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Regno Unito e Arabia Saudita: il legame dei soldi


Di Fulvio Scaglione

Partiamo da lontano, questa volta, per parlare di Medio Oriente. E cioè, dal Regno Unito. A Londra, in seno al Partito conservatore, è in pieno svolgimento la battaglia tra Boris Johnson, ex ministro degli Esteri, e Jeremy Hunt, suo successore e attuale ministro degli Esteri, per arrivare al ruolo di premier. I due sono tipi politici assai diversi ma, chiunque vinca, una cosa non cambierà: l’appoggio del Regno Unito alla guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen.
Nel 2015 un altro ministro degli Esteri, Philip Hammond, predecessore di Boris Johnson, disse che il Regno Unito “avrebbe concretamente aiutato (l’Arabia Saudita, n.d.A.) in ogni modo possibile, tranne che partecipando ai combattimenti”. E così in effetti è stato. Con Hammond, con Johnson, con Hunt.
Nessuno dei tre ha mancato, in questi anni, di criticare altri Paesi, come la Russia o la Siria, per presunti o reali crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. Nessuno dei tre, invece, ha speso una parola per distanziarsi dalle azioni saudite nello Yemen. I rapporti delle Nazioni Unite accusano i sauditi di bombardare i civili “in modo diffuso e sistematico”. Secondo Save the Children almeno 85 mila bambini yemeniti sono morti in questi anni a causa degli stenti provocati dal blocco navale, aereo e terrestre imposto dai sauditi. Nulla di tutto questo, però, ha impedito al Governo di Sua Maestà di appoggiare tali azioni. Un solo esempio: metà dell’aviazione militare saudita è di fabbricazione inglese, quegli aerei non potrebbero volare senza l’assistenza tecnica e i pezzi di ricambio forniti da Londra. E non potrebbero bombardare senza gli ordigni venduti dal Regno Unito.
Questa alleanza senza se e senza ma, a dispetto di qualunque atrocità, ha una ragione precisa: il denaro. Negli ultimi dieci anni il Regno Unito ha incassato 11 miliardi di sterline (quasi 12 miliardi e 200 milioni di euro) con la sola vendita di armi all’Arabia Saudita. Una boccata d’ossigeno per l’economia inglese, che nel 2018 ha registrato un deficit commerciale di 31 miliardi di euro. E le petromonarchie del Golfo Persico, nell’insieme, sono il mercato a Sud più redditizio per le esportazioni inglesi.
Fa impressione vedere i campioni inglesi del liberalismo e del liberismo andare a braccetto con i campioni arabi dell’assolutismo e del dirigismo statale, ma tant’è. E se qualcuno vuol vedere in tutto questo una metafora perfetta della nostra relazione perversa con il Medio Oriente, be’, è libero di farlo.


Fonte: http://www.fulvioscaglione.com/2019/07/18/regno-unito-e-arabia-saudita-il-legame-dei-soldi

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62283

Stop vendita armi all'Arabia, l'annuncio viene da Di Maio


Di Salvatore Santoru

Stop vendita armi all'Arabia Saudita e agli Emirati. Lo ha annunciato il vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. In tal modo, stando allo stesso politico dei 5 Stelle, verrebbero meno anche alcune cause degli attuali flussi migratori di massa.

La questione della vendita delle armi italiane all'Arabia era diventata recentemente importante anche presso l'opinione pubblica mainstream, specialmente a causa della guerra in Yemen.

L'analista della CNN Juliette Kayyem sulle indiscrezioni di alcuni media conservatori USA: 'Non ho mai lavorato per il Qatar, è una montatura per screditare le mie critiche sull'alleanza tra Casa Bianca e sauditi'


Di Salvatore Santoru 

Recentemente alcuni media conservatori statunitensi e alcune testate arabe hanno sostenuto che diversi analisti della Cnn, specializzati sul tema della sicurezza nazionale, avrebbero avuto o hanno legami indiretti con il Qatar. 

Tra di essi vi sarebbero l'ex agente FBI Ali Soufan, il giornalista Mehdi Raza Hasan e l'analista Juliette Kayyem
Tale news è stata ripresa su Twitter anche da Donald Trump Jr, figlio dell'attuale presidente statunitense, ed è stata criticata dalla stessa Kayyem sempre sul social. 

