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La strana morte di Raul Gardini

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Di Roberta Bruzzone
Due suicidi eccellenti, due morti che hanno lasciato perplesso il jet set finanziario italiano. Due imprenditori di successo che hanno posto termine alla loro vita in modalità a dir poco sconcertanti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI Gabriele Cagliari, all’epoca il primo gruppo siderurgico italiano, viene trovato morto per soffocamento in circostanze misteriose e mai chiarite del tutto dalla Procura di Milano. Lo trovano senza vita nei bagni di San Vittore con un sacchetto di plastica infilato in testa e fissato al collo con una stringa da scarpe. L’inchiesta sulla sua morte verrà archiviata come suicidio.
Pochi giorni più tardi, il 23 luglio 1993, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto senza vita Raul Gardini, patron del potente gruppo imprenditoriale Ferruzzi-Montedison. Secondo gli inquirenti anche lui si sarebbe suicidato, seppur in circostanze anomale e mai definitivamente chiarite, sparandosi un colpo di pistola con una Walter Pkk. Un unico colpo alla tempia che non gli ha lasciato scampo….Ma qualcosa non torna, a cominciare dalla posizione dell’arma al momento del ritrovamento del corpo senza vita dell’imprenditore.
La Walter PKK viene trovata infatti sulla sponda opposta del letto di Gardini a significativa distanza dal suo corpo. La pistola poi ha esploso due colpi. E anche il biglietto di addio ritrovato vicino al corpo di Gardini (che riportava un semplice “grazie” rivolto ai familiari) secondo le perizie potrebbe essere stato scritto mesi prima, forse in occasione di un compleanno o del Natale precedente. Insomma sono parecchie le tessere del puzzle che non sembrano coerenti con lo scenario suicidario.
Tuttavia all’epoca, è bene ricordarlo, infuriava l’inchiesta meglio nota come “Tangentopoli” che ha letteralmente colpito al cuore il sistema degli “affari” che governava il nostro Paese.  Gardini ne era divenuto, suo malgrado, uno dei principali protagonisti. Fatto sta che, almeno inizialmente, il caso viene archiviato come suicidio.
L’imprenditore, secondo la ricostruzione della Procura di Milano, non avrebbe retto allo scandalo giudiziario che lo vedeva coinvolto e avrebbe preferito la strada del suicidio. Tutto risolto quindi? Andiamo per gradi.
Nel 2006 un nuovo colpo di scena riaccende i riflettori sulla vicenda. A far capolino nell’inchiesta questa volta è la Procura di Caltanissetta. Secondo l’Espresso del luglio di quell’anno, i magistrati di Caltanissetta avrebbero riaperto l’inchiesta sulla morte del noto finanziere ipotizzando scenari diversi e a dir poco sconvolgenti: a spingere Gardini al suicidio non sarebbe stata la vergogna per il suo coinvolgimento nell’inchiesta “Tangentopoli” ma la volontà di sottrarsi una volta per tutte ai ricatti e alle pressioni ricevute da parte di organizzazioni criminali.
Un’istigazione al suicidio in piena regola dunque alla base del tragico gesto anticonservativo oppure un omicidio vero e proprio. E a fare da cornice alla suggestiva ipotesi avanzata dagli inquirenti siciliani ci sarebbe una fitta rete di collegamenti tra la società Calcestruzzi Spa, all’epoca parte dell’impero Ferruzzi, e proprio “Cosa Nostra” nell’ambito dei multimiliardari appalti nel settore edilizio.
I magistrati nisseni si mostrano convinti della sussistenza di tale scenario al punto da richiedere una nuova perizia balistica per verificare se Gardini si è tolto davvero la vita volontariamente. L’unica a non aver mai creduto al suicidio era sempre stata la moglie del potente finanziere.
Ma c’è anche un’altra circostanza che getta da sempre una luce sinistra sul decesso del finanziere: fino alla tarda serata del 22 luglio 1993 Gardini era deciso a presentarsi ai magistrati di “mani pulite” per rispondere alle accuse mossegli sull’ “affare” Enimont e sulle relazioni tra il Gruppo Ferruzzi e il sistema dei partiti. Ad affermarlo sono stati i suoi stessi avvocati.
Era con loro infatti che Gardini aveva parlato sino a tarda sera proprio in merito a cosa riferire ai PM milanesi. E sembrava più deciso e pronto che mai. Ma solo poche ore più tardi avrebbe esploso contro di sè i colpi mortali lasciandosi dietro solo un biglietto con su scritto soltanto “grazie” a conclusione di un’esistenza costellata dal successo e dal denaro.
Sono passati ben 19 anni da allora, ma non sono bastati a dipanare i molti misteri che ancora circondano quella morte. E non solo.
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