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Coronavirus, Elon Musk attacca il lockdown: 'Decreto fascista'


Di Salvatore Santoru

L'amministratore delegato della Tesla e di SpaceX, Elon Musk, ha duramente criticato le misure anti-coronavirus prese negli Stati Uniti D'America. 

Secondo il noto imprenditore, tali provvedimenti sarebbero di natura 'fascista'.

Entrando maggiormente nei particolari, Musk ha scritto una serie di tweet decisamente critici dei decreti e in uno, riporta Repubblica, ha scritto che bisogna 'liberare l'America adesso'(1).
Musk ha anche sostenuto che chi vuole stare a casa dovrebbe farlo ma che, allo stesso tempo, non si dovrebbe impedire alle persone di uscire perché ciò andrebbe, sempre secondo il suo parere, 'contro i diritti costituzionali statunitensi'(2).

NOTE:


(1) https://www.repubblica.it/scienze/2020/04/30/news/coronavirus_elon_musk_si_schiera_con_trump_i_lockdown_sono_fascisti_-255257278/


(2) https://edition.cnn.com/2020/04/29/tech/elon-musk-twitter-coronavirus/index.html

Microsoft: un brevetto per il mining corporeo di criptovalute


Di Marco Cavicchioli 

A fine marzo è stato pubblicato un estratto di un brevetto di Microsoft che si riferisce ad un sistema per minare criptovalute grazie alle attività corporee. 
Il brevetto, registrato con il codice WO 2020060606, è stato richiesto dalla Microsoft Technology Licensing LLC (MTL) di Redmond, ovvero la società del gruppo Microsoft che possiede la stragrande maggioranza dei brevetti precedentemente di proprietà di Microsoft Corporation e si riferisce ad un “sistema di criptovaluta che utilizza dati di attività del corpo”. 
La descrizione sintetica del brevetto descrive un sistema grazie al quale le attività del corpo umano possono essere utilizzate per processi di mining di criptovalute. 
Il sistema prevede un server che fornisce ai dispositivi degli utenti delle attività da svolgere, e dei sensori all’interno dei dispositivi che rilevano l’attività corporea dell’utente per verificare se i dati rilevati soddisfano le condizioni richieste. 
In questo modo se l’utente esegue le attività richieste dal server può ricevere in cambio criptovalute. 
Qualcosa di simile avviene già oggi ad esempio con app installate sugli smartphone che rilevano le attività motorie assegnando token ad esempio a chi cammina o corre, ma il brevetto di Microsoft va oltre, arrivando ad immaginare specifici dispositivi in grado di rilevare molti più dati provenienti dalle attività corporee. 
Nella descrizione del brevetto, ad esempio, si legge che questi dispositivi potrebbero mappare attività del corpo umano come onde cerebrali, o calore corporeo emesso dall’utente quando questo esegue attività fisica, da utilizzare come prova di lavoro per verificare che l’utente abbia svolto determinati compiti, come ad esempio la visualizzazione di annunci pubblicitari o l’utilizzo di determinati servizi Internet ed essere utilizzata nel processo di mining. 
In questo modo si potrebbe ridurre l’energia computazionale per il processo di estrazione, rendendolo anche più rapido.
A dire il vero per ora si tratta solo di un brevetto, che potrebbe anche non essere mai utilizzato in concreto per prodotti da mettere sul mercato, ma la cosa interessante è che un colosso tecnologico come Microsoft si sia interessato a tal punto a questa tecnologia da aver addirittura registrato un brevetto per poterla sfruttare. 
La richiesta di Microsoft cita anche esplicitamente le criptovalute decentralizzate, ed in particolare Bitcoin, dicendo che sono valute virtuali non legati a valute fiat, in genere progettate per consentire transazioni istantanee e trasferimento di proprietà senza confini e senza un punto centrale di controllo. 
Tuttavia, queste possono anche essere implementate all’interno di sistemi centralizzati, come per l’appunto quelli immaginati nella richiesta di brevetto.