L'analista della CNN ha sostenuto di non aver mai lavorato per il governo del Qatar e che la notizia sui suoi presunti legami con il paese del Golfo sarebbe una 'montatura' contro di lei e, inoltre, avrebbe lo scopo di screditarla e distrarla dalle sue valide critiche nei confronti dell'alleanza tra la Casa Bianca e l'Arabia Saudita e dalle ricerche sull'omicidio di Jamal Khashoggi.

La Lockheed si è aggiudicata un contratto di 2,46 miliardi di dollari per la costruzione di intercettori THAAD destinati all'Arabia Saudita

Di Salvatore Santoru

Recentemente la Lockheed Martin ha ottenuto un contratto di 2,46 miliardi di dollari relativo alla costruzione dei sistemi di difesa terminale dell'area ad alta quota noti come THAAD.
Più specificatamente, come sostenuto dalla Reuters e riportato dal sito 'L'Antidiplomatico', la Lockheed ha ricevuto il contratto dalla Missile Defense Agency e una buona parte degli intercettori sarà destinata all'Arabia Saudita.
 
Il Pentagono ha fatto sapere che il paese del Golfo pagherà 1,5 miliardi di dollari.


PER APPROFONDIRE:


https://www.washingtonexaminer.com/business/lockheed-wins-2-5-billion-saudi-defense-deal-amid-strained-us-alliance

http://english.alarabiya.net/en/business/technology/2019/04/02/Saudi-Arabia-among-recipients-of-THAAD-missiles-from-Lockheed-after-2-4-bln-deal.html 

https://sputniknews.com/military/201904021073747469-pentagon-awards-thaad-build/  

https://www.shephardmedia.com/news/landwarfareintl/lockheed-martin-providing-thaad-us-and-saudi-arabi/ 

https://www.investors.com/news/f35-turkey-deliveries-suspended-russian-s400/

Il commando che uccise Khashoggi è stato addestrato negli Usa


Di Mauro Indelicato

Non se ne parla quasi più a dispetto di giorni in cui, specialmente dopo la scomparsa, il caso appare sulle prime pagine negli Usa come in Europa. Il riferimento è all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, che il 2 ottobre scorso entra negli edifici del consolato saudita di Istanbul e, da allora, non si hanno più notizie. Solo qualche settimana dopo, nell’imbarazzo generale, Riad ammette che il cronista che vive in esilio negli Usa e che spesso critica il principe ereditario Mohammad Bin Salman è assassinato dentro la sede diplomatica. Adesso a tirare nuovamente fuori il caso è il Washington Post, quotidiano per cui scriveva Kashoggi. 

Gli Usa preoccupati da Mohammad Bin Salman

L’imbarazzo generale di ottobre viene dato soprattutto dal fatto che Stati Uniti ed Arabia Saudita sono storiche alleate. Per di  più, da quando Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca i rapporti con Riad appaiono più stretti. Anzi, tra il genero del presidente, Jared Kushner, ed il principe ereditario nasce un’amicizia personale. Proprio da Washington arriva il sostegno incondizionato verso Mohammad Bin Salman, che da tre anni a questa parte appare sempre più come l’uomo forte del regno saudita. È lui ad essere al timone del paese, l’anziano padre Re Salman sembra sempre più una figura di mera rappresentanza. Mbs, come viene chiamato con l’acronimo, da parte sua si presenta come “riformatore” e la stessa stampa americana si presta nel disegnare su misura un abito da “moderato” al principe saudita. Non tutta la stampa, in realtà: dalle colonne del Washington Post, per l’appunto, Jamal Kashoggi critica aspramente Mbs. 
E questo avrebbe segnato di fatto la sua brutale condanna a morte. Se dalla Casa Bianca lo stesso Trump si affretta a dire che le indagini sull’omicidio sono in corso e che, da parte sua, vi è la convinzione che chi ha agito ad ottobre lo ha fatto senza interessare Mbs, nella realtà però la situazione è ben diversa. Questo perchè, come sottolinea David Ignatius in un articolo sul Washington Post, ci si rende conto che la scelta di appoggiare il principe saudita nella sua scalata e nella sua visione del medio oriente appare sempre più una mossa azzardata. Quasi un errore di gioventù del genero di Trump e di inesperienza dello staff del presidente americano. Mbs, a parte l’incriminazione per 11 sospetti, nel frattempo non allenata la repressione interna al suo paese, che colpisce oppositori accusati di corruzione e la minoranza sciita nel Qatif. 
In poche parole, da quel 2 ottobre non è cambiato nulla. Nonostante Mbs sia stato messo con le spalle al muro dopo la scoperta del brutale omicidio del giornalista, il principe sta dimostrando una sua caratteristica che già in tempi non sospetti alcuni funzionari del dipartimento di Stato gli accreditano. Ossia, quella secondo cui Mbs impara solo dai suoi successi ma mai dai suoi errori. Come scrive Ignatius, a Washington si è quasi ossessionati dallo spettro secondo cui il rampollo dei Saud è un nuovo Saddam, un “riformatore autoritario” che non conosce vincoli di alleanze e che procede di testa sua. In poche parole, nei palazzi del potere americano avanza sempre più l’impressione di aver contribuito a creare un personaggio difficile da gestire. Per di più che le relazioni tra i due paesi sono reciprocamente vitali: per gli Usa per vendere armi ed importare petrolio, per l’Arabia Saudita per la sua difesa. 

