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Il paradosso di Loschmidt


Il paradosso di Loschmidt, conosciuto anche come paradosso di reversibilità, afferma che non dovrebbe essere possibile un'evoluzione irreversibile di un sistema termodinamico verso una situazione di equilibrio se la dinamica a cui obbediscono i costituenti elementari del sistema stesso (atomi o molecole) è temporalmente simmetrica.
Ciò pone la simmetria rispetto alla direzione dello scorrere del tempo di (quasi) tutti i processi fisici elementari in contrasto con ogni tentativo di dedurre da essi la seconda legge della termodinamica, che descrive il comportamento dei sistemi macroscopici.
Il fatto che tanto le leggi della dinamica (che regolano il moto dei costituenti elementari microscopici dei sistemi termodinamici) che la seconda legge della termodinamica (che invece descrive la transizione all'equilibrio di un sistema termodinamico a livello macroscopico), pur essendo apparentemente in conflitto reciproco, sono entrambe ben verificate, porta al paradosso.
Questo paradosso nacque come critica alla formulazione del teorema H di Ludwig Boltzmann, che è stato un tentativo di spiegare attraverso la teoria cinetica l'aumento di entropia di un gas ideale sottoposto a trasformazioni irreversibili.
Johann Josef Loschmidt osservò nel 1876 che se c'è la transizione di un sistema dallo stato A allo stato B che porta ad una diminuzione costante di H (successivamente venne definita l'entropia come -H, per cui qui si sta discutendo di un aumento di entropia), poi è possibile definire una transizione dallo stato B allo stato A invertendo le velocità di tutte le molecole, in cui H deve aumentare.

Bibliografia

  • J. Loschmidt, Sitzungsber. Kais. Akad. Wiss. Wien, Math. Naturwiss. Classe 73, 128–142 (1876)


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È allarme per un nuovo coronavirus dalla Cina: “Si trasmette da uomo a uomo”. Oms convoca riunione d’emergenza


Di Carmelo Leo

Nei primi anni Duemila ci fu la SARS, poi nel 2015 scoppiò l’epidemia di MERS: oggi, nei primi giorni del 2020, lo spauracchio è un nuovo coronavirus, il cui primo focolaio è stato rilevato in Cina, nella città di Wuhan, ma che già ha contagiato persone anche in altri centri. Il nome scientifico del virus è 2019-nCoV.
Secondo le prime stime, a pochi giorni dalla scoperta di questo nuovo virus ci sono già circa 1.700 casi di contagio, con addirittura 3 morti. Un team di esperti della National Health Commission cinese ha anche confermato un’altra grande paura dei cittadini, ovvero che il coronavirus si trasmette da persona a persona.
Tutto è partito a Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei nella Cina centrale che vanta oltre 11 milioni di abitanti. Sembra inoltre che il virus si sia diffuso a partire da un mercato del pesce cittadino, anche se questa ipotesi non è ancora stata confermata. Sempre secondo la National Health Commission cinese, nel sud del Paese (nella provincia del Guangdong) ci sarebbero stati finora due casi di trasmissione uomo-uomo del coronavirus.
Ci sono però notizie anche di contagi al di fuori della Cina, seppur sempre limitati all’Asia: due casi in Tailandia, importati da cittadini cinesi transitati da Wuhan; un caso in Giappone, emerso sempre tramite un cittadino passato per la città e un caso in Corea del Sud.

I sintomi del nuovo coronavirus cinese

sintomi del coronavirus cinese, spiegano i medici, sono molto simili allapolmonite. Ci sono quindi febbre alta, difficoltà respiratoria, raffreddore e debolezza generale.
Si chiama coronavirus proprio perché ha una forma di corona. La trasmissione può avvenire sia per via aerea, sia per contatto. Secondo le prime stime, ha un periodo di incubazione che va da due a dieci giorni. Come si è visto nei tre casi di Wuhan, questa patologia può essere anche letale.

Il rischio di una trasmissione anche in Europa

Ovviamente, c’è il timore che il nuovo coronavirus possa arrivare anche in Europa. Eppure, al momento, gli esperti si dicono tranquilli su un rischio contagio nel nostro continente.
Il rischio di diffusione nei paesi europei viene considerato estremamente limitato. Tuttavia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella figura del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza per il 22 gennaio a Ginevra. L’obiettivo è accertare se il focolaio di casi “rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla”.
La notizia del contagio da persona a persona ha imposto anche alcune misure di prevenzione. Il ministero della Salute, ad esempio, ha appeso alcune locandine nell’aeroporto di Roma Fiumicino, nelle quali consiglia di “rimandare viaggi a Wuhan non necessari”. E anche di consultare il medico e vaccinarsi contro l’influenza “almeno due settimane prima del viaggio”. Nessuna psicosi, dunque. Ma la prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Xenobot, il robot fatto di cellule


