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Mircea Eliade:uno sciamano contemporaneo

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Di Enrico Manera

Mircea Eliade (1907-1986) è con ogni probabilità lo studioso di religioni più noto e influente del Novecento, grazie al fascino del suo pensiero e di un’indubbia capacità di scrittura. Lo studioso romeno, poi radicato negli Stati Uniti, è considerato tra i fondatori della cosiddetta “Chicago School” di storia delle religioni e ha scritto libri che sono autentici best-sellers, oltre ad avere una prolifica produzione letteraria di fiction, al punto da figurare alla fine degli anni Settanta tra i potenziali candidati al premio Nobel per letteratura.


Anche Hollywood non è rimasta estranea all’aura sapienziale dello studioso: Francis Ford Coppola ha realizzato Un’altra giovinezza (Youth Without Youth, 2007) ispirandosi al romanzo di Eliade (1981), non privo di tratti autobiografici, intitolato Giovinezza senza giovinezza. Lo ricordo come un film a tratti imbarazzante: nella Romania degli anni trenta un professore in crisi, erudito e studioso di religioni, miti e antichità viene colpito da un fulmine e ringiovanisce; reduce da una tragica vedovanza, incontra diverse reincarnazioni di una divina Sophia/eterno femminino che lo portano, attraverso ipostasi della sapienza indiana, egizia e sumera, vicino alle radici preistoriche del “linguaggio unico e originario” di tutta l’umanità; intanto i nazisti lo inseguono per scoprire il mistero della sua giovinezza e i suoi poteri. Al netto di scelte kitsch e delle semplificazioni sulla biografia intellettuale di Eliade, Coppola coglie bene il modo in cui l’insegnamento di Eliade è stato percepito e talvolta idolatrato.

Ora, la cultura in cui Eliade si forma, e di cui diventa un simbolo, è caratterizzata dalla definizione dell’autonomia del sacro, del mitico e del simbolico nel primo Novecento, tra differenti metodi e prospettive (etnologia, fenomenologia, sociologia, filosofia, psicologia). In parte riflette la storia delle religioni ottocentesca, in cui l’ossessione per le origini e la presenza di pregiudizi primitivisti portano alla sovrapposizione di fenomeni di tipo psicologico, sacrale e linguistico; e in parte radicalizza e amplifica tali idee mischiandole con le derive culturali e identitarie dei nazionalismi novecenteschi, nel loro sovrapporsi a pregiudizi razziali radicati nei saperi antichisti e orientalisti.

Fin dal celebre Trattato di storia delle religioni del 1948, Eliade è sempre stato al centro di entusiasmi e critiche, con interlocutori importanti come Georges Dumézil, Raffaele Pettazzoni, Ernesto de Martino; e la dimensione politico-ideologica del suo lavoro, temi e metodi, è risultata altrettanto problematica a molti fin dall’inizio. Del suo passato politico già discussero Cesare Pavese ed Ernesto de Martino negli anni Cinquanta (si veda a proposito il carteggio tra i due presentato ne La collana violaBollati Boringhieri 1991, e curato da Pietro Angelini). Negli anni Settanta poi, grazie alla pubblicazione di materiale proveniente dal periodo romeno, studiosi come Vittorio Lanternari, Alfonso Di Nola e Furio Jesi cominciarono a mettere in luce la giovanile militanza di Eliade nella Guardia di Ferro e le potenziali ripercussioni di tale scelta ideologica sui suoi lavori accademici. In particolare, Eliade era legato profondamente a Nae Ionescu, filosofo presso l’Università di Bucarest e tra i principali ideologi del movimento romeno di estrema destra caratterizzato da ultranazionalismo violento, ispirazione mistico-religiosa, odio antimoderno, antiborghese e antisemita. Le ragioni di questa militanza sono strettamente legate all’interesse per il “sacro” che caratterizza l’idea eliadiana di “scienza” della religione; e in tal senso in anni recenti studi sulla cultura del periodo interbellico e postbellico si sono moltiplicati (si veda il lavoro curato da Horst Junginger, The Study of Religion Under the Impact of Fascism, Brill 2008).

In Eliade e nella poetica della sua produzione scientifica vibra la nostalgia di un mondo arcaico idealizzato e precedente la decadenza giudaico-cristiana che avrebbe aperto la strada alla modernità degradata e corrotta. La sua adesione al fascismo va quindi fatta risalire a convinzioni di ordine metafisico: un’ontologia naturalistica, primitivista, eternizzante ed essenzialista eclettica per le fonti, che innerva tutta la riflessione e che non è mai stata smentita. Daniel Dubuisson ha scritto in proposito: «Affermare che il campo religioso è astorico o transitorio, che trascende il mondo umano, significa adottare un punto di vista che colloca la persona che lo sostiene al di fuori delle regole e dei principi metodologici che fondano l’approccio dello storico delle religioni; e gli schiudono le porte della grande poesia o della metafisica» (Mitologie del XX secolo, Edizioni Dedalo 1995).

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