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Chi è al-Salbi, il nuovo capo dell’Isis dopo al-Baghdadi: su di lui taglia da 5 milioni


Di Ida Artiaco

I servizi di intelligence dell'Occidente hanno identificato il nuovo leader dell'Isis, che si fa chiamare "Califfo Abu Ibrahim". Si tratta, secondo la stampa internazionale e in particolare il quotidiano inglese The Guardian, di Amir Mohammed Abdul Rahman al-Mawli al-Salbi, tra i fondatori del Califfato. Originario di Tal Afar, in Iraq, arriva da una famiglia di turkmeni e sulla sua testa pende già una taglia da 5 milioni di dollari spiccata dal Dipartimento di Stato americano. È lui ad aver preso in mano le redini dello Stato Islamico dopo l'uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi avvenuta lo scorso ottobre nel corso di un raid Usa nel nordovest della Siria. Secondo quanto ricostruito dagli esperti, al-Salbi ha guidato la campagna contro la minoranza yazidi e ha supervisionato le operazioni in tutto il mondo messe in atto dai seguaci del gruppo terroristico.

Il nome annunciato dal gruppo per il nuovo leader all'epoca fu di Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, un nome di battaglia non riconosciuto da altri leader o dalle agenzie d'intelligence. Ma nei tre mei dal raid che ha ucciso al Baghdadi, la figura di Al Salbi è stata tratteggiata dalle spie occidentali e locali, che lo hanno messo al centro del processo decisionale e lo dipingono come un veterano incallito proprio come il suo predecessore, dotato di una fiducia incrollabile nel gruppo estremista. Laureato in legge islamica all'università di Mosul, è fautore della linea dura ed è uno dei pochi non arabi della leadership dell'Isis.  Nel 2004 è stato imprigionato dalle forze Usa nel carcere di Camp Bucca nel sud dell'Iraq dove ha incontrato al Baghdadi. Si ritiene che abbia almeno un figlio.

FONTE: https://www.fanpage.it/esteri/chi-e-al-salbi-il-nuovo-capo-dellisis-dopo-al-baghdadi-su-di-lui-taglia-da-5-milioni/

Siria, ritrovato in un campo profughi il piccolo Alvin: il bambino di 11 anni era stato portato via dall’Italia dalla madre arruolata nell’Isis


Sta tornando in Italia Alvin, il bambino di 11 anni portato in Siria dalla madre, Valbona Berisha, che lasciò il marito e padre del bimbo a Barzago (Lecco) per arruolarsi nell’Isis, il 17 dicembre 2014. La donna si presume sia morta in un’esplosione mentre il ragazzino di origine albanese ma nato in Italia si trovava nel campo profughi di Al Hol, in Siria, e sarebbe ferito a una gamba: a ritrovarlo, nell'”area orfani” della tendopoli che ospita oltre 70mila persone, sono stati gli uomini dello Scip della polizia e del Ros dei carabinieri, dopo la denuncia del padre che in tutti questi anni non ha mai perso la speranza di riabbracciare suo figlio.
Alvin è stato prelevato dal campo con un’operazione non priva di rischi, che ha coinvolto anche la Croce Rossa e la Mezzaluna rossa, e trasferito fino a Damasco da dove poi ha raggiunto il confine con il Libano. Qui è stato preso in carica da un funzionario dello Scip che, insieme a uomini della Cri, del Ros e ad alcuni funzionari del governo albanese, lo ha condotto all’ambasciata italiana a Beirut dove si trova in attesa di partire con un volo per l’Italia. “Ricorda di avere avuto dei pregressi in Italia”, ha spiegato in un verbale di fine settembre, di fronte al gup di Milano Guido Salvini, un investigatore del Ros dei carabinieri raccontando passo passo le ricerche per ritrovare e riportare in Italia il bambino che nel 2014 venne portato in Siria dalla madre che voleva unirsi all’Isis. Una foto del piccolo, che veniva da personale della Croce Rossa, è stata mostrata al padre “che ha riconosciuto nel minore il figlio” che stava nel campo profughi siriano.
Valbona Berisha, albanese di 35 anni, il 17 dicembre 2014, sparì da Barzago, in provincia di Lecco, lasciando il marito Afrimm Berisha e portando con sé il suo terzogenito, il bimbo ritrovato che all’epoca aveva 6 anni. Il giudice Guido Salvini, nell’ambito del procedimento a carico della donna per terrorismo internazionale, sequestro di persona e sottrazione di minori, coordinato dal Ros e dal capo del pool antiterrorismo milanese Alberto Nobili e dal pm Alessandro Gobbis, aveva disposto le ricerche anche alla luce della disfatta del cosiddetto Stato islamico. In Italia dal 2000, con una famiglia ben integrata, “Bona”, soprannome della donna, casalinga, era diventata nel giro di poco tempo estremista islamica. Era fuggita abbandonando il marito muratore – che ne ha subito denunciato la scomparsa e che più volte è andato fino in Siria a cercare lei e il piccolo – e le altre due figlie, che avevano all’epoca 10 e 11 anni.
Stando alle indagini, la donna avrebbe avuto contatti con terroristi dell’Isis ad alti livelli e avrebbe raggiunto Al Bab, una località ad una quarantina di chilometri da Aleppo. Città che avrebbe raggiunto grazie all’aiuto di un foreign fighter anch’egli albanese, forse poi morto nel 2015, che avrebbe comprato il biglietto aereo per Berisha e per il figlio. Dei due, però, non si sono più avute notizie fino a quando della vicenda ne ha parlato un servizio giornalistico de “Le Iene” nelle scorse settimane. Il padre, infatti, aveva raggiunto il campo profughi in Siria e spiegava nel servizio di essere riuscito anche a parlare col figlio. “E’ vestita che sembra una Ninja“, diceva negli anni scorsi, riferendosi alla madre, il bimbo, come si legge negli atti dell’indagine. Stando alle indagini, poi, la donna avrebbe messo anche il figlio a disposizione della jihad, obbligandolo a frequentare un campo di addestramento per imparare “la lotta corpo a corpo e l’uso delle armi“. Oltre all’addestramento militare, la madre avrebbe addirittura cambiato nome al piccolo in “Yusuf” e lo avrebbe fatto anche circoncidere.
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Chi era Abu Bakr al Baghdadi



