Ecco come si finanzia il terrorismo islamista in Bangladesh

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Di Fabio Polese

“In passato i jihadisti arrivavano dalle scuole coraniche, ma ora non è più così”, spiega il reporter Ziaul Kabir, autore del libro Militancy & Media, un volume che analizza i link tra terrorismo e mezzi d’informazione.
Lo incontriamo nel centro di Dacca, nel giardino del National Press Club, l’associazione dove convergono i più importanti giornalisti del Paese. “Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento netto, i terroristi arrivano da famiglie ricche e non hanno nessun problema di soldi”. I profili dei jihadisti della strage del primo luglio scorso ne sono una conferma. Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon, gli autori materiali dell’assalto all’Holey Artisan Bakery a Gulshan, infatti, non sono cresciuti nelle madrase, ma hanno frequentato istituti rinomati e provengono tutti da famiglie benestanti.

Le radici della minaccia

Il Bangladesh, quasi 170 milioni di abitanti, è un Paese a stragrande maggioranza musulmana. L’islam è religione di Stato e più del 90 per cento della popolazione si riconosce nel Corano. In questo contesto, in gran parte caratterizzato da un islam tollerante e moderato, però, l’estremismo è in costante crescita. Le motivazioni sono principalmente due. La prima è intrecciata alla politica interna e collegata alla recente storia del Paese e, in particolare, alla guerra che nel 1971 ha portato all’indipendenza del Bangladesh. Non è un caso, infatti, che la situazione si è surriscaldata dopo la decisione di impiccare Motiur Rahman Nizami, leader di Jamaal e Islami – principale partito islamico che ha come obiettivo l’introduzione della sharia – condannato per crimini contro l’umanità durante il sanguinoso conflitto che, quarant’anni fa, ha portato alla divisione dal Pakistan.

La guerra tra Isis e Al Qaeda

La seconda, invece, riguarda una guerra in corso all’interno della galassia jihadista. Sia Al Qaeda che lo Stato Islamico sono interessati alla regione. Proprio in Asia il gruppo fondato da Osama Bin Laden ha puntato tutto: nel tentativo di contrastare la popolarità del Califfo, nel 2014 si è riorganizzata in tutti i paesi dell’area, Bangladesh compreso. La scelta, quasi obbligata, è arrivata a causa della diminuzione di influenza dell’organizzazione in Medio Oriente. Intanto, però, l’Isis non è rimasto a guardare. Forte della popolarità conquistata in questi anni, ha iniziato a fare proselitismo e ha rivendicato numerosi azioni terroristiche nel Paese. Rita Katz, direttrice di Site Institute, società statunitense che si occupa di monitorare le attività dei jihadisti online, aveva da tempo evidenziato come il Bangladesh si fosse trasformato in terreno di scontro tra lo Stato Islamico e i gruppi collegati ad Al Qaeda. Una “competizione” che ha portato ad aumentare di gran numero le azioni terroristiche nel territorio.

Affari e kalashnikov

I segnali d’allarme, dunque, c’erano. Ma, come spesso succede, sono stati sottovalutati. In meno di due anni gli estremisti islamici hanno rivendicato l’uccisione di quasi settanta persone. Il governo è rimasto a guardare. Fino allo scorso luglio, quando i terroristi, con l’attacco al ristorante nella zona delle ambasciate a Dacca, hanno fatto un notevole salto di qualità che, come ci spiega Abul Barkat, professore all’Università della capitale e massimo esperto di economia e di fondamentalismo in Bangladesh, “è stato costruito nel tempo, grazie alla capacità di infiltrarsi nel potere economico del Paese”. Secondo quanto ci dice Barkat, i fondamentalisti islamici negli ultimi quarant’anni hanno investito denaro in otto settori principali. “In particolare nel settore economico, in quello commerciale, nell’industria farmaceutica, nell’educazione, nel settore delle comunicazioni, in quello immobiliare, nei media e nelle Organizzazioni non governative (Ong)”. L’esperto lo spiega benissimo in una delle sue innumerevoli pubblicazioni: Political Economy of Religion-based Extremism in Bangladesh. Resoconto dettagliato, documentato e molto preoccupante delle infrastrutture organizzative ed economiche che in questi anni i jihadisti sono riusciti a costruire. Un vero e proprio impero che, secondo i calcoli fatti dal professore, solo nel 2015, avrebbe fatto guadagnare agli estremisti ben 370 milioni di dollari.

Terrore e strozzinaggio

“Le Organizzazioni non governative controllate dai fondamentalisti sono 231”, ci spiega lo studioso. Molte di queste ricevono anche fondi dall’estero, in particolare “dal Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti”. I soldi, spesso, finiscono nelle mani degli estremisti che li usano sia per finanziare la propaganda, sia per mettere a segno azioni terroristiche. Ma non è finita qui. Secondo quanto ci racconta Onita Sorkar, una giovane cristiana che incontriamo in un piccolo villaggio del sud-ovest del Paese, alcune di queste Ong islamiche offrirebbero soldi con interessi altissimi. La ragazza ci racconta che ha recentemente preso in prestito 40 mila taka, circa 480 euro. Dovrà ridarli settimanalmente entro un anno, con un tasso di interesse pari al 12 per cento. Molto più alto di quello di una banca.

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