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ONU: 'L'ISIS STA COMPIENDO UN GENOCIDIO SUGLI YAZIDI'



Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo i miliziani dell'ISIS si stanno macchiando di crimini e persecuzioni nei confronti della minoranza religiosa ed etnica degli Yazidi.
Recentemente, la commissione indipendente promossa dalle Nazioni Unite ha sostenuto che quello che è in atto verso gli Yazidi è "un genocidio" e i commissari d’inchiesta dell'Onu hanno evocato l’intervento della Corte penale internazionale.

PER APPROFONDIRE:http://www.left.it/2016/06/16/genocidio-degli-yazidi-sostiene-lonu-ecco-la-storia-del-popolo-oppresso-dallisis/  

FOTO:http://captaintarekdreams.blogspot.it

Holodomor: la tragica carestia e genocidio ucraino che, per lungo tempo, fu 'dimenticata'


Di Salvatore Santoru


Il 22 novembre ricorreva l'anniversario dell' Holodomor, ovvero la tragica carestia che produsse milioni di morti ucraini.
Tale carestia, riconosciuta come genocidio da parte dell'Ucraina e di altre nazioni, interessò la nazione slava dal 1932 al 1933.

Per troppo tempo tale tragedia venne dimenticata (almeno mediaticamente) a livello storico, tanto che solo nel 2008 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che lo definiva come "crimine contro l'umanità".

Tale tragica carestia fu provocata dalle politiche agricole di collettivizzazione forzata imposte da Stalin, le quali avrebbero trasformato l'economia tradizionale ucraina in un'economia pianificata e moderna in un breve periodo.


Per fare ciò, Stalin dispose che tutte le terre dovessero essere unificate in cooperative agricole (Kolchoz), e in aziende di Stato (Sovchoz), ma ciò risultava in forte contrasto con il sistema agricolo ucraino, basato su una lunga tradizione di fattorie possedute individualmente.

Ovviamente questo progetto non andava bene alla maggioranza dei contadini che lavoravano e possedevano quelle terre, così iniziò la deportazione fisica.
Tali misure politiche facevano parte dei piani di "collettivizzazione" e di "dekulakizzazione" (1929-1932), che si ponevano l'obiettivo di mettere fine alla proprietà privata e individuale della terra.


Nella propaganda politica usata per la giustificazione di tale politica si fece ampio ricorso alla demonizzazione dei cosiddetti "kulaki", una categoria di contadini considerata "privilegiata" nell'URSS, dove  per essere considerati tali, come ricorda lo storico francese Nicolas Werth, bastava "l'utilizzo di un operaio agricolo per una parte dell'anno, il possesso di macchine agricole un po' più perfezionate del semplice aratro, di due cavalli e quattro mucche".


Inoltre, Stalin affermò che : "Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki [...] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo".


Le misure staliniane ovviamente non erano dirette solo contro i "kulaki", ma, secondo alcune interpretazioni storiche, contro i contadini in sé, visto che essi si opponevano ad esse e dal 1932 al 1933 ne vennero attuate anche delle nuove.

Tali misure si basavano, tra le altre cose, sulla requisizione totale dei generi alimentari e sull'obbligo di cedere allo Stato elevate quantità di grano, in modo che gli stessi produttori non potessero usufruire nemmeno del minimo necessario per il loro sostentamento.


Fu proprio a causa delle confische delle derrate alimentari, che l'Ucraina dovette vivere una delle più tremende carestie della sua storia, carestie durante la quale si ebbero anche diversi episodi di cannibalismo tra la popolazione ( da qui nasce la famosa leggenda metropolitana dei "comunisti mangia bambini" ).

Il numero delle vittime dell'Holodomor non è ancora del tutto chiaro ,e ufficialmente si attesta sui 5 o più milioni, anche se c'è chi parla di 7 e anche di 10.

Al di là del numero, ciò che vale la pena sottolineare è che di tale tragedia se ne parli solo da pochissimo tempo e gli stessi paesi occidentali preferivano tacere.

Insomma, fu fatto tutto il possibile per nascondere la verità e c'è anche da ricordare che a Chicago, ne 1933, alcuni manifestanti di origine ucraina che protestavano contro tali politiche furono aggrediti  e dispersi da parte di alcuni individui legati al Partito Comunista statunitense.

Si spera che la conoscenza e la memoria di questa, come di altre, tragedie serva a far sì che non ne avvengano mai più.

USA, il programma Wildlife ha ucciso 4 milioni di animali


Di Davide Mantovani
E’ significativamente aumentato il numero di animali uccisi nel programma made in USA Wildlife, le vittime sono 4 milioni.
Wildlife Service è un piano del dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti che prevede l’eliminazione delle specie animali, a sentir loro dannose, per l’agricoltura, l’allevamento e i trasporti.
Nel 2013 le vittime sono state 4 milioni, 1 milione in più rispetto ai 3 milioni di uccisioni annuali registrate fra il 2009 e il 2012, un dato che fa riflettere, e che ha innescato numerose proteste da parte di molte associazioni animaliste.
Anche se il programma, ufficialmente prevede l’eliminazione di specie invasive non autoctone, pare che a fare i conti con Wildlife siano più che altro animali locali, nello specifico le vittime della guerra contro le interferenze nell’attività umana sono: 75.326 coyote, 866 linci, 528 lontre di fiume, 3.700 volpi, 12.186 cani della prateria e 419 orsi.