Coronavirus: diffusi i dati sensibili di Fondazione Gates, Oms e Laboratorio di Wuhan


Di Salvatore Santoru

Diversi dati sensibili, appartenenti alla Fondazione Gates, all'Oms e all'Istituto di virologia di Wuhan, sarebbero stati diffusi online da un gruppo di hacker.
Tra i dati sensibili diffusi vi sarebbero, tra l'altro, diversi indirizzi ed email di dipendenti e funzionari delle organizzazioni coinvolte.

Stando al SITE, a diffondere sul web i dati violati sarebbero stati diversi gruppi riconducibili all'area dell'estremismo di destra.
A quanto risulta, gli indirizzi email diffusi dell'Oms sarebbero autentici mentre la Fondazione Gates sta indagando sul fatto.

Secondo alcune ricostruzioni, il presunto attacco hacker sarebbe comunque dubbio e i dati pubblicati online sarebbero stati già violati tempo fa.

PER APPROFONDIRE- ARTICOLO SU BLASTING NEWS:

https://it.blastingnews.com/tecnologia/2020/04/coronavirus-diffusi-online-gli-indirizzi-email-delloms-e-della-fondazione-gates-003122451.html

Il 2020 sarà come il 1492, o il 1914. La domanda è solo come cambierà il mondo?


Di Miguel Martinez

Il 2020 sarà come il 1492, o il 1914.
La domanda è solo come cambierà il mondo?
L’intuizione più interessante l’ha avuta la sociologa Daniela Danna, femminista di quelle che non hanno ceduto alla fuffa postmoderna.
Stiamo entrando, lei scrive in un testo che invito a scaricare e leggere, nel pieno del modo di produzione informatico.
Il termine riprende l’idea di Marx che parlava di grandi passaggi –  caccia e raccolta; orticoltura; metodo taglia-e-brucia; pastorizia; agricoltura e infine industria.
Poi la Danna precisa che in realtà l’uomo non “produce” nulla.
Solo le piante producono.
Gli uomini trasformano e distruggono sia l’energia impiegata, sia i materiali che ne derivano, e scaricano i costi sulla natura (a meno che non si adattino, aggiungo io, ai ritmi delle piante).
Il nuovo modo di produzione trasforma in lavoratori tutti coloro che forniscono o trattano dati.
Scrive l’autrice:
Il controllo a distanza sui lavoratori è infatti ottenuto con un flusso di dati (con l’informatica, ovvero l’informazione automatica, trattata da macchine), flusso che viene trasmesso attraverso frequenze di campi elettromagnetici che interferiscono con le funzioni vitali di esseri umani, animali e piante.”
Qui tocca un punto su cui sorgono spesso polemiche: l’interferenza dei campi elettromagnetici non-ionizzanti (bassissima frequenza, onde radio e microonde) con le funzioni vitali, appunto, dei viventi.
Da ragazzo, mi ricordo che rimasi colpito da una vignetta di James Thurber (nato negli Stati Uniti nel 1894) che raffigurava una particolare fissazione di sua nonna, che visse
“gli ultimi anni della propria vita con l’orribile sospetto che l’elettricità gocciolasse invisibilmente per casa.”
Electricity was leaking all over the house
