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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

Le Sfide, il ritorno della politica è il tema del 7º numero della rivista edita dalla Fondazione Craxi. Parte I


Di Salvatore Santoru

Recentemente è uscito il settimo numero della rivista 'Le Sfide', edita dalla Fondazione Craxi.
La tematica principale dell'interessante pubblicazione, denominata Fine di una storia: il ritorno della politica?”,  è quella della de-globalizzazione e del ritorno della centralità della politica e degli Stati.

Il numero si apre con l'introduzione ad opera di Mario Barbi, direttore della rivista ed esponente del Partito Democratico. In tale editoriale, "Verso un Mondo Nuovo", si anticipano gli argomenti che verranno affrontati nella rivista e, inoltre, si sottolinea il fallimento di quella concezione diventata egemone dagli anni 90 nota come "fine della storia".

Segue "Alle Origini del Declino", il 'colloquio' con lo storico Pietro Craveri. Nell'intervista lo storico, nonché presidente della Fondazione Benedetto Croce, opera una riflessione articolata su diverse questioni diventate centrali nell'attuale dibattito politico e geopolitico come l'ascesa del populismo, la crisi della dicotomia destra-sinistra, l'ambientalismo nonché la crisi delle ideologie novecentesche e la posizione dell'Italia e dell'Unione Europea nell'ambito delle relazioni internazionali.

La rivista prosegue con il trattamento di alcuni determinate tematiche d'attualità.
Il primo articolo 'tematico' è "Il progressismo come ideologia del tempo globale", scritto dal docente e giornalista Giancristiano Desiderio. Lo scrittore e insegnante, nonché studioso del pensiero di Croce, rimarca le differenze tra progresso e progressismo e sostiene che l'ideologia progressista vada a braccetto e accetti dalla globalizzazione alcuni aspetti come il relativismo e l'interconnessione.

Tuttavia, sempre a detta del giornalista, il progressismo non ritiene possibile coniugare tali aspetti della globalizzazione con la cultura della libertà.

L'articolo successivo, "La democrazia liberale nell'era del tecnopopulismo", è scritto dal docente Lorenzo Castellani. In esso Castellani, assegnista di ricerca in Storia delle Istituzioni Politiche presso la LUISS, riflette sull'attuale crisi della democrazia parlamentare e sulla sempre più imponente crescita di tendenze populistiche e tecnocratiche.

Nonostante l'aperta opposizione tra i movimenti populisti e le élite tecnocratiche, argomenta il docente, entrambe le due tendenze hanno comunque alcuni notevoli punti di somiglianza.

Nell'articolo che segue, "Politicamente Coretto, ideologia dell'Occidente globalizzato", il docente e scrittore Eugenio Capozzi critica il mantra della 'fine delle ideologie'.
Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, sostiene che l'attuale ideologia dominante sia quella del politically correct.

Il docente ripercorre la storia dell'ascesa di tale ideologia, che da "diversitarismo" filosofico anti-establishment è diventata, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, la cultura politica ed etica maggiormente ascoltata e diffusa tra le attuali classi dirigenti dell'Occidente.

Nell'articolo successivo, "La sovanità perduta", il giornalista e saggista Gennaro Malgieri riflette sul concetto filosofico e giuridico di sovranità e sulla sua messa in discussione a partire dal XIX secolo. 
Malgieri, ex direttore del Secolo D'Italia e importante pensatore della Nuova Destra negli anni 80, reputa che l'attuale Union Europea manchi di sovranità e sia la negazione dell'Europa.

L'intellettuale conservatore reputa che attualmente un'Europa unita non esiste e che se esistesse sarebbe, invece, fondata su un assetto statale. 

Nell'articolo che segue, "Le culture politiche dell'Italia repubblicana", il filosofo e saggista Corrado Ocone ripercorre la storia delle correnti ideologico-politiche che hanno interessato l'Italia dal Secondo Dopoguerra.
Ocone, ex direttore scientifico della Fondazione Einaudi e attualmente Direttore Scientifico del think tank Nazione Futura e membro della Fondazione Tatarella, si concentra sopratutto sulla "sinistra italiana ufficiale" e ricorda che essa non ha mai avuto una sua Bad Godesberg.

Oltre a ciò, l'intellettuale liberale riflette sul 'punto di non ritorno' in cui si troverebbe l'ideologia globalista e, al contempo, sulle reazioni sovraniste e populiste ad essa.

