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Almaviva, arrivano i fondi europei per aiutare i disoccupati

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Di Dario Ronzoni
Anche l’Europa darà una mano. Dopo le garanzie del governo e della regione, interviene la Ue, mettendo sul piatto 3,35 milioni di euro per aiutare i 1.610 ex dipendenti di Almaviva, licenziati alla fine del 2016. È la fine di un iter, per certi versi una vittoria. Di sicuro non risolve il problema, ma per qualche periodo lo allevia.
I finanziamenti derivano dal Fondo Europeo di adeguamento alla globalizzazione: un rimedio a livello continentale pensato per assistere i lavoratori colpiti dai cambiamenti strutturali imposti da una nuova economia globale, cioè le vittime della crisi. Un’assistenza economica il cui obiettivo, alla fine, è il reinserimento nel mondo del lavoro.
Il caso di Almaviva, forse più complesso di altri, deriva dalle difficoltà dell’azienda di sostenere il costo del lavoro a fronte di un calo dei ricavi del 45% negli ultimi sette anni, dalle novità del mercato e dalla corsa al ribasso della concorrenza. I licenziamenti di Roma sono arrivati dopo un lungo e velenoso scontro con sindacati e istituzioni (in primo luogo con il presidente della Regione Lazio), proposte di delocalizzazioni, tagli e trasferimenti, proteste e strumentalizzazioni. Ora, per i disoccupati, servono solo i finanziamenti, e i co-finanziamenti europei.
La proposta, presentata dall’Eurodeputato Daniele Viotti integra già i contributi italiani. «Non è la prima volta che il Fondo interviene», spiega il parlamentare. «Si è già vista in azione con Alitalia [penultima crisi], con la Whirlpool». Compare come ultima istanza e solo se si presentano particolari criteri di applicazione. In generale, sulla situazione ambientale, sulla presenza di possibilità lavorative vicine e sull’età dei disoccupati.
Certo, l’Europa riconosce che «la crisi economica ha messo forte pressione sui prezzi dei servizi» e che li ha resi meno redditizi, costringendo molti servizi a trasferire all’estero, o ad abbassare gli stipendi o, ancora, a chiudere («almeno un terzo delle imprese italiane del settore hanno cessato la loro attività»). Al tempo stesso ricorda con «rammarico» che non sia stato possibile «trovare un accordo con le rappresentanze sindacali sul piano di riallineare i costi basandosi sugli altri centri in Italia», trova modo di lodare il governo italiano per il suo impegno a una nuova regolamentazione del settore e aggiunge, anzi reitera, «che l’assistenza del fondo non deve sostituire le responsabilità delle aziende», né «essere considerate misure di ristrutturazione».
Una prudenza eccessiva, spiega Viotti, «perché le aziende italiane non lo sanno nemmeno che esiste, il fondo». Difficile che lo utilizzino per scaricare il «rischio di impresa (in certi casi più spinosi si può perfino parlare di azzardo morale». E poi è collegato «alle iniziative nazionali e, soprattutto, al piano di impiego dei finanziamenti». Per capirsi, i soldi arrivano se saranno usati per aiutare i disoccupati a ritrovare lavoro, pagando la formazione e orientandoli verso nuove possibilità. Funzionerà? «Certo, non c’è la garanzia».
Ma, secondo Viotti, l’Europa dovrebbe fare di più. «In due direzioni parallele. La prima è l’istituzione del welfare europeo, Il cosiddetto pilastro sociale, ad esempio, segna i diritti da seguire». E poi «con più investimenti, anche dei singoli Stati. Diretti a creare sviluppo e non, come fa la politica dei bonus, a tamponare emergenze». Un’Europa che si faccia più vicina. Se poi avrà anche la tasca più larga, sarà meno sgradita.
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