Il commando di 007 sauditi addestrato negli Usa

Ma c’è un altro elemento che inquieta e non poco negli Stati Uniti. Lo sottolinea ancora una volta Ignatius nel suo lungo articolo con il quale ritorna sul caso Kashoggi. Ci sono infatti prove evidenti che il commando che ad Istanbul uccide il giornalista abbia ricevuto sostegno e supporto, oltre che addestramento, dagli Stati Uniti. A Washington, sottolinea Ignatius, ci si interroga sempre più su come vengano impiegate le capacità delle forze di intelligence addestrate dagli Usa. Nell’articolo del Washington Post, in particolare, si ricostruisce l’identità del commando omicida che il 2 ottobre scorso opera ad Istanbul. A partire da quel Maher Mutreb che da anni attua una decisa scalata ai vertici degli 007 sauditi. E lo fa avvalendosi di rapporti privilegiati con componenti dei servizi americani. Una delle tante dimostrazioni viene dal fatto che è proprio lui ad accompagnare Mbs nei suoi viaggi negli Usa nel 2017 e nel 2018. 


Sarebbe proprio Mutreb colui che viene posto a capo del commando incaricato di eliminare Kashoggi. Peraltro Mutreb viene descritto come uno degli amici più fidati del giornalista, forse proprio per questo la vittima entra senza problemi al consolato saudita, ignara della sorte che da lì a breve lo colpisce. Una storia intricata, che riconduce spesso dalle parti di Washington. E di questo, nella capitale americana, qualcuno potrebbe chiederne sempre più conto ai consiglieri diplomatici e di intelligence di Donald Trump. 

IL DOPPIO STANDARD, commerciare con la Cina è un "peccato" ma con paesi come l'Arabia Saudita è un 'dovere'


Di Salvatore Santoru

In questi giorni si sta parlando molto degli accordi economici che l'Italia dovrebbe fare con la Cina. Tali accordi sono alquanto criticati da una certa parte delle cosiddette 'élite occidentali' e una delle principali motivazioni, tra le altre, sarebbe il fatto che il paese asiatico non sia conforme al modello liberal-democratico occidentale.

Tale preoccupazione è certamente fondata ma, d'altro canto, non si può non segnalare un certo 'doppio standard'.
Difatti, se è pur vero che esistono situazioni controverse e discutibili in Cina, che dire di paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati (ecc) ?

Con tali paesi, governati da regimi ben poco rispettosi di diritti umani/civili, l'Italia e altri paesi occidentali fanno molti accordi ma ciò non desta sospetto in quanto 'il commercio è sempre commercio'.

D'altronde, la maggior parte di tali stati risultano alleati storici degli Stati Uniti o di altre potenze occidentali e quindi il problema (nel caso cinese) sembrerebbe maggiormente di carattere geopolitico piuttosto che una mera questione di diritti e di sicurezza.