Di Anna Romano

Dal computer (anzi, supercomputer) alle cellule viventi: il lavoro pubblicato questa settimana su PNAS descrive la creazione di un nuovo sistema di vita, un robot nato dal riassembramento di alcune cellule staminali di X. laevis e basato sui modelli proposti da un supercomputer. Questi nuovi robot, chiamati xenobot, sono quindi cellule epiteliali e cardiache artficialmente "montate" dai ricercatori per poter svolgere alcune azioni, come muoversi o spostare piccoli oggetti. Oltre a fornire un'importante possibilità di studio sulla base di forma e funzione degli organismi viventi, è possibile pensare per gli xenobot una vasta gamma di applicazioni.
Nll'immagine: la manipolazione dei ricercatori sulle cellule. Crediti: Douglas Blackiston, Tufts University
«Non sono robot tradizionali e neppure una specie nota di animali. Sono una nuova classe di artefatti: organismi viventi e programmabili». Così Joshua Bongard, informatico ed esperto di robotica dell'Università del Vermont, descrive quanto lui e i suoi colleghi hanno realizzato: sono gli xenobot, cellule staminali provenienti da embrioni di Xenopus laevis e assemblate, su istruzioni di un supercomputer, in una forma di vita completamente nuova. Il loro lavoro è stato pubblicato questa settimana sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Dall'in silico all'in vitro

Non è facile imporre a un sistema vivente di attuare un comportamento dettato dall'esterno: è per questa ragione che la maggior parte delle tecnologie attuali sono fatte di materiali sintetici. Eppure, scrivono gli autori del nuovo studio, se i sistemi viventi potessero essere rapidamente progettati e impiegati per svolgere determinate funzioni, la loro innata resistenza potrebbe consentire loro di superare rapidamente le potenzialità delle nostre tecnologie più promettenti. Da qui, gli xenobot.
I ricercatori hanno fatto girare sul supercomputer DeepGreen un algoritmo per la creazione di una diversa forma di vita con determinate caratteristiche, come la capacità di spostarsi in una direzione. Durante i mesi di processamento, il Deep Green ha simulato l'aggregazione e il riaggregazione di qualche centinaio di cellule, basandosi su alcuni semplici principi biofisici forniti dagli scienziati e riguardanti le proprietà delle cellule epiteliali e cardiache. Alla fine, sono state selezionate le opzioni migliori, impiegate per i test sulle cellule reali. Queste ultime sono staminali prelevate da embrioni della rana africana Xenopus laevis, un organismo modello ampiamente impiegato in ricerca (dalla specie deriva anche il nome dei nuovi robot).
Dopo aver separato e lasciato incubare le singole cellule, i ricercatori le hanno tagliate e "rimontate" secondo le istruzioni fornite dal supercomputer, ossia cercando di attuare gli obiettivi previsti. Un micro-lavoro (immaginate la dimensione degli strumenti necessari per lavorare sulle singole cellule) che ha portato a un macro-risultato: le cellule hanno effettivamente iniziato a lavorare insieme, muovendosi in modo coerente per esplorare l'ambiente circostante grazie alle contrazioni delle cellule cardiache. Le cellule hanno mostrato proprietà di auto-organizzazione e perfino la capacità di manipolazione, spostando piccolissime palline. Inoltre, «Abbiamo tagliato il robot quasi a metà e lui si è rimesso insieme e ha ripreso a funzionare», racconta Bongard.

Ricerca di base e applicazioni degli xenobot

Da una parte, gli xenobot possono insegnare molto sui sistemi viventi. «La grande questione, in biologia, è capire quali algoritmi determinano forma e funzione degli organismi», spiega il co-autore Michael Levin. «Abbiamo mostrato che cellule di rana possono essere usate per creare forme di vita completamente diverse da quelle iscritte nel loro programma di default». E questo potrebbe fornire informazioni più approfondite su come sono organizzati gli organismi, e su come immagazzinano e processano le informazioni. Dall'altra parte, gli xenobot potrebbero avere importanti applicazioni in diversi campi. Ad esempio, la loro capacità di manipolare o trasportare piccoli oggetti potrebbe essere la base per pensarli, per esempio, impiegati nel drug delivery intelligente. «Possiamo immaginare per questi robot molte applicazioni che per altre macchine sono impossibili, come cercare inquinanti o contaminanti radioattivi, raccogliere le microplastiche negli oceani, viaggiare nelle arterie per ripulirle dalle placche ateriosclerotiche», aggiunge Levin.
A tutto ciò, sottolineano i ricercatori, si aggiunge il fatto che gli xenobot sono biodegradabili, essendo interamente composti da cellule. «Quando dopo sette giorni hanno terminato il loro lavoro, sono semplicemente cellule morte», commenta Bongard. E le loro capacità rigenerative le rendono particolarmente interessanti: nessuno smartphone si ripara da solo se proviamo a tagliarlo in due.
Nell'immagine: la manipolazione dei ricercatori sulle cellule. Crediti: Douglas Blackiston, Tufts University

Il paradosso del cervello di Boltzmann


Il cervello di Boltzmann è un’ipotetica entità consapevole di sé, nata a causa di fluttuazioni casuali da uno stato di caos.

