I rapporti tra il Tony Blair Institute e l’Arabia Saudita

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Di Guido Dell'Omo
L’ “Institute for Global Change” fondato nel 2016 dall’ex primo ministro britannico Tony Blair, tra i sostenitori dell’intervento militare in Iraq del 2003, ha ricevuto oltre 12milioni di dollari dall’Arabia Saudita per fornire servizi di consulenza nell’ambito del progetto Vision 2030 lanciato dal principe ereditario Mohammed bin Salman con l’intento di modernizzare il regno dei Saud.
L’interessante notizia rilanciata dal Telegraph parla di un accordo raggiunto all’inizio di quest’anno che coinvolgerebbe il Tony Blair Institute e che avrebbe già portato nei conti dell’istituto oltre 12milioni di dollari. Pagamento erogato per i servizi forniti dallo staff di Blair con sede in Medio Oriente e effettuato dalla Media Investment (MIL), una società registrata a Guernsey che è una sussidiaria del gruppo Saudi Research and Marketing.
La Vision 2030 dell’Arabia Saudita è un ambizioso programma di riforme che punta ad aprire e diversificare l’economia petrolifera del regno con l’intento di modernizzare la società saudita e, insieme, la sua immagine sul palcoscenico internazionale. Mentre c’è la necessità di cambiamenti strutturali per sconfiggere i mali del regno, come per esempio l’alta disoccupazione, i Saud riconoscono anche l’importanza dei cambiamenti di facciata: rientrano in questa categoria il primo incontro di wrestling, permesso recentemente all’interno dei confini sauditi, e l’altrettanto recente notizia che le donne avranno il  permesso di guidare.
Il ruolo di esperto in Medio Oriente di cui si fregia Blair cozza con il risultato del processo Chilcot  che, concluso nel 2016, elenca le colpe dell’esecutivo guidato dall’ex primo ministro nella cornice della guerra in Iraq del 2003. Secondo l’accusa Saddam Hussein non rappresentava una minaccia tale da giustificare l’intervento militare degenerando una situazione che sarebbe dovuta essere gestita nei limita della strategia; inoltre la certezza con cui il governo e l’MI6 hanno presentato le prove che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa, poi mai trovate e che sono state la prima motivazione dell’intervento del 2003, non è giustificabile. Per concludere, secondo la documentazione del processo le conseguenze dell’intervento militare sono state ampiamente sottovalutate e, soprattutto, non si è pensato a un piano di ricostruzione adeguato gettando così il paese in una spirale di violenza e confusione. Senza contare il progressivo avvicinamento di Baghdad a Teheran e che di certo non rientrava nei piani di Washington e Londra.
Agli studenti di relazioni internazionali delle nuove generazioni, raramente la guerra in Iraq viene presentata come un successo. Senza contare l’inganno con cui si è voluto giustificare l’intervento militare, 1) dal punto di vista umanitario, il costo di vite civili è stato altissimo, 2) dal punto di vista strategico oramai l’Iraq viene quasi automaticamente associato al concetto di “void of power” (vuoto di potere), ovvero l’incapacità da parte dei paesi invasori di riempire il vuoto di potere che si forma dopo la deposizione del regime che si vuole abbattere, mettendo così le basi non per la ricostruzione di un paese, bensì per una guerra civile e anni di caos.

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