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Li Wenliang e la strumentalizzazione del suo caso in Occidente


Di Andrea Virga

È una banalità affermare che la pandemia da Covid-19 abbia portato sotto i riflettori mediatici gli sforzi e i sacrifici compiuti in primo luogo dalle professioni sanitarie – medici e infermieri in primis –, che in tutto il mondo hanno pagato e stanno pagando un prezzo elevato in termini di fatica e vite umane. Questo vale, al netto delle critiche e delle problematiche riguardanti il ruolo dei tecnici nell’influenzare e determinare le decisioni politiche, allo stesso modo in cui in un conflitto bellico l’operato, spesso discutibile, dei generali non deve far dimenticare le sofferenze e gli sforzi dei soldati al fronte. Tra i tanti medici caduti in questa dura lotta, uno dei più famosi è il cinese Li Wenliang.
Il suo caso è diventato particolarmente famoso per la sua presunta azione di “whistleblowing” rispetto alla censura imposta dal governo cinese. Tuttavia, i fatti accertati mostrano una realtà ben diversa rispetto alle narrazioni interessate che hanno prevalso in Occidente, e che contribuisce a spiegare la realtà cinese, che è ben diversa dalle democrazie liberali, ma anche dai classici totalitarismi novecenteschi. Questo dipende anche dalla pervasività dei moderni mezzi di comunicazione che consentono una circolazione delle informazioni e dei dati, fino a pochi decenni fa impensabile. Le informazioni che seguono sono ampiamente circolate non solo sulle reti sociali, ma anche sia sui media cinesi.
Li Wenliang (李文亮) era nato il 12 ottobre 1986, a Beizheng, nella provincia di Liaoning, nel sud della Manciuria. Apparteneva al popolo manciù, terzo per popolazione tra le 55 comunità etniche riconosciute in Cina, e noto per aver espresso l’ultima dinastia imperiale, i Qing. Dopo aver superato il temibile gaokao con ottimi voti, aveva ottenuto l’ammissione alla Scuola di Medicina dell’Università di Wuhan, una delle prime 10-15 università in Cina. Al secondo anno di università, aveva ottenuto l’ammissione al Partito Comunista Cinese, a riprova della sua preparazione e della sua determinazione, oltre che della sua coscienza politica. Basti pensare che, nel 2014, su 22 milioni di candidati, ne erano stati accettati solo 2 milioni.
Dopo la laurea, si era specializzato in oftalmologia a Xiamen, e poi aveva iniziato a lavorare come oftalmologo all’Ospedale Centrale di Wuhan. Non era quindi uno specialista virologo, ma il 30 dicembre 2019 (il giorno successivo, la Cina avrebbe comunicato all’OMS la presenza di un focolaio di polmonite (per cause ancora ignote) a Wuhan aveva letto un rapporto, proveniente da Ai Fen, direttrice del dipartimento d’emergenza, che attestava la presenza di casi di SARS. Quindi aveva diffuso la voce sul gruppo WeChat dei suoi compagni d’università: «Ci sono 7 casi confermati di SARS al Mercato del Pesce di Huanan», allegando la foto e il video del rapporto, ma precisando: «Non fate circolare l’informazione fuori da questo gruppo. Dite alla vostra famiglia e ai vostri cari di prendere precauzioni». Come sempre accade in questi casi, la sua richiesta era stata ben presto disattesa e la schermata aveva iniziato a circolare in Internet.

Di conseguenza, era stato rimproverato dalle autorità ospedaliere, e poi, il 3 gennaio, convocato dalla Polizia municipale. Li (come altri medici) aveva ricevuto un’ammonizione scritta per aver «diffuso affermazioni false su internet» e «disturbato gravemente l’ordine sociale». Il documento proseguiva, con paternalismo confuciano: «L’autorità di polizia spera che tu possa cooperare con il nostro lavoro, ascoltare l’ammonimento degli agenti di polizia e smettere di condurre attività illegali. Sei in grado di farlo? […] Ti consigliamo di calmarti e riflettere attentamente. Ti avvisiamo severamente: se sarai testardo, non mostrerai pentimento e continuerai a condurre attività illegali, sarai punito dalla legge. Comprendi?». Dopo aver risposto affermativamente e firmato l’ammonimento, Li aveva potuto tornare al lavoro, senza alcuna sanzione ulteriore. L’8 gennaio, visitando un paziente afflitto da glaucoma, aveva contratto il Covid-19 e dopo quattro giorni era stato ricoverato e messo in quarantena. [
Nel frattempo, anche a causa dell’esplosione della pandemia, il caso di Li e di altri medici, ammoniti per lo stesso motivo, era stato riesaminato. Il 4 febbraio, la Corte Suprema del Popolo, massima autorità giudiziaria, si era espressa a loro favore, sostenendo che le loro affermazioni non erano del tutto false e che, anzi, col senno di poi, sarebbero state di pubblico beneficio. Il medico cinese aveva commentato positivamente questo responso, ma già il giorno dopo la sua situazione si era aggravata. Il giorno successivo era stato trasferito in rianimazione, ma senza successo, morendo poche ore dopo, la mattina del 7 febbraio. Ha lasciato una vedova (incinta) e un figlio piccolo.
Al momento della sua morte, che ha avuto ampia copertura mediatica, Li Wenliang, era già diventato una figura popolare presso il pubblico cinese. Nei mesi successivi, la polizia locale si è scusata con la famiglia, e gli agenti responsabili sono stati a loro volta puniti.Insieme agli altri medici morti durante l’epidemia, è stato celebrato come un martire dalle autorità cinesi.
Da questa storia, emergono numerose riflessioni, a partire da come la figura di Li sia stata completamente travisata: non era un “whistleblower”, né tanto meno un oppositore anti-regime. La sua leggerezza nel rivelare, sia pure a pochi amici, informazioni riservate era stata inizialmente rimproverata, ma poi pienamente e rapidamente riabilitata al seguito del mutare degli eventi. La pressione popolare ha sicuramente giocato a suo favore, confermando l’esattezza della locuzione «leninismo responsivo» o «autoritarismo responsivo», usata per descrivere la sensibilità del governo cinese verso gli input provenienti dalla popolazione.