Boltzmann ha anche avanzato l’ipotesi che l’universo conosciuto fosse nato da una fluttuazione casuale, ovvero nello stesso modo in cui potrebbero sorgere i cervelli di Boltzmann ma con un elevata e più rara possibilità.




Il concetto sorge dal bisogno di chiarire il perché osserviamo un alto grado di organizzazione nell’universo
Il secondo principio della termodinamica dichiara che l’entropia totale in un universo chiuso non diminuisce mai. Possiamo pensare che lo stato più probabile dell’universo sia quello ad entropia alta, e dunque senza ordine. 
Allora perché l’entropia osservata è così bassa?

Più in dettaglio, Boltzmann immaginò che una possibile soluzione fosse nascosta nel caso.

Con un’eternità a disposizione, anche da un sistema in equilibrio può di tanto in tanto saltare fuori dell’ordine. 
Il classico esempio che si pone in queste situazione è quelle della scimmia, dove essa premendo a caso dei tasti su un computer, e avendo abbastanza tempo a disposizione (infinito), può scrivere per puro caso la divina commedia o la saga di Twilight (no ok è impossibile che si possa partorire questo aborto, infatti non capisco come il nostro universo non sia già imploso dopo che l’autore finì di scriverlo), allora la disposizione in modo casuale di un insieme di atomi può, aspettando per l’eternità e tutte le infinite combinazioni, dare vita a una regione con le caratteristiche che osserviamo nel nostro universo.

Il punto adesso è che è molto più probabile che noi siamo questo ipotetico cervello solitario, piuttosto che un osservatore che vede intorno a sé un intero universo dotato di ordine e struttura qual è il nostro.

Boltzmann ha supposto che noi e il nostro mondo di entropia bassa siamo una fluttuazione casuale in un universo di entropia alta.
Più ordine crea, più rara è la fluttuazione.

Assumere che la bassa entropia del nostro universo è dovuta alla necessità di permettere la vita intelligente, si porta dietro una conseguenza piuttosto forte: dovremmo infatti trovarci in un universo corrispondente alla fluttuazione più piccola possibile che consenta lo sviluppo della vita

E la più piccola fluttuazione compatibile con la vita non è altro che un cervello di Boltzmann: nel mare dell’equilibrio termodinamico, per caso una fluttuazione raccoglie qualche grado di libertà dell’universo a formare un cervello cosciente con giusto quel minimo di apparati sensoriali per poter guardarsi intorno e giusto per quell’attimo sufficiente per arrivare a quel grado di consapevolezza e poi sparire nuovamente nel quieto e noioso bagno entropico.

Ma quanto rara sarà mai una tale fortuita fluttuazione?!?

Sicuramente molto più probabile della fluttuazione che invece crea un intero universo come il nostro capace di ospitare la vita.

La teoria di Boltzmann porta a un paradosso, nel quale l'assunto, assai scientifico, che possiamo fidarci di ciò che osserviamo porta alla conclusione che non possiamo fidarci di ciò che osserviamo ...



Per approfondire: 



VISTO ANCHE SU https://crepanelmuro.blogspot.com/2020/01/paradosso-del-cervello-di-boltzmann.html

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FOTO: https://medium.com

Come leggere il pensiero, secondo le neuroscienze


Di Federica Sgorbissa*

Lo stato dell’arte delle ricerche su decodifica del pensiero e telepatia
Nel 1995, in Strange days, Kathryn Bigelow immaginava un futuro in cui memorie e pensieri possono essere registrati, venduti e comprati come fossero dei video. Nel film uno stralunato Ralph Fiennes interpreta Lenny Nero, una sorta di “spacciatore di ricordi” che sviluppa una dipendenza dal suo stesso “prodotto”.