Il bello è che nel 1961,  l’epidemiologo americano Sam Milham condusse un immenso studio sui cambiamenti nelle cause di morte, a mano a mano che procedeva l’elettrificazione degli Stati Uniti, scoprendo una stretta correlazione tra l’avanzata della “griglia” e l’aumento di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e morbo di Alzheimer.
Moltissima gente che conosco e che è preoccupata per l’inquinamento elettromagnetico, mi ricorda la nonna di James Thurber: un po’ sopra le righe quando ne parlano, qualcuno magari tira fuori pure gli Illuminati,  ma alla fine forse hanno più ragione di chi dice, “ma che problema vuoi che ci sia? E’ tanto comodo!”
La nonna di James Thurber doveva vedersela soltanto con i campi elettromagnetici a bassissima frequenza generati dalla corrente elettrica; ma poco dopo sarebbe arrivata la radio di massa, e poi tutto il resto.
Gli studi su malattie causate dall’elettromagnetismo sono resi difficili dai lunghissimi tempi di insorgenza e dalla presenza di molti fattori, tra cui soprattutto chi paga:
Il 68% degli studi sponsorizzati dalle case produttrici di elettronica, non scoprono effetti avversi sulla salute umana, mentre il 70% di quelli non sponsorizzati li trovano.
Comunque (parlando da laureato in lingue orientali) credo che sia fuori discussione che i campi elettromagnetici abbiano effetti sul DNA, da cui dipende tutto per ogni essere vivente: si discute solo del quanto o del come. Scrive la Danna:
siamo esseri in cui l’elettricità scorre a bassissima intensità per regolare le funzioni più disparate, dalla respirazione all’udito, alla protezione del cervello dalle sostanze tossiche e nocive che il sangue può apportarvi etc. Siamo esseri con una regolazione elettrica delle funzioni vitali, comune a tutta la vita su questo pianeta. Sono pluridocumentati gli impatti delle onde radio oggi esistenti sull’orientamento e sulla riproduzione degli uccelli, e le antenne degli insetti non sono altro che sensori per l’elettromagnetismo.
La Danna, a differenza della maggior parte di quelli che si preoccupano solo per i rischi legati alla salute, coglie il meccanismo sottostante:
“Vi è quindi una sinergia tra interessi economici e politici delle classi dominanti nell’uso delle nuove tecnologie informatiche – la rete e l’accesso continuo ad essa degli individui dotati di smartphone (e anche di computer o tablet), degli animali o delle cose dotati di RFID (RadioFrequency Identification, chiamato anche microchip), degli smart meter, smartTV e progressivamente di tutte le merci, ognuna con il suo piccolo trasmettitore per effettuare la comunicazione tanto pubblicizzata tra cartone del latte, frigo e negozio, tra bidone e camion della spazzatura, tra lampioni e passaggio dei cittadini. I primi impianti di RFID (identificatori a radiofrequenza) sono già stati inseriti in esseri umani.”