Ma i più uccisi sono i volatili perché secondo i fautori del progetto risultano pericolosi per le attività aeroportuale, infatti l’ 87% delle uccisioni sono di storni europei, passeri e piccioni, ma non solo, anche volatili più grandi come i 973 falchi dalla coda rossa e le tre aquile abbattute.
Viste le cifre, anche il Centro per la diversità biologica degli Stati Uniti si è unito alla protesta, chiedendo formalmente che vengano date informazioni su tutti gli abbattimenti, e che vengano resi noti i motivi legati all’uccisione di ogni singolo animale.
Una cosa è certa, al di la delle legittime richieste delle associazioni animaliste non c’è chiarezza, e soprattutto, anche se gli Stati Uniti sono un territorio vasto, questi numeri farebbero girare la testa a chiunque. Va anche sottolineato che sempre secondo il Centro per la diversità biologica, queste operazioni si svolgerebbero in modo occulto, lontano dalla consapevolezza della popolazione americana.
Progetti come questo, che si presentano naturalmente a fin di bene, pongono inevitabilmente una misura nella valutazione della grandezza e dei progressi morali della nazione che permette, per “proteggersi dalla natura” una mattanza di tali dimensioni.
Il progresso, quello morale, che a quanto pare di questi tempi è meno importante di quello da installare su un telefonino, dovrebbe passare da un profondo rispetto per l’ambiente, la natura e la tutela della bio diversità; senza dimenticare di prendere in esame la possibilità, in quanto esseri umani, anziché di doversi difendere da una natura brutta e cattiva, di proteggere e amare tutte le creature; amare sì, ma nell’ accezione più alta del termine, e poi, se volete andare a caccia di orsi fate pure ma, attenti al Karma, quello ritorna sempre.

98 anni fa iniziò il genocidio armeno

                                                                   
Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo.L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
Anche qui la presenza di alcuni Giusti permise al mondo di sapere quello che stava succedendo. Ne ricordiamo due Armin T. Wegner  e  Giacomo Gorrini.


Per non dimenticare: 24 Aprile Giornata della Memoria del Popolo Armeno

Di Virginia Grass

Durante il primo conflitto mondiale la Turchia, area dell’ex Impero Ottomano, fu lo scenario del genocidio del popolo armeno, tra il 1915 e il 1923.
La pianificazione e l’esecuzione della prima pulizia etnica del XX secolo avvenne in seguito alla presa del potere nel 1908 dei Giovani Turchi, che avevano progettato la modernizzazione del Paese e la riorganizzazione dello Stato su una base nazionalista, che prevedeva un’omogeneità etnica e religiosa.
A pagarne le conseguenza furono gli armeni, presenti nell’area anatolica sin dal VII sec a.C., che diventarono “razza maledetta”, “ghiavur”, “infedeli”. Con le loro richieste di autonomia di stampo occidentale costituivano un ostacolo al progetto governativo.


La deportazione nel deserto di Der-Es-Zor, le marce della morte, il massacro, lo sterminio: i fatti del 1915 erano già stati preceduti nel 1894-96 dai pogrom condotti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Ad oggi le stime calcolano un milione e mezzo di morti.

Per non dimenticare, il 24 aprile di ogni anno si ricordano le vittime di questo dramma, troppo spesso ignorato, dimenticato o addirittura negato.
Il silenzio-assenso di tutte le grandi potenze europee nei confronti di questa tragedia e del suo insabbiamento da parte della Turchia – che ha cercato di ricondurre i massacri agli eventi più generici della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio ed epurazione – è stato vergognoso.
Solo nel 1985 il genocidio è stato formalmente riconosciuto dall’ONU e in seguito (1897) anche dal Parlamento Europeo. Nel 1991 l’Armenia si è vista riconoscere la propria indipendenza.
Ricordiamo inoltre che il governo turco tutt’oggi continua a rifiutare di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni. L’atteggiamento negazionista si è concretizzato più di una volta con le condanne da parte della magistratura turca fino a tre anni di reclusione previste per chi nomina in pubblico l’esistenza del genocidio degli armeni, in quanto gesto anti-patriottico. Rischio che ha toccato – fortunatamente senza esito – anche il Premio Nobel per la Letteratura 2006 Orhan Pamuk, a seguito di un’intervista ad un giornale svizzero in cui accennava al fenomeno.
Ma contro chi nega e chi minimizza, contro chi si oppone al tentativo di riflettere affinché la Storia non si ripeta, il ricordo è l’arma più forte.

Fonte:http://www.luukmagazine.com/it/2013/04/24/per-non-dimenticare-24-aprile-giornata-della-memoria-del-popolo-armeno/

Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe (e dintorni ):un pò di storia


Di Mirco Giubilei

Si celebra oggi la Giornata del Ricordo. In questa giornata, che è stata decretata solennità civile nazionale con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004, si vuole commemorare le vittime delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La storia

 Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il fronte orientale italiano, al confine con le attuali repubbliche di Slovenia e Croazia (Istria), fu teatro di uno degli eccidi più crudeli della storia recente. L’Istria era al tempo territorio italiano. Il regime fascista si era rivelato particolarmente feroce nei confronti delle popolazioni slave che abitavano, insieme agli italiani, quelle terre. In un discorso tenuto a Pola nel 1920, quando ancora non aveva conquistato il potere a Roma, Benito Mussolini pronunciò questo discorso: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Nel ventennio fascista venne attuata una durissima politica di “assimilazione” delle popolazioni locali, consistenti nell’italianizzazione  di tutti i nomi e i toponimi, la chiusura delle scuole slave, il divieto dell’uso in pubblico di lingue slave. Alla violenza culturale si associò, molto spesso, anche quella fisica.
Nell’aprile del 1941 Italia e Germania attaccarono la Jugoslavia. Le truppe nazifasciste conquistarono rapidamente il paese e lo smembrarono. L’Italia ottenne l’amministrazione diretta della Dalmazia e di parte della Slovenia.