 Un racconto simile l’aveva girato qualche anno prima Wim Wenders in Fino alla fine del mondo, dove Henry, interpretato da Max Von Sydow, è uno scienziato che resta intrappolato nelle sue ricerche, vittima, al pari di Lenny, del consumo compulsivo dei sogni altrui. Curiosamente, entrambi i film sono ambientati alla fine del 1999, con una differenza sostanziale: Strange days si spinge un po’ più avanti nell’immaginazione tecnologica e così, mentre Henry si limita a vedere i sogni su uno schermo, come fossero film, Lenny non solo può archiviare le esperienze in una sorta di minidisc, ma rivive queste registrazioni direttamente nel proprio cervello grazie allo SQUID, una specie di Playstation per ricordi.
Nonostante la visionarietà di Bigelow e Wenders, il capodanno del 2000 è passato senza la nascita di nessuna tecnologia simile. A distanza di vent’anni, tuttavia, si stanno effettivamente ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain. Fra gli scienziati più attivi e ottimisti c’è Moran Cerf, professore della Kellogg School of Management della Northwestern University, imprenditore high-tech e consulente scientifico di Hollywood (oltre che ex-hacker). “Con l’elettroencefalografia oggi si possono avere decodifiche anche molto precise, usando dispositivi indossabili e non invasivi”, dice Cerf a il Tascabile.
Quando parliamo di decodifica del pensiero, intendiamo che è possibile usare la semplice informazione sull’attivazione dei neuroni nelle varie zone del cervello per “capire” a cosa sta pensando in quel preciso momento la persona. La macchina può comunicarcelo attraverso concetti (parole, testo scritto…) o pescando da un archivio di immagini per tentare di riprodurre l’oggetto del pensiero.
Negli ultimi anni si stanno ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain.
“Il problema sono i costi”, puntualizza. ”I macchinari più sofisticati con tanti elettrodi costano diverse centinaia di migliaia di dollari e solo pochi laboratori li possiedono. Dobbiamo tuttavia essere pronti all’entrata di questa nuova tecnologia nella nostra vita quotidiana”.
Il futuro è in effetti pieno di promesse, tenuto anche conto che il grosso degli avanzamenti nel campo sono avvenuti in meno di dieci anni. “Nel 2010”, spiega Cerf, “sono stato frainteso da un giornalista della BBC che ha scritto che gli avevo detto che già allora eravamo in grado registrare pensieri e sogni e proiettarli su uno schermo. La notizia ha fatto il giro del mondo in un attimo, è mi ha creato qualche imbarazzo, perché non era affatto vero. Non avevo mai detto una cosa del genere”.
“Era una possibilità sì, ma piuttosto remota in quel momento”, spiega oggi. “Eppure solo qualche anno dopo due gruppi diversi lo hanno fatto davvero”. Cerf si riferisce a due lavori che hanno segnato una svolta decisiva nel campo. Il primo, pubblicato su Current Biology, è del 2011. A guardarle, le immagini prodotte dal team dell’Università di Berkeley responsabile del paper sembrano davvero oniriche: una serie di clip di persone che parlano, scene da documentari e video musicali, filmati di aerei in volo e frame dei videogame. In realtà non sono letture di sogni e nemmeno ricordi: sono la ricostruzione di quanto i soggetti osservavano nelle sessioni sperimentali, mentre la loro attività cerebrale veniva registrata con la risonanza magnetica. Detto in altre parole: i soggetti guardavano dei video, ma la macchina no. La macchina “osservava” solo l’attivazione delle aree visive degli spettatori, e da quella costruiva un nuovo filmato che poi, confrontato con quello originale, gli assomigliava molto.
Il secondo lavoro citato è invece una ricerca giapponese del 2013. Pubblicato su Science, ha restituito una visualizzazione dei sogni di alcuni individui, ossia un rendering per immagini – come se potessimo guardare la bozza di un filmato di quanto la persona sta sognando – che aveva molti punti in comune con i racconti fatti dalle persone al risveglio.
Cerf spiega a grandi linee come funziona la metodologia generale per decodificare pensieri, sogni e ricordi. Si possono usare essenzialmente tre metodi per registrare il segnale: l’elettroencefalografia (EEG), con elettrodi posti sullo scalpo che rilevano l’attività elettrica sottostante, la risonanza magnetica funzionale che monitora l’alterazione di campi magnetici legata all’attività cerebrale e la registrazione intracranica su singoli neuroni, che fa lo stesso dell’EEG ma con maggiore precisione e all’interno del cranio. Le prime due sono non-invasive, cioè si avvalgono di supporti esterni alla testa. “La terza tecnica, quella che uso io, è la più precisa ma è estremamente invasiva e si applica solo alle persone in procinto di essere operate al cervello”. In questi casi l’inserimento di elettrodi direttamente nella corteccia ha addirittura funzioni protettive per i pazienti. Nei giorni prima dell’intervento si procede infatti a mappare la posizione esatta delle funzioni cognitive più importanti, così da essere sicuri di non danneggiarle durante l’operazione. In quei momenti tipicamente si possono effettuare anche registrazioni utili per la ricerca.
