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Cina-Usa: la battaglia dei giganti


Di Andrea Muratore

Oltre i dazi, la sfida Cina-Usa è a tutto campo. E fondamentalmente la contesa geopolitica, economica e strategica passa per il controllo delle grandi rotte di comunicazione digitali, commerciali e infrastrutturali che determinerà gli equilibri di potenza del XXI secolo.
“Peace”, in inglese, significa “pace”, questo è noto. Ma non solo: Peace è anche l’acronico di “Pakistan and East Africa Connecting Europe”, uno dei più strategici progetti di Huawei Marine Network & Co., la branca della società di Shenzen dedita alla costruzione delle reti di cavi sottomarini deputate alla gestione del traffico dati intercontinentale. Un settore strategico e cruciale ora che il mondo si prepara a un’accelerazione nella trasformazione tecnologica delle comunicazioni, all’ascesa del 5G e alla diffusione massiccia dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. E anche uno dei nervi tesi della rivalità globale tra Cina e Stati Uniti.
“La connettività” – ha scritto l’analista indiano Pharag Khanna nel suo saggio Connectography – ha sostituito la divisione come nuovo paradigma dell’organizzazione globale. La raffigurazione delle nostre infrastrutture ci dice molto di più del funzionamento del mondo che non le cartine politiche con i loro confini. La vera mappa del mondo non dovrebbe rappresentare soltanto gli Stati, ma anche le metropoli, le autostrade, le ferrovie, le pipeline, i cablaggi per Internet”. La globalizzazione, smaltita l’utopia di fine XX secolo, ha rafforzato il conflitto tra potenze e le logiche della strategia, della geopolitica, della geoeconomia. I gangli vitali del mondo sono, sempre di più, infrastrutturali. E nella sfida tra Cina e Stati Uniti, che potrebbe segnare in profondità il XXI secolo.
Graham Allison, esperto statunitense di relazioni internazionali, ha affrontato il tema della rivalità sino-americana in Destinati alla guerra,ponendo al centro, con una serie di opportuni paragoni storici, il tema della “trappola di Tucidide”, ovvero del rischio di scontro diretto, armato e risolutore tra la potenza egemone desiderosa di conservare la sua posizione di forza (nel caso gli Stati Uniti) e lo sfidante in rapida ascesa, come negli anni è stata l’arrembante Cina di Xi Jinping. Allison non esclude che il rischio di uno scontro aperto possa risolversi in una situazione di equilibrio competitivo: tuttavia è bene ricordare che l’era presente è caratterizzata da un’amplificazione a trecentosessanta gradi delle potenziali fonti di scontro e conflittualità. Ovvero la “trappola di Tucidide” potrebbe scattare anche prima che le forze di Cina e Stati Uniti siano venute a diretto contatto. Attivandosi, ad esempio, asimmetricamente laddove la rivalità tra le due superpotenze si fa più intensa, celata sotto forma di guerra economica. Economia che nel gioco delle grandi potenze si dimostra essere ancillare, e non dominante, alla politica e utilizzata come strumento d’offesa.
Non a caso, numerosi analisti e commentatori non centrano al completo il punto laddove parlano della guerra dei dazi scatenata da Donald Trump, ora depotenziata da una temporanea tregua,come il fronte principale della crisi bilaterale. Il braccio di ferro commerciale architettato dai due pretoriani di Trump, Bob Lighthizer e Peter Navarro, è sì importante, ma non è il terreno decisivo su cui Cina e Stati Uniti si concentrano. I due Paesi duellano per ridisegnare la mappa degli equilibri di potere su scala mondiale: e qui torniamo al campo della connettività, delle reti di cui l’infrastruttura Peace è una parte, così come lo sono i progetti infrastrutturali della “Nuova Via della Seta” a trazione cinese, le rotte commerciali marittime garantite dalla pax americana e dal controllo statunitense degli oceani e i traffici dati scambiati attraverso cavo, trasmissione wireless o scambio satellitare. Ovvero al terreno di confronto geopolitico e geoeconomico su cui va in scena una vera e propria battaglia tra giganti.
Da un lato gli Stati Uniti, superpotenza tra terra e mare presi nel dilemma della gestione della globalizzazione da essi plasmata, tra il timore della sovraestensione (overstretch) e i contraccolpi interni dei cambiamenti dell’economia globale. Impossibilitati a rinnegare il rango imperiale e divisi al loro interno su una serie di faglie politiche, economiche e sociali che attraversano il Paese sino ad arrivare sulle rive del Potomac, negli apparati di potere di Washington. Divisi su tutto fuorché sul nome del rivale numero uno: la Cina. Stato-civiltà che vive la sua ascesa come un ritorno al legittimo rango di prima potenza al mondo e di protagonista della storia che ha conosciuto un’eclisse nel “secolo delle umiliazioni” compreso tra le guerre dell’oppio del XIX secolo e la vittoria di Mao Zedong e dei comunisti nella guerra civile nel 1949 e nella successiva fase di consolidamento della Repubblica Popolare. Intenta a plasmare una strategia globale che ha anche importanti risvolti di politica interna.
Facendosi artefice delle vie della seta e della connettività Pechino mira a raggiungere e consolidare, per la prima volta nella storia, l’obiettivo strategico a lungo anelato dagli imperatori: la coesione completa del suo territorio, partendo dai vasti territori ai confini occidentali e meridionali storicamente abitati da popoli estranei alla maggioranza Han (Xinjiang e Tibet) e arrivando sulle rive del Mar Cinese Meridionale per sciogliere i nodi di Hong Kong e Taiwan. “Tutto sotto il cielo”. Non a caso gli scenari interni o periferici su cui, a più riprese, Washington ha tentato di intervenire per frustrare le ambizioni unitarie cinesi.
Una sfida globale tra due potenze che amano pensarsi universali. L’eccezionalismo americano contro la riscoperta da parte di Xi Jinping del “mandato celeste” degli imperatori di quello che si autodefiniva, e si autodefinisce tuttora, il “Paese di Mezzo”. Una sfida che avvolge e coinvolge l’intero pianeta, come le reti e le rotte su cui si gioca il braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti.