Coronavirus in India: un rischio di portata globale?


Di Aldo Giannuli

Per una ragione misteriosa, l’India in Italia non fa mai notizia, pur essendo il secondo paese del mondo per popolazione ed uno dei più importante del continente asiatico. La pandemia è arrivata, ovviamente, anche lì innestandosi su un contesto molto complesso, caratterizzato da contraddizioni e disuguaglianze fortissime: qualcosa di terribile, una minaccia sanitaria che rischia di diventare emergenza economica globale per il peso rilevante del Paese in settori come la farmaceutica e la componentistica. Senza una valutazione seria dei danni del coronavirus in India qualsiasi studio sui costi del virus a livello globale sarà incompleto. Nel seguente video-editoriale il nostro direttore Aldo Giannuli spiega perchè.




FONTE: 
http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/coronavirus-in-india-un-rischio-di-portata-globale/
http://www.aldogiannuli.it/lindia-e-il-coronavirus-il-paese-dove-la-catastrofe-puo-essere-piu-grave/

I Paesi del sud-est asiatico collaborano nella lotta al coronavirus


Di Giulio Chinappi

Mentre in Europa, nel momento della crisi sanitaria, la retorica della cooperazione lascia spazio alla competizione ed i vincoli economici imposti dal modello ordoliberista mostrano tutti i propri limiti, i Paesi del sud-est asiatico danno lezione di collaborazione al resto del mondo. Il clima infuocato dell'eurogruppo lascia qui spazio al sostegno reciproco che ha caratterizzato i recenti vertici in videoconferenza tra gli esponenti dei governi dei dieci Paesi aderenti all'ASEAN (Association of Southeast Asian Nations): Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam.
I ministri degli esteri hanno raggiunto un accordo per istituire un fondo comune di risposta alla pandemia da nuovo coronavirus “con l'obiettivo di mobilitare risorse finanziarie per far fronte alla carenza di forniture mediche, sostenere la ricerca e lo sviluppo di medicinali e vaccini per il COVID-19 e prepararsi in vista delle risposte alle emergenze in futuro”, si legge nella dichiarazione. Un esempio, se si tiene conto del fatto che tra i membri dell'ASEAN esistono grandi differenze economiche, e che tra questi vi sono alcuni dei Paesi più poveri del continente asiatico, come il Myanmar (156mo per PIL pro capite al mondo) o la Cambogia (146ma).
I membri dell'ASEAN hanno inoltre espresso il loro impegno a garantire le catene di approvvigionamento regionali, nonché a collaborare strettamente per mitigare gli impatti della recessione economica regionale e globale, ripristinare la fiducia dei consumatori e della comunità imprenditoriale e mantenere la stabilità socioeconomica. Nella dichiarazione finale si esprime anche un forte impegno a far progredire ulteriormente le azioni comuni per contrastare il COVID-19 e gli impatti sociali ed economici che la pandemia sta causando alla regione, in particolare al processo di costruzione della comunità dell'ASEAN, attraverso la promozione del coordinamento delle politiche, la condivisione di esperienze e delle pratiche e la possibilità di fornire assistenza reciproca tra gli Stati membri.
Il governo vietnamita ha immediatamente dato seguito alle dichiarazioni di buone intenzioni. I primi a beneficiare degli aiuti della Repubblica Socialista sono stati i Paesi limitrofi, ovvero il Laos e la Cambogia. Il Vietnam ha fornito al Laos 160.000 maschere mediche, 130.200 maschere antibatteriche, 1.000 indumenti protettivi, un lettore di risultati di test per il nuovo coronavirus e numerosi kit per il test. Il Paese ha inoltre fornito alla Cambogia 240.000 maschere mediche, 100.000 maschere antibatteriche, 1.000 indumenti protettivi, un lettore di risultati di test ed un numero imprecisato di kit per il test, per un valore complessivo di 300.000 dollari. Da notare che il Ministero dell'Industria e del Commercio aveva già fatto pervenire 100.000 mascherine al governo del Laos nel mese di marzo.
Anche le aziende vietnamite hanno deciso di venire in soccorso del Laos, fornendo un sostegno al governo di Vientiane per il valore di 370.000 dollari, tra aiuti in danaro ed in beni di vario tipo. La Banca per gli investimenti e lo sviluppo del Vietnam (BIDV) ha invece versato un contributo di 50.000 dollari nei confronti del governo laotiano.
Il governo vietnamita ha ancora fornito un aiuto simbolico di 50.000 dollari al Myanmar, ed ha inviato 500 kit per il test alla reazione inversa della polimerasi al governo dell'Indonesia, prodotti dall'azienda vietnamita Viet A Corporation. Restando in ambito ASEAN, il Vietnam ha invece ricevuto da Singapore dieci respiratori per via mezzo della Temasek Foundation International.
Come noto, il Vietnam aveva già inviato duemila test all'Italia, e sta offrendo assistenza anche a molti altri Paesi. Per il governo italiano, i ministri degli esteri e degli interni, Luigi Di Maio e Luciana Lamorgese, hanno inviato lettere di ringraziamento ai loro omologhi vietnamiti, Phạm Bình Minh e il generale Tô Lâm. Il Vietnam ha inoltre inviato 550.000 mascherine antibatteriche a Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, i Paesi più colpiti del continente europeo, ed ha donato alla Germania seimila flaconi per la raccolta dei campioni. Infine, Hanoi ha inviato 450.000 tute protettive agli Stati Uniti.
La cooperazione e la generosità di Paesi dalle risorse limitate, come quelli dell'Asia del sud-est, dovrebbe ispirare i ben più ricchi stati occidentali a seguire uno spirito di collaborazione, e non di competizione, soprattutto in un momento critico come quello attuale, ed in secondo luogo a rompere i vincoli economici che si sono autoimposti cedendo la propria sovranità economica e monetaria alle istituzioni europee.

