Alice Weidel, la leader di Afd è lesbica e sposata con una cingalese: profilo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata del partito che si ha nell'opinione pubblica

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Di Maurizio Stefanini
È lesbica. Risiede in Svizzera. È unita civilmente con una cittadina svizzera originaria dello Sri Lanka, con cui ha adottato due bambini. Ha lavorato con Goldman Sachs, con Allianz e con Bank of China, prima di divenire consulente free lance. Ha vissuto sei anni in Cina, e parla un cinese fluente.


La 38enne Alice Weidel è tutto questo, e contemporaneamente la leader di Alternative für Deutschland (Afd) il partito che a queste elezioni tedesche ha sbancato, entrando per la prima volta al Bundestag con il 12,6% dei voti e 94 deputati. E un partito che, stando allo stereotipo, sarebbe contrario a gay, cosmopolitismo, immigrati, adozioni di bambini stranieri, strapotere di banche e grande finanza, invasione economica della Cina.

Incoerenza? L’accusa le è stata ovviamente fatta, anche perché è saltato fuori pure che in Svizzera faceva lavorare in nero come colf una rifugiata siriana. Su questo punto in particolare la Weidel ha fatto smentire dal suo avvocato: la rifugiata era a casa sua come ospite, non come cameriera. Potrebbe dunque rispondere che ha messo in pratica lo slogan «se davvero tenete tanto ai problemi dei profughi, perché non li ospitate a casa vostra?». Per la serie: Alice 1, Capalbio 0, palla al centro.
Ma durante un comizio ha pure spiegato: «non sono qui nonostante la mia omosessualità, ma anche per la mia omosessualità». E qui il riferimento d’obbligo è Pim Fortuyn: il leader anti-immigrati olandese, che era omosessuale dichiarato, e che spiegava la sua opposizione all’«islamizzazione» strisciante dell’Europa proprio paventando l'omofobia feroce della cultura islamica. Lui fu poi assassinato, e il suo partito è scomparso. Ma alle ultime elezioni olandesi al secondo posto è arrivato il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders: un leader euroscettico e anti-immigrati, che però iniziò la carriera politica come fidato assistente del Frits Bolkestein autore di una direttiva simbolo dell'integrazione europea, ha una nonna indonesiana, ha sposato una ungherese e ha lavorato in un moshav israeliano. A sua volta il leader della Brexit, Nigel Farage, ha avuto una prima moglie irlandese e una seconda tedesca.
Proprio mentre si votava in Germania, d’altronde, dall'altra parte del mondo anche le elezioni in Nuova Zelanda davano il terzo posto a un partito anti-immigrati: New Zealand First, senza i cui 9 deputati non si fa nessun governo. E il leader e fondatore di New Zealand First è Winston Peters. Un meticcio maori, il cui padre gli ha lasciato in eredità l’affiliazione all’antico iwi, lignaggio tribale, degli Ngati Wai. Sua madre però era scozzese, e lui è pure membro del clan dei McInnes.
Difficile essere più multiculturali di così, e in effetti Peters iniziò la sua carriera politica candidandosi in uno dei seggi che la legge elettorale neozelandese riservati ai deputati maori. La sua veemente opposizione alla massiccia immigrazione asiatica è appunto così motivata: «Tra un po’ gli asiatici diventerebbero più numerosi dei maori». 

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