L’Italia alla prova della “sfida francese”

ott 18, 2021 0 comments


Di Tommaso Minotti

Il rapporto tra Francia e Italia è sempre stato altalenante. Parigi è passata dall’essere l’alleato preziosissimo nella prima e seconda guerra d’Indipendenza, nonostante il tradimento di Villafranca, alla Nazione che impediva la conquista della capitale naturale della penisola e che frustrava le mire coloniali italiane. Sempre la Francia era la “sorella latina” durante la Prima Guerra Mondiale ma fu anche la grande nemica fino al 1943.

Durante la Guerra Fredda i rapporti furono buoni nell’ambito della cooperazione atlantica. Dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita dell’Unione Europea il legame tra i due Paesi ha avuto alti e bassi. Ciò perché Parigi, insieme a Berlino, ha instaurato un duopolio de facto sull’UE. L’Italia, in affanno economico e politico, è stata tagliata fuori. Ciò ha esposto Roma alle mire francesi che trovano nel Belpaese le occasioni per comprare aziende strategiche e potenzialmente molto lucrose.

Economia

In un documento della Commissione di difesa di Camera e Senato si segnala “una crescente e pianificata presenza di operatori economici e finanziari di origine francese all’interno dell’economia italiana, specialmente nel settore dei servizi finanziari”. La citazione serve per comprendere che gli interessi di Parigi in Italia non sono ipotesi ma certezze e che anche la politica ne è conscia. La penetrazione delle aziende francesi nel Belpaese coinvolge quasi tutti gli ambiti economici e vale il 18% del totale degli investimenti stranieri in Italia. Per Coldiretti, ad esempio, la Francia controlla un terzo delle imprese strategiche nel settore caseario. Ma l’elenco è lungo. Il gigante dell’energia Edison è interamente posseduto dal gruppo statale Electricitè de France. I transalpini possiedono anche alcune quote nella Telecom e sono molteplici i marchi di moda in mano francese: Gucci, Bottega Veneta, Bulgari e Fendi. Per contestualizzare meglio occorre però guardare un arco temporale più ampio. Tra il 2000 e il 2018 sono state 364 le aziende italiane finite in mani francesi per un valore di 72 miliardi di euro. Mentre l’Italia ha acquistato 231 imprese per un ammontare di 41 miliardi di euro. Il disavanzo è ben chiaro. Le conseguenze sono diverse. In primis c’è la desertificazione della nostra economia che viene privata da aziende imprescindibili. Strettamente collegato a questo impoverimento generale c’è lo spostamento dei centri decisionali in Francia e le difficoltà dei produttori italiani dovute all’acquisto delle materie prime da Parigi. Ma i problemi principali del rapporto asimmetrico tra Italia e Francia si manifestano nel settore finanziario, come sottolineato dalle parole della Commissione di difesa.

Finanza

Le cifre anche in questo caso permettono una migliore contestualizzazione del peso della Francia nel nostro sistema finanziario. I transalpini possiedono il 7% degli investimenti nella Borsa di Milano per un totale di 37 miliardi di euro. Il paragone con quanto gli italiani immettono nella borsa parigina è impietoso. L’ammontare totale degli investimenti provenienti dal Belpaese vale 19.6 miliardi cioè lo 0.9% del totale. Non si può inoltre dimenticare che la Francia possiede l’11.83% del debito pubblico italiano, questa percentuale vale 285 miliardi di euro. Nel novembre 2020 un documento del COPASIR arrivò alla redazione di Formiche.net. Occorre una premessa. Quando informazioni riservate arrivano alla stampa bisogna sempre chiedersi: cui prodest? Le strade sono due: o qualcuno vuole dare un segnale per vie traverse oppure effettivamente c’è una fonte. Tuttavia la domanda è necessaria. In questo caso la risposta, visto anche il destinatario del documento, potrebbe essere un qualche settore politico o economico atlantico. Finita questa introduzione metodologica si può tornare nel merito del documento arrivato al sito d’informazione sopra citato. Il COPASIR manifestava estrema preoccupazione per la possibilità che sia Generali, prima compagnia assicurativa italiana, sia Unicredit, seconda banca italiana più grande, portassero avanti fusioni con aziende francesi. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è particolarmente allarmato dal fatto che un’eventuale fusione possa sganciare i due giganti dall’economia e dagli interessi italiani. Altro indizio di come la Francia possa inserirsi con facilità nel tessuto italiano.