"Le Sfide" prosegue con la trattazione specifica di temi che riguardano l'Italia, l'Unione Europea e il rapporto tra Roma e Bruxelles.
Il primo articolo che affronta l'argomento è "L'Italia e l'Europa, la lezione di Guarino", scritto dal giornalista e vicedirettore del Tg1 Angelo Polimeno Bottai

In esso Polimeno Bottai, già direttore della Comunicazione della Società Dante Alighieri, ripercorre la storia e la carriera del giurista Giuseppe Guarino, dai vertici della Banca d'Italia alla partecipazione nei governi Fanfani e Amato.
In seguito, il giornalista si concentra sulla stagione delle privatizzazioni di parte dell'apparato industriale nazionale, progetto per cui inizialmente era stato incaricato lo stesso Guarino. 

Polimeno riporta che Guarino era favorevole alle privatizzazioni e che, allo stesso tempo, si oppose alle pressioni di alcuni potenti industriali e di chi intendeva utilizzare tali privatizzazioni per imporre la svendita dell'Italia.

La rivista prosegue con l'articolo "Le prospettive dello Stato-stratega", scritto dai due giovani studiosi Andrea Muratore e Ivan Giovi.
Nell'articolo Giovi e Muratore, co-fondatori del centro studi indipendente diretto dallo storico Aldo Giannuli "Osservatorio Globalizzazione", riflettono sulla tematica dell'intervento dello Stato nell'economia, tema di cui si sta tornando a parlare molto a seguito dell'emergenza Covid-19.

Muratore e Giovi analizzano i casi di Germania e Francia e, inoltre, analizzano possibili strategie per affrontare il 'caso italiano'. 
I due studiosi riflettono anche sulla possibilità della costituzione di un nuovo IRI e, oltre a ciò, ribadiscono la necessità di sviluppare competenze politiche e operative all'Italia nonché la necessità di pensare a livello sistemico.

CONTINUA

NOTA :

Il presente numero della rivista si può leggere online qua, http://www.lesfide.org/07_lesfide.html .

