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LA DIFFERENZA TRA TRAP E RAP


Di Salvatore Santoru

Negli ultimi anni si è fortemente diffusa a livello mainstream la  trap music, prima negli USA e poi nel resto del mondo. La popolarità del genere ha causato e sta causando accessi dibattiti tra i alcuni suoi sostenitori e quelli del rap più tradizionale.

Il fatto è che vi sono delle importanti differenze tra il rap classico e la trap, la quale è nata da un'evoluzione del Southern Rap(1).
Andando maggiormente nello specifico, tra le differenze più importanti vi sono quelle stilistiche e testuali nonché quelle legate all'attitudine.

Difatti, nella trap le sonorità prettamente musicali sono maggiormente oscure e i testi mediamente più crudi ed espliciti rispetto al rap tradizionale.
Inoltre, vi sono delle evidenti differenze anche nelle tecniche vocali e ritmiche e si va dal classico 'ritmo 4-4' del rap al 'non andare a tempo' del sottogenere della trap noto come drill(2).
Oltre a ciò, vi sono evidenti differenze nell'immagine che danno gli artisti di sé e nella loro estetica(3).

Difatti, se una buona parte del 'rap tradizionale'(specialmente old school) era fondata su un'atteggiamento sociale indirettamente o direttamente critico ciò potrebbe non sembrare per il trap, ritenuto maggiormente 'disimpegnato'.

Beninteso, bisogna ricordare che anche molto rap è legato alla 'leggerezza' e all'esaltazione(provocatoria o meno) degli eccessi della società di consumo e che anche la trap può essere socialmente impegnata nonostante l'apparenza farebbe pensare di no.

Detto ciò e come già accennato in precedenza, la trap è parte della musica hip hop e rappresenta un'evoluzione della 'South Coast'.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1)https://en.wikipedia.org/wiki/Trap_music#1990s%E2%80%932000s:_Origins 

(2)https://www.dlso.it/site/2016/05/18/drill-music-cosa-e/

(3)https://blowhammer.com/it/blog/post/rap-vs-trap-le-differenze/

BILLBOARD 200, Nicki Minaj critica Spotify perché il suo album(II in classifica) 'non sarebbe stato adeguatamente diffuso'o in classifica e si paragona all'abolizionista afroamericana Harriet Tubman

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Di Salvatore Santoru

Nicki Minaj non ha digerito che il suo nuovo album,"Queen", non sia primo nella classifica Billboard 200.
 La rapper e modella statunitense di origine caraibica ha venduto ben 185.000 copie nella settimana di apertura ma ciò, riporta Mtv(1), non è bastato a superare "ASTROWORLD" del rapper e trapper di origine afroamericana Travis Scott.

La Minaj non ha preso bene ciò e ha attaccato Spotify per non aver, a suo dire, 'adeguatamente promosso' il suo nuovo disco(2).
Oltre a ciò, la cantante e attrice si è paragonata alla nota abolizionista afroamericana Harriet Tubman(3).

NOTE:

(1) http://news.mtv.it/musica/nicki-minaj-contro-travis-scott-lui-sa-che-il-suo-album-non-e-davvero-primo-classifica/

(2) https://www.huffingtonpost.com/entry/nicki-minaj-harriet-tubman-queen_us_5b7b17e2e4b018b93e968ed2

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Harriet_Tubman

Il calciatore rapper: ecco il primo singolo di Kevin Prince Boateng

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Il nuovo attaccante del Sassuolo Kevin Prince Boateng si è dato al rap. Che il calciatore fosse anche uno showman era noto a tutti ma ora ha voluto fare un ulteriore passo fuori dal campo.
L’ex giocatore del Milan ha infatti ufficialmente intrapreso la carriera da rapper, diffondendo su YouTube – tramite la piattaforma Worldstarhiphop – il primo singolo ufficiale intitolato “King” e con il pittoresco nome d’arte di PRIN$$ Boateng.
Videoclip che in brevissimo tempo, grazie anche alla popolarità da calciatore del protagonista, è diventato virale raggiungendo in appena quattro giorni 680 mila visualizzazioni. Numeri da far impallidire diversi cantanti professionisti.
Il brano rappresenta l’essenza più particolare e stravagante del talentuoso classe 1987 (più che a suo agio nella parte), tornato in Italia in estate dopo l’esperienza con l’Eintracht di Francoforte, squadra della città in cui è cresciuto.
Per l’occasione, il centrocampista ha ripreso tutti i cliché del genere: rullante trap, macchinoni, case di lusso, champagne e gioielli. E chissà che nel futuro di Kevin, una volta chiuso col calcio, possa esserci proprio una carriera nel mondo della musica.

