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Il mondo deve cambiare. Storia e rivoluzione in Eric J. Hobsbawm

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Di Gabriele Vissio

Il lavoro storiografico di Eric J. Hobsbawm rappresenta ancora oggi un punto di riferimento obbligato per lo storico dell’età contemporanea e, più in generale, per chiunque sia interessato a comprendere le grandi trasformazioni della contemporaneità tra Otto e Novecento. Se è vero che le sue opere appaiono ormai datate, la sua periodizzazione dell’età contemporanea, suddivisa in un Lungo Ottocento e in un ‘breve’ Novecento,2 mantiene un indiscutibile fascino e costituisce, nonostante tutto, uno straordinario affresco della storia degli ultimi due secoli.



Proprio a partire da questa periodizzazione possiamo rilevare l’importanza che Hobsbawm attribuisce agli eventi rivoluzionari, che segnano e organizzano l’intero movimento della storia contemporanea. È la duplice rivoluzione industriale e politica che segna l’inizio dell’Ottocento borghese; è la rivoluzione del 1848, con il proprio fallimento, a marcare l’inizio del trionfo della borghesia che si prolunga sino agli anni Settanta del secolo, e che darà forma a quel sistema-mondo imperiale che condurrà alla Guerra del 1914 e alla rivoluzione del 1917, dando così avvio al nuovo secolo. E in particolare il Novecento sarà il «secolo delle rivoluzioni», non solo perché le donne e gli uomini di quel periodo assistettero al maggior numero di eventi rivoluzionari di quanto non fosse mai accaduto prima, ma anche perché la storia del Secolo breve coincide di fatto con la storia dell’Unione Sovietica, lo stato nato dalla rivoluzione.
Sarebbe riduttivo credere che la rivoluzione costituisca per Hobsbawm l’elemento chiave nella periodizzazione della storia contemporanea solo in ragione di una comodità storiografica o di una fortuita coincidenza di date.
Attraverso la sua opera, infatti, egli ha ricostruito una specifica idea di rivoluzione, che incorpora, nel suo significato storiografico, anche un importante senso filosofico. Questo saggio intende ricostruire questo senso filosofico implicito, individuando, a partire dall’uso che Hobsbawm fa del concetto di rivoluzione, gli elementi di una filosofia della storia. L’operazione potrebbe essere considerata problematica, se non addirittura illegittima, perché consiste nel cercare nell’opera di uno storico ‘di professione’ gli elementi di una filosofia della storia. È infatti convinzione comune, almeno tra i non specialisti, che lo storico debba raccontare le cose «come sono andate davvero», evitando d’introdurre all’interno della propria narrazione convinzioni ideologiche e filosofiche di fondo che ne vizino il lavoro. Come ha sostenuto Braudel, lo storico deve innanzitutto spiegare3 e non giudicare, cercando nel passato la condanna o l’assoluzione del presente; eppure, allo stesso tempo, non possiamo credere, senza cadere in un ingenuo positivismo, che lo storico non introduca nella propria opera non solo una certa visione del proprio presente, ma anche convinzioni più generali sulla natura della storia e sul suo senso complessivo.
All’interno del saggio, le prime due parti sono dedicate a una ricostruzione dell’uso della nozione di rivoluzione in Hobsbawm: da un lato, la duplice rivoluzione alle origini dell’Ottocento e di tutta l’epoca contemporanea e, dall’altro, la rivoluzione del 1917, i cui effetti determinano l’intero corso del Novecento. Lo scopo di queste due sezioni non è tanto quello di discutere la pertinenza delle tesi storiografiche di Hobsbawm, che andrebbero ridiscusse alla luce di studi specialistici più recenti, quanto, invece, di evidenziare, all’interno della sua ricostruzione della contemporaneità, il ruolo rivestito dagli eventi rivoluzionari e la complessa dialettica che essi generano all’interno della storia. Compito della terza parte sarà di utilizzare gli elementi evidenziati nelle prime due sezioni, per tratteggiare i contorni di una filosofia della storia e del mutamento storico, mediante l’introduzione della nozione filosofica di «controfattuale».

1. La duplice rivoluzione. La struttura dialettica del XIX secolo
L’età contemporanea si apre, secondo Hobsbawm, con una duplice rivoluzione, che è, da un lato, economico-industriale e, dall’altro, politica. Questa duplice rivoluzione costituisce una frattura storiografica il cui significato supera quello di qualsiasi evento rivoluzionario successivo, almeno nella misura in cui la sua influenza rimane centrale ancora oggi per un’incredibile varietà di campi della vita umana.4 Il valore periodizzante della duplice rivoluzione, che Hobsbawm non esita a paragonare alla trasformazione neolitica,5 è tale per cui essa si colloca all’inizio di un secolo, ma anche di una nuova età, diversa da quella moderna e dalla quale non possiamo dirci ancora pienamente usciti, nemmeno dopo la fine del Novecento e i turbolenti inizi del xxi secolo6.