L’altra grande differenza di impostazione, continua Cerf, è nella zona del cervello che si prendono in considerazione. “Se intendiamo i pensieri come immagini, allora andremo a mettere gli elettrodi nella zona occipitale del cranio, dove stanno le aree visive. In questo modo si riesce a sapere cosa il soggetto sta vedendo, immaginando, o sognando nel senso visivo più stretto”.
Possiamo scoprire per esempio che il soggetto sta pensando a ”una donna con un vestito rosso che sta in piedi”. Non sappiamo però nulla di chi sia questa donna. Gli studi di Cerf invece si focalizzano sul significato dei pensieri. “Usiamo elettrodi nella parte centrale del cervello e decodifichiamo il contenuto semantico di pensieri e ricordi”. Con questo approccio si può dunque sapere se effettivamente il soggetto sta pensando alla madre (o al padre, ai figli…), ma non sappiamo se questa sta indossando un vestito rosso o blu, se sta in piedi o seduta, ecc. “L’ideale nel futuro sarà fare una sintesi di questi due approcci”.
“Nella procedura c’è una parte iniziale molto lunga e pure un po’ noiosa”, continua Cerf. “In realtà i nostri soggetti sono contenti di partecipare agli esperimenti, perché comunque prima di un’operazione passano tanto tempo con gli elettrodi in testa e non possono muoversi dal letto. Per cui parlare con noi è un bel diversivo”.
Per decodificare pensieri, sogni e ricordi si possono usare essenzialmente tre metodi: l’elettroencefalografia, la risonanza magnetica funzionale e la registrazione intracranica su singoli neuroni.
“Si fanno vedere al paziente migliaia di immagini e si registra l’attività cerebrale corrispondente. Gli algoritmi imparano ad associare un’attività elettrica tipica agli stimoli. Tante più volte vengono presentati, tanto più alta sarà la risoluzione che avremo nella decodifica”. La macchina così costruisce una sorta di alfabeto che verrà poi richiamato nella fase di ricostruzione dei pensieri.
Le aspettative sugli sviluppi futuri di queste tecnologie sono tante, forse però nei prossimi anni il “tasso di novità” potrebbe rallentare un po’. “Ora come ora, dopo un periodo di grandi avanzamenti che hanno suscitato molto entusiasmo, siamo una fase di piccoli passi, mirati soprattutto a migliorare gli aspetti tecnici, per ottenere registrazioni migliori, meno invasive, meno costose”, ammette Cerf.
Torniamo a Strange Days. Lo SQUID di Lenny Reno decodificava e registrava le esperienze soggettive, come la tecnologia descritta da Cerf, ma poi le trasmetteva anche direttamente al cervello dei fruitori. Questo oggi sembra ancora un obiettivo piuttosto lontano: la comunicazione  machine-to-brain e brain-to-brain è ancora tutti gli effetti di un campo decisamente pionieristico.
“Leggere il pensiero è la parte facile”, spiega a il Tascabile Andrea Stocco, professore dell’Università di Washington, a Seattle, dove è co-direttore del Cognition and Cortical Dynamics Laboratory. “È inserire segnali nel cervello che è complicato”. Il lavoro di Stocco si focalizza proprio sulla trasmissione brain-to-brain. Di recente con il suo team ha fatto giocare tre persone, distanti fra loro e collegate solo attraverso i cervelli, a una sorta di Tetris partecipativo telepatico (trovate il paper su Scientific Reports).
Ci sono innanzitutto limiti tecnologici. “Dico sempre ai miei studenti che è come se dovessimo fare neurochirurgia con una pietra molto affilata: in certi casi lo puoi fare, però non è la situazione ideale”, spiega Stocco. “EEG e risonanza magnetica si sono molto evolute nel corso degli anni, ma le tecniche di stimolazione non invasive, come quella magnetica, sono rimaste agli anni Ottanta”. La stimolazione magnetica transcranica è una metodologia per alterare l’attività in zone specifiche della corteccia, ponendo potenti magneti sullo scalpo. Può venire usata anche a scopi terapeutici, ed è rimasta essenzialmente la stessa da quando è stata inventata. E difficilmente si vedranno grossi cambiamenti in futuro: “ci saranno sì e no una dozzina di laboratori che la usano per studi sulla trasmissione del pensiero, e non è una massa critica sufficiente a far evolvere il campo”.
Le difficoltà non finiscono qui: “quando lavori all’inverso, devi sapere cosa succede nel momento in cui stimoli una parte del cervello. Spesso le conseguenze sono strane. Mandi il segnale in un punto e regioni completamente diverse da quelle che ti aspetti cominciano ad attivarsi”. “Per questo”, commenta, “è importantissimo avere dei modelli solidi, detti forward, ad avanzamento, che prevedano la reazione alla stimolazione”.