La politica di italianizzazione forzata si scontrò con un movimento di resistenza locale sempre più forte e, tra il 1942 e il 1943, le truppe di occupazione fasciste si resero protagoniste di autentici massacri.
Dopo la caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e il successivo armistizio (8 settembre 1943), i territori della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vennero occupati dalle forze tedesche che attuarono una repressione feroce sulla popolazione, anche italiana. Anche la Germania tuttavia capitolò e la resistenza jugoslava riconquistò le proprie terre.
Il rancore maturato negli anni dell’occupazione italiana alimentò una reazione violentissima da parte dei partigiani slavi. Migliaia di italiani, ex gerarchi fascisti, ma anche semplici cittadini di lingua italiana, vennero massacrati e, in molti casi, gettati (anche vivi) nelle foibe. Le foibe erano dei profondissimi pozzi naturali, scavati nel corso dei secoli dalle acque che erano penetrate nel terreno carsico.



Coloro che riuscirono a salvarsi da una morte crudele furono tuttavia costretti a fuggire verso l’Italia. Venne attuata dunque una violentissima operazione di “pulizia etnica”.
Le vicende dell’immediato dopoguerra al confine istriano per lunghi decenni sono state avvolte nel mistero e nel silenzio. Solo negli anni Novanta, dopo la dissoluzione della Repubblica Jugoslava e l’indipendenza di Croazia e Slovenia, è stata fatta luce su questa terribile pagina della storia europea.
In tutte le città italiane e in Istria sono previste oggi manifestazioni per celebrare la Giornata del Ricordo.

Titolo originale:Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe | LA STORIA

Fonte:http://www.mondoinformazione.com/notizie-italia/giornata-del-ricordo-per-le-vittime-delle-foibe-la-storia/84368/

Triangolo nero: dagli asociali al Porrajmos

Di Marco Rossi

La persecuzione dei rom e dei sinti sotto il regime nazista è stata parte di quella più generale contro gli asociali. Ma ha avuto anche caratteristiche specifiche, che è bene conoscere. Perché anche oggi...

Il tiranno parla il linguaggio della legge, non ha altro linguaggio.
Egli ha bisogno dell'«ombra» delle leggi.
(G. Deleuze)

Il meccanismo di discriminazione che, sotto il nazismo e gli altri regimi fascisti europei (in particolare Romania, Croazia e Italia), portò all'internamento generalizzato e allo sterminio di circa mezzo milione di rom e sinti ha avuto una premessa – ancora meno conosciuta del Porrajmos – nella politica di persecuzione attuata contro i cosiddetti soggetti Asoziale che poi, nei lager, furono contraddistinti dal triangolo nero cucito sulla casacca dei prigionieri.
Gli asociali, infatti, furono – assieme agli oppositori politici – le prime vittime del sistema concentrazionario nazista, anche se questo poté contare su una serie di precedenti misure di polizia e decreti legislativi in vigore ben prima dell'avvento di Hitler al potere. Infatti, fu durante la Repubblica socialdemocratica di Weimar che vennero approvati e attuati gravi provvedimenti di individuazione, controllo e coercizione su alcuni settori emarginati o marginali della società, tanto che – secondo lo storico tedesco Wachsmann – «la criminologia di Weimar e la prassi penale contribuirono a forgiare la politica nazista».
Già nel 1920 Alfred Hoche, psichiatra, e Karl Binding, uomo di legge, avevano pubblicato un piccolo libro, intitolato Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute, destinato a fornire il fondamento medico e giuridico per la soppressione dei soggetti “deboli”. Nel 1926 venne promulgata una prima Legge “per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi”, quindi nel 1929 ne seguì un'altra “per la lotta contro la nocività degli zingari” che, anche nelle parole, anticipò la legge varata dai nazisti nell'agosto 1933, “per la protezione della popolazione dalle nocività di zingari, vagabondi e oziosi”. Nello stesso 1929 la Commissione statale contro il crimine aveva anche deciso l'estensione a tutta la Repubblica del servizio di polizia con compiti specifici di informazione sugli zingari (Zigeunerpolizeistelle), già attivo nel distretto di Monaco di Baviera fin dal 1899 sotto la direzione dello zelante funzionario statale Alfred Dillman. Questo ufficio, nel 1905, aveva completato la schedatura di 3?350 zingari o “girovaghi assimilabili agli zingari”, prelevandone, a partire dal 1911, anche le impronte digitali.
Parallelamente al rilevamento e all'adeguamento del quadro normativo per poter realizzare, nella formale legalità, i progetti liberticidi e razzisti propri del nazismo, fu avviata sin dal febbraio 1933 (subito dopo l'incendio del Reichstag) la creazione dei primi campi di concentramento di Stato.
Il 28 febbraio 1933 fu infatti emanato un decreto a firma del presidente del Reich, Paul von Hindemburg, “per la protezione del popolo e dello Stato” che, richiamandosi all'art. 48 della costituzione, stabiliva «misure protettive contro gli atti di violenza comunista che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato». Oltre che prevedere l'applicazione della pena di morte per alcuni reati (incendio doloso, esplosione, sabotaggio, insurrezione, alto tradimento, sequestro di persona con finalità politiche) e alla sospensione dei principali diritti liberali (opinione, stampa, associazione, riunione), era introdotta l'applicazione sistematica della “custodia preventiva” (Schutzhaft), misura di sicurezza derivante dalla legislazione penale prussiana.