LA CINA AFFRONTA IL MAGGIOR FALLIMENTO DEGLI ULTIMI 20 ANNI


Di Fabio Lugano

Dopo due Bank Run nell’arco di 15 giorni la Cina si prepara ad quello che è il più grande fallimento di una società, partecipata dallo stato, negli ultimi 20 anni.
Tewoo group è una conglomerata controllata dallo stato cinese, con un’attività diffusa in una serie di settori industriali molto ampi e diversificati, dalla logistica, alle infrastrutture alle auto, al minerario ai porti. Non parliamo di una media realtà locale, ma della 132ima società mondiale secondo la classifica Fortune 500, più grande di China Telecommunications e di Citic group.
Questa società ha offerto i propri creditori un grande piano di ristrutturazione del debito con forti perdite per i creditori ed un concambio obbligazionario che prevede la sostituzione con obbligazioni a scadenza più lunga e minori ritorni. Un piano di ristrutturazione finanziaria profondo e doloroso, che indica come ormai lo Stato non voglia più coprire le perdite delle proprie società in eterno. Eppure qui parliamo di una società con 66 miliardi di dollari di  ricavi ed un magro utile da 129 milioni annui e 17 mila dipendenti.
L’indicazione è importante: ci sarà un vero e proprio default sui titoli soprattutto di quello in dollari da 300 milioni scadente il 16 dicembre. Gli investitori hanno poco tempo per decidere se accettare una perdita secca del 64% o un piano di rientro a lungo termine in quello che è un vero e proprio default. 
Ormai appare chiaro che  anche le società di stato cinesi non sono esenti non tanto dai problemi, quelli di Tewoo erano noti addirittura da aprile, con i primi default limitati sui pagamenti la scorsa estate. In primavera la società aveva dovuto vendere alcune delle proprie scorte di rame ad un prezzo al di sotto di quello di mercato per poter raccogliere dei fondi finanziari.
La Tewoo è la società più importante della regione del Tanjin e la sua crisi non è altro che il riflettersi della crisi di un’intera regione, come indica l’andamento della crescita del PIL regionale.

Tewoo può essere il primo caso di grande conglomerata di stato cinese a ristrutturare il proprio debito. Una situazione pericolosa sia per la finanza cinese, sia per quella internazionale.
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Cina, giovani inviati nelle campagne per risollevare l’economia locale


Di Federico Giuliani

Modernizzare le campagne affidandosi ai giovani. La Cina sta valutando l’idea di inviare nell’entroterra del Paese oltre dieci milioni di ragazzi per promuovere lo sviluppo tecnologico, culturale e medico delle zone rurali più isolate. La decisione non è ancora stata presa, eppure c’è già chi parla di un ritorno al maosimo. In realtà, dietro l’eventuale mossa del Partito Comunista Cinese, c’è ben poco di politico. Il vero obiettivo è economico: risollevare le aree più depresse. Quelle che ancora non hanno subito gli influssi del miracolo cinese.