Politica

Nel 2018 Macron ha proposto all’allora governo Gentiloni il cosiddetto Patto del Quirinale. Questo rafforzamento dell’alleanza è ispirato dal Trattato dell’Eliseo, firmato nel 1963 da Francia e Germania. De Gaulle e Adenauer normalizzarono così i rapporti tra i rispettivi Paesi dopo quasi cento anni di conflitti a intermittenza. La collaborazione tra Berlino e Parigi riguardava quasi tutti i settori: dalla sicurezza alla cultura passando per l’economia. Macron ha così voluto proporre all’Italia un trattato che ricalcasse quello firmato a inizio anni ’60 e che permettesse un approfondimento dei rapporti con l’Italia. Tuttavia il governo gialloverde nato dopo le elezioni del 4 marzo ha rifiutato il Patto per il timore che il Belpaese diventasse il “paggetto” degli interessi francesi. Paura derivata da due fattori. Il primo è la già citata profonda penetrazione della Francia nel tessuto economico e finanziario italiano. Il secondo invece è la consapevolezza che il rapporto con Parigi è necessario ma anche conflittuale in alcune zone.

In primis in Libia, la quarta sponda italiana e teatro della riedizione del celebre “schiaffo di Tunisi” del 1881. La Francia infatti è stata protagonista della violenta defenestrazione di Gheddafi e ancora adesso appoggia Haftar, rivale del governo legittimo sostenuto dall’Italia. Posizioni inconciliabili. Ma il Patto del Quirinale sembra più vicino dopo la visita di Stato di Mattarella a Parigi nel luglio 2021. La scelta del Presidente della Repubblica di andare nella capitale francese come primo viaggio post-Covid è molto significativa. Ed è notizia di poco tempo fa la volontà di creare un Consiglio italo-francese di Difesa. Altro organo per rafforzare i legami con Parigi. Ma la domanda che rimbomba è sempre quella: l’Italia sarà in posizione subordinata? Anche perché la Francia, e Macron in particolare, possono contare su appoggi politici profondi.

Diversi politici italiani di matrice cattolica e radicale hanno ampi e stretti legami con l’Oltralpe. A testimonianza di ciò basta scorrere i nomi di coloro che hanno ricevuto la Legione d’Onore. L’argomento degli italiani che hanno ricevuto la massima onorificenza francese ebbe un picco d’interesse quando Corrado Augias, Sergio Cofferati, Giovanna Melandri e Luciana Castellina rinunciarono alla loro medaglia. Ciò accadde perché Macron decise di concedere la Legione d’Onore ad Al-Sisi, il presidente dell’Egitto. Ciò che pochi notarono è che Melandri, Cofferati e Castellina hanno in comune la provenienza politica. Infatti i primi due sono membri del Partito Democratico mentre la Castellina, ex Democrazia Proletaria, era membro di SEL, stampella del PD. Ma non sono gli unici esponenti dei dem ad avere la Legione d’Onore. Sono ben 12 infatti gli esponenti del PD ad aver ottenuto la più importante decorazione dello Stato francese. Ad essi si aggiungono Carlo De Benedetti, storicamente vicino agli ambienti dei democratici, tre esponenti di Forza Italia ed Emma Bonino. I membri del PD insigniti dalla Legione d’onore sono esponenti di prim’ordine del partito. Ci sono Pisapia, Prodi, Letta, Sala, Veltroni, Francheschini e Fassino. È vero che avere la Legione d’Onore non significa automaticamente essere francofili tuttavia non può e non è un caso che tutti i politici italiani a possedere tale onorificenza siano del PD. Quindi si può dire tranquillamente che in Italia esista una lobby filo francese. Essa, come ovvio, deve avere referenti politici. Questi ultimi si trovano quasi integralmente nel PD. Ma perché? La ragione per cui i francesi hanno trovato terreno fertile nei democratici sta nel fatto che la matrice cattolica e spiccatamente europeista di molti esponenti del partito di centrosinistra li rende suscettibili a visioni post storiche e inclini al continuo appellarsi all’Unione Europea. UE che, come già detto, è dominata da un duopolio franco-tedesco. In conclusione, il PD rimane il referente politico prediletto da Parigi e lo sarà ancora per molto. Ciò nonostante il rapporto con Macron sia leggermente peggiorato a causa delle simpatie di Letta per la Hidalgo, sindaca socialista di Parigi e probabile candidata per le elezioni del 2022. Ma poco cambia.

Sono passati quasi 220 anni da quando Vittorio Alfieri scrisse il Misogallo, libello contro la Rivoluzione e contro i francesi. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. I rapporti tra Italia e Francia hanno conosciuto alti e bassi. Le due Nazioni sono legate insieme da punti di incontro e di scontro. Ma è solo la Francia, sospinta dalla sua celeberrima e un po’ vacua grandeur, ad essere in grado di esercitare un’influenza economica e politica sull’Italia. Al contrario l’influenza del Belpaese sulla Francia è molto labile. A ciò si aggiunge la comprovata francofilia di alcuni settori della nostra classe politica. Per tutelare gli interessi del Paese occorre quindi evitare relazioni pericolose.

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/italia-sfida-francese/ 

(FOTO: https://en.wikipedia.org/wiki/France%E2%80%93Italy_relations#/media/File:France_Italy_Locator.png)

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