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I civili uccisi in Iraq e mai contati dall’esercito americano

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Risultati immagini per civili uccisi in Iraq
La notte del 20 settembre 2015 un attacco aereo statunitense distrusse quasi completamente due edifici a Mosul, sulla sponda del fiume Tigri. Secondo le informazioni di intelligence ottenute dagli americani, i due edifici erano usati dallo Stato Islamico (o ISIS) per riempire di esplosivi auto e furgoni impiegati negli attentati suicidi. Qualche ora dopo, il video dell’attacco fu pubblicato sul canale YouTube della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti: mostrava i due edifici ripresi dall’alto; poi improvvisamente l’esplosione, e un’alta colonna di fumo nero.
I due edifici colpiti dall’attacco americano non erano però strutture dello Stato Islamico, ma case abitate da due famiglie con figli adolescenti senza alcun legame con l’ISIS. Le persone che sopravvissero al bombardamento furono solo due: Basim Razzo, che perse la moglie Mayada e la figlia Tuqa, e sua cognata Azza, che perse il marito Mohannad (il fratello di Basim) e il figlio diciottenne Najib. I quattro civili uccisi furono conteggiati dall’esercito americano come miliziani dello Stato Islamico e per molto tempo i militari non vollero considerare l’ipotesi di avere commesso un errore.
La coalizione anti-ISIS sostiene che la campagna aerea contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq sia una delle più precise di sempre. Gli sforzi successivi di Razzo di denunciare quello che era successo, e una grossa e importante inchiesta del New York Times pubblicata la scorsa settimana, hanno mostrato però una realtà diversa: cioè che negli ultimi anni l’esercito americano ha sottostimato i morti civili della guerra contro l’ISIS. L’inchiesta del New York Times, molto apprezzata e ripresa, si intitola “The Uncounted”.
L’enorme inchiesta del New York Times
L’inchiesta del New York Times è stata realizzata da Azmat Khan, una giornalista investigativa del Future of War, un centro studi e di ricerca dell’Arizona State University, e da Anand Gopal, giornalista esperto soprattutto di Afghanistan e talebani. È durata 18 mesi, dall’aprile 2016 al giugno 2017. In questo periodo di tempo, Khan e Gopal hanno visitato più di 100 posti nel nord dell’Iraq dove erano stati compiuti attacchi aerei della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti e liberati dal controllo dello Stato Islamico. Hanno intervistato centinaia di testimoni, sopravvissuti, fonti dell’intelligence e funzionari locali. Hanno fotografato e analizzato i frammenti delle bombe usate negli attacchi, consultato i media locali ed esaminato le immagini satellitari disponibili. Hanno visitato la base aerea in Qatar dalla quale sono partiti gli aerei e hanno parlato con i responsabili militari americani e con i rappresentanti legali delle famiglie delle persone uccise.
Le indagini, hanno scritto Khan e Gopal, mostrano come la guerra aerea in Iraq sia stata molto meno precisa di quanto abbia sostenuto finora la coalizione anti-ISIS. In un attacco su cinque tra quelli compiuti dalla coalizione, Khan e Gopal hanno rilevato la presenza di morti civili, un indice 31 volte superiore rispetto a quello riconosciuto dai militari: «È per questa distanza dalle dichiarazioni ufficiali che, in termini di morti civili, potremmo essere di fronte alla guerra meno trasparente nella storia recente americana», hanno scritto. In generale, l’inchiesta del New York Times ha evidenziato i grossi limiti della coalizione nell’investigare i casi controversi e nell’ottenere informazioni di intelligence certe. «In questo sistema – hanno scritto Khan e Gopal – gli iracheni sono considerati colpevoli fino a che provino la loro innocenza. Quelli che sopravvivono agli attacchi, persone come Basim Razzo, rimangono marcati come possibili simpatizzanti dell’ISIS, senza avere a disposizione un chiaro percorso che permetta loro di ripulire la loro reputazione».
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Iraq

ISIS

Mosul

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