Le vie della seta sfidano l’egemonia Usa?

In un’analisi pubblicata su queste colonne Amedeo Maddaluno ha fatto giustamente notare che le radici della supremazia globale degli Stati Uniti vanno ricercate nella svolta marittima di Washington che, a partire dal ragionamento di Alfred Mahan, si è concretizzata nel corso del XX secolo. Su scala globale, Washington ha diviso il pianeta in regioni di pertinenza delle flotte stanziate in punti strategici in maniera analoga a quanto fatto dalla Roma imperiale con il Mediterraneo all’epoca della pax romana.
La globalizzazione è, in grande misura, manifestata concretamente dall’estensione dei commerci garantiti, su scala planetaria, dalla volontà a stelle e strisce di mantenere aperte le rotte marittime, di presidiare i choke points, i “colli di bottiglia” affinchè mai venga meno tale prospettiva. Ragionamento in larga misura antieconomico, se si pensa ad esempio che Washington presidia lo stretto di Hormuz da cui proviene una quota consistente delle esportazioni di greggio mondiali destinata, in larga misura, all’Asia orientale e alla Cina sua prima rivale. Ma per Washington l’assicurazione sulla vita del commercio mondiale è garanzia di mantenimento dello status di superiorità geopolitica. Ovvero manifestazione plastica di una primazia in cui l’economia è mezzo, e non fine.
In questo contesto non è dunque del tutto corretto dire che la Belt and Road Initiative sia una sfida aperta e conclamata all’egemonia statunitense. Da un lato, infatti, le vie della seta si appoggiano su un braccio marittimo la cui disponibilità permanente Pechino non è ancora in grado di garantire, mancando della necessaria proiezione militare. Dall’altro, gli investimenti massicci nella connettività euroasiatica rappresentano sicuramente un tentativo di cambiare le regole del gioco. Di permettere a una quota sempre crescente dei commerci destinati e provenienti dalla Cina di fluire su terra, attraverso autostrade e rotte ferroviarie che evochino le carovaniere solcate dagli antichi mercanti ai tempi dei Giovanni da Pian del Carmine, dei Marco Polo, dello splendore dei palazzi turchesi di Samarcanda. Ma gli hub delle vie della seta, inevitabilmente, restano i porti: è sul mare che si gioca il destino della connettività geoeconomica, come la Cina ha capito visti i cospicui investimenti portuali e come ha fatto notare anche Lucio Caracciolo nell’editoriale di apertura al numero di Limes di luglio 2019:
“Oggi Pechino impernia la sua prospettiva strategica sul mare, non sulla terra. Si attrezza a smarcarsi con prepotenza nei Mari Cinesi, specie il Meridionale, epicentro delle contestazioni territoriali sulla proprietà di scogli e arcipelaghi di fondamentale valore in mari tanto stretti. Retrovia da assicurare in vista dell’espansione negli oceani, eretti in dottrina a “principali direttrice strategica difensiva”.
Del resto, gli oceani sono strategici anche per la presenza nei loro fondali delle rotte delle grandi infrastrutture di cavi sottomarini su cui si regge il traffico dati planetario. E che apre alla grande sfida della connettività tecnologica, la partita più aperta tra quelle che vede coinvolte Cina e Stati Uniti.