“I giovani salveranno le campagne”

La proposta è piuttosto singolare, ma non viene direttamente dal Partito, bensì dalla Lega giovanile comunista, una sorta di incubatrice per i funzionari politici del domani. O, meglio ancora, uno strumento di propaganda governativo che si dedica alla formazione politica, morale e ideale dei giovani cinesi. Il cuore della proposta è semplice: spedire nelle campagne, su base volontaria, forze fresche e abituate alla vita cittadina. Qualche giorno fa il Global Times elogiava così il suggerimento della Lega: “Alcune aree rurali devono innovare i loro modelli di sviluppo tradizionali e i giovani possono fare la loro parte aiutandole”.

Un progetto economico

La migrazione di massa dei giovani dovrebbe avvenire entro i prossimi tre anni, con i viaggi dei giovani previsti per lo più durante le vacanze estive. Di sicuro una simile trovata risponde a una strategia precisa. Da decenni la Cina deve fare i conti con enormi diseguaglianze che tagliano il Paese in due parti. Le regioni occidentali, più distanti dal mare, sono le più povere. Qui Pechinovuole intervenire per tamponare una pericolosa emorragia. La stessa che porta nelle megalopoli più ricche migliaia di contadini in cerca di fortuna. Ma simili migrazioni interne spesso non producono risultati sperati, né per i cercatori di fortuna né per le città. I primi finiscono al margine della società, sfruttati e sottopagati. I centri urbani, invece, sentono crescere la pressione demografica.

Sviluppare le zone rurali

Dietro le spoglie di una Cina rampante si nasconde l’altra faccia della medaglia. Nelle campagne vivono poco meno di 600 milioni di persone, la maggior parte delle quali non gode neanche della metà dei vantaggi degli abitanti delle metropoli. L’insoddisfazione cresce, il rischio di disordini sociali è concreta anche se sotto controllo. In più le città sono al collasso e bisogna porre fine alla loro crescita incontrollata. I giovani spediti nelle campagne servono dunque per tappare una falla pericolosa. Uno sviluppo delle zone rurali, infatti, innescherebbe una crescita dei consumi interni oltre alla riduzione delle diseguaglianze.

Un servizio civile con caratteristiche cinesi

La produttività nelle campagne, d’altronde, è in picchiata. Il mix tra piccole aziende agricole e industrie locali fatica non offre un futuro tranquillo. Gli abitanti del posto lasciano quindi la propria terra provocando la classica fuga dei cervelli. Ma questo fenomeno contribuisce ancor di più a svuotare le aree rurali. Ecco: Xi Jinping vuole evitare lo spopolamento delle campagne. Il servizio volontario permetterà a milioni di giovani di diffondere conoscenze in loco su argomenti quali finanza, tutela dell’ambiente e scienza. Non solo: daranno una mano all’interno del sistema educativo e medico. Tutto con l’obiettivo di spingere 100mila giovani a tornare nelle campagne per avviare attività commerciali nella loro terra d’ origine. Insomma, siamo di fronte a una sorta di “servizio civile con caratteristiche cinesi”. Il piano è ambizioso ma c’è già chi ha protestato sui social network locali. “Sembra di esser tornati ai tempi di Mao”, è la lamentela più diffusa su Weibo.

Il 90% della plastica negli oceani proviene da Asia e Africa

Kay Vandette90 percent of ocean plastic waste comes from Asia and Africa
(“Earth”, 3 luglio 2018; articolo rimosso dal portale ma ripreso anche da qualche sito italiano)