Nella notte tra sabato 26 e domenica 27 ottobre Abu Bakr al Baghdadi, capo dell’ISIS durante gli ultimi nove anni e terrorista più ricercato al mondo, è morto durante un’operazione militare statunitense nella provincia di Idlib, nel nordovest della Siria. Baghdadi aveva 48 anni. È morto facendosi esplodere alla fine di un tunnel senza uscita di un edificio isolato fuori dalla città di Barisha, uccidendo sé stesso e tre bambini, forse suoi figli. L’annuncio del successo dell’operazione è stato dato dal presidente statunitense Donald Trump durante una inusuale conferenza stampa tenuta domenica alla Casa Bianca.
Baghdadi è stato il capo dell’organizzazione terroristica più potente e ricca di sempre. Sotto la sua guida, l’ISIS ha messo in piedi una specie di vero stato – il Califfato Islamico – con le proprie istituzioni e finanziariamente autonomo, che ha governato un territorio grande come il Belgio e che ha compiuto diversi attentati terroristici anche in Occidente. Associated Press ha definito Baghdadi come «uno dei leader jihadisti più violentemente efficaci dei tempi moderni».
Baghdadi, il cui nome era Ibrahim Awwad Ibrahim al Badri, nacque il 28 luglio 1971 nella città irachena di Samarra. Crebbe in una famiglia musulmana sunnita molto religiosa che sosteneva di discendere direttamente dal profeta Maometto. I suoi conoscenti, ha scritto il Washington Post, lo ricordano come una persona timida, a cui piaceva il calcio ma preferiva trascorrere il suo tempo libero nella moschea locale. Per diversi anni Baghdadi condusse una vita tranquilla, studiando per diventare insegnante di legge islamica: si laureò all’Università di Baghdad nel 1996 e tre anni dopo conseguì un diploma post laurea in recitazione coranica.
Le cose cambiarono però nel 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq e la destituzione del regime di Saddam Hussein, quando Baghdadi si unì alla cosiddetta “insurgency”, una rivolta violenta e costante contro il nuovo governo iracheno sciita e contro i soldati americani presenti nel paese.
Nel 2004 fu catturato dagli americani nella città irachena di Falluja e fu trasferito nella prigione di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq, gestita dagli Stati Uniti. Lì conobbe diversi altri leader jihadisti, e dopo la morte del primo capo dell’ISIS, Abu Musab al Zarqawi, divenne vice del suo predecessore, Abu Omar al Baghdadi. Quando anche Abu Omar al Baghdadi morì, nel 2010, facendosi esplodere prima di essere catturato dagli americani, il nuovo leader dell’organizzazione divenne Abu Bakr al Baghdadi. Sotto la sua guida, l’ISIS (che prima si chiamava diversamente) si staccò definitivamente da al Qaida, cominciando a combatterla, e conquistò tutti i territori che sarebbero diventati parte del Califfato Islamico.
Baghdadi attirò per la prima volta le attenzioni della stampa internazionale nel 2014, quando dal pulpito della Grande moschea di al Nuri di Mosul, città irachena che era stata da poco conquistata dall’ISIS, esortò tutti i musulmani a seguirlo. Si presentò come un discendente diretto della tribù Quraysh del profeta Maometto, cosa che contribuì fin da subito ad alimentare l’idea di leader messianico che si era già sviluppata nei suoi confronti.
Baghdadi si trasformò presto nel terrorista più ricercato al mondo, conosciuto anche in Occidente per i video delle decapitazioni degli ostaggi occidentali e per i grandi attentati negli Stati Uniti e in Europa, come gli attacchi a Parigi del novembre 2015. Sotto la sua guida, l’ISIS fu responsabile delle violenze inflitte a milioni di siriani e iracheni sottoposti a un regime violentissimo e a un sistema basato su un’interpretazione dell’Islam estremamente rigida.
Il Washington Post ha scritto che Baghdadi era una «presenza oscura», che si faceva vedere poco in pubblico: nei nove anni in cui fu a capo dell’ISIS furono diffusi solo due video che lo mostravano fare discorsi ai suoi sostenitori – quello della moschea di Mosul e uno dello scorso aprile. Nonostante questo aspetto della sua leadership, nel corso degli anni Baghdadi riuscì a unire la sua visione estremista e molto ideologizzata dell’Islam a un «astuto pragmatismo» nella gestione delle dinamiche interne all’ISIS. Fece convivere jihadisti radicali, ex funzionari baathisti iracheni (cioè del partito Baath, che fu anche il partito di Saddam Hussein) e ufficiali militari all’interno di un’unica ed efficiente forza militare che nel corso di pochi mesi riuscì a conquistare un gran pezzo di Siria e di Iraq.
William McCants, esperto di Islam radicale, ha detto al Washington Post: «Era quello che costruiva ponti tra i foreign fighters (combattenti stranieri) e i locali iracheni. La sua abilità di muoversi tra queste due fazioni contribuì alla sua ascesa a Califfo e gli permise poi di stare al vertice» dell’organizzazione per molto tempo.
La morte di Baghdadi, hanno sottolineato diversi analisti, non significa la fine dell’ISIS. Già da tempo l’organizzazione guidata da Baghdadi aveva iniziato a riorganizzarsi, con lo scopo di sopravvivere alle numerose sconfitte militari subite in Siria e in Iraq e alla fine del Califfato Islamico. L’ISIS potrebbe inoltre sfruttare a proprio vantaggio quello che sta succedendo nel nordest della Siria, con gli scontri tra turchi e curdi che potrebbero portare alla liberazione di centinaia di miliziani trattenuti nelle prigioni curde. C’è anche da considerare che, essendo il terrorista più ricercato al mondo, Baghdadi aveva da diverso tempo libertà di movimento e capacità decisionale molto limitate.
Baghdadi non aveva designato pubblicamente un successore e non è chiaro cosa succederà ora, anche perché molti dei leader storici dell’ISIS sono stati uccisi.