Una sfida in cinque dimensioni

Il digitale è fisico, l’immateriale è concreto. La base della filosofia confuciana che ha posto le radici della cultura dell’Impero di Mezzo potrebbe sintetizzare in un detto di questo tipo la profonda contraddizione tra la vulgata tipica riguardante l’innovazione e il mondo dei dati (azzeramento delle distanze, iperconnessione, creazione di un universo sempre più virtuale) e la realtà della battaglia quotidiana per la supremazia nell’infosfera. Battaglia che ha solide basi concrete nella corsa all’edificazione delle infrastrutture materiali e dei centri di controllo che gestiranno i traffici dati e, con essi, il controllo sulle informazioni più sensibili ad essi associate: transazioni finanziarie, comunicazioni riservate, ordini di dispiegamento per reparti militari, conversazioni quotidiane che disegnano minuto dopo minuto i trend globali fondamentali per l’intelligence.
La sfida si combatte su cinque dimensioni: a terra, aria e mare si devono aggiungere lo spazio e l’infosfera. E a primeggiare sarà l’attore capace di mettere in campo il maggior potenziale strategico e di coordinare al meglio progettualità, priorità tecnologiche, intuito e capacità di controllo politico e materiale sulle nuove infrastrutture che detteranno le linee guida del futuro. Le reti 5G sono sicuramente l’esempio più celebre di questo cambio di paradigma e il terreno di scontro in cui la sfida Cina-Usa si rivela essere partita per la supremazia. Nella guerra ai colossi cinesi, Huawei e Zte, Washington è pronta ad arruolare il big tech a stelle e strisce, ricordando la funzionalità della rete alla strategia globale statunitense, a difendere la sua egemonia sui flussi dati.
Progetti come Peace fanno paura a Washington perché ne minano le certezze, mettono a repentaglio un’architettura di potere ben congegnata e coordinata che riesce a mantenersi celata. Sanno ad esempio forse i cittadini della Sicilia di vivere in un’isola chiave per le telecomunicazioni globali e per la strategia Usa, sede dello strategico “Sicily Hub”? Pechino reagisce con la grammatica strategica spiegata nel Vangelo del conflitto asimmetrico, Guerra senza limiti, opera di due ufficiali cinesi, in cui si teorizza la necessità di colmare i gap di potenza tradizionali colmando i divari con l’avversario nei suoi punti di massima vulnerabilità o, alternativamente, nei settori di più recente emersione.
Su spionaggio, analisi dati e innovazione di frontiera, ovvero sulla connettività materiale ed immateriale del futuro e sulla sua capacità di penetrare al suo interno Pechino scommette per i prossimi decenni. Alcuni hanno definito sharp power questa strategia ibrida, che spinge Pechino a gareggiare per vincere nella corsa alla realizzazione della rete globale del 5G, a dominare le frontiere dell’intelligenza artificiale per garantirsi un dividendo politico-economico e a duellare con Washington anche in terreni di scontro “di frontiera” come quello dei supercomputer quantistici.
Come ha scritto su Atlante l’analista Alessandro Aresupartendo proprio da un’analisi sul tema dei computer quantistici, “Nessuna tecnologia è neutra. È sempre posseduta da qualcuno, con diversi gradi di accesso degli altri, con diverse possibilità di influenza, e pertanto con implicazioni sui rapporti di potere. La corsa alle capacità quantistiche” da parte della Cina “si interseca con processi che segnano la nostra epoca: gli investimenti cinesi sui conglomerati tecnologici, sull’ecosistema dell’innovazione e sulle infrastrutture spaziali; la reazione degli Stati Uniti attraverso gli strumenti di geodiritto, l’allargamento del dominio della sicurezza, il rapporto con i giganti digitali americani”.