Musica per riflettere: "Revolution" di Skit44 & Erika


Di Salvatore Santoru
"Revolution" è un brano del duo hip hop/dance/pop "Skit44 & Erika"(1), nomi d'arte del rapper Antonino Derelitto e della cantante Erika Ruggeri.




Il brano, realizzato anche con il bassista Piero Sala, consiste in una cover(2) dell'omonima traccia del dj "Diplo"(3) e fonde le sonorità "Edm"(Elettronic Dance Music) e il cantato di Erika con il rap veloce di Skit 44, che risulta a metà strada tra il "conscious rap" e l'hardcore hip hop con notevoli influenze stilistiche dell'hip hop italiano "old school"(Bassi Maestro,Kaos One ecc) e contemporaneo.
Il video ufficiale della canzone risulta di alta qualità e in esso si possono notare il susseguirsi volutamente "subliminale" di immagini di Giordano Bruno, del "Big Brother" di Orwell,della  cosiddetta "piramide del NWO" e altre.

Per quanto riguarda il testo, c'è da dire che il messaggio della canzone è un'esortazione alla "rivoluzione interiore" e alla conseguente liberazione da certi condizionamenti(sociali,mediatici e così via)imposti e contiene anche alcune allusioni spirituali ed esoteriche come il tema della "morte interiore"(e/o "iniziatica") e della "rinascita" ben evidenziati nel richiamo alla simbologia del mito della fenice(4). 
Sinora, il video ha raggiunto già più di 10mila visualizzazioni in poco più di una settimana e si spera che continui a crescere e diffondersi.


NOTE:

FOTO:Skit 44 & Erika nel video di un'altra loro traccia, "Musicardia"(https://www.youtube.com/watch?v=pmOWAgTP_Zw)

Dieynaba Sidibe, l'attivista prima graffitara riconosciuta del Senegal

Dieynaba Sidibe

Di Maria G. Di Rienzo

Dieynaba Sidibe, in arte Zeinixx, accanto al muro su cui ha dipinto lo slogan “La povertà è sessista” (il posto è l’Africulturban Centre a Pikine, un sobborgo di Dakar, Senegal, dove si radunano giovani artisti, soprattutto musicisti hip hop).
Dieynaba, 25enne, è la prima donna graffitista riconosciuta come tale nel suo paese. Inoltre, è una poeta, una femminista e un’attivista per il cambiamento sociale. I suoi murales hanno spesso come tema i diritti delle donne e ha cominciato a produrli nel 2008: “E’ perché voglio esprimere molte cose. La differenza fra dipingere graffiti e dipingere su una tela è che quando uso una tela è perché io voglio disegnare, invece con i graffiti sono più concentrata sul messaggio sociale. Le donne sono marginalizzate nella società e io penso che la mia arte possa aiutare la gente a capirlo.”
Sin da quand’era bambina, Dieynaba usava i soldi della sua “paghetta” per comprare carta e colori. Un giorno tornò a casa da scuola per scoprire che sua madre le aveva buttato via tutto, disegni compresi. Nella sua famiglia non era considerato appropriato che una femmina fosse un’artista. La madre di Dieynaba avrebbe però accettato che la figlia studiasse per diventare medica. Riflettendo sull’episodio, Dieynaba dice che “la società ha creato un posto per le donne e quando tu tenti di uscirne, cominciano i problemi.”
E anche se ti adegui, le diseguaglianze non scompaiono: “Per esempio nei salari: quando un uomo e una donna hanno lo stesso grado di istruzione e le medesime capacità di lavorare e riflettere, alla fine del mese non riscuotono la stessa paga.”
Dieynaba Sidibe2
La “battaglia” con la sua famiglia questa giovane artista l’ha vinta (ora i suoi parenti sono orgogliosi di lei) ma poiché è una donna sa di dover lottare ancora: “Come donne abbiamo ottenuto molto in Senegal, in termini di diritti, ma molto di più rimane da fare.” La cosa la preoccupa? Per niente: “Tutte le donne, ovunque, siano pescivendole, graffitiste o impiegate in un ufficio… siamo tutte lottatrici. Le donne stanno lottando per essere libere di esercitare la propria volontà e di svolgere le professioni che a loro piacciono, per essere pagate per il loro lavoro quanto si pagano gli uomini, e per poter seguire le proprie passioni.”