L’Isis si allarga in Libia. Ecco tutte le zone a rischio


Di Mauro Indelicato

L’Isis torna a colpire in Libia ed è la seconda volta che lo fa da quando, dallo scorso 4 aprile, ha inizio l’operazione voluta dal generale Haftar per la presa di Tripoli. Il primo ha luogo il 9 aprile, quando i miliziani jihadisti attaccano la cittadina di Fuhaqa, all’interno della provincia di Jufra. Adesso è la volta di Sebha che, come osservato nella giornata di sabato, viene presa di mira dall’Isis che uccide anche nove soldati dell’esercito di Haftar. Un attacco in qualche modo collegabile forse anche al video di Al Baghdadi nei giorni scorsi, con il califfo leader dei terroristiche invita ad attaccare in Africa ed a fare del continente nero la nuova base dell’organizzazione jihadista. 
I due attentati sopra descritti, non sono gli unici degli ultimi mesi in Libia: quello più clamoroso, riconducibile all’Isis, si ha lo scorso 25 dicembre con l’azione terroristica che colpisce il ministero degli Esteri a Tripoli. Dopo l’eliminazione del califfato a Sirte nel 2016, la domanda adesso riguarda per l’appunto dove l’Isis è presente in Libia e dove i jihadisti appaiono attualmente più ramificati. 