“Una cosa che mi ha sempre stupito è che osservando l’attività del cervello in molti casi è estremamente semplice capire che tipo di esperienza sta provando il soggetto. Se per esempio gli toccano il braccio, la parte di corteccia corrispondente all’esperienza tattile si accende. Se però stimoli elettricamente quella stessa area, non succede niente, ci abbiamo provato per anni”.  Questo accade perché la sensazione fisica soggettiva è qualcosa che dipende anche dall’integrazione con tante altre aree che vengono stimolate nella stesso momento. Nonostante i limiti, Stocco è riuscito a ottenere risultati incoraggianti, uno dei più recenti è proprio la partita a Tetris telepatico citata sopra.
Anche nella trasmissione brain-to-brain la fase di training è cruciale. La prima parte del processo è identica a quella già descritta per la decodifica, perché anche qui serve che la macchina che impari a comprendere quello che il soggetto “trasmettitore” sta pensando.
È nella fase successiva che si evidenziano le peculiarità del processo di trasmissione. La macchina trasforma quanto decodificato in un segnale che viene inviato al cervello del ricevente con la stimolazione magnetica. L’alterazione dell’attività elettrica della corteccia provoca delle percezioni nel ricevente, la cui natura dipende dalla zona stimolata. È il soggetto stesso a imparare a interpretare il significato di queste percezioni illusorie. “È  una specie di codice Morse”, precisa Stocco. In genere il segnale viene inviato alle aree visive, per cui il risultato è un’immagine illusoria. Per dare un’idea, assomiglia un po’ un po’ ai cosiddetti fosfeni che appaiono a chi soffre di emicrania con aura. “In tutto e per tutto sono delle allucinazioni visive: è il cervello che cerca di dare un senso a degli impulsi che sono assolutamente diversi da quelli che vengono dagli occhi. Ognuno vede cose diverse: sfere galleggianti, forme geometriche. Io vedo delle linee per esempio “.
Negli esperimenti del Tetris telepatico una persona controllava con il pensiero la posizione e l’orientamento di un tassello, basandosi sul feedback di altri due partecipanti anche questo inviato direttamente via-cervello. “Abbiamo immaginato questo scenario realistico dove una persona deve fare un sondaggio tra gli altri partecipanti per decidere se deve girare o no un pezzo del Tetris. Mentre il gioco si svolgeva i due che non avevano il controllo del pezzo vedevano il gioco in diretta e potevano mandare segnali dicendo ‘no, no, devi girare…’, ‘resta esattamente così’ e via dicendo”. L’accuratezza nel posizionare il tassello in ciascuna sessione superava l’80%.
Le applicazione commerciali saranno pervasive: dall’industria del gaming o dello spettacolo, fino all’ambito medico.
Con la stimolazione magnetica si può agire anche su altre parti del cervello, con risultati molto diversi. Stimolando la corteccia motoria per esempio si può letteralmente prendere il controllo del corpo di qualcuno senza che questa persona possa farci niente.
“La prima volta che abbiamo fatto l’esperimento sapevamo esattamente la zona che corrisponde a ciascuna delle quattro dita, quindi volendo qualcuno poteva farmi suonare il piano a mia insaputa”, spiega Stocco che come si sarà capito spesso fa da cavia per i suoi stessi esperimenti. “Prova e riprova, calibra e ricalibra, alla fine c’era questa cuffia da nuoto con marcate esattamente le posizioni per ciascuna delle mie quattro dita”, scherza. “Si tratta di centinaia di ore spese in training per avere questa precisione”.
C’è un aspetto paradossale di tutta questa tecnologia, ed è Stocco stesso ad ammetterlo. Noi possediamo già in maniera “naturale” la capacità di leggere i pensieri degli altri: “è il linguaggio, non solo quello parlato, ma anche tutto quello che veicoliamo attraverso espressioni, posture e tutta la componente non verbale della comunicazione”. A questo serve il linguaggio: comprendere pensieri, emozioni e intenzioni altrui e trasmettere le nostre, a distanza, a chi ci sta davanti, e in un certo senso, quindi, tutta questa tecnologia sta facendo il giro per tornare la punto di partenza. Naturalmente con il linguaggio possiamo mentire, nascondere i nostri veri pensieri. Mentre la tecnologia, per esempio, può essere utilizzata per aggirare le bugie.
I risvolti etici non saranno banali, c’è da aspettarsi che questo sia uno dei grandi temi di dibattito pubblico nei prossimi anni, se queste tecnologie continueranno a svilupparsi. “Per questo è importante comunicare con il pubblico, farle conoscere”, mi dice Cerf. Ci sono tanti modi in cui questi dispositivi di lettura della mente potranno venir utilizzati: “le applicazione commerciali saranno pervasive. Immaginiamo cosa può fare l’industria del gaming o dello spettacolo. Ma pensiamo anche in ambito medico: sarà possibile non solo prevedere alcune malattie neurologiche con diagnosi precoci – alterazioni del pensiero possono essere una spia d’allarme molto importante, ma a volte non si riescono a rilevare coi metodi tradizionali –, ma anche aiutare le persone impossibilitate , in coma, con paralisi estese, ma anche semplicemente sotto shock, a essere capiti dall’esterno”.