Movimento Cinque Stelle: un gigante con i piedi d’argilla


Di Mirta Quagliaroli *

La forte ascesa del M5S che lo ha portato al governo nel 2018 sostenuta dalla voglia di cambiamento pare essere già da tempo scemata nei sondaggi. Mentre il M5S sviluppava idee e modi idealizzati di intendere la politica e la società, le aspettative e le speranze che erano state riposte dai sostenitori grillini si infrangevano inevitabilmente contro la complessità dei fatti nella gestione della res pubblica. Succede sempre ai movimenti nati dalla protesta e dai comitati di cittadini nei territori sulle tematiche più disparate (dall’ambiente ai viccini, al 5G ecc..). Le proteste aggregano e portano consensi ai moviemnti che poi trasformatisi in forme partitiche perdono forza a causa della complessità del governare. 
La vera sfida, nel mondo globale dove tutto è interconnesso e le variabili sono di notevole quantità, è governare la complessità dei sistemi, aggravata dalla macchina amministrativa lenta e farragginosa.  Una formazione politica quindi deve procedere a una necessaria mediazione tra interessi contrapposti e trasformarla in un vantaggio per la collettività. Questa complessità ha reso necessario per il M5S rivedere e aggiustare i proclami elettorali ingenerando negli elettori una sensazione di sconfitta, di aspettative deluse e di distanza fatta di incomprensioni che originano dalla sua nascita:  protesta contro il sistema (i Vaffa-day ne sono una espressione).
Tra tutte le difficoltà di un movimento che ha voluto da sempre essere innovativo e rivoluzionario una in particolare nell’esperienza di chi scrive è la fuga dei cervelli (che è essa stessa causa ed effetto) e delle competenze soprattutto nei territori rispetto all’impegno politico.
Fin dall’inizio è stato lo slogan “uno vale uno” a convincere, coinvolgere e attirare nei meet up tante persone deluse deal’inconsistenza e staticità della classe politica. Pur nella consapevolezza che ci fossero delle valide ragioni nelle proteste contro il sistema politico e nella necessità di un cambiamento di paradigma, l’illusione che tutti potessero essere in grado di “fare politica”, come se per occuparsi della gestione della cosa pubblica bastasse avere buona volontà, niente altro che quello, oltre all’onestà, non ha apportato un innovativo modello di gestione della forma “partito politico”.
Accade così che nei territori non sia mai stata prevista nessuna forma di organizzazione nè di gerarchia legittimata dai sostenitori nei meet-up che sono sempre stati il luogo di discussione di tematiche locali. Basta questo a far comprendere il caos che il M5S si ritrova nei territori per mancanza di una struttura adeguata ad accogliere, integrare e formare le persone che potrebbero essere destinate a formare la classe politica locale. Ciò non accade, infatti, i cittadini destinati ad entrare nelle liste elettorali (anche nazionali) del M5S si selezionano attraverso candidature libere sul portale on line del M5S.
Accade così che nei territori ci siano più gruppi in competizione tra loro, ma anche all’interno dei gruppi ci siano spesso posizioni così distanti che sono causa di perenni conflitti e diatribe il più delle volte pubbliche. I fatti sul territorio nazionale sono stranoti, l’ultimo in ordine di tempo è la sfiducia alla sindaca imolese, e non sono certo edificanti.
Il fatto che nel M5S ci sia così tanta conflittualità anche sulle tematiche locali oltre che nazionali è da ricercare nella difficoltà di proporsi con un modello identitario e di visione che sia definibile e accettato dai suoi sostenitori e non interpretabile. In pratica nella vaghezza della proposta propagandistica c’è sempre stato ampio spazio di interpretazione senza che nessun dibattito pubblico abbia mai cercato di definirne i confini. La rappresentazione esemplare di tale dicotomia proviene da due grillini storici della prima ora, ora espulsi, divenuti sindaci di Imola e Parma. 