Seine Saint-Denis, la banlieue parigina culla del rap francese

Credit Foto: Flickr/Philippe Zwirn (https://www.flickr.com/photos/philippemaurice/)

Di Francesco Raiola

A tutti i giornalisti, Saint Denis è anche e soprattutto vita, ieri, oggi e domani. Vi preghiamo di non dimenticarvi di tornare anche per coprire avvenimenti positivi. Il saper vivere assieme riguarda tutti, anche voi!': si legge anche questo sulle vetrine dei negozi del 93°, il distretto di Parigi che indica Seine Saint-Denis, il luogo dove ieri è avvenuto il blitz delle teste di cuoio francesi che cercavano la mente degli attentati di Parigi avvenuti venerdì scorso. Un luogo di vita che ieri ha visto riversarsi le televisioni di tutto il mondo che hanno rafforzato – loro malgrado, sia chiaro – l'immagine negativa dei alcune banlieue parigine, che conosciamo soprattutto grazie ai media, appunto e al cinema. O al rap.

Le bombe su Parigi degli NTM

Le bombe sopra Parigi che cantava JoeyStarr nel 1994 facevano riferimento alle bombolette che utilizzavano i graffitari parigini di cui faceva parte il rapper, che con i Supreme NTM (formati assieme a Kool Shen) ha scritto la Storia del rap d'oltralpe. Un genere che da anni racconta la banlieue, la periferia e da là si nutre, che sia Parigi o il resto della Francia: Akhenaton, ad esempio, è di Marsiglia e la sua ‘Demain c'est loin' è uno dei pezzi più belli e poetici sulle periferie. Il rap in Francia non è una moda mainstream, ma una vera e propria istituzione, con un mercato da far invidia a quello d'importazione americana, in grado di far discutere per giorni, e far chiedere la prigione per alcuni dei suoi esponenti: gli stessi NTM a causa di alcune dichiarazioni contro la polizia durante un concerto sono stati condannati spaccando la Francia.

La scena del 9-3
La scena del 93 è una delle più importanti del panorama francese, divenuta tale anche grazie ai Suprême NTM che ne hanno definito lo stile. Sono là, infatti, le radici della band che ha sempre sottolineato l'appartenenza al 93, a partire dal nome originale della band che era proprio 93 NTM e che di bombe parla da sempre, come succede quando nella canzone omonima descrivono il quartiere che li ha cresciuti: "La Seine Saint Denis c'est d'la bombe bébé!' (‘La Seine Saint-Denis è la bomba!'). È la periferia difficile quella che emerge, caratterizzata però da un incredibile senso di appartenenza: testi duri, che parlano della vita banlieusard, di violenza, droga e discriminazione e un flow aggressivo caratterizzano il rap hardcore, appunto, che vede Saint-Denis come uno dei luoghi di massima espressione, appunto. Un luogo complesso, nella possibilità e nella capacità dei media di descriverla, sicuramente uno dei quartieri parigini più difficili e indicato come una delle banlieue più pericolose della capitale.
. È la periferia difficile quella che emerge, caratterizzata però da un incredibile senso di appartenenza: testi duri, che parlano della vita banlieusard, di violenza, droga e discriminazione e un flow aggressivo caratterizzano il rap hardcore, appunto, che vede Saint-Denis come uno dei luoghi di massima espressione, appunto. Un luogo complesso, nella possibilità e nella capacità dei media di descriverla, sicuramente uno dei quartieri parigini più difficili e indicato come una delle banlieue più pericolose della capitale. Un luogo, la banlieue, che anche da noi ha sempre rappresentato le difficoltà degli emarginati, alla faccia della gentrificazione crescente e che ha descritto benissimo Mattieh Kassovitz nel ‘L'odio', film del 94 che ne descriveva la vita. Se oggi conosciamo quella parola declinata in francese, però, è soprattutto a causa degli scontri che dieci anni fa tennero Parigi in scacco e permisero una politica di repressione da parte dell'allora Ministro della Difesa, Nicolas Sarkozy, che grazie anche a quella vicenda riuscì a diventare Primo Ministro pochi anni dopo.