Il punto di tale breve articolo non è contrastare le legittime e anche abbastanza condivisibili perplessità nei riguardi degli accordi con la nazione asiatica ma, semmai, segnalare un certo 'interessato allarmismo' e tale 'doppio standard'.

Il Congresso degli Stati Uniti mette nel mirino l'Arabia Saudita


Di Daniel Davis

Il Congresso degli Stati Uniti si prepara a reintrodurre una risoluzione militare che mira a ridurre il supporto Usa all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen. Se approvata da entrambe le camere e firmata dal presidente Trump, essa metterebbe fine al sostegno Usa alla coalizione Saudita. A dicembre, il Senato ha approvato il documento con 56 voti contro 41, e molti repubblicani hanno deciso di inviare un messaggio a Trump passando dall’altra parte e sostenendo la legislazione. 
In quel momento i repubblicani controllavano la Camera dei Rappresentanti e si sono rifiutati di permettere una votazione sul documento, di fatto neutralizzandolo fino all’insediamento del nuovo congresso a gennaio. Con i democratici al controllo della Camera, l’impegno per ridurre il coinvolgimento Usa è stato però rinnovato. Ma, anche se la camera dovesse approvare il progetto di legge, il che è probabile, e il Senato farà altrettanto, comunque esso dovrà essere firmato da Trump.
L’amministrazione Trump ha già espresso la propria contrarietà alla misura, definendola “inappropriata”. Poiché gli Usa non hanno schierato truppe di combattimento in Yemen, una “war powers resolution” non ha senso, in quanto essa serve a ritirare le truppe in servizio. Amico di lunga data dell’Arabia Saudita, molto probabilmente Trump metterà il veto alla risoluzionequando arriverà sulla sua scrivania.
La proposta di legge ha già fatto storia in quanto prima nel suo genere a essere stata approvata dal Congresso dai tempi della risoluzione del 1973. In quell’occasione il documento era stato approvato in seguito alle guerre della Corea e del Vietnam, che videro entrambe un coinvolgimento militare degli Usa senza un’ufficiale dichiarazione di guerra da parte del Congresso. Soprattutto, entrambi i conflitti avevano coinvolto anche soldati arruolati tramite coscrizione. Preoccupato dall’abuso di potere presidenziale nelle azioni militari dopo che il presidente Nixon aveva ordinato in segreto un bombardamento sulla Cambogia, il Congresso approvò la risoluzione, che trasferiva la maggior parte dei poteri militari al Congresso stesso.
Essa prevede anche che il presidente notifichi ogni azione militare al Congresso entro 48 ore dall’inizio delle operazioni, e vieta che le forze armate restino schierate per più di 60 giorni senza l’approvazione del Congresso.
La risoluzione sullo Yemen  “impone al presidente di ritirare le forze armate statunitensi dai conflitti che si svolgono nello Yemen o che comunque lo riguardano”, fatta eccezione per le forze incaricate di contrastare Al Qaeda. Essa dichiara inoltre esplicitamente che per “ostilità” si intende anche il rifornimento dei velivoli non statunitensi, una grossa componente del coinvolgimento degli Usa. 
L’America ha fatto il suo ingresso nella guerra tra la coalizione yemenita, appoggiata dai Sauditi, e gli Houthi, supportati dall’Iran, nel 2015, sotto la presidenza Obama. Per decenni gli Usa e l’Arabia Saudita hanno mantenuto strette relazioni diplomatiche. Queste includono regolari acquisti di armi e partnership militari, e hanno anche visto l’impegno di 500mila truppe statunitensi in Arabia Saudita durante la guerra del Golfo. 
Inizialmente gli Usa avevano visto in questo regno ricco di petrolio un prezioso alleato per contrastare l’Iran in seguito alla rivoluzione del 1978-79. La rottura dell’alleanza fra gli Usa e l’Iran portò a una crisi degli ostaggi, a una guerra e a un conseguente raffreddamento delle relazioni che dura ormai da decenni. Un alleato come l’Arabia Saudita divenne quindi fondamentale per la politica estera Usa in Medio Oriente. Per mantenere il proprio punto di appoggio nella regione, per ragioni sia politiche che economiche, gli Stati Uniti hanno guardato all’Arabia Saudita per procurarsi un solido alleato nel mondo arabo. 
Questa relazione ha anche permesso agli Stati Uniti di contrastare la minaccia dell’influenza russa nella regione, specialmente durante la Guerra fredda.
L’anno scorso, il principe Mohammed bin Salman ha trascorso tre settimane in tour negli Stati Uniti. Durante la sua visita ha rilasciato interviste esclusive ai media, ha discusso con alcuni dei più famosi Ceo americani di opportunità di business e, infine, ha incontrato Trump alla Casa Bianca.
Durante l’incontro il leader americano si è compiaciuto delle migliaia di milioni di dollari che l’Arabia Saudita stava spendendo in armamenti e tecnologie e dell’enorme quantità di posti di lavoro che il commercio di armi avrebbe creato. 
“Questa relazione è probabilmente più forte di quanto non sia mai stata”, ha detto Trump riguardo al Paese mediorientale. 
Gli affari e le relazioni politiche tra le due nazioni sono così apprezzate che spesso è sembrato che nulla potesse dividerle. Dopo che 28 pagine del rapporto sull’11 settembre furono declassificate e rese pubbliche, tuttavia, fu chiaro che non solo la maggior parte dei dirottatori provenivano dall’Arabia Saudita, ma anche che essi erano finanziati dalle alte sfere del governo. Ma, nonostante questa rivelazione, nulla è cambiato tra Riad e Washington. 
Ora, dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post che aveva cittadinanza saudita, ma residenza americana, sembra che i toni stiano cambiando a Washington. Trump ha dichiarato che avrebbe mantenuto l’alleanza col Paese per contrastare l’Iran e conservare la stabilità nell’industria petrolifera, nonché per onorare l’accordo sul commercio di armi. Ha anche rimproverato pubblicamente le agenzie d’intelligence straniere e domestiche affermando che era possibile che il principe fosse al corrente dei piani per l’uccisione di Khashoggi, così come che non lo fosse. 
In un articolo per Foreign Policy, Prem G. Kumar aveva sostenuto che la risposta di Trump all’omicidio avrebbe spronato il Congresso a prestare maggiore attenzione allo Stato arabo e forse a introdurre sanzioni o a intraprendere altre azioni ufficiali. Ed è esattamente ciò che sta accadendo ora con la war powers resolution. 
Nelle prossime settimane, il ruolo degli Usa in Yemen sarà al centro del dibattito, così come le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una partnership che ha resistito a decenni di alti e bassi sarà attentamente passata al vaglio e valutata, da una parte, in termini di vite yemenite perse e, dall’altra, in base ai profitti che porta alle compagnie americane. Se Trump ha il vantaggio del potere di veto, al quale i democratici non hanno i numeri per opporsi, è tuttavia chiaro che le opinioni sull’Arabia Saudita si stanno inasprendo a Washington, dove persino alcuni legislatori repubblicani stanno cominciando a tirar fuori la voce.