L’Isis ramificato nel sud del Paese

Le bandiere nere del califfato fanno la loro comparsa in Libia nel 2015, quando gruppi locali islamisti sposano la causa dell’Isis e mettono piede a Sabratha, cittadina costiera a pochi chilometri ad ovest di Tripoli. Da qui parte la gran parte degli sbarchi diretti in Italia, i terroristi usano la tratta dei migranti per finanziare i propri propositi di morte. Viene creata una cabina di regia anti Isis che ha il compito di allontanare i miliziani da Sabratha e le bandiere nere, nel giro di pochi mesi, in questa parte della Tripolitania sembrano avere un ruolo ridimensionato. Ma poco dopo l’Isis ricompare a Sirte, città natale di Gheddafi, e qui prova ad instaurare un vero e proprio califfato. Per buona parte del 2016, i jihadisti controllano il territorio attorno la cittadina libica e minacciano di avanzare lungo la costa. I raid Usa dell’estate di quell’anno aiutano i miliziani di Misurata a riprendere la città.
Da quel momento, l’Isis si organizza a sud di Sirte. Qui i terroristi usano la natura desertica del territorio e la mancanza di uno Stato centrale in Libia per radicarsi e creare vere e proprie basi. Molti jihadisti in fuga da Siria ed Iraq arrivano proprio in questa parte del Sahara libico, qui si riorganizzano e creano i presupposti per continuare ad attaccare il Paese nordafricano. Pur non avendo più il controllo di un determinato territorio, l’Isis è un’autentica spina nel fianco sul fronte della sicurezza. Più volte arrivano a minacciare nuovamente Sirte, nei mesi scorsi le forze di protezione della cittadina costiera vengono messe in allarme per presunti movimenti sospetti nella periferia meridionale della città. 
Ma è ancora più a sud che l’Isis appare ramificato. In una vasta porzione di deserto che dalla provincia centrale di Jufra si dirada verso il Fezzan, i miliziani sembrano avere facilità di spostamento e riescono a rifornirsi di armi e munizioni. Ed è proprio da qui che partono probabilmente i gruppi che attaccano nei giorni scorsi la provincia di Jufra e la città di Sebha. Il caos attuale nel Paese e la battaglia a sud di Tripoli, potrebbe lasciare maggior spazio di manovra in questa parte del Paese all’Isis: un’eventualità che sarebbe molto grave sul fronte della sicurezza in Libia e non solo. 

L’Isis in Cirenaica

Ma membri dell’organizzazione terroristica di Al Baghdadi sono presenti anche nella regione controllata dal generale Khalifa Haftar. Seppur più braccati dall’esercito e meno ramificati, l’Isis comunque mantiene alcune pericolose cellule attive sia nella zona costiera della Cirenaica che nella parte interna. Del resto, tra il 2012 ed il 2014 il terrorismo islamista trova molto spazio nell’est della Libia, sfruttando il vuoto di potere post Gheddafi. Ma a radicarsi maggiormente sono in realtà organizzazioni legate ad Al Qaeda, quali tra tutte Ansar al-Sharia. Bengasi e Derna vengono occupate dai gruppi jihadisti, solo in seguito gli islamisti vengono sconfitti dalle avanzate dell’esercito del generale Haftar. Alcune cellule giurano poi fedeltà all’Isis, organizzandosi nelle periferie di alcune città costiere, a partire da Bengasi
Altri gruppi invece sotto le insegne del califfato si ramificano più a sud, nella provincia di Al Kufra. Lo dimostrano alcuni recenti attentati, a partire da quello dello scorso novembre nella cittadina di Tazirbu. Anche in questo caso appare molto difficile controllare i terroristi, sia per la natura del territorio che per la debolezza delle istituzioni locali. 

