Medio Oriente, The National Interest: la presenza USA è la genesi dei problemi

ott 25, 2023 0 comments


Di Davide Malacaria

Sul National Interest un articolo di Jon Hoffman e Justin Logan sull’impegno nefasto in Medio oriente degli Stati Uniti: “La guerra tra Israele e Hamas ha inferto un duro colpo alla politica statunitense in Medio Oriente.

La quiete prima della tempesta

Pochi giorni prima dell’inizio della guerra, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan ha pubblicizzato i risultati ottenuti dall’amministrazione Biden nella regione, sostenendo che ‘la regione del Medio Oriente è più tranquilla oggi di quanto lo sia stata negli ultimi vent’anni’. Con già migliaia di morti, la guerra rischia di trasformarsi in un disastro a lungo termine con la possibilità di degenerare in un conflitto a livello regionale di conseguenze catastrofiche”.

“Sorprendentemente, alcuni difensori di un più forte impegno statunitense in Medio Oriente hanno attribuito al disimpegno statunitense, o alla minaccia di questo, l’attuale disastro nella regione”.

“Alcuni sostengono che lo scoppio della guerra [di Gaza] abbia messo fine ‘all’illusione che gli Stati Uniti possano districarsi da una regione che ha dominato l’agenda della sicurezza nazionale americana nell’ultimo mezzo secolo’.

Altri sostengono che la guerra rappresenterebbe l’aspetto di un ‘Medio Oriente post-americano’. In questa prospettiva, gli Stati Uniti dovrebbero mantenere una forte presenza in Medio Oriente – se non impegnarsi ancora più in profondità – per proteggere i propri interessi”.

“Questa narrazione riporta le cose all’opposto di quel che sono. La guerra tra Israele e Hamas è scoppiata nel contesto di grandi progetti di riforma dell’ordine regionale, che hanno visto un forte coinvolgimento degli Stati Uniti. Nonostante le ultime tre amministrazioni abbiano promesso di ridurre il coinvolgimento americano in Medio Oriente, la politica estera americana nella regione è stata radicata nella continuità, non nel cambiamento”.

Gli accordi di Abraham e un rinnovato impegno USA in Medio Oriente

“La guerra tra Israele e Hamas dovrebbe invece risultare un vulnus della politica statunitense in Medio Oriente perché dimostra che la dedizione di Washington all’ordine regionale instabile e illiberale è stata dannosa sia per la stabilità regionale che per gli interessi statunitensi. L’attacco terroristico di Hamas e la risposta israeliana sono entrambi avvenuti nell’ambito di una politica di un più forte coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione, non di un suo ritiro”.

Il riferimento più specifico è agli accordi di Abraham che avrebbero dovuto portare alla creazione di un’alleanza tra israele e regni sunniti, che avrebbero gettato nella pattumiera della storia la Palestina e che, nonostante la catastrofe attuale, gli Stati Uniti vorrebbero portare ugualmente a compimento.

“Sotto Donald Trump, gli analisti del Medio Oriente paventavano un’’era post-americana’ anche in Medio Oriente. Allora, come adesso, tale narrazione era del tutto irrealistica. Come hanno sottolineato due studiosi nel 2019: ‘Nonostante tutti i titoli dei giornali, la presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente… rimane relativamente costante e apparentemente permanente’”.

“Lo stesso si può dire oggi: nonostante le promesse di rivalutare le relazioni dell’America con i dittatori del Medio Oriente e di avviare una politica regionale più sensata, l’approccio di Biden in Medio Oriente rispecchia il suo predecessore. Biden, infatti, ha aumentato la presenza militare americana nella regione e […] sta valutando la possibilità di inviare altre 4.000 truppe per sostenere Israele”.

“Gli accordi [di Abraham] non hanno portato ad una minore presenza americana in Medio Oriente e non rappresentano una strategia di uscita per Washington. Che Israele e l’Arabia Saudita si normalizzino o meno, il nuovo Medio Oriente assomiglierà molto al vecchio Medio Oriente. L’effetto principale degli Accordi di Abraham e di un accordo di normalizzazione israelo-saudita mediato dagli Stati Uniti sarebbe quello di fungere da trampolino di lancio per un rinnovato impegno statunitense nella regione”

“[…] Da parte loro, nemmeno gli attori regionali interpretano gli accordi come una exit strategy degli Stati Uniti. Se lo facessero, non sosterrebbero tale approccio. Al contrario, stanno utilizzando gli Accordi come un meccanismo per mantenere gli Stati Uniti intrappolati nella regione come garante della loro sicurezza. Israele ha visto gli Accordi come un modo per allineare gli stati della regione contro l’Iran, evitando del tutto la questione palestinese”.

Tale prospettiva, continua il media USA, è stata evidenziata dall’intervento di Netanyahu all’ONU, nel quale il premier israeliano ha ostentato “una carta geografica che rappresenta la sua visione di un ‘nuovo Medio Oriente’ nel quale tutti i territori palestinesi erano incorporati in Israele, scatenando una tempesta diplomatica”.

Un circolo vizioso

“[…] Gli Accordi di Abraham non rappresentano una panacea per i problemi della regione. Rappresentano la formalizzazione di un ordine politico, economico e di sicurezza coercitivo progettato per mantenere lo status quo nella regione. Danno agli Stati Uniti benefici irrisori, aggravando al contempo i problemi fondamentali che continuano a creare instabilità in Medio Oriente”.

“[…] L’ultima guerra di Israele contro Hamas dovrebbe essere un campanello d’allarme per Washington. Dovrebbe produrre una riconsiderazione fondamentale della politica statunitense in Medio Oriente, evitando di replicare politiche fallite”.

Il sostegno decennale di Washington a un ordine regionale instabile ha dato vita a un circolo vizioso: impegnandosi a combattere le radici dell’instabilità regionale, gli Stati Uniti si sono trovati ripetutamente a dover affrontare sfide che sono in gran parte il prodotto della propria presenza, [delle azioni] dei suoi partner e dell’impegno politico di Washington in Medio Oriente”.

“Negli ultimi decenni, il pensiero egemone ha più volte portato gli Stati Uniti alla rovina in Medio Oriente. Chiedere all’establishment della Beltway di pensare in grande nella regione è una follia. Invece di intensificare il proprio impegno o intrappolarsi, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere il fallimento delle loro politiche precedenti, riconoscere i limiti di quel che crea il coinvolgimento americano nella regione e ridurre la loro politica in Medio Oriente a un livello commisurato agli interessi statunitensi”.

FONTE: https://www.piccolenote.it/mondo/medio-oriente-gli-usa-genesi-dei-problemi

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