In foto: Credit Foto: Flickr/Philippe Zwirn (https://www.flickr.com/photos/philippemaurice/)

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://music.fanpage.it/seine-saint-denis-la-banlieue-parigina-culla-del-rap-francese/

Gangsta rap e Jihad: l'identikit di una buona parte dei miliziani jiadhisti operanti in Europa, prodotto dell'incontro tra certa subcultura degli USA e il salafismo

Deso Dogg, noto miliziano e musicista ufficiale dell'Isis recentemente ucciso, in passato esponente di spicco del gangsta rap in Germania, http://www.thegatewaypundit.com

Di Sebastiano Caputo

Il profilo dei responsabili delle stragi in Francia è più o meno sempre lo stesso. Mohamed Merah, autore nel 2013 degli attentati di Tolosa, aveva 23 anni, di nazionalità franco-algerina, era cresciuto in uno di quei quartieri degradati dove la delinquenza è imperante.
Legato infatti alla piccola criminalità si era avvicinato al dottrina salafita (corrente dell’Islam) che lo portò a radicalizzarsi nei suoi viaggi in Pakistan e in Afganistan. Già noto ai servizi segreti, scriveva canzoni rap e un video su Youtube lo immortala con la sua auto di lusso mentre tra una sgommata e l’altra, fa il segno della pistola con le dita. Così anche Chèrif Kouachi, uno degli attentatori della redazione parigina del settimanale Charlie Hebdo, appena ventenne, era cresciuto in periferia e prima di essere arrestato nel 2008 in quanto componente di un gruppo che inviava combattenti estremisti in Iraq, basata nel 19esimo arrondissement di Parigi, sognava come tanti suoi coetanei di fare il rapper. Nel 2004 appare in un video trasmesso dalla televisione in francese mentre canta e gesticola come i suoi idoli musicali. Tutto torna, ancora una volta. Tra gli stragisti del Bataclan di Parigi, la sala di concerti dove venerdì sera si è svolto uno dei vari attacchi terroristici, c’era un certo Omar Ismail Mostefai, 29enne, l’unico ad aver sempre vissuto in Francia, il quale prima di convertirsi alla Jihad dopo l’incontro con un predicatore belga, girava video in cui “rappava” in lingua francese.
Insomma l’identikit è più o meno sempre lo stesso. Più che fedeli attenti ai precetti delCorano – che predica un messaggio di pace e non di guerra a differenza di quanto affermano i teologici dell’ultima ora – questi kamikaze assomigliano ai teppisti tipici delle metropoli occidentali. Proprio a Parigi, nei sobborghi come in alcuni centri urbani, è dilagata la figura del racaille o del banlieusard, giovane di quartiere connesso alla delinquenza, culturalmente sradicato, parassitario (una buona parte non lavora e vive di sole sovvenzioni statali), iper-consumatore, cresciuto nell’insegnamento trotskista dell’odio verso le tradizioni francesi, pura imitazione del gangster bling bling americano. E se pensiamo che nella musica hip hop d’Oltralpe lo slogan preferito dei cantautori è Nique la France, che in italiano vuol dire "Fotti la Francia”, tutto torna.
In realtà questi giovani che inneggiano alla Jihad sono il prodotto se non il riflesso di un’Europa priva di cultura e identità: vestono Nike o Adidas, ascoltano rap, hanno il culto delle armi e della prigione, consumano stupefacenti, ostentano beni materiali e macchine di lusso, girano con donne che si credono delle star del cinema, usano un linguaggio violento e apologeta di una cultura ghettizzata, inseguono il mito eroico hollywoodiano. Di sicuro passano più tempo davanti al computer e alla televisione che alla Moschea o sul Corano, che probabilmente non hanno mai aperto.
Loro sono i soggetti perfetti da indottrinare, arruolare, addestrare ed infine sacrificare negli attentati terroristici. Ma questo progetto più ampio finanziato dai petro-dollari del Qatar e dell’Arabia Saudita, grandi alleati della Francia sul piano internazionale, rientra in una strategia ben precisa che va dall’acquisto della squadra di calcio del Paris Saint Germainfino alla costruzione di moschee desacralizzate nelle banlieues con la nomina di “Imam di regime”. L’obiettivo è quello di abbruttire e “ri-salafizzare” (radicalizzare) i giovani musulmani francesi e non. Così quegli “investimenti stranieri” caldeggiati dalla destra liberale francese e quel multiculturalismo esaltato dagli intellò goscisti non fa altro che rinsaldare il cerchio della Jihad globale nella grande civiltà occidentale dei consumi.
TITOLO ARTICOLO ORIGINALE:"Dal rap al Jihad: i kamikaze sono un prodotto della subcultura occidentale"