Capiamo meglio oggi che essi ovviamente provengono da aree politiche e ideologiche diverse, uno dalla sinistra e l’altra dalla destra, ciò nonostante entrambi convinti di aver sostenuto il progetto politico e la visione del M5S in aderenza alla loro area ideologica di riferimento. La stessa cosa potremmo notarla per quanto concerne le tematiche nazionali come ad esempio, libertà vaccinale, uscita dall’euro, TAV, ecc.
Considerando che la comunicazione  politica per essere efficace e ottenere consenso deve puntare ad un messaggio rassicurante che indichi soluzioni semplicistiche che per ovvie ragione non contemplano la complessità dei fenomeni e delle variabili, non dobbiamo stupirci dell’enorme successo del M5S e dell’ottima strategia comunicativa per un movimento nuovo senza storia. I problemi arrivano quando si governa, allorchè le soluzioni che si prospettano, obiettivamente e concretamente parlando, non sono quasi mai semplicistiche e rassicuranti nell’immediato ma si propongono di esserlo in prospettiva solo se tra tutti i soggetti coinvolti nella complessità dei problemi si riesce a mediare un accordo che accontenti e scontenti tutte le parti coinvolte.
Questa ambiguità si è riversata sui territori diventati nel tempo sempre più litigiosi. Se poi ci aggiungiamo le umane virtù, quali: gelosie, invidie e arrivismo, si comprende che la situazione sia sempre più ingestibile nel totale disinteresse dei “vertici” che si sono arresi accettando l’ineluttabilità dei conflitti financo ad arrivare al divieto di formare le liste per le elezioni amministrative.
Anche in riferimento all’esperienza di chi scrive e all’attività nei territori si può senza ombra di dubbio sostenere che i facilitatori di recente istituzione, nati proprio a tale scopo, per ora non si sono dimostrati  in grado di pacificare i territori, risultati totalmente inconsistenti.
Cosa serve allora?
Serve una struttura gerarchica elettiva, serve sapere chi ha la responsabilità di decidere sui territori, un soggetto che sia in grado di ascoltare tutti in un confronto costruttivo e abbia l’autorità per tirare le fila e decidere sapendo che deve accontentare e scontentare tutte le parti se necessario.
Non ha alcun senso la critica alla struttura partito solo perché le personalità al loro interno hanno avuto comportamenti umani: corruzione, collusione, ecc. Non è lo strumento il responsabile, ma il cattivo utilizzo dello strumento. È stata sicuramente una bella illusione momentanea quella di concepire la democrazia in forma diretta, ma che si è subito scontrata con la difficoltà di governare le proposte e la gestione del radicamento nel territorio di un movimento politico innestato in una forma repubblicana che è quella della “democrazia rappresentativa”. Il corpo intermedio, partito o movimento come lo si vuole chiamare, necessità di una struttura che possa portare – e produrre – le istanze dal territorio alla rappresentanza presente nelle istituzioni. Purtroppo, tutte le diatribe e gli scandali interni al movimento hanno dato prova eloquente di questo, e cioè che una struttura con solo la testa e i piedi è estremamente fragile. Come più volte ha evidenziato il politologo Aldo Giannuli.
Per questo ora più che mai serve un congresso (o assemblea costituente, che dire si voglia) dove il confronto deve definire i confini dei programmi e dei progetti politici consentendo un dibattito che non può essere sostituito da una votazione che si impone su ogni tematica a suon di maggioranze di voti on line. Serve che ci sia dibattito e condivisione e comprensione che in politica  e in democrazia necessita di tempo dedicato e attenzione perchè tutti si sia consapevoli e ci si impegni insieme per un progetto politico alla fine condiviso.
Solo così si potrà declinare anche nei territori la sensazione di essere partecipi davvero che è la causa del mancato radicamento territoriale del M5S. Senza radicamento territoriale non si ottiene consenso e non si attua nessuna strategia e progetto politica, come un gigante dai piedi d’argilla.
* Attivista ed ex consigliere comunale grillina