Miliziani attivi anche a Tripoli

Nella capitale poi, i gruppi fedeli all’Isis non sembrano essere radicati ma riescono comunque a portare a termine importanti attacchi, come quello sopra richiamato presso la sede del ministero degli Esteri. A Tripoli potrebbero, in particolare, operare cellule del califfato ramificate soprattutto nelle zone meridionali della Libia e che in città usufruirebbero poi di agganci e protezioni da parte di alcune milizie radicali. Non solo il ministero degli esteri, ma anche altre sedi importanti vengono raggiunte nei mesi scorsi dalla scure degli attentati dell’Isis: su tutte, quelle della Noc (la società petrolifera libica) e della commissione elettorale. 

In un video dell'Isis ricompare Al Baghdadi: 'Strage in Sri Lanka vendetta per la battaglia di Barghuz'



Di Salvatore Santoru

In un nuovo video dell'Isis è ricomparso Abu Bakr al-Baghdadi. In tale filmato, diffuso dai media di propaganda dell'autoproclamato Califfato e resi noti dal SITE come riporta il Fatto Quotidiano, al-Baghdadi ha commentato l'attuale situazione politica internazionale e le strategie che dovrebbero utilizzare i miliziani dell'organizzazione islamista radicale.

Inoltre, il capo dell'ISIS ha sostenuto che la recente strage in Sri Lanka sarebbe una risposta alla battaglia di Baghuz, dove i guerriglieri dell'autoproclamato Stato Islamico sono stati sconfitti dai curdi.

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In alto, un video di Channel 4 dedicato alla news.

TERRORISMO, strage in Sri Lanka fa 321 vittime. L'ISIS rivendica


Di Salvatore Santoru

Attacco terroristico in Sri Lanka.
Come riporta Sky Tg24, ci sarebbero stati almeno 321 morti ( tra cui 45 bambini, sostiene l'Unicef) e diversi feriti.

 Secondo il ministero della Difesa si tratterebbe di 'una rappresaglia per la strage di Christchurch' e, inoltre, l'ISIS ha recentemente rivendicato. 

NOTRE DAME, gruppo pro-ISIS minaccia di far saltare in aria il resto della cattedrale


Di Salvatore Santoru

Il gruppo legato all'ISIS 'Al-Muntasir' ha recentemente pubblicato un'immagine photoshoppata della cattedrale di Notre Dame. In essa, riporta l'Express(1), sono raffigurati dei campanili che bruciavano con l'avvertimento: "Aspetta il prossimo".

La pubblicazione è stata scoperta e resa nota dal SITE(2) e, solo pochi giorni fa, gli stessi militanti di Al-Muntasir avevano pubblicato una foto dell'incendio di Notre Dame con una didascalia che annunciava una buona giornata.

NOTE:

(1) https://www.express.co.uk/news/world/1115524/ISIS-latest-notre-dame-threat-france-news

(2) https://ent.siteintelgroup.com/Chatter/is-aligned-group-regards-notre-dame-cathedral-as-future-target.html

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Immagine da Twitter

Un canale Telegram pro-ISIS ha diffuso una guida su come comprare armi sul 'dark web', da usare per 'vendetta contro gli occidentali'


Di Salvatore Santoru

Un canale Telegram pro-ISIS ha diffuso una guida dedicata all'acquisto di armi da utilizzare per finalità terroristiche. Come riporta Barnini Chakraborty su Fox News(1), nella guida si  consiglia l'acquisto delle stesse armi sul dark web.
Più specificatamente, come reso noto dal MEMRI(2), si consiglia di acquistarle dal sito web LUCKP47 SHOP. Andando nei particolari e stando a quanto riportato nel libro 'Deep Web, il lato oscuro della rete' di Titta Trua(3), tale sito sarebbe quello di un'organizzazione paramilitare che si descrive come combattente contro il massacro della popolazione nella regione ucraina del Luhanska.
NOTE:

Si addestravano per attentati ispirati all’Isis, arrestati un palermitano e un marocchino

Si sono addestrati per mesi per compiere atti terroristici di sabotaggio, addestrandosi all’uso di armi e allenandosi per raggiungere una preparazione fisica e militare idonea a combattere a fianco dei miliziani dell’Isis in Siria. È una delle accuse che i pm di Palermo muovono a Giuseppe Frittitta, 25 anni, palermitano, e a Ossama Gafhir, marocchino, fermati per istigazione a commettere reati di terrorismo e autoaddestramento per compiere atti terroristici. Entrambi sono stati trovati in possesso di materiale inneggiante all’Isis.
Il materiale dell’Isis
Secondo i pm, il palermitano e il marocchino acquisivano materiale video con istruzioni per la partecipazione ai combattimenti, studiavano tecniche di guerriglia e scaricavano notizie sulle azioni kamikaze. Sarebbe stato il giovane marocchino, appena 18enne, a spingere progressivamente Frittitta, 25 anni, a forme estreme di radicalizzazione e a istigarlo ad addestrarsi per andare a combattere nei territori occupati dall’Isis a sostegno dei miliziani jihadisti.