1.1. La Rivoluzione Industriale
La prima parte di questa grande trasformazione, la Rivoluzione Industriale (di qui in poi ri), non può essere raccontata come storia di figure eroiche o protagonisti ‘ingombranti’ come quelle, nel caso del 1789, di Luigi xvi, Maria Antonietta, Robespierre, de Saint-Just o Danton. Essa si presenta, piuttosto, nella forma dell’«impersonale movimento della storia, dal quale scaturirono gli uomini e i fatti più salienti»7. Si tratta di un intreccio di processi di trasformazione tecnica, economica, demografica e sociale, apparentemente inestricabili, i cui contorni sono estremamente imprecisi. Infatti, non tutti i segni di espansione produttiva e industriale del xviii secolo fanno parte della ri propriamente detta. Molte attività godettero, per esempio, di una certa espansione all’epoca della ri, ma in funzione di un mercato che già esisteva e non furono perciò correlate a quell’impennata degli indici di produzione che caratterizzò l’industria cotoniera inglese. Per Hobsbawm, infatti, la caratteristica rivoluzionaria della ri fu data dallo straordinario aumento di tutti gli indici economici in un lasso di tempo relativamente definito: ciò che apparì rivoluzionario agli uomini che vi assistettero non fu tanto l’espansione economica in sé, quanto la costanza e l’apparente assenza di limiti che essa prometteva di avere8.
D’altro canto la stessa nozione di ri dovette aspettare qualche tempo prima di vedere la luce ed essere presa seriamente in considerazione. Fece la sua comparsa, infatti, probabilmente intorno agli anni Venti del xix secolo, nel contesto delle discussioni socialiste dell’epoca e, secondo Hobsbawm, trovò un primo utilizzo sistematico solo all’interno de La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844) di Friedrich Engels9. L’analisi di Engels rappresenta un momento importante nella comprensione di questo fenomeno, descritto in termini di una polarizzazione sociale, prodotta attraverso una dialettica tra due nuove classi: borghesia e proletariato.
Da un punto di vista sociale – dice Hobsbawm – Engels vede le trasformazioni generate dalla rivoluzione industriale come un gigantesco processo di concentrazione e polarizzazione, la cui tendenza è di creare, in una società sempre più urbanizzata, un proletariato in crescita e una borghesia sempre più ristretta, formata da capitalisti sempre più grossi10.
Poiché l’industrialismo capitalistico, nella sua avanzata, ha come effetto l’eliminazione di quello strato sociale intermedio formato da piccoli produttori, artigiani e piccola borghesia, i membri di questo strato ricadono, presto o tardi, nel proletariato stesso, allargandone le fila e contribuendo a strutturarlo come classe. Il proletariato perde il ruolo di strato transitorio, preliminare all’ingresso nella classe media, e diventa condizione permanente, assumendo i contorni di una vera classe sociale11. Questo processo, che Engels descrive nel 1844, è ripreso anche da Hobsbawm, che difende il valore storiografico della Situazione12di cui condivide, almeno nei punti che abbiamo riassunto, le conclusioni generali13.
L’esito della ri fu quindi quello di innescare una rivoluzione sociale14, che produsse la partizione tra borghesia e proletariato. Questa partizione non poteva più essere compresa all’interno del regime sociale in vigore nel secolo precedente e annunciava le trasformazioni radicali del periodo a venire. È nella ri, che si produssero «miseria e malcontento, due fattori determinanti per le rivoluzioni»15, che non toccarono solo la classe operaia: «modesti uomini d’affari, piccoli borghesi e altri settori particolari dell’economia», infatti «erano anch’essi vittime della rivoluzione industriale e delle sue ramificazioni»16. Alla fine, «essi [operai e piccola borghesia] si unirono nei movimenti di massa che vanno sotto il nome di “radicalismo”, “democrazia” o “repubblicanesimo”»17 e la ri ebbe per effetto quello di porre le basi per le rivoluzioni politiche. Se è discutibile l’associazione della ri con la rivoluzione del 178918, vista la differenza tra la classe industriale inglese e quella che guidò l’Ottantanove, resta vero che i movimenti sociali ottocenteschi furono conseguenza della ri, che rese possibile un’epoca in cui i mutamenti rivoluzionari «divennero la norma»19.