Verso la Zee marittima? Così il Mediterraneo torna centrale per l’Italia


Di Andrea Muratore

In queste settimane avanzerà nelle Commissioni della Camera dei Deputati una proposta di legge di grande rilevanza per l’approccio italiano al contesto geografico e geopolitico di più diretta rilevanza per il Paese, il teatro del Mar Mediterraneo. Parliamo della proposta di legge per l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva (ZEE) marittima da parte del nostro Paese, avente come prima firmataria la deputata del Movimento Cinque Stelle Iolanda Di Stasio.
Il cluster mediterraneo italiano è di rilevanza internazionale e, come fa notare l’ammiraglio Fabio Caffio in Geopolitica del mare, numerosi settori testimoniano l’importanza strategica della marittimità: “flotta mercantile, cantieristica, portualità, forze navali di Marina militare e Guardia Costiera. Cui vanno aggiunti i distretti della pesca e i settori dell’offshore energetico, della protezione dell’ambiente marino e del patrimonio archeologico subacqueo”.
Puntare alla costituzione di una ZEE italiana nel Mediterraneo è un obiettivo difficilmente derogabile in una fase cruciale per la competizione strategica ed economica nel “Grande Mare” e in cui emergono con forza tendenze e spinte alla “territorializzazione del mare”, da intendersi come la spinta degli Stati a cercare il controllo diretto della gestione degli spazi che vanno oltre le proprie acque territoriali utilizzando, al contempo, la spregiudicatezza dei rapporti di forza e le possibilità garantite dagli accordi internazionali.
E parlare di ZEE nel Mediterraneo significa entrare in un tema decisamente combattuto: si pensi, per esempio, alla manovra diretta con cui la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è accordata con la Libia per delimitare le rispettive aree d’influenza e i confini marittimi di riferimento, nell’ottica di una partita fondamentale come quella energetica; o alla manovra con cui l’Algeria nel 2018 aveva istituito unilateralmente la propria ZEE, sovrapponendosi in parte alla Zona di Protezione Ecologica italiana, fino a 13 miglia dalle coste della Sardegna, aprendo un contenzioso con l’Italia che è alla radice della presa di consapevolezza del problema a Roma.
Una ZEE, tecnicamente, garantisce fondamentali priorità al Paese che la proclami, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982. Tale convenzione agli Stati assegna come “diritto naturale” e non richiedente proclamazioni di alcun tipo la possibilità di sfruttare le risorse economiche della piattaforma continentale, ovvero la parte di territorio in continuità con il profilo geologico nazionale che si trovi sotto i fondali marini, mentre nel titolo V garantisce agli Stati la possibilità di proclamare ZEE entro e non oltre le 200 miglia dalla costa. Lo Stato in questione beneficia di diritti sovrani ai fini dell’esplorazione, dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, biologiche e minerali che si trovano nel tratto di mare e nel fondale dell’area in riferimento, ottiene il controllo dei diritti di pesca e deve in ogni caso concedere agli Stati terzi la garanzia della libertà di navigazione e di sorvolo e di posare cavi sottomarini all’interno della ZEE. L’onorevole Di Stasio ha dialogato con noi nel merito di tale iniziativa, sottolineando come “fosse arrivato il momento per il nostro Paese di prendere una posizione nel merito della questione. L’Italia prima d’ora non ha mai provveduto a legiferare sull’istituzione di una propria ZEE, sebbene fosse nei propri diritti, in accordo con la Convenzione di Montego Bay. In questo modo si intende anche inaugurare una nuova direttrice giuridica, con la quale ci auspichiamo che possano essere introdotti in seno al governo nuovi strumenti interdisciplinari per la valutazione di una nuova politica marittima”.
In un mare chiuso come il Mediterraneo nessuna regione costiera ha garantita una distanza superiore alle 400 miglia marittima capace di permettere a due ZEE opposte di lambirsi e confinare reciprocamente. Ciò rende fonte di potenziali instabilità geopolitiche proclamazioni unilaterali come quella algerina, non concordata con i Paesi il cui mare si trova a lambire la possibile ZEE: nel Mediterraneo le ZEE proclamate sono, in un secondo momento, soggette a negoziazioni analoghe a quelle compiute per determinare l’effettiva demarcazione della piattaforma continentale. “Il Ministero degli Esteri ha avviato le negoziazioni bilaterali con l’Algeria per stabilire reciprocamente i confini delle rispettive ZEE, nell’ottica di promozione di una buona politica comune nel Mediterraneo. L’Italia ha un’estensione costiera estremamente rilevante, ed è dunque prioritario per il Paese dare un impulso alla propria vocazione marittima in termini economici, energetici e ambientali”, ha inoltre aggiunto la Di Stasio.
Da questi negoziati derivano i citati diritti marittimi su stock ittici, esplorazione scientifica e, settore in crescente e dinamico sviluppo, ricerca del settore energetico.
Proprio sul tema energetico si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze del case study più importante riguardante la potenziale Zee italiana, il confronto con l’Algeria. Il citato ammiraglio Caffio, in uno studio pubblicato su Analisi Difesae l’ammiraglio Nicola de Felice, in un paper per il Centro Studi Machiavelli, hanno avvertito che l’Algeria potrebbe in futuro pensare di espandere all’esplorazione alla ricerca di gas e petrolio le attività nella zona contesa. Il rischio, tuttavia, non sarebbe cogente o concreto secondo l’onorevole sardo dei Cinque Stelle Pino Cabras, ritenuto uno dei maggiori esperti di questioni internazionali nella galassia pentastellata: “la dichiarazione unilaterale con cui l’Algeria ha proclamato la propria Zona economica esclusiva (Zee) nel marzo 2018 non ha avuto e non avrà alcun effetto concreto”, ha dichiarato a febbraio Cabras, replicando all’ex presidente della regione Sardegna Mauro Pili, che aveva ventilato minacce alla sovranità nazionale.
Non a caso Cabras, assieme a tutti i deputati sardi dei Cinque Stelle, ha cofirmato la legge presentata dalla Di Stasio, che riguarda in maniera principale proprio l’area rimasta sguarnita dei confini marittimi italiani, quella prospiciente la Sardegna. La necessità di un cambio di passo si avverte come necessaria, ora più che mai. Nei decenni passati la strada seguita da Roma ha puntato nella direzione della delimitazione della piattaforma continentale, a seguito di accordi stipulati con Jugoslavia (1969), Tunisia (1971), Spagna (1974), Grecia (1977) e Albania (1992) e della ricerca di un complesso modus vivendi con Malta; nel corso degli anni, però, la proclamazione di ZEE da parte degli altri Stati mediterranei ha alzato il livello della competitività e esposto il Paese al rischio di atti unilaterali non corrisposti. Proclamare la ZEE è di conseguenza un atto di grande rilevanza geopolitica e che certifica la decisa proiezione marittima dello Stato che lo compie. Può l’Italia, tra le maggiori potenze economiche, commerciali e militari del bacino del Mediterraneo esimersi dal farlo?

Gli altri Stati generali: una serie di conferenze per ripensare il Paese diversamente dal "piano Colao"


Rispondere alle sfide politiche ed economiche più pressanti per il Paese e immaginare una risposta a lungo termine diversa da quella delineata dal “piano Colao”. Questa linea ispira gli organizzatori della kermesse “Gli altri Stati generali”, in via di svolgimento dal 12 al 21 giugno attraverso una serie di conferenze telematiche in parallelo al ciclo di incontri organizzati dal governo Conte a Villa Pamphili. Le conferenze del convegno alternativo sono trasmesse su Facebook e sul canale Youtube “Gli altri Stati generali”. 