* Laureata in psicologia sperimentale e ha un dottorato in scienze cognitive. Ha diretto la rivista online OggiScienza. È giornalista scientifica freelance e scrive principalmente per le riviste Mente e Cervello e Le Scienze (L’Espresso).

Il continente perduto sotto l’Europa: la Grande Adria, che ha dato vita a parte dell’Italia


Ricostruzione tettonica della regione mediterranea degli ultimi 240 milioni di anni. 
I dettagli sono descritti nella relazione di Douwe van Hinsbergen e i suoi colleghi di Gondwana Research.



Scoperto continente perduto sotto l’Europa: la Grande Adria ha dato vita a parte dell’Italia *


Di Andrea Centini


Chiamato “Grande Adria”, aveva le dimensioni della Groenlandia e si staccò dal supercontinente Gondwana circa 240 milioni di anni fa.

Sprofondando lentamente sotto al Vecchio Continente ha dato vita a numerose catene montuose, come gli Appennini e le Alpi in Italia.

Sepolto sotto l'Europa meridionale c'è un continente perduto, che gli scienziati hanno deciso di chiamare la “Grande Adria”. Quando sprofondò nel mantello terrestre, scivolando lentamente sotto la placca tettonica euroasiatica, gli strati superiori del continente si staccarono e diedero vita a catene montuose come le Alpi e gli Appennini. 


Le vestigia della Grande Adria hanno così influenzato la geografia di una trentina di Paesi del Vecchio Continente, e l'Italia ne è praticamente permeata, dal Nord fino alla porzione superiore della Puglia ...


Il continente perduto è stato scoperto da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università di Utrecht, Paesi Bassi, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Center for Earth Evolution and Dynamics (CEED) dell'Università di Oslo (Norvegia); dell'università sudafricana del Witwatersrand; dell'Istituto di Geofisica presso l'ETH di Zurigo (Svizzera) e di altri atenei sparsi per il mondo.

I ricercatori, coordinati dal professor Douwe van Hinsbergen, a capo del Dipartimento di Scienze della Terra dell'ateneo olandese, hanno impiegato dieci anni per ricostruire la storia e l'evoluzione della Grande Adria.

Tutto ebbe inizio centinaia di milioni di anni fa, quando sulla Terra era presente un unico supercontinente chiamato Pangea. 

Questa enorme massa di terra emersa si separò in due continenti più piccoli, la Laurasia a nord e la Gondwana a sud: la prima diede vita all'Europa, al Nord America e all'Asia, la seconda all'Australia, all'Africa, all'Antartide, al Sud America e alla Grande Adria, fino ad oggi rimasta “nascosta”. 

Il continente perduto, grande quanto la Groenlandia, originò 240 milioni di anni fa, si staccò dall'Africa 20 milioni di anni dopo e 40 milioni di anni più tardi si separò anche dalla Penisola Iberica (Spagna e Portogallo).

A causa dei movimenti delle placche tettoniche, tra i 100 e i 120 milioni di anni fa il continente perduto iniziò a sprofondare lentamente nel mantello terrestre, per centinaia e centinaia di chilometri, come detto dando vita a importanti catene montuose in Europa. Oggi la parte più profonda della Grande Adria si trova sotto la Grecia, a 1.500 chilometri di profondità.

Gli autori della ricerca indicano che la Grande Adria, 140 milioni di anni fa, non era completamente emersa, ma formava una serie di affascinanti arcipelaghi che spuntavano qua e là nel cuore dell'oceano. Gli scienziati hanno potuto ricostruire la sua storia grazie all'orientamento di minerali magnetici incastonati nelle rocce, che possono indicare movimenti e posizione di grandi masse di terra. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Gondwana Research.