Di Kay Vandette

È stato calcolato che circa otto milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno negli oceani di tutto il mondo, ma ora un nuovo studio dimostra che il 90% di esso può essere ricondotto a dieci grandi fiumi dell’Asia e dell’Africa.
Il problema mondiale della plastica si è rapidamente trasformato in emergenza e attualmente negli oceani si trovano circa cinquemila miliardi di chili di questo materiale.
Le principali iniziative per rimuovere la plastica dagli oceani lasciano ancora il tempo che trovano, così i ricercatori del Centro Helmholtz per la Ricerca Ambientale in Germania hanno condotto uno studio per individuare la fonte dell’inquinamento da plastica negli oceani.
I risultati, pubblicati sulla rivista “Environmental Science & Technology”, mostrano che diminuendo l’inquinamento nei fiumi Yangtze e Gange, la quantità di plastica che finisce nell’oceano ogni anno potrebbe ridursi della metà.
Secondo lo studio, risalire alla fonte dell’inquinamento è uno dei modi migliori per superare la crisi.
“Una cosa è certa: questa situazione non può continuare”, ha dichiarato al “Daily Mail” Christian Schmidt, idrogeologo dell’Helmholtz, “ma dal momento che è impossibile ripulire i detriti di plastica che si trovano già negli oceani, dobbiamo prendere provvedimenti e ridurre l’immissione di plastica in modo rapido ed efficiente”.
Per scoprire i maggiori inquinatori dell’oceano, i ricercatori hanno esaminato i dati di 79 siti di campionamento lungo 57 fiumi.
Il “peggiore” è il fiume Yangtze in Cina, che ogni anno immette un milione e mezzo di tonnellate di plastica al Mar Giallo.
Non è ancora chiaro come la plastica dei fiumi finisca nell’oceano, ma è inconfutabile che i fiumi siano i maggiori conduttori di rifiuti e lo studio aiuta a far luce su questo problema.
“Sono solo dieci i principali fiumi che trasportano l’88-95 percento della plastica nei mari di tutto il mondo”, ha detto Schmidt al Daily Mail. “I fiumi con i più alti carichi di plastica stimati sono caratterizzati da un’alta popolazione – ad esempio lo Yangtze con oltre mezzo miliardo di persone”.
Uno dei motivi per cui la pulizia degli oceani è così difficile dipende dalla presenza delle microplastiche in tutti i principali mari e fiumi, le quali causano gravi danni alla fauna marina che li ingerisce accidentalmente.
I ricercatori perciò suggeriscono di concentrare gli sforzi sulla riduzione della plastica “alla fonte” (dei fiumi).
TRADUZIONE DI TOTALITARISMO

Ascensore spaziale, per Elon Musk ‘troppo complicato’. E invece sbagliava


L’ascensore spaziale: il sogno di un grande scienziato russo sta diventando realtà? 
Di Arsenij Kalashnikov
Konstantin Tsiolkovskij lo immaginò nel 1895, ma a lungo era sembrato fantascienza.
Ora invece le grandi agenzie spaziali del mondo ci stanno lavorando seriamente, e tra trent’anni potremmo andare in orbita senza razzi, risparmiando soldi e inquinando meno.
Il grande scienziato russo Konstantin Tsiolkovskij (1857-1935) sviluppò un’idea di ascensore spaziale nel 1895.

Il piano Tsiolkovskij.

Comprese che inviare persone nello spazio poteva essere costoso: un ascensore elettrico che sfruttasse l’inerzia e la gravità per risparmiare energia sembrava essere una soluzione.

Secondo il piano di Tsiolkovskij, un cavo lungo 36 km avrebbe dovuto essere ancorato all’equatore terrestre, con un contrappeso alla fine e con un gigantesco ascensore che si alzava lungo quel cavo.
Lo scienziato, tuttavia, sapeva che nessun materiale conosciuto avrebbe potuto resistere alle tensioni tra la Terra e lo Spazio.
Fino a poco tempo fa nessuno credeva che fosse possibile attuare l’idea di Tsiolkovskij. Anche un pioniere dell’esplorazione spaziale privata come Elon Musk non si era dimostrato entusiasta dell’idea.
“È estremamente complicato. Non penso che sia realistico avere un ascensore spaziale”, ebbe occasione di dire durante una conferenza al Mit, aggiungendo che sarebbe stato più semplice “avere un ponte da Los Angeles a Tokyo” di un ascensore che potesse trasportare materiale nello spazio.
Alla fine di settembre, tuttavia, la Japan Aerospace Exploration Agency e la Nasa hanno dimostrato che la fantascienza potrebbe diventare realtà.
Hanno lanciato un esperimento sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) che ha dimostrato che gli ascensori spaziali potrebbero effettivamente funzionare.
Nell’esperimento, due satelliti cubici ultra piccoli sono stati rilasciati nello spazio dalla stazione. Erano collegati da un cavo di acciaio, e un piccolo container si muoveva lungo il cavo usando un proprio motore. I cubetti erano collegati da un cavo di acciaio lungo 10 metri.
L’esperimento era solo una rappresentazione in scala estremamente ridotta di come un ascensore spaziale a grandezza naturale potrebbe apparire, correndo dalla Terra alla stazione spaziale in orbita, ma alcune società tecnologiche globali stanno già entrando in una gara per realizzarlo per prime.

Ascensore spaziale entro il 2050.