Coronavirus e sorveglianza


Di Vittorio Ray

Partiamo dal Covid-19 per parlare di dispositivi e sorveglianza. La gestione cinese dell’emergenza, per adesso apparentemente ben riuscita, rischia secondo alcuni di sdoganare presso i nostri sistemi liberali – e relativi elettorati – la legittimità di governance autoritarie. Nello specifico, il riferimento è al controllo centralizzato e incrociato di tutti i dati messo in campo dal governo cinese, a ben vedere già da tempo e non solo per arginare emergenze sanitarie straordinarie. È noto insomma che la Cina stia cercando di implementare un monitoraggio ‘integrale’ della cittadinanza, sempre in funzione di una qualche idea di bene, ma restringendo inevitabilmente la libertà delle persone di compierlo o meno.
Ecco quindi che iniziamo a toccare con mano i potenziali pregi di una centralizzazione che finora, dai racconti dei media e più spesso dalle puntate di Black Mirror, ci sembrava avere soltanto difetti distopici. Perché al di là del fatto che sia stato utile o no per la Cina (forse è più il caso della Corea del Sud), la novità che il Covid ci ha mostrato è questa: esiste, ed è sempre più incalzante, un trade off tra maggior efficienza di governance tramite l’analisi dei dati personali (geolocalizzazione, acquisti, consumi, etc.) e la loro accessibilità; tra prevedibilità del futuro e rispetto della privacy. In particolare, la paura che serpeggia da noi (in Italia è allo studio in queste ore una nuova app “anti-Covid”) è che questi metodi vengano fatti penetrare in circostanze e con decreti straordinari, salvo poi rimanere anche in tempi di pace.
Anticipo le conclusioni: le tecnologie ICT, anche le più invasive, sono già su questo pianeta e sono venute per restare. L’evento del Covid è stato solo un catalizzatore di processi che, forse con altri tempi, sarebbero comunque stati inesorabili. Invece di indugiare troppo su sogni di libertarismo infranti, tra le tante finestre (sociali, tecnologiche, redistributive, ecologiche) che si apriranno con la crisi dobbiamo posizionarci bene sull’onda e tirare con tutta la forza nella miglior direzione possibile.
Possibile. Vengo al punto più ambizioso di questa breve riflessione. Ormai è piuttosto condivisa l’idea che il progresso, dal punto di vista materiale, non è reversibile: questioni di investimenti da ripagare, sedimentazione di poteri, assuefazione degli utenti, generale scarsa reversibilità della storia – salvo fallimenti gravi e rari. Il mio statement è che anche sul piano etico e politico la tecnologia definisca i confini entro i quali è legittimo – nel senso di realistico – ragionare, sperare, fare politica. In un modellino basilare del mondo potremmo dire che la tecnica muta, l’uomo rimane sempre lo stesso: ogni volta che il terreno di gioco si sposta, bisogna rideclinare i concetti e i valori di sempre secondo le nuove coordinate. Se 100 anni fa era ancora possibile intendere la libertà in un certo modo, americano, lockiano, individualista, oggi quello spazio sta venendo meno. Nella classica dicotomia tra libertà negativa (libertà da) e positiva (libertà di), in quest’epoca la nuvola delle possibilità sembra volare sempre più verso il secondo cielo. Questo per vari ordini di motivi, ne nomino alcuni. Materialmente lo spazio è più denso, siamo tanti e viviamo attaccati, gli effetti delle nostre azioni ricadono platealmente su tutti i vicini di casa, e basta tornare da un viaggio all’estero per rischiare di causare un’epidemia. Conoscitivamente, poi, le distanze sono ancora più brevi: sappiamo tutti che la CO2 che emettiamo a Roma o Parigi mette in crisi gli ecosistemi ai poli. Tecnologicamente, lo viviamo ogni giorno, accedere a ogni servizio implica la cessione di informazioni al provider, che volenti o nolenti ci inserisce nella nostra bolla di gusti, consumi, affinità politiche. E per ogni salto in avanti compiuto dalle intelligenze artificiali private che mandano avanti gli algoritmi, la nostra comprensione del mondo (limitata per capacità di informazioni e calcolo) diventa a confronto più piccola e indifesa.
Vengo al dunque. C’è un allarmismo verso una possibile gestione pubblica dei dati personali che da un lato è un po’ ingiustificato (o meglio, pessimista), dall’altro è inadeguato rispetto a quello inesistente, o minuscolo o già scomparso, della gestione privata che già abbiamo sotto gli occhi. Piuttosto, gli stati (ovvero gli enti reali atti a difendere l’interesse pubblico – se esistono sinonimi più generici il lettore è libero di usare il concetto più debole) devono cogliere quest’occasione mediatica per rivendicare la loro centralità in un rapporto di forze che ad oggi si sbilancia ogni giorno di più verso uno strisciante, ambiguo, illusorio “libertarismo”, e che di fatto si traduce nella libertà delle corporation di guadagnare sempre più metri di vantaggio nel vuoto legislativo. È assolutamente legittimo e auspicabile che i cittadini stabiliscano un limite alla fruibilità di quei dati personali, anche a fini pubblici e/o coercitivi, ma per farlo è in primo luogo necessario che un ente “disinteressato” – guidato dall’interesse pubblico – se ne appropri integralmente o abbia almeno il controllo della situazione.