Lo Stato islamico vira verso un califfato virtuale


Di Laura Cianciarelli

Con la caduta di Baghouz e la conseguente sconfitta dello Stato islamico come entità territoriale, l’Isis punta a rafforzare il califfato virtuale.
L’allarme era stato lanciato dal commissario europeo per l’unione della sicurezza, Julian King, già nel novembre scorso. King rilevava come  l’Isis, a dispetto delle perdite registrate su tutti i fronti, continuasse a promuovere la sua ideologia, diffondendo materiale propagandistico attraverso canali virtuali.
La realizzazione di un califfato virtuale starebbe richiedendo all’Isis un impegno importante in materia di cyber security, per consentire ai seguaci dell’organizzazione di operare sul web in maniera nascosta. In particolare, la priorità dei jihadisti sarebbe il criptaggio delle comunicazioni, in modo da evitarne la localizzazione durante il coordinamento delle attività e il reclutamento di nuovi combattenti.
Proprio in questa direzione starebbe lavorando l’Electronic Horizon Foundation (Ehf) – un help desk tecnologico lanciato nel gennaio 2016 – impegnato a diffondere gli ultimi aggiornamenti in materia di cyber security tra i sostenitori dell’organizzazione terroristica.

Electronic Horizon Foundation

Lanciato il 30 gennaio del 2016 da esperti di cyber security fedeli allo Stato islamico, l’help desk punta a “unificare gli sforzi tecnici e di sicurezza, serrando le fila dei sostenitori dei mujaheddin”, oltre a istruire i seguaci sui metodi per non essere scoperti dalle autorità occidentali.
Stando alle dichiarazioni rilasciate dall’Ehf, lo Stato islamico avrebbe sentito l’esigenza di creare questo help desk “a causa della guerra elettronica e della stretta sorveglianza imposta dai sistemi di intelligence occidentali agli utenti di internet, oltre alla localizzazione e al monitoraggio dei mujaheddin e dei loro sostenitori grazie a informazioni e a dati che condividono su internet”.
L’help desk riunirebbe numerose entità per  il supporto tecnico, tra le quali un Information Security channel su Telegram e un “tecnico dello Stato islamico”, uno specialista dell’organizzazione che si celerebbe dietro un forum tecnico, opportunamente protetto da password.
La sua funzione – sempre a detta dell’Ehf – sarebbe quella di fornire gli strumenti per aggirare la sorveglianza dell’intelligence occidentale. “È giunto il momento di affrontare la sorveglianza elettronica, istruire i mujaheddin sui pericoli di internet e supportarli attraverso strumenti, indicazioni e spiegazioni in modo da evitare errori che possano metterli in pericolo”.

Il Tech News Bulletin     

Fin dalla sua nascita, l’help desk ha diffuso una serie di manuali e tutorial che coprono una vasta gamma di argomenti, tra i quali la sicurezza mobile e il funzionamento del dark web.
Ma c’è di più. Lo scorso anno, l’Isis ha iniziato a distribuire un bollettino settimanale – il Tech News Bulletin – nel quale vengono diffusi gli aggiornamenti più importanti in materia di cyber security. L’ultimo notiziario, il numero 33, mostrerebbe i nuovi interessi dello Stato islamico in questa fase di cambiamento: l’hackeraggio dei browser Mozilla Firefox e Microsoft Edge, l’eliminazione di chat private di Telegram da tutti i dispositivi connessi e la diffusione di virus informatici con cui infettare migliaia di computer.