1.1. La Rivoluzione Francese
L’altra grande metà della duplice rivoluzione, quella politica, presenta meno problemi a livello di periodizzazione e costituisce, anzi, il modello storiografico di ogni rivoluzione. Si tratta di una serie di eventi ben delimitati nel tempo e nello spazio, riassumibili in una cronologia puntuale, all’interno di riferimenti geografici precisi. Nondimeno, anche la Rivoluzione Francese (di qui in poi rf), nata come rivoluzione ‘nazionale’, assumerà dal 1792, con l’inizio della cosiddetta «rivoluzione di guerra», un significato europeo e globale20. Da allora l’idea che le donne e gli uomini europei avranno della rivoluzione cambierà e si radicherà in loro la convinzione che l’evento rivoluzionario possa avere una portata totale e internazionale. Così, la rivoluzione del 1789, sebbene connotata in senso territoriale dall’aggettivo «francese», è la prima di una grande serie di rivoluzioni europee e mondiali, e forse proprio in questa sua capacità di contagio sta la ragione della fortuna del suo mito, almeno fino al 1917. Tuttavia, sebbene gli eventi della rf siano riconducibili a una precisa cronologia, Hobsbawm non la considera una mera sequenza di eventi, ma vi riconosce all’interno una precisa dialettica, da cui emergono le due figure politiche dominanti del xix secolo: la massa popolare e la borghesia.
La massa era già presente all’inizio della rf, sin dalla convocazione degli Stati Generali, quando ci si accorse che «un popolo in rivolta stava alle spalle dei deputati del terzo stato»21. Dalla presa della Bastiglia, poi, la rivoluzione si propagò alle città di provincia e alla campagna, dando origine alla Grande Peur, che rinforzò tra i ceti controrivoluzionari quella paura delle masse e del loro potere rivoluzionario che, secondo Hobsbawm, era già stata responsabile dell’inizio della rivoluzione22. Queste folle – questi impersonali ammassi di donne e uomini che camminano, marciano e gridano – costituiscono il grande protagonista della rf che, insieme alla borghesia, si contrappone allo schieramento dei conservatori e degli anti-rivoluzionari.
La storia della rf, infatti, non è una dialettica binaria tra borghesia e aristocrazia, ma una dinamica più complessa: ogni volta, dice Hobsbawm, i rivoluzionari muovono il malcontento della massa popolare contro i conservatori e i controrivoluzionari; ogni volta, il popolo si mobilita, arrivando però a superare le rivendicazioni degli stessi rivoluzionari, che si dividono puntualmente tra un’ala destra, che rinforzerà le fila reazionarie, e un’ala sinistra, che proseguirà nel sostenere il popolo, anche nelle sue rivendicazioni più estreme. Questo processo torna a più riprese, accentuandosi a ogni ciclo: i radicali sempre più radicali, i moderati sempre più reazionari. E la massa, forse il più strano dei personaggi di tale dramma, è la posta in gioco di questo doppio movimento verso gli estremi23. Questo processo trasforma la borghesia da classe rivoluzionaria a classe reazionaria, secondo una dialettica che proseguirà finché il grosso dei suoi membri «non sarà passato in quello che d’ora innanzi sarà il campo conservatore, o non sarà stato sconfitto dalla rivoluzione sociale»24. Muore così l’ideale della rivoluzione borghese:
dopo il 1794 i moderati dovevano accorgersi che il regime giacobino aveva spinto la Rivoluzione ben lontano dalla prosperità e dagli ideali borghesi, così come i rivoluzionari dovevano rendersi conto che se il “sole del 1793” avesse dovuto sorgere nuovamente, esso avrebbe dovuto risplendere su una società non borghese25.
Il sessantennio che intercorre tra il 14 luglio 1789 e il 23 febbraio 1848 è la storia di questa trasformazione dialettica della borghesia, che si prepara, neanche troppo lentamente, a vivere il proprio «trionfo». Il processo potrà dirsi concluso quando, all’indomani del 1848, uscirà vincitore dalle elezioni in Francia, patria della rivoluzione, un uomo che rivendicherà nuovamente il titolo di Imperatore:26 con Luigi Napoleone la borghesia scopre infatti di poter essere classe dirigente senza dover essere rivoluzionaria, e che il suffragio universale non implica per forza la distruzione dell’ordine sociale. E da questo momento la rivoluzione non sarà più il sogno della borghesia, ma il suo incubo.
1.3. Un secolo borghese
La dialettica della rfinnescaalloraunadinamicapiùgenerale, intrecciandosi e sovrapponendosi con le trasformazioni economiche e sociali della ri. Da un lato il proletariato, nuova classe «pericolosa»27, riesce, lentamente, a distinguersi dalle masse dei «poveri che lavorano», dei mendicanti, degli artigiani e di tutta la ‘feccia’ che popola l’Europa; d’altro lato, la borghesia scopre di temere la rivoluzione28, cedendo il ruolo di classe rivoluzionaria per assumere quello di classe di governo, capace di esercitare una vera e propria «egemonia»29. In questo periodo il programma della borghesia è «praticamente inattaccabile»30, e lo resterà almeno fino agli anni Settanta: «non v’era alternativa al capitalismo come metodo di sviluppo economico, e nel nostro periodo ciò implicava sia la realizzazione del programma economico e istituzionale della borghesia liberale (con varianti locali), sia la posizione cruciale nello Stato di questa borghesia»31.
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