YEMEN, LA RIVELAZIONE DELLA CNN: 'Arabia Saudita ed Emirati passavano armi Usa a gruppi legati ad Al Qaeda'


Di Salvatore Santoru

Una recente inchiesta della Cnn ha rivelato che armi statunitensi sono finite nelle mani di diversi gruppi impegnati nel conflitto dello Yemen, tra cui quelli jihadisti legati ad al QaedaCome riporta un articolo di Remocontro, la Cnn ha spiegato che le armi sono state fornite volontariamente dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In tal modo, l'Arabia e gli Emirati hanno cercato di conquistare la fedeltà di milizie e clan locali e di aumentare la propria influenza geopolitica nell'area, tenendo anche conto che gli stessi gruppi e Al Qaeda risultano essere impegnati nella lotta contro i ribelli Houthi.
Su ciò c'è anche da dire che comunque, sempre secondo l'inchiesta, armi USA sono finite anche nelle mani del fronte antisaudita rappresentato dagli stessi Houthi.

Il mistero dell'uccisione di Khashoggi, l'Express: 'Aveva le prove dell'uso di armi chimiche saudite in Yemen'


Di Salvatore Santoru

Secondo il Daily Express Jamal Khashoggi stava per rivelare l'utilizzo di armi chimiche da parte dell’Arabia Saudita nello Yemen.
Inoltre, riporta un articolo del sito web legato al 'Giornale' Piccole Note ripreso da l'Antidiplomatico, il giornalista saudita stava per ottenere prove su ciò.  

