere un esecutivo capace di governare.  Per quanto qualificato possa essere, che un nuovo governo   possa invertire questa tendenza, è solo un pia illusione che può albergare nelle menti che pericolosamente rifuggono dalla realtà dei fatti. Il processo è inarrestabile, e tenderà ad accelerare con il trascorrere dei mesi. Se tutto ciò non fosse sufficiente, si potrebbe andare avanti ancora per ore. Ma non cambierebbe affatto il risultato.
Ormai il punto di non ritorno è stato superato, da un pezzo. L’Italia è fallita, fatevene una ragione. Se per crederci attendete  la conferma da parte del mondo politico, state pur certi che verrà annunciata solo dopo che vi avranno tolto tutto, anche la speranza.

Si sta cercando di mantenere l’apparente solvibilità dello  Stato e del sistema bancario,rendendo insolventi unnumero mostruosamente crescente di imprese e famiglieQuesto è solo un massacro alla devastazione che rischia di abbattere del tutto quel che rimane del sistema produttivo nazionale, compromettendo o rendendo più ardua  ogni possibilità di risalita. 
E' indispensabile  avere un piano B per garantirci, eventualmente, una via di fuga e uscire dai vincoli imposti da questa camera a gas chiamata eurozona. Occorre dichiarare il default e annunciare la ristrutturazione del debito tagliandone il capitale, gli interessi e riprogrammando le scadenze verso un sentiero più sostenibile. 

Questo evento, per quanto traumatico possa essere, nel comune interesse di tutti, se concertato anche con istituzioni sovranazionali e creditori,  limiterà gli effetti devastanti di un default incontrollato che non tarderà ad arrivare. Eviterà l'annientamento dell'apparato produttivo e del tessuto imprenditoriale, altrimenti perennemente al servizio del debito e di un apparato burocratico/amministrativo degno della peggiore Unione Sovietica, fino alla scomparsa.  L'alternativa a questo saranno scontri sociali, rivolte, scomparsa di buona parte del tessuto produttivo, svendita di interi settori industriali, perdita dei diritti acquisiti, compressione dello stato sociale, povertà diffusa e bancarotta. Quella vera intendo, quella imposta dalle regole del mercato selvaggio.


Fonte:http://www.vincitorievinti.com/2013/03/litalia-e-in-bancarotta.html

Serge Latouche: il profeta della decrescita contro il paradigma dell’ “Usa e getta”


latouche

Di Giovanni Balducci

Sono anni che Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, nonché antropologo, porta avanti la sua critica all’ideologia universalista ed utilitarista dell’Occidente, rivendicando la liberazione della società occidentale dalla dimensione universale economicista, predicando il nuovo verbo globale della decrescita.
Sia chiaro, niente a che fare con Monti ed il suo proverbiale rigore: il “Rigor Montis”, appunto. Latouche propone un’austerità intelligente, mettendo in evidenza come il modello economico dominante fino ad ora, quello della crescita infinita, vada assolutamente abbandonato, non foss’altro per la finitezza delle risorse naturali.
Al paradigma della crescita infinita, il pensatore francese contrappone un nuovo paradigma di benessere, più intelligente, più socialmente equo e più rispettoso dell’ambiente, sostenendo, altresì, che vivere con meno è facile. E persino divertente: «La prima cosa da far decrescere sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità» (1).

usa-e-getta

Nel suo ultimo pamphlet Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, edito in Italia per i tipi di Bollati Boringhieri (ed acquistabile dal prossimo 7 marzo), si scaglia contro la produzione di massa che – come sostiene – ha abbreviato drasticamente la durata delle merci e minaccia di coinvolgere gli stessi uomini nello stesso vortice di repentina quanto insensata liquidazione.
Fantascienza? Purtroppo no, se pensiamo che il noto Umberto Veronesi abbia sostenuto in un suo recente scritto che “dopo aver generato i ‘doverosi’ figli e averli allevati, il suo (dell’essere umano, nda) compito è finito: occupa spazio destinato ad altri, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o a sessant’anni sparissero” (2).



Insomma, Latouche pare non esser proprio una Cassandra: il “ciclo breve” sembra effettivamente non dare scampo né alle cose, né alle persone, avvolgendoci tutti sempre più in una spirale di iperproduzione e turboconsumo, frutto della logica perversa del consumismo e della razionalità strumentale.
Afferma Latouche che: «Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura…Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora…E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi» (3).
Nel corso delle 114 pagine che compongono il pamphlet, Latouche, dopo aver passato in rassegna gli antecedenti storici dell’«usa e getta», smascherandone l’ideologia sottesa, indica una via d’uscita: una prosperità frugale ma non pauperista che ci renda finalmente liberi dall’imperialismo delle merci, ed abbia come cardini la durevolezza, la riparabilità e il riciclaggio.

NOTE

(1) Dall’intervista a Serge Latouche, Osoppo, mercoledì 9 luglio 09, riportata dal “Messaggero Veneto”.
(2) Veronesi, La libertà della vita, Edizioni Cortina Raffaello, ISBN 8860300711, pag.39.
(3) Dall’articolo: “Latouche la felicità con meno” – di Paolo Rumiz – pubblicato sul quotidiano “Repubblica” il 24 febbraio 2008.

Fonte:http://www.centrostudilaruna.it/serge-latouche-il-profeta-della-decrescita-contro-il-paradigma-dell-usa-e-getta.html

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45155

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