Tunisia: il rapper "Emino" si arruola nell'ISIS

Risultati immagini per Emino ISIS

Di Salvatore Santoru

Come rivelato dal Daily Mail, il rapper tunisino Maurouane Douiri, nome d'arte "Emino", si è arruolato da poco nell'ISIS, per combattere nel nome del Califfato.

Risultati immagini per Emino rap

Emino, esponente di punta del gangsta rap tunisino, non è certo il primo dell'ambiente ad essersi avvicinato all'ISIS, basti ricordare a tal proposito, per citare solo i casi più famosi e noti anche nei mass media, la storia di Abdel-Majed Abdel Bary, che prima di partire per la Siria e diventare noto per i selfie su Twitter che lo raffiguravano mentre tagliava teste degli avversari, era un rapper abbastanza conosciuto in Gran Bretagna, tanto che i suoi pezzi venivano anche trasmessi dalla nota emittente radiofonica di proprietà della BBC,BBC Radio 1 .



 O a Deso Dogg, esponente di spicco del gangsta rap in Germania e uno dei "combattenti storici" dell'ISIS.

German rapper Denis Cuspert is the best known of the three known rappers to have been part of Islamic StateRisultati immagini per deso dogg terrorist

Oltre a questi casi che in un modo o nell'altro hanno avuto eco internazionale, ce ne sarebbero anche diversi, trattati parzialmente anche da Wikipedia.