Due giganti e un nano

La partita Usa-Cina per dettare le regole della connettività del futuro è una battaglia tra giganti, in cui sia Pechino che Washington impiegano un capitale considerevole in termine di risorse e programmazione politica. E pensare che trent’anni fa c’era chi profetizzava la fine di una storia che sembra accelerare anno dopo anno.
L’ambizione di supremazia di Cina e Stati Uniti fa sentire questa nostra Italia e in generale l’Europa intera fuori dal mondo, su un altro pianeta, rendendo gli analisti più attenti esterrefatti per la conclamata incapacità di capire la realtà circostante. Lo ha scritto bene Pierluigi Fagan di recente: “L’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute. […] Utopia che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni. In Europa si leggono questi lunghi elenchi di conflitti e problemi crescenti come se si stesse leggendo la gazzetta di un altro pianeta”. Guardando al duello Cina-Usa, come non concordare?

Il mistero dell'altruismo


Di Pierluigi Fagan
La biologia evolutiva è una disciplina che discende da i due ambiti teorici, quello biologico da una parte, quello della teoria dell’evoluzione dall’altra. Questo secondo viene storicamente prima del primo, nel senso che le conoscenze concrete di biologia al tempo in cui Darwin scrisse l’Origine (1859), non erano sviluppate. Addirittura Darwin non conosceva neanche le teorie di Mendel che pure erano a lui coeve e senz’altro non poteva conoscere tutti i successivi raggiungimenti culminati poi nella scoperta del DNA (1953).

Tutto questo sviluppo quindi, è sorto dandosi come limiti insuperabili la teoria dell’evoluzione data come caposaldo teorico generale, inviolabile.
In più, va notato che la versione data di “teoria dell’evoluzione” è solo in parte derivata dall’Origine di Darwin poiché per buona altra parte si è invece basata sulle interpretazioni date all’Origine. Di queste, la più influente è stata quella del filosofo H. Spencer, sociologo con chiari fini politici. Si noti la struttura di questa storia che è del tutto simile al rapporto tra Marx, testi di Marx e marxismo.
Il canone del darwinismo è stato compendiato in una costruzione teorica che si chiama “Sintesi moderna”. Questa teoria maggiore, presuppone in accordo alle interpretazioni di Spencer (non di Darwin), che l’uomo sia un animale individualista, egoista, competitivo. Del resto l’inglese Spencer culmina l’antica tradizione che partiva da Hobbes e quindi siamo in pieno canone anglosassone. Adam Smith, per dire, era invece scozzese e fintanto rimase in vita, lui ed i suoi contemporanei credevano che il suo opus magnum non fosse come riteniamo noi la Ricchezza delle nazioni (1776) ma la Teoria dei sentimenti morali (1759), opera basata sul concetto di “simpatia umana” che è poi molto simile a quella che noi oggi chiamiamo “empatia”, che ovviamente è ben più in armonia con concetto di altruismo.