Non date retta alla propaganda, l’Isis non è ancora stato sconfitto – Ecco perchè


Di Robert Fisk
Dopo tutti i titoli sulla presunta sconfitta dell’Isis, chiunque non ne creda anche una sola parola potrebbe fare la figura del guastafeste. Ma, ogni volta che leggo che si è cantato vittoria, che si tratti della “missione compiutadi Bush o delle fantasie sull’”ultima roccaforte dell’Isis in procinto di cadere,” io tiro un bel respiro. Perché, e potete tranquillamente scommetterci, non è vero.
Non solo perché i combattimenti attorno a Baghouz, di fatto, continuano ancora al di fuori della città ormai distrutta. Ma perché ci sono molti militanti dell’Isis ancora in armi e pronti a combattere nella provincia siriana di Idlib, insieme ai loro compagni di Hayat Tahrir al Sham, al-Nusra e al-Qaeda, quasi circondati dalle truppe del governo siriano, ma con uno stretto corridoio in cui poter fuggire in Turchia, sempre che il Sultano Erdogan glielo permetta. Ci sono avamposti di truppe russe all’interno di queste linee del fronte islamista, ed anche forze dell’esercito turco, ma il timido cessate il fuoco, che regge ormai da cinque mesi, nelle ultime settimane è diventato molto più fragile.
Forse è un fallimento della nostra memoria istituzionale, o, in pratica, è più facile seguire la storia più semplice, ma Idlib è stata per tre anni la discarica di tutti i nemici islamici della Siria, o, almeno, degli antagonisti che non si erano arresi quando erano fuggiti dalle grandi città, sotto i bombardamenti siriani e russi.
Lo scorso settembre, anche se mi sembra che ce siamo dimenticati, Trump e le Nazioni Unite avevano messo in guardia sull’imminente “ultima battaglia” per Idlib, temendo (così dicevano) che i Siriani e i Russi avrebbero usato armi chimiche nel loro assalto all’Isis e ai suoi sodali. Persino l’esercito siriano aveva annunciato l’imminente scontro (non gli agenti chimici) in un sito web dell’esercito chiamato “Alba ad Idlib.”
Mi ero così imbarcato in un lungo viaggio lungo tutte le linee del fronte siriano di Idlib, dalla frontiera turca, poi a sud, ad est e a nord, e di nuovo fino ad Aleppo e non avevo visto convogli di carri armati, nessun trasporto truppe, pochi elicotteri siriani, nessuna colonna di rifornimenti e avevo concluso, anche se gli avvertimenti sullo ‘sterminio finale’ continuavano, che questa particolare “ultima battaglia” era ancora molto lontana. Il giorno in cui ero arrivato a sud di Jisr al-Shughur, al-Nusra e l’Isis avevano sparato alcuni colpi di mortaio contro le posizioni dell’esercito siriano, i Siriani avevano risposto al fuoco e la cosa era finita lì.
Un complicato accordo di tregua, che aveva coinvolto sia Turchi che Russi, era riuscito a scongiurare la carneficina che tutti avevano previsto. Si era parlato molto degli uomini dell’Isis, di al-Nusra e di al-Qaeda, alcuni dei quali sauditi, che, muniti di lasciapassare, venivano inviati dai Turchi nelle terre selvagge dell’Arabia Saudita per una sorta di “rieducazione.” Avevo sempre sperato che questo potesse essere quel desolato pezzo di deserto [Empty Quarter], dove la loro surriscaldata teologia sarebbe finalmente diventata bella croccante.
Ma sono ancora ad Idlib, felici, senza dubbio, di sapere che l’Occidente pensa di aver conseguito la sua “vittoria finale” sull’Isis. La battaglia per Baghouz, naturalmente, è sempre stata quella che ha fatto notizia. Gli attacchi aerei americani e la presenza degli alleati (e molto coraggiosi) Curdi hanno reso la faccenda molto più abbordabile [al pubblico], sebbene [la situazione] sia ancora pericolosa. E ha distolto l’attenzione da altre problematiche: per esempio su chi ha inventato la denominazione “Forze Democratiche Siriane,” che, in realtà, sono prevalentemente curde, dove molti dei suoi membri preferirebbero non essere considerati siriani e sicuramente non hanno mai visto un’elezione democratica in tutta la loro vita.
Se, alla fine, gli Americani se ne andranno, i Curdi saranno traditi ancora una volta e rimarranno alla mercé dei loro nemici, siano essi la Turchia o il governo siriano (con cui i Curdi hanno avuto, con scarso successo, alcuni colloqui lo scorso anno). Un buon momento per gli Americani, quindi, per farla finita davanti a Baghouz, ovviamente cantando vittoria, e andarsene. Sperando che il mondo si dimentichi di Idlib.
Ma non penso che lo farà. La guerra siriana non è ancora finita, anche se è questo è ciò che crede il mondo (compreso, sembra, il governo siriano). Idlib rimane un territorio con decine di migliaia di rifugiati e legioni di combattenti, un luogo di miseria, con ferrovie interrotte, autostrade distrutte e gruppi islamici che a volte si scontrano l’un l’altro con molto più entusiasmo di quello che mostrano nel combattere l’esercito siriano.
Ma questa diventerà ora la possibilità per la Russia di dimostrare di saper sconfiggere l’Isis. Naturalmente ci sono contatti tra Mosca e i vari gruppi coinvolti nella guerra siriana. I combattenti dell’Isis, negli ultimi due anni, hanno lasciato le città siriane sotto la protezione dell’esercito russo. La cosa potrebbe ripetersi. Putin ha permesso alle donne dell’Isis e ai bambini di ritornare a casa. C’è ancora una possibilità che Isis, Nusra/al-Qaeda e i loro compagni siano in grado di andarsene sani e salvi, anche se il tempo suggerisce che potrebbero ancora dover combattere un’ultima, vera battaglia per Idlib.
Ma, anche allora, potrebbe essere una buona idea mettere un freno ai titoloni che cantano “vittoria.”
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