Una società di costruzioni con sede a Tokyo, la Obayashi Corp., ha detto che prevede di costruire un ascensore spaziale entro il 2050 e, secondo l’agenzia di stampa Xinhua, la China Academy of Launch Vehicle Technology spera di farne uno anche prima, entro il 2045.
Un ascensore spaziale potrebbe essere il più grande singolo progetto ingegneristico mai intrapreso e costerebbe circa 10 miliardi di dollari (8,7 miliardi di euro). Ma potrebbe ridurre sensibilmente il prezzo dello spedire le cose in orbita.
I razzi che le agenzie spaziali stanno attualmente utilizzando sono rischiosi e dannosi per l’ambiente, senza menzionare il fatto che sono stati inventati ormai molti anni fa.
Una volta costruiti, gli ascensori spaziali potrebbero trasportare carichi nello spazio per 500 $ (435 euro) al chilogrammo, rispetto all’attuale prezzo di circa 20.000 $ (17.375 euro) al chilogrammo, secondo un rapporto dell’International Academy of Astronautics (Iaa).
“Penso che i primi saranno robotici, e dopo 10 o 15 anni dopo avremo da sei a otto ascensori che saranno abbastanza sicuri da poter trasportare persone”, ha detto Peter Swan, Presidente del Consorzio International Space Elevator, e autore principale del rapporto Iaa.
Per anni i razzi sono stati l’unico modo per andare nello spazio, ma ora un ascensore spaziale come quello che Konstantin Tsiolkovskij aveva immaginato oltre un secolo fa sta diventando il futuro. 