Fino ad ora siamo rimasti su un piano teorico, concettuale. Stiamo eludendo tutta la parte di scontro geopolitico realeboots on the keyboard. Provo adesso a disegnare un’analisi leggermente più materialista, sperando di non perdere di generalità.
Le aziende hi-tech cinesi, cresciute alle spalle del Golden Shield Project, sono ormai per molti aspetti più avanzate di quelle occidentali e rappresentano l’asset cardinale di “Made in China 2025”, il programma con cui la Repubblica Popolare Cinese cercherà di consolidare il suo modello di globalizzazione. Le piattaforme statunitensi, attualmente ancora al vertice del mercato, negli ultimi anni hanno un po’ perso la loro vocazione originale without-borders. L’amministrazione Trump ha rilanciato molto esplicitamente la competizione globale, chiarendo dopo anni di misunderstanding e wishful thinking che si tratta di un gioco a somma zero: vincitori e perdenti, senza molto spazio per la cooperazione. Il mercato della tecnologia non ha potuto fare eccezione: il caso di Google che ha sospeso la fornitura di software a Huawei è stato solo il più eclatante di questi esempi. Vedere aziende californiane lanciarsi in (contro)misure protezionistiche è stato un importante bagno di realismo: ci ha ricordato che dietro la realtà digitale esisterà sempre un mondo di hardware, cavi, confini, lotta per l’egemonia.
E noi europei? Per adesso noi siamo gli arbitri. Essendo costantemente a corto di muscoli economici, totalmente sprovvisti di mezzi militari, abbiamo deciso di diventare i più raffinati rule-makers della competizione cibernetica. Abbiamo così inventato il più avanzato complesso di norme di rispetto della privacy al mondo, ai cui principi già molti paesi extra EU si stanno ispirando. Il GDPR è talmente “esigente” e avanzato nella protezione dei cittadini, almeno rispetto al vuoto che lo precedeva, da essersi meritato da varie parti l’accusa di “protezionismo informatico”. Se anche solo una delle GAFA fosse europea l’accusa potrebbe avere senso, ma poiché non è questo il caso, si può parlare al massimo di garantismo verso i singoli utenti europei. Ma è abbastanza? Il rispetto della privacy è un aspetto fondamentale per la nostra cultura, ma non esaurisce la sfera dei rischi e della sovranità cibernetica. Al contrario, una visione così formalistica del problema rischia di essere proprio la traduzione di quella postura “negativa” e libertaria, di restare attaccata ad un piano abbondantemente superato dalla prassi della realtà, che si svolge invece nello spazio profondo che le nuove tecnologie ICT hanno letteralmente creato. Bot, diffusione di notizie false, visibilità sugli algoritmi che regolano funzioni ormai fondamentali della vita democratica: queste sono le sfide da affiancare al rispetto della privacy. Ad esempio, nel pieno dell’emergenza Covid, il sistema informatico della sanità spagnola ha subito un attacco hacker. Il nostro continente ha un piano comune di difesa da questi attacchi?
Facciamo in modo che questa crisi, nata come sanitaria e che velocemente sta trapassando in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata, dopo tutta la sofferenza ci renda anche più robusti. Parlando di dati: mettiamo in piedi, alla scala geografica che riteniamo più opportuna e rilevante, istituzioni che abbiano la forza, l’agilità, le conoscenze, la responsabilità e l’accountability per raccogliere tutti i dati personali, da cui scremare: quelli che decidiamo essere troppo sensibili, da cancellare; quelli fruibili, da restituire all’iniziativa privata per essere sempre più liberi di fare tutte le cose bellissime che Facebook, Google, Tiktok etc. ci permettono di scoprire; quelli utili alla governance, in situazioni di crisi o di pace, da sfruttare con criterio e trasparenza per il maggior bene pubblico. Creiamo tribunali speciali, task force attrezzatissime, piene di risorse umane ed economiche, che arginino l’arbitrio finora davvero poco contrastato dei colossi tecnologici – e delle potenze che gli stanno dietro. Tecnologie nuove implicano sfide nuove, sfide nuove hanno bisogno di istituzioni nuove.
6 – continua.
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray

Mozilla lancia l'adblocker che blocca la pubblicità ma fa guadagnare i siti


Di Gabriele Porro

Mozilla è al lavoro su un’estensione per Firefox che eliminerà del tutto le pubblicità da ogni sito internet visitato. Non si tratta però del solito adblockerFirefox Better Web è un servizio in abbonamento, che Mozilla ha realizzato in collaborazione con Scroll. Quest’ultimo, un adblocker, non si limita a eliminare le pubblicità, operazione che causa un danno ai siti che sopravvivono grazie gli inserzionisti, ma rifonde i portali del mancato incasso prelevandoli dagli abbonamenti sottoscritti. In qualche modo, quindi, il portale che non espone più gli annunci guadagna comunque, perché viene ristorato con una quota delle sottoscrizioni all’adblocker.


Come funziona

Firefox Better Web, così come Scroll, distribuirà i soldi pagati dagli utenti per accedere al servizio in abbonamento ai siti internet privati degli incassi pubblicitari dall’adblocker. Per farlo il servizio analizza il tempo trascorso sui vari siti internet nell’arco del mese e in base a quello suddivide tra essi la “tassa d’iscrizione” pagata dall’utente.
Il servizio funziona solo sui siti che aderiscono al programma. Una squadra che, però, sta registrando sempre più adesioni, perché Scroll e Mozilla offrono ai siti più soldi rispetto a quelli che guadagnerebbero con le pubblicità, pertanto gli editor sono più propensi ad accettare l’offerta. Attualmente sono oltre 300 i siti che hanno aderito al progetto.
L’intenzione di Mozilla è quella di creare un ambiente internet che sia più sicuro per la privacy degli utenti, pertanto l’eliminazione delle pubblicità e dei relativi tracker permette all’utente una navigazione più sicura e meno distraente.
Il servizio di Firefox costerà agli utenti 2,3 euro al mese ma, grazie al blocco dei tracker pubblicitari permetterà al browser di guadagnare dal 20 al 100% in velocità di caricamento, oltre a garantire per l’utente una maggior sicurezza e protezione della sua privacy.

Il cappello da baseball contro la calvizie della Xiaomi: ecco le fondamenta scientifiche


ll cappello da baseball contro la calvizie

Di Emiliano Ragoni 

A oggi l’unico rimedio davvero efficace contro la calvizie è il trapianto di capelli. La soluzione proposta da Xiaomi tuttavia merita di essere citata, perché ha comunque delle fondamenta scientifiche. Il colosso cinese dell’elettronica di consumo ha presentato su Youpin (la sua piattaforma dedicata al crowdfunding), un cappello, denominato LLLT Laser Cap, in grado di far (ri)crescere i capelli.
Questo cappello “miracoloso”, che sarà disponibile a partire dal prossimo maggio di Youpin a un prezzo di poco inferiore ai 200 dollari, è stato realizzato dalla Cosbeauty, un’azienda partner di Xiaomi che realizza prodotti destinati alla cosmesi. Come funziona quindi il cappello in grado di “fermare” la calvizie? L’idea alla base, ossia la stimolazione dei bulbi piliferi, non è certo nuova, tuttavia, in questo specifico contesto, è proposta in modo compatto e portatile.
La confezione del prodotto include, oltre al cappello stesso, anche la calotta che ha appunto la funzione stimolatrice (il peso complessivo di cappello e calotta è di 210 grammi) e una lozione che, a detta della compagnia, dovrebbe servire a “nutrire” i nuovi capelli che nasceranno. L’LLLT Laser Cap è ricaricabile attraverso una normale presa usb.
Chiaramente il cuore pulsante è la calotta dotata di 81 sensori che inviano impulsi laser che promettono di “risvegliare” il bulbo.

Il cappello, che ha ottenuto la certificazione da parte della CFDA (associazione di categoria senza scopo di lucro a cui sono affiliati oltre 450 stilisti statunitensi) e dell’FDA (l’agenzia americana per gli alimenti e i medicinali che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici), è frutto di uno sforzo congiunto di esperti dell’Università di Shenzhen, dell’Università del Wisconsin-Madison e dell’Università di Scienze e Tecnologie Elettroniche della Cina.
Posto che l’utilizzo del laser per il trattamento della calvizie agisce principalmente su bulbi piliferi vitali e non cicatrizzati, non stiamo chiaramente parlando di una tecnologia nuova e miracolosa, ma di qualcosa che può contribuire a “migliorare” la salute del cuoio capelluto; la radiazione luminosa, infatti, favorisce il microcircolo. La novità dello LLLT Laser Cap è ovviamente quella di fruire di questa tecnologia anche in giro, senza che nessuno se ne accorga.

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