Andando nei dettagli, la fonte anonima dell'Express sostiene di aver incontrato il reporter una settimana prima dell'omicidio e di averlo trovato “triste e preoccupato”.
Sempre secondo tale fonte anonima, Khashoggi avrebbe sostenuto che la sua fonte di preoccupazione era proprio legata alle rivelazioni che doveva fare sulla guerra in Yemen.

Nuova versione su Khashoggi: “Morto soffocato mentre cercavano di arrestarlo”


Di Giordano Stabile

L’Arabia Saudita fornisce nuovi dettagli sull’uccisione di Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul. Un funzionario, rimasto anonimo, ha precisato che il giornalista è morto soffocato dopo che gli agenti incaricati di riportarlo in patria «hanno cercato di immobilizzarlo e gli hanno tappato la bocca per impedirgli di urlare».  

Uno degli agenti avrebbe poi indossato gli abiti del dissidente e sarebbe uscito dal consolato, per far credere che Khashoggi fosse ancora in vita e libero. 


Dov’è finito il corpo?  
Il nuovo aggiustamento dei fatti sembra tener conto delle critiche rivolte al principe ereditario Mohammed bin Salman. Molti oppositori, ripresi da social media e stampa occidentale, hanno notato che Mbs aveva detto, subito dopo la scomparsa, che Khashoggi aveva lasciato il consolato, in particolare in una intervista a Bloomberg. 
La nuova versione dei fatti accusa il commando di 15 sicari di aver «coperto» l’uccisione e ingannato le massime autorità del Regno. Riad smentisce anche la ricostruzione degli investigatori turchi, che sostengono che il corpo del giornalista è stato fatto a pezzi da un medico legale militare. Il funzionario saudita ha rivelato invece che è stato «avvolto in un tappeto e consegnato a un collaboratore locale», che lo avrebbe fatto sparire. 

Troppe giravolte  
L’indagine interna saudita è però contraddittoria persino per il presidente americano Donald Trump. Dopo averla definita «credibile», questa notte ha aggiustato il tiro.  

«Non sarò soddisfatto – ha detto – finché non troveremo una risposta».  

Per la prima volta ha ammesso la possibilità di sanzioni ma ha ribadito che bloccare la vendita di armi «danneggerebbe più noi che loro». Trump poi ha aggiunto di ritenere «possibile» che Bin Salman fosse all’oscuro di tutto.  

I sauditi hanno cambiato versione più volte. Prima hanno detto che la scomparsa di Khashoggi all’interno del consolato era una «fake news» e che aveva lasciato l’edificio «pochi minuti, al massimo un’ora dopo».  

Dopo pochi giorni, quando media turchi e occidentali hanno cominciato a sostenere che era stato ucciso, hanno replicato che le accuse erano «senza fondamento». 

Il caso Khashoggi e la 'nuova guerra fredda' tra Turchia e Arabia Saudita


Di Salvatore Santoru

Dietro la recente scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi vi sono probabilmente  intrighi di diversa natura, di matrice politica come geopolitica. In un precedente articolo ho parlato degli 'intrighi di potere' che stanno interessando l'Arabia Saudita e che, molto probabilmente, sono anche all'origine dell'omicidio del reporter del 
Washington Post(1).

Per quanto riguarda l'ambito internazionale e geopolitico della vicenda, bisogna concentrarsi sulle critiche relazioni diplomatiche tra la Turchia e 'la nuova Arabia'.
Approfondendo la questione, non risulta eccessivamente strano che sia stata proprio la Turchia il 'paese prescelto' per l'esecuzione e, allo stesso tempo, non sorprende il fatto che proprio il governo e i media pro-Erdogan siano momentaneamente i più attivi nel denunciare gli intrighi di Bin Salman(2).

Il fatto è che geopoliticamente vi sono degli interessi sempre più contrastanti tra Turchia e sauditi(a partire dalla questione del Qatar) e vi siano disaccordi anche di stampo ideologico-teologico.
Difatti, c'è da segnalare che Bin Salman si è fatto promotore di una linea politica decisamente ostile nei riguardi di quei settori dell'islamismo che si rifanno(direttamente o indirettamente) alla Fratellanza Musulmana(3).