La Corea del Sud ha un nuovo presidente



IL POST

Aggiornamento delle 17.45: l candidato di centrosinistra Moon Jae-in ha vinto le elezioni presidenziali in Corea del Sud, che si sono tenute oggi. A circa un quinto dello spoglio Moon ha circa il 39 per cento dei voti, e ha già detto pubblicamente di aver vinto.
Dopo mesi di grandi agitazioni pubbliche e trame politiche degne di un film, in Corea del Sud si sta votando per eleggere il nuovo presidente del paese, dopo che la presidente Park Geun-hye ha ricevuto gravi accuse di corruzione ed è stata successivamente deposta con un voto di impeachment. La vita politica della Corea del Sud, storicamente dominata dai conservatori, è sempre stata piuttosto tranquilla: lo scandalo legato a Park Geun-hye e le manifestazioni di piazza senza precedenti che ne chiedevano le dimissioni hanno invece fatto tornare il paese sulle pagine di diversi giornali e media internazionali. Ad accrescere la rilevanza di questo voto e l’interesse dei media internazionali hanno contribuito le nuove tensioni con la Corea del Nord, che vanno ormai avanti da diverse settimane, e le preoccupazioni sull’economia del paese, che ultimamente ha un po’ faticato. I 15 candidati – dei quali però solo due sembrano avere possibilità di essere eletti – hanno idee molto diverse su come occuparsi di questi due problemi, che per settimane sono stati al centro della campagna elettorale.
I seggi hanno aperto alle 6 del mattino locali – quando in Italia era la tarda serata di martedì – e chiuderanno alle 20, cioè le 13 italiane. Alle due del pomeriggio l’affluenza era del 60 per cento: un dato molto alto e superiore di sette punti rispetto alla stessa rilevazione delle ultime presidenziali del 2012. I risultati saranno noti poco dopo la chiusura dei seggi.
La Corea del Sud è una repubblica semi-presidenziale: il capo dello stato è il presidente, che allo stesso tempo è anche capo del governo e delle forze armate. Le elezioni presidenziali, che prevedono un unico turno, si tengono in un momento diverso dalle legislative, in cui si vota per rinnovare l’unica camera del Parlamento: le ultime si sono tenute l’anno scorso ed erano state vinte di poco dal Partito Democratico Unito, di centrosinistra. Già allora si diceva che una delle principali ragioni della sconfitta di Park Geun-hye e del suo partito di centrodestra erano state le accuse di occuparsi poco dei problemi economici del paese, e di essere eccessivamente legata alle chaebol, cioè conglomerati di aziende gestite da alcune delle più ricche e influenti famiglie del paese, che da decenni mantengono un legame molto stretto con la politica sudcoreana.
Lo scandalo è diventato pubblico a ottobre del 2016: in sintesi, Park Geun-hye è accusata di avere organizzato un giro di favori e tangenti insieme a Choi Soon-sil, un’amica e confidente di lunga data e figlia di un noto e controverso monaco buddista poi convertito al cattolicesimo. Choi è stata accusata di avere utilizzato i suoi stretti legami con Park per fare pressioni sulle chaebol per ottenere denaro. In pochi anni sarebbero stati raccolti circa 66 milioni di euro, confluiti nelle fondazioni di Choi e usati per il proprio arricchimento personale e per quello di Park, che però ha sempre negato le accuse. In dicembre, il Parlamento ha votato a larga maggioranza l’impeachment di Park, appoggiato anche da membri del suo partito. Due mesi fa la Corte Costituzionale ha confermato la legittimità di quel voto, rendendo ufficiale la deposizione di Park, che ora si trova in una prigione di Seul.
Nelle settimane precedenti al voto parlamentare sull’impeachment, si sono tenute diverse grandi manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni di Park, a cui hanno partecipato soprattutto migliaia di giovani e che hanno contribuito a influenzare il dibattito politico.
Anti-Park Demonstrators Gather In Seoul Following Presidential Apology(Chung Sung-Jun/Getty Images)
Il candidato considerato favorito per vincere le elezioni di oggi è proprio quello che più ha promosso le manifestazioni contro Park: si chiama Moon Jae-in ed è un ex avvocato cattolico, in politica da diversi anni che fra le altre cose è stato capo di gabinetto dell’ex presidente Roh Moo-hyun. Moon è il candidato del Partito Democratico, ed era già stato il principale oppositore di Park alle presidenziali del 2012. Oltre ad avere una posizione molto netta su Park, ha anche insistito molto sui problemi posti dalla diseguaglianza economica e dalla disoccupazione giovanile (tanto che parte dell’establishment coreano lo giudica troppo “di sinistra”, scrive l’analista Scott A. Snyder).
Negli ultimi tempi i temi economici sono più sentiti del solito nel paese: la formidabile economia sudcoreana, che ha portato il paese da essere uno dei più poveri al mondo a uno dei più ricchi e sviluppati in circa 50 anni, ha un po’ rallentato. Nel 2016 si è espansa “solo” del 2,6 per cento, un dato molto più basso rispetto al solito. Anche la disoccupazione giovanile è diventata un piccolo caso: a dicembre il tasso di disoccupazione fa i giovani di età compresa fra i 25 e i 29 anni ha raggiunto l’8,2 per cento, il dato più alto degli ultimi 15 anni. Sono dati che in Europa considereremmo eccellenti – in Germania la disoccupazione giovanile è attorno al 6 per cento, in Italia al 40,1 – ma che in Corea del Sud vengono guardati con una certa preoccupazione, data la prosperità degli ultimi decenni.
Presidential Candidates Campaign In South Korea(Chung Sung-Jun/Getty Images)
Un altro tema di cui si è discusso parecchio è quello della difesa e dei rapporti con la Corea del Nord, evidentemente legati fra loro. Moon è un sostenitore della cosiddetta Sunshine Policy, cioè del rilassamento dei rapporti con la Corea del Nord simile a quello avvenuto fra 1998 e 2008 (e che nel 2002 fruttarono un Premio Nobel per la pace al suo principale promotore, l’allora presidente sudcoreano Kim Dae-jung). La Corea del Nord è forse il tema su cui sono più divisi Moon e il suo principale avversario, Hong Jun-pyo del Partito della Libertà, cioè quello di cui fa parte l’ex presidente Park. Kim è per una posizione molto più netta nei confronti della Corea del Nord, più o meno allineata a quella dell’attuale amministrazione americana: nei giorni scorsi ha spiegato che le elezioni di oggi sono «la scelta fra un regime di sinistra e filo-nordcoreano e un governo che cercherà di proteggere la libertà della Corea del Sud».
Nella pratica, i candidati si sono scontrati soprattutto sul Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), un complesso sistema missilistico americano costato un miliardo di dollari – pagati interamente dagli Stati Uniti – installato per proteggere il paese da potenziali attacchi dell’esercito nordcoreano e operativo da inizio maggio. Hong ha appoggiato la sua costruzione, Moon ha spiegato che Park l’ha permessa con una procedura poco trasparente e che da presidente valuterà se mantenerlo. L’installazione del THAAD ha preoccupato soprattutto gli attivisti di sinistra, che temono possa essere un ostacolo per la ripresa di una forma di negoziato con la Corea del Nord; ma riguarda anche i rapporti con la Cina, che non vuole il THAAD e per questo ha emesso pesanti sanzioni economiche contro la Corea del Sud.
SKOREA-US-DIPLOMACY
Una manifestazione contro il THAAD durante una recente visita in Corea del Sud del segretario di stato americano Rex Tillerson (JUNG YEON-JE/AFP/Getty Images)
Anche l’ambiente è entrato nel dibattito della campagna elettorale, dato il preoccupante livello di smog raggiunto dalle città coreane, e in particolare da Seul, negli ultimi mesi. La qualità dell’aria nella capitale è scesa a livelli paragonabili a quella di città storicamente molto inquinate come Pechino e New Delhi, ha scritto il Washington Post, cosa che ha costretto un po’ tutti i candidati a prendere posizioni filo-ambientaliste e impegnarsi per migliorare la situazione. Anna Fifield, capo dell’ufficio di Tokyo del Washington Post, ha spiegato che nelle ultime ore il tema dell’inquinamento sta occupando molto spazio nelle conversazioni private e nel dibattito pubblico coreano.