Fra gli ospiti dell’evento ci sono il professor Sergio Cesaratto, la ricercatrice Marta Fana, il professor Giovanni Dosi e l’avvocatessa del lavoro Claudia Candeloro. Ma molti altri sono i nomi prestigiosi che partecipano alla convention virtuale.
In netto contrasto con gli eventi a porte chiuse degli Stati generali ufficiali, gli “altri” Stati generali sono una serie di incontri dal formato accessibile. L’obiettivo? Aprire orizzonti di emancipazione e discussione e non chiudere le soluzioni nell'opacità degli interessi precostituiti.

Europa, lavoro, disuguaglianze, ambiente, energia, politica industriale, istruzione e sanità: sono questi i temi di cui dibatteranno accademici, economisti, giornalisti, politologi e sindacalisti invitati dall’evento, alla cui organizzazione presiede una rete di cinque associazioni e centri studio.

Gli organizzatori sono:
-la brianzola Associazione Minerva, animata da un network di giovani studenti e lavoratori;
-Kritica Economica, laboratorio di idee attivo nell’approfondito studio e commento dell’economia;
-la rivista “La Fionda”, diretta dagli accademici Geminello Preterossi e Alessandro Somma;
-il centro studi Osservatorio Globalizzazione, fondato e diretto dal professor Aldo Giannuli;
-il gruppo milanese Sottosopra, da tempo attivo nell’organizzazione di approfonditi dibattiti sulle questioni più importanti dell’attualità.

La Sovranità e lo scontro tra economia e politica, intervista a Carlo Galli


Intervista di Ivan Giovi a Carlo Galli per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE *

OG: Professor Galli nel suo saggio “Sovranità” appare emblematica espressione “Sovranità è democrazia? Oggi si”: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?
CG: La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche, economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un paese e anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’Euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo   Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’Euro non si può più stampare moneta; possiamo unicamenteemettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana perché lo Stato i soldi li dovrebbe poterseli stampare.
OG: Perché tutto questo?
CG: Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un Unione a vari livelli: giuridici, economici, culturali, ecc. sempre però tra stati Sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica: l’economia sociale di mercato detta anche “Ordoliberalismo”, andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia.  C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca di distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo) è una risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.
OG: Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?
CG: Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello Keynesiano che aveva come obbiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma però unicamente incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che oltre al lavoro e allo Stato coinvolge anche il capitale e dà così vita al compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la DC mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia, e credeva che il debito fosse qualcosa di spaventoso.
OG: Concezione marxista del debito come colpa!
CG: In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi. Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta, un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre, che ci capiscono poco, solamente che vanno fatti dei sacrifici. Da qui infatti la linea Berlinguer dell’austerità e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, cioè fatta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher “There is no such a thing as a society”, la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.
L’economia si pone come scienza regina e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica, per usare ancora le parole della signora Thatcher “There is no alternative”. La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori. 
OG: Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.
CG: Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò è collegato alla interpretazione della società come “capitale umano”.  Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.
OG: Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?
CG: Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politicaL’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine. 
OG: Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?
CG: In Italia i ceti alto borghesi si sono disperati, hanno pensato che il paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.
Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia – va tenuta al sicuro con il “vincolo esterno”, attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono poi più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).
Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti, lotte, rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.
In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona) ci sono solo Stati sovrani che hanno in comune la moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.
OG: Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?
CG: Chiaro! Ma qui il punto non che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza, attuerebbe la “monetizzazione del debito”, comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).
OG: E non è quello che accade già?
CG: No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non si sente coinvolta da problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.
Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza), ma invece è frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e la Cina. 
OG: Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?
CG: Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione, e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politica economica essenzialmente conservatrice, che cerca essenzialmente stabilità. 
L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che però è comunque insostenibile, per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato. 
In ogni caso, la Ue adottando l’euro ha voluto creare una sorta di “fortezza” o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri paesi.
Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e dove l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dalla politica unitaria. 
OG: Siamo di fronte ad un bivio perciò?
CG: Sì. E il dilemma si risolve con la politica, con la sovranità: o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale. 
Ma sia ben chiaro che nel nostro paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’Euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio. 
OG: E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.
CG: Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.
OG: A cui si aggiungono le regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.
CG: Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica, è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un Europa senza Stati e fatta di macroregioni.
Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.
Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il “liberi tutti”, la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi il paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse; ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi, incapaci di creare ricchezza. 
Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente. 
* Politologo e professore di storia delle discipline politiche all’Alma Mater-Università di Bologna e già deputato nella XVII legislatura.

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