 Arbeit macht frei

Questa misura venne collegata alla legge “per la riduzione della disoccupazione” approvata nel 1924, dal precedente governo socialdemocratico, per erogare forme di assistenza a disoccupati, invalidi, anziani, ex-prostitute, donne sole con figli. In realtà questo provvedimento prevedeva – al di fuori delle norme di diritto civile regolanti i rapporti di lavoro – la concessione di un reddito di sussistenza (appena 10 centesimi giornalieri), di un vitto minimo e un alloggio in baraccamenti, eufemisticamente chiamati Case del lavoro, in cambio di duro lavoro “volontario” per lo Stato.
Così, paradossalmente, lo stesso slogan di tale intervento assistenziale, il tristemente famoso “Arbeit macht frei” (dal titolo di un romanzo ottocentesco di Lorenz Diefenbach) posto all'ingresso di molti “campi di lavoro”, venne fatto proprio dall'apparato nazista che rilevò quasi integralmente la pre-esistente struttura burocratica. Al personale addetto fu chiesto di continuare ad esercitare la funzione di sorveglianza, controllo e schedatura mentre, parallelamente, fu creato un organismo con compiti di esame biologico-razziale degli emarginati “assistiti”.
Non di meno venne ereditato il sistema di schedatura personale con annessi archivi, già avviato dagli uffici del lavoro e dalle centrali di polizia durante la Repubblica di Weimar, che di fatto rappresentò il primo ingranaggio per il funzionamento totalitario dello Stato di polizia hitleriano. Negli anni successivi tale meccanismo venne perfezionato con la fotosegnalazione e il prelievo delle impronte digitali per adulti e bambini al fine di individuare le “mele marce” da selezionare ed eliminare.
Altrettanto significativo appare il fatto che numerosi alti funzionari di polizia che avevano fatto carriera durante la Repubblica di Weimar furono prontamente confermati per servire il Terzo Reich e il Führer come, ad esempio, Arthur Nebe, già dirigente della polizia investigativa di Berlino e in seguito generale delle SS, oppure Heinrich Müller, ex funzionario della polizia politica bavarese, fautore della schedatura di ogni cittadino, nominato capo della Gestapo dal 1935 al 1945. La misura coercitiva della custodia preventiva venne inizialmente applicata a due principali categorie di cittadini tedeschi: quella dei “sovversivi” e quella degli “asociali” (e, tra questi, gli zingari), indicati dalla propaganda come “estranei alla comunità”.
La definizione della prima categoria è possibile desumerla dalle esplicite dichiarazioni di due capi nazisti: «Sovversivo è chiunque si oppone al popolo, al partito e allo Stato, ai loro principi ideologici e alle loro azioni politiche» (R. Heydrich); «Tutti coloro che sono considerati sovversivi saranno impiccati: chiunque tenga comizi contro il regime e cerchi di diffondere notizie vere o false sui campi di concentramento» (H. Himmler).