Su ciò, c'è da ricordare che sia Erdogan che il suo 'apparato di potere' sono vicini alla stessa Fratellanza e lo era anche Khashoggi, come appurato da un recente articolo del New York Times(4).
Tali elementi fanno pensare all'esistenza di una sempre meno latente 'guerra fredda' tra Ankara e la 'nuova Arabia', così come tra i diversi settori dell'Islam politico sunnita.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/ecco-cosa-ce-dietro-lomicidio-di.html

(2) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/caso-khashoggi-media-turchi-uno-dei.html

(3) https://it.blastingnews.com/politica/2018/04/il-principe-saudita-bin-salman-la-fratellanza-musulmana-e-un-nemico-002488235.html

(4) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/khashoggi-il-ritratto-del-nyt-dalle.html

Caso Khashoggi, dietro la sua scomparsa 'intrighi di potere' e la lotta tra l'apparato 'conservatore' e quello 'progressista' promosso da Bin Salman


Di Salvatore Santoru

Dietro la recente scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi vi sono molto probabilmente intrighi di varia natura, sia di stampo politico che geopolitico. Come è stato più volte sostenuto da diversi opinionisti e riportato sui media, risulta alquanto probabile che l'omicidio del reporter sia stato ordinato da personalità vicine a Bin Salman o dallo stesso principe.

Su ciò, bisogna ricordare che Khashoggi risultava essere alquanto critico nei confronti del principe reale e, allo stesso tempo, pare che fosse inserito nei ranghi dell'apparato saudita più "conservatore".
Più specificatamente, come riportato sul New York Times(1), il reporter era stato in qualche modo legato all'ex re Abdullah e al diplomatico Turki bin Faysal Al Sa'ud, il quale lo assunse anche come consigliere.

In linea di massima, c'è da sottolineare che molto probabilmente l'omicidio del reporter rientra anche nei 'giochi di potere' che vedono contrapposti il 'vecchio establishment conservatore' e il 'nuovo apparato'("progressista" e/o "riformista") promosso da Bin Salman.
Su ciò, risulta alquanto interessante la scomparsa di tre principi sauditi critici di Salman(2).

Su tale tematica, c'è da dire che la 'questione ideologica' rientra nei più ampi 'intrighi di potere' che stanno interessando la Casa degli Al Saud.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/khashoggi-il-ritratto-del-nyt-dalle.html

(2) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/non-solo-khashoggi-il-dossier-scomparsi.html

Non solo Khashoggi, il dossier: 'Scomparsi anche tre principi sauditi critici di Bin Salman'


Di Salvatore Santoru

Non solo il caso Khashoggi: sarebbero misteriosamente scomparsi anche tre principi sauditi critici di Bin Salman. È quanto rivelerebbe, come riporta Blitz Quotidiano(1), un 'inquietante dossier' reso noto recentemente.

Nel dossier si parla della 'misteriosa scomparsa' degli stessi tre principi reali in esilio, i quali avrebbero parlato di corruzione e di altri abusi.
Andando maggiormente nei particolari, si tratta di dell'esponete di Sultan bin Turki, di Turki bin Bandar e di Saud bin Saif al-Nasr .

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/jamal-khashoggi-scomparsi-principi-sauditi-2943922/

Caso Khashoggi, media turchi: 'Uno dei killer è misteriosamente morto'


Di Salvatore Santoru

Uno dei membri del commando che ha assassinato Jamal Khashoggi è misteriosamente morto. Lo annuncia, come riporta Tgcom 24(1), il quotidiano turco filo-governativo Yeni Safak(2).

  Più specificatamente, si tratta del luogotenente dell'aviazione dell'Arabia Saudita Mashal Saad Al Bostani, recentemente morto in un sospetto incidente d'auto.

NOTE:

(1) http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/caso-khashoggi-i-media-turchi-uno-dei-presunti-killer-del-giornalista-morto-in-un-incidente-sospetto_3169693-201802a.shtml 

(2) https://www.yenisafak.com/en/

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