Ai darwinisti anglosassoni che dominano l’interpretazione della teoria dell’evoluzione a tutt’oggi, interpretazione saldata nell’idm con l’antropologia profonda, certa sociologia, certa teoria economica e quindi certa teoria politica, non risulta quindi che l’uomo o qualsiasi animale, abbia potuto sviluppare oltretutto a base genetica, una qualche propensione all’altruismo, tant’è che tutt’oggi, scrivono libri in cui facendo spericolati esercizi di logica apparente, cercano di darne una qualche spiegazione. Definito quindi l’altruismo un “mistero”, finiscono in quei libri col sostenere che in realtà è una forma mascherata di egoismo genetico. Cosa non si fa pur di difendere il proprio paradigma!
Non c’è alcun mistero nell’altruismo che fa parte della dotazione caratteriale di molti animali e dell’uomo assieme all’egoismo. Il vaglio adattivo che i darwinisti chiamano per amore delle drammatizzazioni “selezione naturale”, agisce su geni, genomi, individui, gruppi, intere specie. A livello di individui e gruppi, agisce su entrambi. Molte specie hanno sviluppato strategie adattive gruppali, dette con scivolamento antropomorfico “sociali” (la società umana non è la società delle api, è una falsa analogia). Lo hanno fatto perché “l’unione fa la forza”, per cui i gruppi hanno più facoltà adattive dei singoli ed i singoli più che alla natura si adattano quindi ai gruppi e per adattarti ai gruppi, se sei asociale sei tendenzialmente dis-adatto. A meno tu non faccia parte di una intera società di disturbati sociali quali sono in genere quelle degli anglosassoni.

Ecco allora che ieri, un gigante nero di origini africane pagato da una squadra posseduta da cinesi che lo hanno pagato la bellezza di 80 milioni di euro, un bomber in gara per la classifica individuale di chi segna più gol e quindi deputato a battere i calci di rigore, inaspettatamente lascia l’onore di tirare un rigore ad un ragazzino di 17 anni di Castellamare di Stabia, attaccante anch’egli, al suo esordio in serie A. Il ragazzino ha poi fatto gol ed è andato a piangere tra le braccia della mamma a bordo campo. Tutto ciò un neo-darwinista non può accettarlo, spiegarlo, giustificarlo. L’intelligenza sociale del gigante nero non è nei parametri della teoria, sebbene lo sia appieno nei parametri dell’effettiva evoluzione di molte specie animali, l'umana in particolare.
Capirete bene allora che razza di problema sia la concezione dell’uomo che domina la nostra immagine di mondo dominata dagli anglosassoni?

[Nella foto, il gigante nero già pronto a battere il rigore lancia la palla al ragazzino invitandolo a prendersi ònere ed onore perché una riserva felice fa la squadra più forte ed anche un campione da 80 milioni di euro, dipende dalla forza generale del gruppo in cui opera]

VERSO UN MONDO MULTIPOLARE-LIBRO DI PIERLUIGI FAGAN

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Di Pierluigi Fagan
In libreria ed e-book on line dal 13 Gennaio 2017. Pierluigi Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Fazi editore, Roma, 2017.
Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza  e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi.  Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo.  Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva  la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo europei e giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia.  La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite.  Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.
Pierluigi Fagan, 58 anni, per più di venti è stato un professionista e poi imprenditore. Da più di tredici, si è dedicato completamente allo studio ed all’indagine sul mondo e di come lo pensiamo, collezionando -ad oggi- la lettura e lo studio di poco meno di mille saggi di quasi tutte le principali discipline di quello spettro che gli antichi chiamavano “dalla fisica alla metafisica” . Da quattro, tiene questo spazio che è un diario di ricerca sul concetto di complessità, in cui pubblica i suoi articoli, studi, analisi, spesso ripresi da diverse testate on line.  
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13.12 Primo lancio con commento sulla nomina di R. Tillerson a segretario di Stato degli Stati Uniti da parte di Trump (qui). Su Eunews (qui) e sinistrainrete (qui).
20.12 Segnalazione su nòva-Sole24Ore da parte di G. Caramellino (qui).
25.12 Segnalazione su 9 Colonne, l’agenzia di stampa di Paolo Pagliaro, coautore di Otto e Mezzo su LA7 (qui).
27.12 Su Google books, anteprima (qui)
29.12 Sul numero dell’11 Gennaio 2017 di VANITY FAIR, una segnalazione del libro in uscita a pagina 28
09.01 Sul numero del 9 Gennaio de il Fatto Quotidiano, la presentazione del libro (qui)
12.01 Recensione dell’analista-filosofo Paolo Bartolini, su Megachip (qui)
12.01 Ripreso dal blog Byebyeunclesam (qui)

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