 Le chiromanti zingare, un pericolo

Per quanto riguarda la seconda categoria, quella degli asociali, i confini appaiono ben più labili e, sulla base delle disposizioni diramate dai diversi organi polizieschi, comprendeva indistintamente vari soggetti ritenuti inclini a delinquere, non-integrati o ribelli sociali quali, ad esempio, gli “individui colpevoli del reato di violazione del domicilio” (ossia gli occupanti abusivi di case), i “pagatori morosi di alimenti” (ossia chi faceva la spesa senza pagare), i “perturbatori del traffico stradale” (ossia chi attuava blocchi stradali) e i colpevoli di “resistenza alle forze dell'ordine” (ossia chi reagiva alle violenze naziste).
Le misure coercitive vennero quindi affiancate all'insistente campagna di regime tesa a far avvertire come una minaccia e un'offesa per la comunità ogni individuo che si sottraeva alla fatica, che non conosceva la dignità del lavoro, che ostacolava la produzione non sottostando alle sue regole.
Tra il 1936 e il '39, da una concezione più o meno tradizionale dei “nemici pubblici da reprimere”, il ricorso sistematico alla custodia preventiva venne esteso a tutti i soggetti sospettabili – dal punto di vista dell'ideologia nazionalsocialista – di condurre comportamenti devianti rispetto a categorie di ordine e moralità, sino a sconfinare (per quanto riguarda rom e sinti) nella vera e propria selezione biologica-razziale. Infatti, dopo controverse valutazioni, si giunse a ritenere l'“asocialità zingara” non un comportamento deviante ma un dato genetico; infatti, come ha scritto l'antropologo Leonardo Piasere, «se gli zingari erano pur sempre di origine ariana, come si riconosceva, essi erano talmente degenerati dopo gli incroci con gli asociali europei da essere diventati essi stessi degli asociali da estirpare».
Il 17 giugno 1936, Himmler ottenne anche il comando della polizia criminale, la famigerata Kripo, e nel 1937, con l'istituzione dell'Ufficio centrale di polizia criminale del Reich a Berlino, sarebbe stata condotta “la lotta alla piaga zingara” e ai cosiddetti asociali – per lo più destinati all'annientamento – tanto che questi nei primi campi di concentramento divennero la maggioranza degli internati, superando per numero gli oppositori politici antinazisti.
Nel solo marzo 1937 furono incarcerati circa 2000 “delinquenti abituali e di professione” e “criminali antisociali corruttori della moralità pubblica”. Secondo quanto precisato dalla circolare del 14 dicembre 1937, firmata dal ministro degli Interni Wilhelm Frick, in materia di “prevenzione della criminalità”, e dalle norme applicative del decreto “riservato” del 4 aprile 1938: «Vanno considerati asociali gli individui che si comportano nei confronti della collettività in modo non costituente di per sé un reato, ma che tuttavia rivela la loro incapacità di adattamento [...] individui che dimostrano di non voler adattarsi alla naturale disciplina dello Stato nazionalsocialista, per esempio mendicanti, vagabondi (zingari), prostitute, alcolizzati affetti da malattie contagiose, in particolare da malattie veneree, che si sottraggono alle misure delle autorità sanitarie [...] che hanno privatamente rifiutato in due occasioni offerte di lavoro senza seri motivi o, avendo accettato un lavoro, lo hanno abbandonato dopo breve periodo senza validi motivi».
Secondo tale logica produttivista, nel gennaio del 1938, Himmler dette ordine di intensificare la campagna “contro gli oziosi”, culminata nel giugno seguente con la “Aso-Aktion, settimana di pulizia zingara”. Tra il 12 e il 18 di quel mese, seguendo le direttive di Heydrich per l'arresto di «vagabondi; mendicanti, anche se hanno fissa dimora; zingari o persone che girano alla zingaresca; ruffiani; persone che hanno precedenti per resistenza, lesioni, violazione di domicilio, ecc. e che non vogliono inserirsi nell'ordine della Comunità del popolo», furono rastrellati migliaia di asociali, anche ebrei, destinati ai lavori forzati nell'ambito del piano quadriennale di Göring e, in gran parte, deportati nel lager di Buchenwald, dove in autunno furono trasferiti anche 1420 zingari già segregati a Dachau.
Nel gennaio del 1939, il colonnello Greifelt dello stato maggiore SS, nel presentare l'impiego forzato dei “renitenti al lavoro” (Arbeitsscheu) al servizio dell'economia di guerra, ebbe a dichiarare che «più di 10?000 di questi asociali stanno ora subendo un trattamento di educazione al lavoro, in campi di concentramento adatti allo scopo». Sulla base delle indicazioni diramate dalle diverse autorità di polizia, la categoria degli asociali venne allargata anche a persone “colpevoli” di comportamenti coniugali o sessuali irregolari (compresi i propagatori di pubblicazioni oscene), con particolare accanimento nei confronti delle lesbiche alle quali non veniva riconosciuto neppure il diritto di essere associate agli omosessuali (Homo), contraddistinti dal triangolo rosa.
Tra gli asociali furono comprese anche le chiromanti zingare, per le quali nel novembre 1939 la Kripo ordinò l'arresto per timore che, in tempo di guerra, le loro profezie turbassero la serenità del popolo tedesco.

 Anche in Italia...

Inoltre, va ricordato come un certo numero di anarchici, comunisti e sindacalisti furono, per le loro attività fuorilegge, inseriti tra gli asociali e contrassegnati col relativo triangolo nero (invece che con quello rosso degli oppositori politici).
Il primo campo di concentramento “istituzionale” dove furono sottoposti a custodia preventiva sovversivi e asociali fu quello di Dachau, ricavato da una fabbrica di munizioni ed esplosivi ormai dismessa presso l'omonima cittadina, a 15 km da Monaco.
Pochi giorni dopo l'inaugurazione – il 22 marzo 1933 – alla presenza di Göring, il campo passò sotto il controllo delle SS, ovviamente alle dipendenze di Himmler che, dal 1° aprile, sarebbe divenuto anche comandante della polizia politica della Baviera.
Il primo gruppo di prigionieri risultò composto da una sessantina di militanti di sinistra. Nel 1933, tra marzo e dicembre, il numero degli internati risulta essere stato di 4?821, nel 1934 sarebbe quindi salito a 6?811, di cui circa 350 “renitenti al lavoro”, anche se in questi primi due anni di attività del campo non esisteva ancora un sistema di registrazione attendibile.
Il triangolo nero, oltre che agli asociali generalmente di nazionalità tedesca (nel 1941 erano 110?000 quelli prigionieri nei lager), venne attribuito anche ai detenuti russi non rientranti nella categoria dei prigionieri di guerra.
Invece, per i rom e i sinti, tra il 1937 e il '38, allorché la loro discriminazione venne precisata in base a criteri prevalentemente razziali, con la conseguente esigenza di realizzare, anche nei lager, «la separazione definitiva della stirpe gitana dalla stirpe germanica» (H. Himmler), venne introdotta la specifica categoria degli Zigeuner, segnalata dal triangolo marrone, a cui vennero assimilati anche “negri” e “meticci”, mentre i “nomadi non-zingari” furono presumibilmente distinti dal triangolo grigio.
Nell'Italia fascista, il termine “asociali” fu recepito ed utilizzato dopo il 1938 soprattutto per indicare i rom e i sinti, come attesta un articolo firmato da Guido Landra, direttore dell'Ufficio studi e propaganda sulla razza, pubblicato in “La difesa della razza” del 5 novembre 1940: «Essi si presentano dolicocefali, con viso allungato, colorito bruno, naso leggermente convesso, occhio a mandorla quando sono soltanto di razza orientale, altrimenti presentano anche leggermente i caratteri delle razze europee con cui si sono mescolati. [...] È quindi necessario diffidare di tutti gli individui che vivono vagabondando alla maniera degli zingari e che ne presentano i sopra ricordati tratti somatici. Si tratta di individui asociali, differentissimi dal punto di vista psichico dalle popolazioni europee e soprattutto da quella italiana di cui sono note le qualità di laboriosità e attaccamento alla terra».
Parole, pregiudizi, logiche che, se allora furono la premessa all'internamento e all'uccisione, oggi ci riportano alle discriminazioni attuali e alla necessaria resistenza umana di ogni giorno.