La mercificazione delle subculture : se l’underground è il nuovo mainstream


Di Lorenzo Vitelli
La seconda metà del Novecento è caratterizzata dal nascere delle rivendicazioni sessantottine e da un indubbio scontro tra la forma arretrata di Capitalismo borghese e le giovani generazioni che si riuniscono in subculture (Punk, Dark, Ghotic, Hip Hop, Hippie, Metal, New Age) per mettere in discussione l’ordine precostituito. Rifiuto dell’autorità e del controllo, delle cultura dominante e delle istituzioni. Si aprì un periodo di attrito contro le forme di esistenza capitalistiche piccolo-borghesi. Le subculture respinsero il Mercato e presero possesso degli ambienti underground, in Italia si insediarono nelle università pubbliche ed in determinati quartieri delle grandi città.
Oggi, di queste sottoculture non è rimasta che la forma, mentre i contenuti sovversivi sono stati traviati, divenendo pretesto per adescare consensi e valorizzare il Capitale. In meno di un ventennio il Capitalismo attuò la sua grande redenzione, e perdonò a questo ampio ventaglio di subculture le loro critiche, le espiò, integrandole al Mercato, fagocitandone proprio l’elemento più mercificabile: “la protesta”. Niente è più commerciale della dissonanza, del disordine, della pretesa di essere contro. L’ambiente underground fu messo alla luce dei riflettori, il faro del mainstream illuminò laddove covava la protesta. La contestazione divenne panegirico, l’insubordinazione preghiera.
Attraverso l’investimento da parte del grande Capitale (Virgin, Sony Music, Universal Music, Skyrock) si vennero a pubblicizzare, quindi a mondanizzare, le forme (elementi ed attributi) delle subculture, di fatto riformando completamente il Mercato, ora accessibile indistintamente a qualsiasi strato sociale (ecco il diritto all’uguaglianza). Da che il Punk evadeva dalla sfera del Mercato, ora diventa Punk nel Supermercato. La cresta, sinonimo di anticonformismo, si è purgata con la sua integrazione nella quotidianità della televisione, della musica, ed è riprodotta in serie su tronisti e giocatori di Serie A. Il rock lo propone la Mtv. Le subculture sono diventate paradossalmente alla moda, mentre nacquero in opposizione al mondano. Si sono svendute al grande capitale, sperando, magari, di avere maggiore impatto.
Oggi il caso in assoluto più lampante è il rap. La subcultura dell’hip hop si è mercificata sino a divenire, più che centro di contestazione, propaganda ufficiale di abbandono alle logiche del Mercato, e glorificando la cultura “coca e mignotte” del ghetto underground questa si è normalizzata nella sfera pubblica, celebrando l’uso di armi e della violenza, il consumo di stupefacenti, un codice di abbigliamento firmato nike,  esaltando la divisione e la darwiniana legge del più forte: specchio della cultura ultraliberale. Si è attuato un salto dall’evasione alla sottomissione funzionale al gioco del sistema a cui segue l’impoverimento del linguaggio e del pensiero, una decoscientizzazione e una omologazione venduta, ancora una volta, per ribellione.
Immettersi sotto il torchio delle subculture non deve perciò essere visto come atto di rivolta, né come la ricerca di un’identità, ma piuttosto come ingenua sottomissione al Capitale. L’underground ha trovato un compromesso col mondano e i due si sono incontrati a metà strada. Il primo ha abbandonato la sua vena anticonformista, il secondo si è definitivamente sborghesizzato, ultimando il processo di destrutturazione della sfera valoriale e di sussunzione del Tempio nel Mercato.
E’ così necessario fondare le basi di una Controcultura riflessiva e ragionata che trovi punti di riferimento altri rispetto all’ideologia dominante e che ne mini le fondamenta, come sostituto e non come corollario, come opposto e non come elemento integrante. L’errore delle subculture fu quello di cercare un codice che lo stesso Mercato poteva riprodurre e vendere, privilegiando la forma piuttosto che i contenuti: abbigliamento, indumenti, marche, look, stile, musica. Elementi facilmente mondanizzabili e mercificabili. Il ruolo di una reale Controcultura deve essere quello di smarcarsi dalla riconoscibilità secondo oggetti e tendenze, per creare una corrente di pensiero in aperta opposizione, in grado di negare riflessivamente l’ordine precostituito senza scendere a compromessi con il mondo. Essa deve rendersi inattuale, un’eterna avanguardia che non diventi mai una forma chiusa e cristallizzata.

Il fenomeno delle sottoculture

E’ da decenni che esiste il fenomeno delle “sottoculture”, ancora più ampliato negli anni recenti.
Uno dei principali teorici delle sottoculture, Dick Hebdige, ha evidenziato che i membri di una “subcultura” tendano a differenziarsi dal resto della società con uno stile di vita o modo di vestire simbolici e alternativi a quelli dominanti.
Le sottoculture nascono all’interno della nostra società contemporanea capitalista e neoliberista dove i giovani diventano “possibili clienti e consumatori”.
Per esempio pensiamo al fenomeno culturale dei punk i quali proponevano un messaggio anti-sociale e adottavano un’estetica alquanto eccentrica e raffinata: quello che sopravvive oggi dei punk è solo un’immagine o degradata o esaltata dal mondo della moda in modo prettamente consumistico.
Pensiamo poi ad altre sottoculture come ad esempio i giovani che seguono il reggae con il loro particolare modo di vestirsi e la “mania” di “adorare” personaggi come Bob Marley, “mito” strumentalizzato a livello consumistico per la produzione di magliette, bandiere, gadgets e altro ancora.
Oppure pensiamo all’hip-hop con personaggi del tipo di Eminem o agli emo con i personaggi del mondo della musica e del cinema a cui fanno riferimento.
Le sottoculture sono strumentalizzate dalla società consumistica e negli anni recenti questo fenomeno si è ampliato ancora più grazie all’uso “massiccio” della pubblicità e alla diffusione di “svariati messaggi culturali” da parte del mondo del cinema e della televisione, nonché della moda e dello spettacolo.
Le sottoculture sono ulteriore testimonianza del fatto che nella nostra società tutto è mercificabile, tutto può essere venduto dai beni di consumo alle idee delle persone.