* ARTICOLO DEL 25 SETTEMBRE 2019

VISTO SU: https://crepanelmuro.blogspot.com/2020/01/scoperto-continente-perduto-sotto.html

Il mistero dell'altruismo


Di Pierluigi Fagan
La biologia evolutiva è una disciplina che discende da i due ambiti teorici, quello biologico da una parte, quello della teoria dell’evoluzione dall’altra. Questo secondo viene storicamente prima del primo, nel senso che le conoscenze concrete di biologia al tempo in cui Darwin scrisse l’Origine (1859), non erano sviluppate. Addirittura Darwin non conosceva neanche le teorie di Mendel che pure erano a lui coeve e senz’altro non poteva conoscere tutti i successivi raggiungimenti culminati poi nella scoperta del DNA (1953).

Tutto questo sviluppo quindi, è sorto dandosi come limiti insuperabili la teoria dell’evoluzione data come caposaldo teorico generale, inviolabile.
In più, va notato che la versione data di “teoria dell’evoluzione” è solo in parte derivata dall’Origine di Darwin poiché per buona altra parte si è invece basata sulle interpretazioni date all’Origine. Di queste, la più influente è stata quella del filosofo H. Spencer, sociologo con chiari fini politici. Si noti la struttura di questa storia che è del tutto simile al rapporto tra Marx, testi di Marx e marxismo.
Il canone del darwinismo è stato compendiato in una costruzione teorica che si chiama “Sintesi moderna”. Questa teoria maggiore, presuppone in accordo alle interpretazioni di Spencer (non di Darwin), che l’uomo sia un animale individualista, egoista, competitivo. Del resto l’inglese Spencer culmina l’antica tradizione che partiva da Hobbes e quindi siamo in pieno canone anglosassone. Adam Smith, per dire, era invece scozzese e fintanto rimase in vita, lui ed i suoi contemporanei credevano che il suo opus magnum non fosse come riteniamo noi la Ricchezza delle nazioni (1776) ma la Teoria dei sentimenti morali (1759), opera basata sul concetto di “simpatia umana” che è poi molto simile a quella che noi oggi chiamiamo “empatia”, che ovviamente è ben più in armonia con concetto di altruismo.

Ai darwinisti anglosassoni che dominano l’interpretazione della teoria dell’evoluzione a tutt’oggi, interpretazione saldata nell’idm con l’antropologia profonda, certa sociologia, certa teoria economica e quindi certa teoria politica, non risulta quindi che l’uomo o qualsiasi animale, abbia potuto sviluppare oltretutto a base genetica, una qualche propensione all’altruismo, tant’è che tutt’oggi, scrivono libri in cui facendo spericolati esercizi di logica apparente, cercano di darne una qualche spiegazione. Definito quindi l’altruismo un “mistero”, finiscono in quei libri col sostenere che in realtà è una forma mascherata di egoismo genetico. Cosa non si fa pur di difendere il proprio paradigma!
Non c’è alcun mistero nell’altruismo che fa parte della dotazione caratteriale di molti animali e dell’uomo assieme all’egoismo. Il vaglio adattivo che i darwinisti chiamano per amore delle drammatizzazioni “selezione naturale”, agisce su geni, genomi, individui, gruppi, intere specie. A livello di individui e gruppi, agisce su entrambi. Molte specie hanno sviluppato strategie adattive gruppali, dette con scivolamento antropomorfico “sociali” (la società umana non è la società delle api, è una falsa analogia). Lo hanno fatto perché “l’unione fa la forza”, per cui i gruppi hanno più facoltà adattive dei singoli ed i singoli più che alla natura si adattano quindi ai gruppi e per adattarti ai gruppi, se sei asociale sei tendenzialmente dis-adatto. A meno tu non faccia parte di una intera società di disturbati sociali quali sono in genere quelle degli anglosassoni.

Ecco allora che ieri, un gigante nero di origini africane pagato da una squadra posseduta da cinesi che lo hanno pagato la bellezza di 80 milioni di euro, un bomber in gara per la classifica individuale di chi segna più gol e quindi deputato a battere i calci di rigore, inaspettatamente lascia l’onore di tirare un rigore ad un ragazzino di 17 anni di Castellamare di Stabia, attaccante anch’egli, al suo esordio in serie A. Il ragazzino ha poi fatto gol ed è andato a piangere tra le braccia della mamma a bordo campo. Tutto ciò un neo-darwinista non può accettarlo, spiegarlo, giustificarlo. L’intelligenza sociale del gigante nero non è nei parametri della teoria, sebbene lo sia appieno nei parametri dell’effettiva evoluzione di molte specie animali, l'umana in particolare.
Capirete bene allora che razza di problema sia la concezione dell’uomo che domina la nostra immagine di mondo dominata dagli anglosassoni?

[Nella foto, il gigante nero già pronto a battere il rigore lancia la palla al ragazzino invitandolo a prendersi ònere ed onore perché una riserva felice fa la squadra più forte ed anche un campione da 80 milioni di euro, dipende dalla forza generale del gruppo in cui opera]

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