Intervento presentato a Livorno il 14 aprile 2012 all'incontro promosso dal Centro Mondialità Sviluppo Reciproco nell'ambito del progetto RomAntica Cultura - 2° Corso per operatori volontari diretto al supporto e all'inclusione della comunità rom e sinti.


Per saperne di più
  • Wolfgang Sofsky, L'ordine del terrore. Il campo di concentramento, Laterza, Bari, 1995;
  • Wachsmann Nikolaus, Le prigioni di Hitler. Il sistema carcerario del Terzo Reich, Mondadori, Milano, 2008;
  • Sergio Bologna, Nazismo e classe operaia 1933-1993, Manifestolibri, Roma, 1996;
  • Enzo Collotti, L'Europa nazista. Il progetto di un nuovo Ordine europeo (1939-1945), Giunti, Firenze, 2002;
  • Gustavo Ottolenghi, La mappa dell'inferno. Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945, SugarCo, Gallarate (Va), 1993;
  • Gustavo Ottolenghi, Arbeit macht frei. Le industrie del Terzo Reich che sfruttarono la mano d'opera coatta dei prigionieri dei campi di concentramento (1933-1945), SugarCo, Gallarate (Va), 1995;
  • Circolo Pink (a cura del), Le ragioni di un silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il fascismo, Ombrecorte, Verona, 2002;
  • Leonardo Piasere, I rom d'Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari, 2004;
  • Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, Torino, 2000;
  • Marco Paolini, Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute, Einaudi, Milano, 2012;
  • Paolo Finzi, Asociali. E sottouomini, in A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli zingari, Editrice A, Milano, 2006;
  • Marco Rossi, Asociali e renitenti al lavoro nella Germania nazista, in AA.VV., Piegarsi vuol dire mentire, Zero in Condotta, Milano, 2005.

STALIN ED IL MASSACRO UCRAINO

Di Eric Margolis
 http://www.lewrockwell.com
Cinque anni fa scrissi un articolo sullo sconosciuto Olocausto in Ucraina. Fui sorpreso di ricevere una marea di lettere da giovani Statunitensi e Canadesi di famiglia ucraina i quali mi dicevano che, prima di leggere il mio articolo, erano all' oscuro del genocidio del 1932-33 in cui il regime di Stalin uccise 7 milioni di Ucraini e ne spedì 2 milioni nei campi di concentramento.

Mi sono chiesto come sia possibile che questa amnesia storica afligga così tanti giovani Nord-Americani? Per gli Ebrei e gli Statunitensi, i genocidi di cui soffrì la propria gente sono ricordi chiari ed ancora vivi che influenzano le loro vite quotidiane. Ancora oggi, al settantesimo anniversario dalla distruzione di un quarto della popolazione ucraina, questo gigantesco crimine è quasi svanito nel buco nero della storia. Allo stesso modo per lo sterminio dei Cosacchi del fiume Don da parte dei Sovietici negli anni 20, ed i Tedeschi del Volga nel 1941; esecuzioni di massa e deportazioni nei campi di concentramento lituani, lettoni, estoni e polacchi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i gulag di Stalin contenevano 5.5 milioni di prigionieri, il 23% Ucraini ed il 6% Baltici.

Quasi sconosciuto è il genocidio di 2 milioni di Musulmani Sovietici: Ceceni, Caucasi, Crimeri, Tartari, Tajiks, Bashkirs, Kazani. I combattenti indipendentisti ceceni di oggi, considerati "terroristi" dagli Usa e dalla Russia, sono i nipoti dei sopravvisuti ai campi di concentramento sovietici.

Da aggiungere alla lista delle atrocità dimenticate vi è l'assassinio, nell' Europa Orientale, dal 1945 al 1947, di almeno 2 milioni di persone di etnia germanica, principalmente donne e bambini, e la violenta esplulsione di oltre 15 milioni di Tedeschi, durante la quale 2 milioni di donne e ragazze tedesche furono violentate.