Secondo diversi osservatori internazionali, Moon è nettamente favorito e a meno di sorprese dovrebbe vincere le elezioni di oggi: il più recente sondaggio dell’istituto Gallup lo dà intorno al 38 per cento dei consensi. Hong è considerato in rimonta anche dai sondaggi, e sembra aver superato il centrista Ahn Cheol-soo. Molto più in basso nelle considerazioni degli analisti e nei sondaggi sono la candidata di sinistra Shim Sang-jung e quello di destra Yoo Seung-min.
sondaggi corea

PUNJAB, UN UOMO HA RIPULITO BEN 160 KILOMETRI DI FIUME DALL'INQUINAMENTO CON LE PROPRIE MANI

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Tutti noi possiamo contribuire da parte dei nostri piccoli atti di proteggere l’ambiente. Ma le azioni di alcune persone sono così grandi che vale la pena di raccontare la loro storia. Questo è il caso di Sant Balbir Singh Seechewal , oggi meglio conosciuto come “Eco baba“. Quest’uomo è un attivista della regione del Punjab (che si trova tra India e Pakistan) che ha deciso, con ferma convinzione, di fare qualcosa per la propria terra, invasa da fiumi inquinati.
Con questa idea, “baba Eco” ha preso l’iniziativa su diversi progetti, ma il più grande finora e che lo ha portato a diventare l’ispirazione per molti indù e persone in tutto il mondo è stato pulire 160 chilometri del fiume di Kali Bein.
Il fiume  Kali Bein  era completamente inquinato a causa di inquinamento delle case e delle industrie della zona, a tal punto da non poter più sostenere la vita selvatica all’interno di esso.
La storia sarebbe potuta finire tragicamente, come già accaduto per il lago di Popoo, ma Sant Balbir Singh Seechewal è arrivato in tempo per evitare impedendo l’ennesimo disastro ambientale.
“Eco Baba” ha riunito 200 volontari, e insieme a loro ha lavorato con le proprie mani perrimuovere tutti i detriti dal fiume. In 200 hanno fornito sia il lavoro fisico che le idee e anche appelli alla comunità per raccogliere i fondi necessari per il loro duro lavoro.
Non hanno avuto alcun aiuto da parte del governo o dalle istituzioni e il loro obiettivo sembrava destinato a fallire. Ma ci sono riusciti: il fiume è nuovamente “in vita”.
Questa storia mostra quanto si possa ottenere con la forza di volontà, la solidarietà e il lavoro di squadra. In tutte le nostre città non è un problema ambientale che può nascere, crescere, o come è stato il Bein fiume Kali, subire le terribili conseguenze. La forza di volontà è nelle nostre mani e ci permette di dare meglio di noi facendo qualcosa che può iniziare come un piccolo gesto, ma che è in grado dicambiare il mondo.  Qui sotto un reportage in due parti:
parte 2:
parte 3:
parte 4:

HANG SON DOONG, LA CAVERNA PIU' GRANDE DEL MONDO


Di Prixi
E’ in Vietnam e precisamente nella provincia di Quang Binh, situata nel parco nazionale di Phong Nha-Ke Bang al confine con il Laos, Hang Son Doong, la più grande grotta del mondo.


Il nome Hang Son Doong significa in vietnamita “grotta del fiume di montagna” ed al suo interno contiene spiagge, cunicoli, stalagmiti alte fino a 70 metri (forse le più grandi del pianeta), fiumi, laghi nonché un proprio microclima ove vi si formano nuvole di pioggia che hanno favorito la crescita di una florida vegetazione e la presenza di una fauna multispecie.

In alcuni punti, Hang Son Doong, raggiunge i 200 metri d’altezza e i 150 metri di larghezza.

La caverna, che fa parte di una rete di 150 grotte lunga circa 9 chilometri, ha una lunghezza di quattro chilometri e mezzo, battendo così il record della Deer Cave nel Borneo in Malesia.
Scoperta soltanto nel 1991 da un esploratore locale, la cavità potrebbe avere presumibilmente 2,5 milioni di anni e si suppone sia stata scavata da un fiume sotterraneo che erodendo il calcare sotto la montagna ha indebolito ed assottigliato la roccia facendola crollare, creando giganteschi lucernari, permettendo così alla luce solare di entrare e dare origine ad un vero e proprio ecosistema.
La primissima esplorazione, che avvenne solo nel 2009, fu intrapresa da un gruppo di speleologi britannici facente parte del British Cave Research Association guidati da Howard Limbert e dopo di questa, che per diversi motivi non potè essere completata, ne seguirono altre.
Esistono mondi nascosti di cui spesso ignoriamo l’esistenza e a mostrarci questa meravigliosa cavità naturale, un paradiso terrestre in parte ancora misterioso, è lo straordinario video realizzato da Ryan Deboodt, un fotografo freelance che collabora, tra gli altri, con il National Geographic e che riassume circa 10 ore di esplorazione realizzate utilizzando un drone volante, mentre alcune suggestive sequenze sono state montate in timelapse.

FONTE:http://www.altrogiornale.org/hang-son-doong-la-caverna-piu-grande-del-mondo/

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