L’Isis annuncia di aver ucciso un volontario italiano

Risultati immagini per Lorenzo Orsetti
Di Matteo Carnelietto
“Il crociato italiano ucciso negli scontri nella città di Baghouz”. Così lo Stato islamico ha annunciato di aver ucciso Lorenzo Orsettiil volontario italiano in prima linea con i curdi per eliminare l’ultima sacca dell’Isis a est dell’Eufrate. Oltre al messaggio, una carta di credito e la tessera sanitaria di Lorenzo.
Orsetti è il secondo italiano ucciso dai miliziani dell’Isis. Prima di lui Giovanni Francesco Asperti, 50enne morto nel governatorato di Al Hasakah il 7 dicembre scorso e noto con il nome di battaglia di “Hiwa Bosco”.
Il volontario era stato intervistato da Fausto Biloslavo lo scorso febbraio, a Tell Tamer, nel nord della Siria e aveva raccontato la dura vita contro i jihadisti: “Un paio di volte sono quasi riusciti ad accerchiarci. Nel deserto hanno contrattaccato e travolto le nostre postazioni. Quando iniziano a morirti i tuoi compagni accanto, soprattutto per le mine e  cecchini, non lo dimentichi. Adesso molti miliziani stranieri si arrendono, ma spesso si sono fatti saltare in aria quando non avevano vie di scampo. Lo Stato islamico è un male assoluto. Questa è una battaglia di civiltà”.
Lorenzo era noto con il nome di battaglia “Tekoser”, ovvero “lottatore”. Il miliziano italiano combatteva tra le file degli internazionalisti dell’alleanza curdo-araba delle Forze democratiche siriane (Sdf). Nel messaggio fatto circolare su Telegram dallo Stato islamico, si mostra anche una foto dell’uomo privo di vita con l’uniforme dei combattenti. Per adesso, il ministero degli Esteri ha fatto sapere che “sono in corso verifiche”, senza dare ulteriori specificazioni.
In un’intervista a Il Corriere Fiorentino, Orsetti aveva raccontato di aver lavorato per 13 anni nella ristorazione e di essersi unito alla causa dei curdi convinto “dagli ideali che la ispirano”, ovvero “una società più giusta e più equa”, che include “l’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia”. Proprio per questo motivo, Lorenzo Orsetti aveva anche combattuto ad Afrin, durante l’assedio da parte delle truppe turche. Assedio che rientrava nell’operazione di Recep Tayyip Erdogan nota come “Ramoscello d’Ulivo”.
Sono settimane che l’alleanza curdo-araba ha iniziato l’assedio di Baghouz, l’ultima ridotta dei jihadisti. Da gennaio, con l’assalto curdo sostenuto dalla Coalizione internazionale a guida americana, dalla roccaforte sono uscite oltre 60mila persone. Ma l’assenza di notizie sulla quantità di civili, donne e bambini, sta rallentando sensibilmente le operazioni delle truppe anti Isis.

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