Tra questi mostruosi crimini, quello ucraino è il peggiore in termini di numeri. Stalin dichiarò guerra alla sua stessa gente. Nel 1932 egli inviò i Commissari Lazar Kaganovitch, V. Molotov e G. Yagoda, capo della polizia segreta NKVD [1] per spezzare la resistenza dei contadini Ucraini e forzare la collettivizazione [2].

L' Ucraina fu isolata. Tutte le forniture di cibo ed il bestiame furono confiscati. Gli squadroni della morte dell' NKVD giustiziarono gli "elementi contro il Partito". Non soddisfatto di quanti Ucraini stavano venendo uccisi, Kaganovitch, "l' Adolf Eichmann" [3] sovietico" stabilì una quota di 10.000 esecuzioni alla settimana. L' 8% degli intellettuali Ucraini furono uccisi.

Durante il rigido inverno del 1932-33, 25.000 Ucraini al giorno venivano uccisi o morivano di fame e freddo. Il cannibalismo divenne una pratica comune. L' Ucraina, scrive lo storico Robert Conquest, sembrava la versione gigante del futuro campo di morte di Bergan-Belsen [4].

La strage di 7 milioni di Ucraini, 3 milioni dei quali erano bambini, e la deportazione nei gulag di 2 milioni (dove molti morirono) fu nascosta dalla propaganda sovietica.

Alcuni Pro-Comunisti Occidentali, come Walter Duranty e Sidney e Beatrice Webb del New York Times, ed il Primo Ministro Francese Edouard Herriot, recatosi in visita in Ucraina, negarono i racconti sul genocidio, ed acclamarono ciò che essi chiamavano "la riforma agraria" sovietica. Coloro che parlavano contro il genocidio furono etichettati come "agenti fascisti".

I governi britannico, canadese e statunitense, tuttavia, erano ben consapevoli del genocidio, e non solo chiusero gli occhi, ma bloccarono gli aiuti verso l'Ucraina. I soli leader politici a lamentarsi degli omicidi sovietici su scala industriale furono, ironicamente, Hitler e Mussolini. Visto che Kaganovitch, Yagoda e molti altri membri autorevoli del partito comunista e ufficiali dell'NKVD erano ebrei, l'assurda affermazione di Hitler che il comunismo era un complotto ebreo per distruggere la Civiltà Cristiana divenne una credenza ampiamente accettata all' interno di un' Europa spaventata.

Quando iniziò la guerra, e Roosevelt e Churchill si allearono insieme a Stalin, erano comunque pienamente consapevoli che il suo regime aveva assassinato almeno 30 milioni di persone molto tempo prima che iniziasse lo sterminio degli ebrei e degli zingari da parte di hilter. Fino ad allora nello strano moral calculus degli omicidi di massa, solo i Tedeschi erano colpevoli.

Nonostante Stalin avesse uccsio una quantità di persone 3 volte maggiore di Hilter, per il devoto Roosevelt egli rimaneva lo "Zio Joe" [soprannome con cui veniva chiamato Stalin dai media occidentali]. A Yalta, Stalin si vantò con Churchill di aver ucciso più di 10 milioni di contadini.

L'alleanza britannico-statunitense con Stalin li rese partecipi del suo crimine. Roosevelt e Churchill aiutarono a preservare il più sanguinoso regime della storia, al quale essi consegnarono mezza Europa.

Dopo la guerra, la Sinistra cercò di coprire il genocidio Sovietico. Jean-Paul Sartre negò pure l'esistenza dei gulag. Per gli Alleati, il Nazismo era l'unico male; non avrebbero potuto ammettere di essere stati complici negli omicidi di massa. Per i Sovietici, promuovere l'Olocausto Ebreo disseminò il sentimento anti-fascista e mascherò i loro crimini.

Gli Ebrei videro il loro Olocausto come un evento unico. Fu la ragione d'essere di Israele. L'aver denunciato altri genocidi avrebbe, temevano, sminuito il proprio.

Mentre le Università, i Media ed Hollywood prestavano giustamente attenzione all'Olocausto Ebreo, ignoravano l'Ucraina. Stiamo ancora dando la caccia agli assassini nazisti ma non a quelli comunisti. Esistono poche foto del genocidio ucraino o dei gulag di Stalin, e pochi sopravvissuti ancora vivi. I morti non racconte storie.

La Russia non ha mai perseguito i suoi assassini di massa, come fece la Germania.

Sappiano tutto dei crimini nazisti di Adolf Eichmann e Heinrich Himmler; di Babi Yar ed Auschwitz.

Ma chi ricorda gli assassini di massa sovietici di Dzerzhinsky, Kaganovitch, Yagoda, Yezhov, e Beria? Se non fosse per Alexander Solzhenitsyn [5]. probabilmente non avremmo mai saputo dei campi di morte sovietici come Magadan, Kolyma, e Vorkuta. Film dopo film appare il male nazista, mentre quello dell'era sovietica svanisce dalla nostra vista e si dissolve nella nostalgia.

Le anime delle milioni di vittime di Stalin ancora invocano giustizia.

Eric Margolis [mandagli una mail], collaboratore estero per il Sun National Media Canada, è l'autore di War at the Top of the World. Visita il suo sito web.


Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org di Manrico Toschi

Fonte:http://www.lewrockwell.com/margolis/margolis45.html

NOTE DEL TRADUTTORE:

[1] Narodnyi Komissariat Vnutrennikh Del (NKVD)
(in russo: НКВД, Народный комиссариат внутренних дел; Commissariato del Popolo per gli Affari Interni), era un dipartimento governativo dell'Unione Sovietica che gestiva un'ampia gamma di affari di stato.

L'NKVD è noto soprattutto per il suo reparto GUGB, Direttorato Principale per la Sicurezza di Stato, organismo successore dell'OGPU, il Direttorato Politico di Stato e della Cheka come agenzia di polizia segreta dell'Unione Sovietica. Il GUGB è stato lo strumento del quale si è servito Stalin per compiere pulizie etniche e genocidi ed è stato responsabile di massacri di civili e di altri crimini di guerra. Alcuni storici sono portati a considerare l'NKVD come una organizzazione criminale a causa delle attività svolte dagli ufficiali e dagli investigatori del GUGB e per aver fornito guardie per il Gulag.
Fonte: Wikipedia

[2] Si veda BLACK FAMINE IN UKRAINE 1932-33 - A STRUGGLE FOR EXISTENCE by Andrew Gregorovich

[3] Adolf Eichmann
(19 marzo 1906 – 31 maggio 1962) Fu un ufficiale di alto rango nella Germania nazista e prestò servizio come SS-Obersturmbannführer nelle SS. Fu largamente responsabile della logistica dello sterminio di milioni di persone durante l'Olocausto, in particolare ebrei, operazione che era chiamata "soluzione finale" (Endlösung). Organizzò l'identificazione e il trasporto delle vittime ai vari campi di concentramento. Per questi motivi ci si riferisce spesso a lui come il 'Capo operazionì del Terzo Reich.
Fonte: Wikipedia

[4] Sul questo campo di concentramento, si veda Introduction to Bergen-Belsen

[5] Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn
Premio Nobel. Nasce a Kislovodsk l'11 dicembre 1918 da una famiglia di intellettuali cosacchi. Fu arrestato per alcuni commenti contro Stalin fatti in lettere private a un suo amico dei tempi della scuola e scoperte dalla censura. Anche se le accuse non erano sufficienti per un procedimento penale, Solzhenitsyn venne condannato comunque a otto anni di campo di detenzione. Vive a Mosca, come d'abitudine in grande riservatezza, ma continua a svolgere la sua funzione di coscienza critica dell'anima e della cultura russa.
Wikipedia

 http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2475

Brasile, genocidio in Amazzonia


L’appello a fermare “una reale situazione di genocidio” all’interno dell’Amazzonia brasiliana si fa sempre più forte e corale. A farsene portavoce è Survival International, la Ong che difende i diritti dei nativi di ogni parte del pianeta.

Foto di Fiona Watson/Survival
“Secondo gli esperti – spiega la Ong – se non si farà qualcosa di più per proteggere i suoi diritti territoriali, violati da taglialegna illegali e allevatori, la tribù brasiliana degli Awá andrà incontro ad estinzione certa”. La Giornata contro ogni discriminazione razziale lanciata dalle Nazioni Unite (21 marzo) è appena trascorsa, e in quell’occasione è stato ribadito con ogni mezzo che la dignità e i diritti degli esseri umani devono venir rispettati, ovunque. Eppure, in tante, troppe, comunità indigene, la gente continua a soffrire proprio per l’odio razziale.
“Gli Awá sono una piccola tribù composta da circa 355 individui – continua Survival -  sopravvissuti a brutali massacri. Vivono nell’Amazzonia orientale e sono una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori rimaste al mondo. Alcuni restano tuttora incontattati”. La loro vita è completamente dipendente dalla foresta, quindi il disboscamento intensivo che sta rapidamente distruggendo il loro territorio, sta uccidendo anche loro.
“La terra degli Awá è soggetta a invasioni sempre più massicce, e se non saranno prese rapide misure d’emergenza, il futuro di questo popolo sarà l’estinzione” ha dichiarato Bruno Franoso del Funai, l’agenzia governativa agli affari indiani, contattato dagli operatori umanitari. E della stessa opinione è anche un giudice brasiliano che ha visitato il territorio awá col fine di conoscere direttamente in che condizioni siano costretti a vivere. Questo il suo commento: “Abbiamo a che fare con un vero e proprio genocidio”. Definizione ribadita anche dall’antropologa Eliane Cantarino O’Dwyer, che da tempo segue le vicende di questa tribù: “Gli Awá stanno affrontando una reale situazione di genocidio”.
E infatti, lo spicchio di foresta appartenente alla terra ancestrale degli Awá è soggetta a uno dei più alti tassi di deforestazione di tutte le aree indigene amazzoniche. “Le immagini scattate dal satellite su uno dei quattro territori abitati dalla tribù – racconta Survival – mostrano la distruzione di oltre il 30 percento della foresta pluviale. Gli esperti temono in particolare l’impatto che queste invasioni territoriali stanno avendo sugli Awá incontattati, estremamente vulnerabili alle malattie”. E secondo il direttore generale della Ong, Stephen Corry, “Gli Awá sono la tribù più minacciata del mondo. Se i loro diritti non saranno protetti, presto questo popolo esisterà solo sulle pagine dei libri di storia. La sollecitazione dell’Onu a sradicare la discriminazione razziale costituisce un passo importante verso un generale cambio d’atteggiamento, necessario per mantenere intatta la foresta natale degli Awá e salvare le loro vite”.

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